La situazione PFAS in Veneto: s’inasprisce la battaglia politica mentre Report mostra situazione difficili in altre zone d’Italia

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In Veneto continua ormai da molti anni a imperversare la questione dei PFAS, sostanze chimiche rilasciate nell’ambiente dal comparto industriale che secondo gli studi scientifici creano effetti enormemente negativi per l’ambiente – inquinamenti della terra e delle falde acquifere – e di conseguenza gravi criticità potenziali per la salute di larghi strati di popolazione nelle zone colpite, e in particolar modo per le donne (danni all’apparato riproduttivo) e per i bambini (molto più soggetti all’accumulo di queste sostanze cancerogene nel sangue).

Su Buonsangue abbiamo seguito il caso sin dal principio, raccontando gli effetti malsani delle sostanze, quali sono le zone in Veneto particolarmente inquinate, e descrivendo le strategie della Regione Veneto per cercare di contenere gli effetti disastrosi una criticità che potrebbe detonare nei prossimi anni.

Ecco le puntate precedenti:

Pfas in Veneto, il numero dei cittadini colpiti cresce mentre le istituzioni locali e nazionali faticano a lavorare in sinergia

 

Situazione PFAS in Veneto, studi dimostrano danni all’apparato riproduttivo in donne e uomini. La Regione ci riprova con la plasmaferesi pulitrice

Nuovo capitolo per il caso PFAS in Veneto: la plasmaferesi terapeutica serve oppure no?

Inquinamento da PFAS in Veneto, plasmaferesi per monitorare e ripulire migliaia di ragazzi

In particolare, la regione Veneto ha iniziato tempo fa un processo di ripulitura del sangue attraverso plasmaferesi che a oggi risulta l’unica misura adottata, e per di più in via sperimentale. Quali potranno essere gli effetti positivi di questi cicli, e su che percentuale di cittadini sapranno incidere, è ancora difficile stabilirlo, ma sul piano degli effetti che l’inquinamento da PFAS può provocare sul sistema trasfusionale, il problema è evidente: si rischia di intaccare il serbatoio di donatori nel presente, e di ridurlo sensibilmente nel futuro.

Intanto però ci sono alcune novità che bisogna registrare, e che sono di doppia natura. In primo luogo è un fatto delle ultime ore l’inasprirsi della battaglia politica sul territorio, con le dichiarazioni del consigliere regionale Cristina Guarda (Civica per il Veneto), che ha accusato la giunta veneta capitanata da Zaia di non occuparsi del problema, dopo aver chiesto tempo fa di applicare il divieto di consumo di acqua incontaminata per donne e bambini. “Vedremo se dopo esser stata cieca e sorda a quattro anni di denunce in Consiglio Veneto e sette di cittadinanza attiva – ha detto la Guarda – la Giunta leghista prenderà finalmente sul serio le conseguenze dei Pfas sulla fertilità femminile e sullo sviluppo dei bambini. Sappiamo che il dottor Foresta gode di maggiore stima in Regione e nell’intera comunità scientifica internazionale e perciò auspichiamo venga davvero ascoltato, o avremmo l’ennesima conferma dell’inconsistenza di questa maggioranza, assente sul versante della prevenzione alla salute e della responsabilità politica”.

In secondo luogo, è da sottolineare l’ampliamento del problema PFAS ad altre zone di territorio nazionale, come si è potuto riscontrare attraverso la nota trasmissione televisiva Report, che ha parlato di emissioni di molto fuori dalla norma (e poi ritoccate nel tempo secondo le esigenze delle aziende inquinanti) per fabbriche in Toscana, a Rosignano Solvay, e in Piemonte. Una situazione delicata che dovrebbe diventare ancora più centrale nel dibattito mediatico e politico, visto che in gioco c’è la salute pubblica.

Di recente abbiamo parlato di prevenzione di stili di vita corretti per favorire il dono del sangue, la salute pubblica e la sanità nazionale. Di certo se vengono a mancare le tutele dello stato sull’inquinamento ambientale, ottimizzare il livello della prevenzione rischia di diventare un’operazione decisamente più complessa.

Nuovo capitolo per il caso PFAS in Veneto: la plasmaferesi terapeutica serve oppure no?

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L’indecisione, la ricerca di retoriche strumentali, perfino l’addomesticamento delle verità, sono pratiche normali nella società umana e nella battaglia politica, specie quando gli obiettivi e le poste in palio per i gruppi in contrapposizione sono di grande importanza. Ma quando in gioco c’è la salute dei cittadini, e in particolar modo di migliaia di giovani, le regole del gioco dovrebbero cambiare, e le istituzioni dovrebbero ricercare strategie d’azione comune.

È del tutto inaccettabile, infatti, che in una questione delicatissima come l’inquinamento da PFAS in Veneto, le istituzioni regionali e quelle nazionali offrano versioni completamente differenti sull’efficacia della terapia scelta per circoscrivere il problema.

Facciamo un breve riepilogo.

Tra i primissimi operatori nazionali a mettere il caso sotto i riflettori,  già lo scorso 26 luglio noi di Buonsangue avevamo raccontato di una situazione abbastanza difficile in Veneto, dove l’inquinamento da PFAS (ovvero sostanze chimiche di matrice industriale che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, schiume antincendio e detergenti per la casa), ha superato le soglie di sicurezza, che peraltro in Italia sono tra le più permissive al mondo, creando una vera e propria emergenza salute specialmente per i più giovani.

Gli PFAS sono considerati “inquinanti persistenti”: il loro smaltimento ambientale è molto complicato, giacché lo scopo per cui nascono, ovvero potenziare altri prodotti agenti chimici d’uso comune, li rende particolarmente ostici e tendono ad accumularsi nell’ambiente, e in particolar modo nelle falde acquifere e nelle acque destinate al consumo. Insomma: una vera e propria autostrada per entrare nell’organismo attraverso la catena alimentare.

Nelle scorse settimane, sono andate in scena le prime scaramucce tra Regione Veneto e governo: il governatore del Veneto Zaia ha prima attaccato il governo Gentiloni, a suo dire colpevole di immobilismo, e poi, con un colpo da vero giocatore di poker ha chiesto lo stato di emergenza e contestualmente lo sblocco di 80 milioni di fondi statali, necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti in grado di portare acqua di buona qualità nelle zone colpite.

Pochi giorni fa, un nuovo scontro. Stavolta centrato sull’efficacia della pratica terapeutica in via di sperimentazione in Veneto per provare a ridurre il numero dei giovani contaminati, ovvero la plasmaferesi. Le istituzioni regionali venete hanno sbandierato l’uso della pratiche come efficaci, trovando l’immediata reazione dell’Istituto superiore della sanità e della più grande associazione di donatori italiana, Avis.

Su Repubblica dello scorso 15 dicembre si legge infatti che “Il Veneto ha presentato uno studio nel quale si dice che plasmaferesi e scambio plasmatico, funzionano. Dopo aver trattato cento casi, senza avere alcun effetto collaterale, le due tecniche hanno determinato una discesa media di presenza di inquinanti nel sangue pari al 35% con la plasmaferesi, e del 68% con lo scambio plasmatico. Si tratta del report sui primi risultati dell’applicazione del secondo livello di screening della popolazione esposta appunto a Pfas. Con la plasmaferesi vengono tolte piccole quantità di plasma, per intercettare l’inquinante. Nel caso la contaminazione sia maggiore, si fa lo scambio plasmatico, che invece consiste nel rimuovere elevati volumi di plasma, di fronte al quale bisogna infondere una soluzione fisiologica di albumina. (…) I risultati scientifici di oggi parlano chiaro sull’efficacia delle scelte fatte, con l’obbiettivo di togliere il prima possibile dal sangue delle persone questi inquinanti, che hanno un tempo di dimezzamento naturale di 5 anni”.

Insomma, pieno ottimismo.

Ottimismo del tutto eccessivo in base al parere dell’Istituto superiore di sanità, secondo cui “La plasmaferesi terapeutica è uno strumento non selettivo di rimozione dal plasma di diverse sostanze. Recenti linee guida (American Society for Apheresis, 2016) sull’impiego dell’aferesi terapeutica nella pratica clinica, non includono specificamente la rimozione dei suddetti contaminanti, o simili, tra le indicazioni basate su (consolidate) evidenze scientifiche. L’uso della tecnica che, si ricorda, è invasiva è quindi da considerarsi sperimentale”.

Dello stesso avviso è Avis Nazionale, che attraverso un denso comunicato stampa, ha voluto in primo luogo differenziare nel modo più assoluto la plasmaferesi terapeutica da quella necessaria per la donazione del plasma, una posizione che ci sentiamo di sottoscrivere integralmente.

Ecco infatti, la voce ufficiale e ferma dell’associazione. “La donazione di plasma attraverso procedure aferetiche (plasmaferesi produttiva) – dicono da Avis – è assolutamente sicura e non invasiva. Paragonare la plasmaferesi con finalità terapeutica, utilizzata in regione Veneto per la rimozione dal sangue di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas e Pfoa), a quella che si impiega ogni giorno, in centinaia di donatori per le donazioni di plasma, è decisamente fuori luogo e rischia di generare equivoci. La donazione di plasma è, infatti, assolutamente sicura, non “invasiva” e fondamentale per la salute di migliaia di pazienti. Lo sottolineano in una nota congiunta il Centro nazionale sangue, la Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia (Simti) e il Civis, il Comitato interassociativo del Volontariato italiano del sangue (Avis, Cri, Fidas e Fratres), ribadendo che non ci sono solide evidenze scientifiche a supporto della modalità scelta dai sanitari veneti”.

Per il bene dei moltissimi cittadini vittime del malgoverno e del permissivismo verso le aziende inquinanti, c’è da augurarsi che almeno in parte la sperimentazione in corso sia almeno un po’ efficace; anche se, vista la casistica esigua riportata dallo studio veneto sono del tutto legittimi i dubbi di Iss e Avis, che parlano di semplice sperimentazione.

Di certo, analizzando il comportamento della giunta di Zaia, viene semplicemente da pensare che l’idea di arginare un inquinamento di tale portata con la plasmaferesi terapeutica rischi di apparire una soluzione del tutto irrealistica, tardiva, perfino provocatoria. L’ennesimo sintomo di un modo di governare che nel suo arroccarsi su posizioni ideologiche contrabbandate per scientifiche lascia solo domande, non dà risposte e genera una dannosissima confusione.