Uso compassionevole del plasma iperimmune, la circolare del Centro nazionale sangue

Da zero richieste di unità di plasma da convalescente COVID-19 nel periodo luglio-agosto 2020 a circa 85 richieste del periodo settembre/ottobre 2020: la seconda ondata di contagi di Covid-19, che già a settembre su Donatorih24 era stata affrontata con alcuni dei maggiori esperti nazionali, ha riportato in auge l’utilizzo emergenziale del plasma iperimmune, al punto che il Centro nazionale sangue, lo scorso 5 novembre, ha rilasciato una circolare per ribadirne l’utilizzo.

Ma cosa dice la circolare n.222 del Cns in merito alla materia?

In primo luogo ribadisce e chiarisce cosa si debba intendere per uso compassionevole, ovvero “il ricorso ad un farmaco, sottoposto a sperimentazione clinica, al di fuori della sperimentazione stessa, in pazienti affetti da malattie gravi o rare o che si trovino in pericolo di vita, quando, a giudizio del medico, non vi siano ulteriori valide alternative terapeutiche, o nel caso in cui il paziente non possa essere incluso in una sperimentazione clinica o, ai fini della continuità terapeutica, per pazienti già trattati con beneficio clinico nell’ambito di una sperimentazione clinica almeno di fase II conclusa .

Appare chiaro, da questa definizione, il carattere emergenziale dell’uso compassionevole, principio a partire dal quale il Cns fornisce le linee guida di utilizzo. Il plasma da convalescente per le terapie di cura per il covid-19 non deve essere considerato, per ora, fino all’ottenimento di maggiori evidenze cliniche che arriveranno, verosimilmente, con lo sviluppo dei progetti sperimentali in corso in Italia (Tsunami) e in Europa (Support- E), non alla stregua di un vero e proprio farmaco: l’indicazione, dunque, è di di “favorire l’impiego del plasma convalescente nell’ambito di trial clinici ben
disegnati, riservando l’uso cosiddetto compassionevole a quelle situazioni nelle quali il clinico, che ha in cura il paziente, ravvisi una condizione di necessità ed urgenza, in assenza di alternative terapeutiche di
comprovata efficacia”
. Il Cns, naturalmente, specifica infine che l’acquisizione del consenso informato e documentato del paziente è assolutamente obbligatoria.

Un livestreaming in diretta in grado di dare risposte sul futuro

Oggi mercoledì 23 settembre, sui canali social, Youtube e sul portale www.donatorih24.it, andrà in onda una conferenza in livestreaming di grande importanza, su un tema che qualche mese era stato assolutamente centrale nell’agenda setting dei media nazionali, e che oggi, dopo un’estate in cui i media mainstream si sono contraddistinti per la qualità della disinformazione sul Covid-19, è  invece scivolato nelle retrovie: la terapia al plasma iperimmune e la sua utilità in caso di una – speriamo remota – recrudescenza invernale dell’epidemia.

L’andamento dei fatti lo ricordiamo un po’ tutti, l’assenza di una cura efficace dopo le prime settimane di assoluta disorganizzazione del sistema sanitario, le scelte paradossali, i pochissimi posti disponibili in terapia intensiva dopo anni e anni di tagli scriteriati al sistema sanitario nazionale, e poi l’iniziativa, negli ospedali di Pavia e Mantova, di provare a utilizzare il plasma iperimmune raccolto grazie alle donazioni dei pazienti guariti nei casi di pazienti in terapia intensiva, con buoni risultati.

Da lì, l’interesse nazionale, e internazionale, i protocolli, altre polemiche che si potevano evitare, e la nascita del progetto Tsunami che aveva, avrebbe, il compito di sviluppare lo studio sul plasma iperimmune su scala nazionale operando studi randomizzati e verifiche per un utilizzo del plasma su una campionatura di pazienti più ampia e in vista della creazione di farmaci efficaci da affiancare agli studi sui vaccini.

Diversi mesi dopo qual è la situazione? È difficile dirlo, la cura al plasma ha bisogno di pazienti guariti con una quantità di anticorpi importante, di una rapidità che mal si concilia con le lentezze pachidermiche della burocrazia. Inoltre il tempo stringe e i mesi più freddi si avvicinano, e non sono pochi i dubbi e i rischi legati ad altre chiusure o misure speciali se il virus dovesse ricominciare a rafforzarsi. Da non sottovalutare, in tal senso, è il tema della raccolta sangue e plasma nel paese in vista dell’autosufficienza: nei mesi del lockdown ovviamente ci sono stati dei problemi, e la raccolta è rimasta indietro, pur con un ottimo recupero successivo grazie alla perizia dei donatori. Non è bastato per evitare una carenza post-estate, ma la situazione poteva essere senza dubbio più difficile.

Cosa succederà dunque nei mesi futuri? A dircelo, il livestreaming di Donatorih24, con la partecipazione del dottor Cesare Perotti, direttore del servizio trasfusionale di Pavia, tra i precursori della terapia con il plasma dei convalescenti, con Vincenzo De Angelis, direttore del Centro nazionale sangue, Pierluigi Berti, presidente della Simti (società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia) e Gianpietro Briola, presidente nazionale Avis e coordinatore Civis.

Per collegarsi è sufficiente entrare su donatorih24.it, o collegarsi sul canale Facebook di Donatorih24, o sul canale Youtube.

La parola a chi agisce sul campo dunque, per un’informazione diretta, efficace e trasparente.

Plasma iperimmune, in Lombardia il primo bilancio del progetto di raccolta

La Lombardia è stata notoriamente la regione italiana più colpita dalla prima ondata di contagi, quella in cui il sistema sanitario è entrato maggiormente in crisi e quella in cui il bilancio delle vittime è stato più drammatico; ma al tempo stesso è stata la regione che prima di tutte le altre, grazie al lavoro dei poli ospedalieri di Pavia e Mantova ha reagito con la cura che più di ogni altra ha risolto, seppur in via sperimentale, molte situazioni critiche salvando vite umane, e trasformandosi in un protocollo di ricerca e di raccolta per la creazione di banche del sangue in vista di una seconda ondata.

Ma come procede, a inizio settembre, il progetto di raccolta plasma da donatori dotati di anticorpi, annunciato qualche mese fa dalla giunta regionale Lombarda in collaborazione con Avis? Lo ha spiegato proprio il presidente di Avis Lombardia, Oscar Bianchi: “Siamo molto soddisfatti di come stiamo procedendo – ha spiegato il presidente regionale – perché tutto è nato dal desiderio dei donatori di contribuire attivamente per trovare una strada contro il Covid. Noi abbiamo dato il nostro supporto di rappresentanza per far sì che, insieme alla Regione, si riuscisse a dare concretezza al primo progetto di questo tipo che coinvolge l’intero sistema trasfusionale. Circa il 20% dei donatori è risultato positivo al test sierologico e ha potuto donare il plasma iperimmune”.

Il percorso per donare il plasma iperimmune è il seguente: il donatore esegue prima il test sierologico e successivamente il tampone: poi, se i test evidenziano un elevato titolo anticorpale, il donatore viene ricontattato per una nuova donazione di plasma.

La centralità del progetto lombardo è sancito anche dai numeri della prima indagine Istat sui numeri del Covid-19, che testimonia come la Lombardia sia la regione con la percentuale più alta di donatori che hanno sviluppato anticorpi, con circa 7,5%, contro i numeri infinitamente più bassa di regioni come Sicilia e Sardegna fermi allo 0,3%.

Il progetto di raccolta e il protocollo di ricerca sul plasma iperimmune, lo ricordiamo, puntano non solo alla creazione di banche per l’utilizzo di plasma nei casi più gravi nell’immediato e in base alle necessità del momento, ma anche, con una visione più ampia e di lungo periodo, a raccogliere plasma da convalescente da inviare alle aziende farmaceutiche convenzionate per ottenere le immunoglobuline specifiche, possibile strumento di cura efficace in attesa della creazione di un vaccino testato e utilizzabile in piena sicurezza nel caso, speriamo remoto, di una seconda ondata autunnale di recrudescenza del virus.

Il tempo delle polemiche per fortuna è lontano, e a breve avremo un primissimo bilancio anche della raccolta plasma iperimmune per quel che riguarda il protocollo nazionale.

Donatori e istituzioni del sangue ribadiscono forte e chiaro: «Il plasma iperimmune è un bene etico e pubblico»

 

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Tra i servizi dei programmi di “informazione” spettacolarizzata e inesatta, e la successiva ricaduta di pezzi e articoli che erroneamente si rifanno alla fonte mainstream, le istituzioni del sangue, associazioni, Centro nazionale sangue e centri regionali, sono costrette a emettere a gettito continuo comunicati stampa che servono per ribadire la peculiarità della filiera italiana, per la quale la plasmalavorazione avviene in conto terzi garantendo che la materia biologica ottenuta dal dono resti pubblica dall’inizio fino alla fine.

Ecco di seguito l’ultimo comunicato collettivo emesso da Civis, Cns e Src regionali per chiarire, si spera una volta per tutte, questo fatto inoppugnabile, e che anche la sperimentazione nazionale sul plasma iperimmune non avviene in questa fase in collaborazione con le industrie farmaceutiche. Ecco allora, di seguito, le dichiarazioni in merito di Giancarlo Liumbruno direttore del Cns, di Rosa Chianese direttore del Centro regionale sangue Lombardia, di Pasquale Colamartino dell’Src Abruzzo, di Vanda Randi direttrice Src Emilia Romagna, Attilio Mele direttore Src Sicilia, e di Gianpietro Briola in rappresentanza di tutti i donatori italiani.

Comunicato stampa: «Il plasma iperimmune è un bene etico e pubblico»

Le sperimentazioni con il plasma iperimmune contro il Covid-19 in corso nel paese e la produzione nazionale di sangue, emocomponenti e medicinali plasmaderivati ottenuti dal plasma dei donatori italiani, sono tutte condotte nel rispetto dei principi etici, solidaristici, di gratuità e trasparenza fondanti del Sistema sangue nazionale. Lo ribadiscono il Centro nazionale sangue (CNS), le 21 strutture regionali di coordinamento per le attività trasfusionali (Src) e il Civis, il coordinamento nazionale delle associazioni di volontariato (AVIS, CRI, FIDAS, FRATRES).

«Attualmente – ricorda Giancarlo Maria Liumbruno, direttore generale del Cns, – sono oltre 60 i Servizi trasfusionali, su tutto il territorio nazionale, che ad oggi possono produrre plasma iperimmune da destinare alla cura sperimentale dei pazienti affetti da Covid – 19, all’interno di un sistema etico e totalmente pubblicoLe sperimentazioni nazionali e regionali in corso non prevedono infatti la collaborazione esterna con industrie farmaceutiche. La produzione di plasma iperimmune (e, in prospettiva, di immunoglobuline specifiche contro il virus SARS COV 2) potrebbe rappresentare una possibile prospettiva terapeutica che dovrà essere attentamente verificata e autorizzata dalle autorità nazionali e internazionali competenti, anche alla luce delle risultanze delle sperimentazioni in corso in Italia e nel resto del mondo».

«In alcun modo, in condizioni ordinarie o nell’ambito di sperimentazioni cliniche, il sistema trasfusionale italiano prevede la commercializzazione del plasma o di altri emocomponenti gratuitamente donati, a favore delle industrie farmaceutiche o di qualunque altro soggetto del mercato – ricorda Rosa Chianese, direttore del SRC della Regione Lombardia. Lo Stato garantisce che il plasma donato e i medicinali plasmaderivati prodotti rimangano totalmente di proprietà pubblica. La normativa vigente prevede infatti che le aziende autorizzate dalle Autorità nazionali competenti e convenzionate con le Regioni a seguito di regolare gara d’appalto, possono gestire esclusivamente il processo di trasformazione industriale del plasma nazionale (servizio in conto lavorazione), restituendo alle Regioni stesse i prodotti medicinali finiti che saranno successivamente distribuiti agli ospedali e al territorio per la terapia dei pazienti, senza nessun costo a loro carico. Tale regolamentazione rigorosa sarà applicata anche alla eventuale lavorazione del plasma iperimmune per la produzione di immunoglobuline neutralizzanti specifiche anti SARS – CoV – 2».

«In previsione di un possibile ritorno della pandemia Covid-19 – ricorda Pasquale Colamartino direttore della SRC della Regione Abruzzo – è necessario rafforzare i meccanismi organizzativi che sostengono l’autosufficienza nazionale, che rappresenta un obiettivo sovra-aziendale, sovra-regionale non frazionabile, destinato a garantire a tutti i cittadini italiani il diritto ad una terapia sicura e appropriata. All’interno di questo sistema di collaborazione istituzionale tra Stato e Regioni il sangue, gli emocomponenti e i medicinali plasmaderivati prodotti da plasma nazionale non si comprano né si vendono. Le Regioni che hanno maggiori capacità di produzione sostengono i bisogni delle regioni carenti e i costi aggiuntivi vengono riconosciuti attraverso i meccanismi economici ordinari della mobilità sanitaria previsti dallo Stato. Grazie a questo modello organizzativo le terapie con emocomponenti e medicinali plasmaderivati prodotti da plasma donato dai donatori volontari, vengono erogate su tutto il territorio nazionale in maniera equa, imparziale, omogenea e senza alcun costo per i pazienti».

«Il CNS e la rete delle SRC – ricorda Vanda Randi direttrice della SRC della Regione Emilia Romagna, in collaborazione con il mondo del volontariato del sangue, monitorano costantemente le dinamiche dei fabbisogni assistenziali trasfusionali e adottano tempestivamente gli interventi correttivi necessari per presidiare eventi, situazioni straordinarie o possibili criticità eventualmente emergenti, anche stagionali, o di carattere epidemiologico, quali quelle connesse all’andamento attuale e alla possibile ripresa della pandemia da SARS-Cov-2, in modo da modulare la programmazione delle attività di raccolta nel modo più appropriato a soddisfare i fabbisogni di tutti i pazienti, ricorrendo anche a compensazioni degli emocomponenti tra regioni».

«In questo contesto – ricorda Attilio Mele direttore della SRC della Regione Sicilia -, molte Regioni si stanno già organizzando per potenziare i Centri di produzione e qualificazione biologica degli emocomponenti, anche per la produzione e lo stoccaggio di plasma iperimmune, e sono già numerose le unità che sono state scambiate tra le Regioni, anche grazie alle interazioni tra Centro nazionale sangue e le Strutture regionali di coordinamento».

«Le Associazioni e federazioni di donatori, anche in previsione di una possibile fase 2 della pandemia da Covid– 19, stanno giornalmente intensificando il loro impegno, per assicurare al sistema trasfusionale l’apporto di sangue ed emocomponenti sicuri, di qualità e frutto di un gesto anonimo, volontario, gratuito, etico, periodico e associato – commenta Gianpietro Briola, presidente di AVIS Nazionale e portavoce protempore del Civis -. La nostra capillarità sul territorio nazionale e la nostra presenza in tutte le regioni e province autonome fanno sì che la centralità dei donatori venga ulteriormente rafforzata e difesa. Anche questo ha reso il sistema sangue italiano tra i migliori al mondo. Un sistema regolato da leggi e norme ferree e all’avanguardia, se paragonate ad altre nazioni, visto che attribuiscono al volontariato un ruolo essenziale e insostituibile».

 

Il plasma iperimmune secondo “Le Iene”, e la disinformazione regna

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Da quando l’informazione è diventata infoteinement, ovvero un tecnica di parlare ai telespettatori secondo un concetto ben preciso di marketing, che consiste sostanzialmente nel vendere contenuti al proprio pubblico di riferimento in base alle proprie esigenze di audience o per influenzare l’opinione pubblica, ciò che è scomparso dai nostri media non sono i fatti, che accadono a prescindere da come vengono rappresentati, ma il racconto degli stessi da un punto di vista oggettivo, nitido, scevro da secondi fini, che offra al pubblico un quadro plausibile e quanto più possibile vicino al reale su temi di interesse pubblico.

Il servizio andato in onda il 26 maggio durante la trasmissione di Italia 1, “Le Iene”, dal titolo “Plasma contro Covid-19: sta diventando un business?” sulla relazione tra plasma iperimmune e industria di plasmalavorazione, è un esempio perfetto di questa totale assenza di obiettività, di rifiuto volontario nell’offrire una rappresentazione esaustiva e complessa di fatti complessi, che richiederebbero un approccio razionale ed estremamente serio,  in luogo di un qualunquismo crasso diretto a smuovere tra imprecisioni e omissioni le pulsioni più emotive di un pubblico già predisposto all’indignazione.

La tesi grossolanamente avanzata da “Le Iene” è che, dopo i primi successi della sperimentazione sul plasma iperimmune a Pavia e Mantova, con circa 80 pazienti guariti grazie al grande lavoro delle equipe guidate dai dottori De Donno, Perotti e Franchini, su questa terapia si sia fiondata l’industria farmaceutica, allo scopo di trasformare questa importante scoperta in un business milionario da arraffare alle spalle dei cittadini. Eppure, chiunque abbia seguito le vicende su DonatoriH24, o anche su altri media o spazi mainstream meno votati alla manipolazione della realtà rispetto a “Le Iene”, sa che la verità delle cose è molto diversa.

L’intero servizio, che rilancia compulsivamente slogan come “Il plasma Un prodotto a basso costo che le case farmaceutiche vogliono accaparrarsi”, non tiene infatti conto, abbastanza incredibilmente, dell’informazione più importante che riguarda il sistema trasfusionale italiano nel ramo dei plasmaderivati, ovvero che la lavorazione della materia biologica da cui si realizzano i farmaci salvavita avviene in conto terzi: in altre parole, il plasma offerto dai donatori grazie alle associazioni e i centri trasfusionali che lo raccolgono su tutto il territorio – e che dunque è un bene pubblico – viene semplicemente consegnato alle industrie per la plasmalavorazione. Successivamente, i farmaci ottenuti vengono inviati alle aziende ospedaliere, e l’unica cosa che lo Stato paga è il servizio, il know-how per la lavorazione, che nessun altro potrebbe fare poiché non esiste un’azienda pubblica o statale che possa produrre i farmaci salvavita.

Ricapitolando, la materia biologica e i prodotti finali, i farmaci, sono pubblici. La lavorazione e il know-how industriale sono invece retribuiti a un prezzo convenzionato, stabilito attraverso bandi e gare pubbliche che riguardano le principali multinazionali farmaceutiche, tutte ormai da molti anni operanti in Italia in un regime di libera concorrenza. Deludenti e imbarazzanti, in tal senso, anche le dichiarazioni del dottor Giuseppe Ippolito, membro del comitato etico per il Covid-19 e direttore dell’ospedale romano Spallanzani, secondo cui il sangue in Italia verrebbe, citiamo testualmente “venduto e comprato più volte dallo stato”. Una pura invenzione.

Su Buonsangue, per altro, siamo stati sempre molto attivi sul tema del plasma, come dimostrano i molti resoconti sul campo e i continui riferimenti all’assoluta eticità del sistema trasfusionale italiano garantita proprio dal meccanismo del conto terzi. Sembra incredibile, in un servizio che parla della filiera del plasma, omettere questa informazione che renderebbe sterile la denuncia.

Eppure, omissioni e manipolazioni vanno oltre il tema centrale del plasma che in Italia è e resta sempre pubblico.

Anche rispetto alla trattazione dell’attualità, ovvero sul plasma iperimmune, la quantità di imprecisioni e distorsioni è stata oltre il livello di guardia. Il livestreaming di Donatorih24, più volte citato con parole e immagini, è stato rappresentato come un complotto premeditato a favore delle case farmaceutiche, quando si è trattato semplicemente di un servizio informativo con esperti, medici e scienziati interessati sulla terapia dal più alto potenziale nella battaglia al Coronavirus.

Anzi. Il dottor Menichetti, il principal investigator del progetto Tsunami assieme all’ equipe dell’ospedale San Matteo di Pavia, durante l’incontro in diretta (rivedibile in fondo) è stato molto cauto sull’effettiva possibilità che la sperimentazione nazionale dia le conferme necessarie a far diventare il plasma iperimmune qualcosa di diverso da una terapia ponte puramente emergenziale. Le criticità da risolvere, infatti, sono ancora molte: 80 pazienti guariti pur senza effetti collaterali sono ancora pochi, esiste il rischio che non sia semplice nel medio periodo raccogliere plasma che abbia le necessarie quantità di anticorpi, e addirittura potrebbe arrivare la tanto ambita immunità di gregge che ridurrebbe la necessità di una fase farmacologica più avanzata: insomma, con il tempo le banche del plasma iperimmune congelato, da usare solo come terapia d’emergenza per pazienti ospedalizzati (e non come farmaco o fattore di prevenzione), potrebbero anche restare l’unica fase evolutiva della ricerca.

Piuttosto discutibile a, nostro parere, anche l’ottica con cui il servizio delle Iene ha descritto il coinvolgimento di Kedrion Biopharma, che, lo ricordiamo, è l’unica multinazionale italiana in possesso del know-how e della strumentazione tecnica adeguata per l’inattivazione del plasma e per le fasi della plasmalavorazione. Sembra dunque pretestuoso stravolgere l’immediata reazione dell’azienda toscana all’epidemia e alla crisi sanitaria, con il conseguente invio gratuito dei macchinari alle strutture sanitarie interessate alla sperimentazione sul plasma, e narrare l’intervento di Kedrion Biopharma come un gesto utilitarista.

Così, come è del tutto pretestuoso e irrazionale pensare che in un momento concitato, d’emergenza, di crisi,  in cui la velocità d’azione nella fase due della ricerca è il fattore principale per dei passi in avanti nell’interesse della salute pubblica, il ministero della Salute possa bandire gare pubbliche che richiederebbero mesi per coinvolgere multinazionali americane, australiane o giapponesi, anziché lavorare fianco a fianco con l’unica azienda italiana in grado di fornire il necessario supporto farmaceutico e tecnologico agli scienziati.

Piuttosto desolante, infine, chiudere il servizio con la solita tecnica, perniciosa, dell’esibizione televisiva della sofferenza, annunciata al grido di “Cosa penserebbero i donatori italiani se un’industria volesse trasformare il plasma iperimmune che può salvare tante vite umane in un business?”

Domanda retorica, dalla premessa del tutto faziosa, che contiene già dentro di sé una risposta automatica e falsa. Ma poco male. È sufficiente sapere bene cosa si sta guardando e lo spettatore può uscire indenne: basta considerare “Le Iene” per quello che sono: un varietà della prima serata che fa dell’informazione oggetto di spettacolo, con la finalità di divertire e intrattenere e disinformare il pubblico attraverso un marketing aggressivo rivolto alla pancia degli spettatori, e che cavalca alcune tendenze maggioritarie dell’opinione pubblica, ovvero l’indignazione facile e il qualunquismo. Qualcosa da cui, se l’obiettivo è l’informazione, è meglio tenersi alla larga.

La conferenza sul plasma trasmessa su DonatoriH24

Pace fatta tra Briola e De Donno: al Carlo Poma di Mantova l’incontro della distensione e del lavoro comune

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Nella foto da sinistra: il direttore generale dell’ASST di Mantova, Raffaello Stradoni; il direttore del servizio trasfusionale dell’ospedale “Carlo Poma”, Massimo Franchini; il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola; il direttore della Pneumologia, Giuseppe De Donno; la presidente dell’Avis Provinciale di Mantova, Elisa Turrini; i medici del servizio trasfusionale, Claudia Glingani ed Enrico Capuzzo

Una visita distensiva, che ha messo alle spalle le comunicazioni tese dei giorni passati e apre un confronto nuovo basato sulla collaborazione e il rispetto reciproco. Il presidente di Avis nazionale e coordinatore Civis Gianpietro Briola nelle ultime ore ha fatto visita all’ospedale Carlo Poma di Mantova, e ha incontrato l’equipe che ha lavorato alla terapia basata sul plasma iperimmune, e in particolare il direttore della Pneumologia, Giuseppe De Donno, e il direttore del servizio trasfusionale Massimo Franchini.

I lettori di Buonsangue di DonatoriH24 ricorderanno le incomprensioni a distanza sul tema del plasma iperimmune e la lettera di Briola a De Donno per distendere gli animi, un percorso culminato oggi con l’incontro dal vivo, che come spesso accade scioglie i dissidi mediatici.

Mirate a ribadire il totale supporto alla ricerca da parte dei donatori le parole di Briola: «Ho accettato con enorme piacere questo invito – ha dichiarato il presidente Avis – un’occasione per riaffermare il supporto di Avis alla ricerca e la nostra disponibilità a collaborare per individuare, assieme a tutta la comunità scientifica, una cura definitiva. Con questo incontro abbiamo, inoltre, posto l’accento sulla comunione di intenti tra volontariato del sangue e medicina, che si basa sulla tutela della salute sia dei donatori, sia dei riceventi. Per questo, è importante seguire gli sviluppi di questi studi con fiducia e, al contempo, con cautela».

I donatori italiani sono del resto un fattore importante per rendere possibile la fase due della terapia, che vedrà l’attivazione di banche del plasma, uno dei possibili scenari futuri che si aggiunge a quello paventato dallo stesso Briola: «Auspichiamo, infatti, che il plasma iperimmune possa essere impiegato per la produzione di immunoglobuline e possa rappresentare, quindi, una vera svolta nella cura del Coronavirus. AVIS e i suoi volontari sono da sempre in prima linea nella difesa del diritto alla cura e anche in questa occasione non faranno mancare il loro apporto».

Temi importanti, che domani sera alle 19 saranno affrontati nel secondo livestreaming di DonatoriH24, dal titolo “Arsenali al plasma”. Una conferenza che ha il compito di spiegare e chiarire le potenzialità di una cura che vede nei donatori di plasma l’elemento decisivo. L’incontro, moderato dal direttore Luigi Carletti, vedrà confrontarsi esperti nazionali di grande esperienza e competenza: lo stesso Gianpietro Briola, presidente Avis e portavoce Civis; Rosa Chianese, responsabile del Centro regionale sangue Lombardia; Pasquale Colamartino, responsabile del Centro regionale sangue Abruzzo; Alessandro Gringeri, responsabile della ricerca di Kedrion Biopharma, l’azienda italiana che supporta questo evento e che con alcuni partner tra cui la Columbia University di New York sta lavorando sulla terapia del plasma; e infine, il professor Francesco Menichetti, responsabile Malattie infettive dell’azienda ospedaliera universitaria di Pisa, al quale le autorità sanitarie del Paese hanno affidato il ruolo di leader di “Tsunami”, la sperimentazione della cura a livello italiano.

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