Le parole di Liumbruno sul 2020 del sistema sangue, in vista del prossimo WBDD: ecco gli obiettivi principali del sistema italiano

Business plans for 2020

Qualche giorno fa, il 14 gennaio, è stata pubblicata su Quotidiano Sanità un’intervista a Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue, occorrenza di certo opportuna specie in vista del World Blood Donor Day del 2020, che come da tempo sappiamo sarà organizzato dall’Italia. Oltretutto siamo a inizio anno, per cui le parole di Liumbruno assumono un significato importante anche per il loro valore programmatico. In cosa sarà impegnata la principale istituzione nazionale nel settore trasfusionale? Quali obiettivi sono considerati fondamentali? Come ci si muoverà nel 2020?

È molto interessante analizzare, tema per tema, le risposte di Liumbruno e provare a capire insieme a lui che tipo di 2020 dobbiamo aspettarci.

Il grande obiettivo dichiarato del 2020 sarà, secondo Liumbruno, il solito: “Arrivare all’autosufficienza di plasma per conquistare l’indipendenza dal mercato internazionale dominato dagli Usa che gestiscono il 71 per cento delle donazioni di plasma mondiali”. È un tema che ci sta molto a cuore, anche perché conosciamo bene le contraddizioni del sistema di raccolta americano, in buona parte a pagamento e basato sull’utilizzo scriteriato e intensivo dei donatori, come ha sottolineato anche il New York Times in una inchiesta approfondita.

Una percentuale di raccolta così ampia in un solo paese è sicuramente insostenibile, perché in caso di necessità speciali o semplicemente di politiche protezioniste da parte degli Usa si genererebbe una domanda difficilissima da colmare nel resto del mondo. Uno scenario spaventevole, peggiorato, secondo il pensiero di Liumbruno, dal problema da non sottovalutare che “il mercato internazionale può avere temporanee carenze di alcuni prodotti (come peraltro già avvenuto in passato) o anche andamenti discontinui. Inoltre vende solo se gli conviene. Tradotto, solo chi arriva prima e offre il miglior prezzo potrà assicurarsi il proprio fabbisogno di medicinali plasmaderivati, gli altri rimarranno tagliati fuori”.

L’Europa infatti produce solo il 10% del plasma mondiale, un dato troppo basso che si può e si deve migliorare attraverso sensibilizzazione e lavoro sui donatori; evitando, appunto quello sfruttamento intensivo del dono che in Italia è stato assolutamente (e giustamente) bandito, perché, ha spiegato Liumbruno, “Il Civis (che rappresenta il milione e settecentomila donatori italiani) e il Cns hanno manifestato la loro contrarietà ad aumentare il numero minimo di donazioni di plasma raccomandate (in Europa) da 33 (attuali) a 60. Questa posizione è stata anche sostenuta dalla Fiods, che rappresenta 18 milioni di donatori di 81 Paesi”.

Di conseguenza, un secondo obiettivo importante che emerge dalla parole del direttore del Cns, è quello di continuare nell’opera di conservazione e valorizzazione delle peculiarità del sistema italiano, basato come sappiamo sul dono volontario, anonimo, gratuito, associato e organizzato. Un sistema che è stato in grado negli ultimi anni di raggiungere l’autosufficienza al 100% dei globuli rossi e che punta “a produrre 860 mila chili di plasma da consegnare nel 2021 alle industrie convenzionate con le Regioni per la produzione di medicinali plasmaderivati”.

Ci riusciremo? Probabilmente sì, visto che il trend di crescita del Piano nazionale plasma 2016-20 è stato finora rispettato. In vista del prossimo 14 giugno e del grande appuntamento internazionale che l’Italia avrà l’onore di organizzare, dobbiamo aspettarci comunque tantissimo impegno sulla promozione del dono periodico e sul ricambio generazionale, in modo da incrementare ancora di i 1700 pazienti al giorno trasfusi che Liumbruno ha citato come fiore all’occhiello del sistema italiano. I pazienti, appunto: ecco infine il tema su cui secondo noi bisogna insistere anche più di quanto ha fatto trasparire il presidente del Cns. È importantissimo secondo noi, per la salute pubblica e l’efficacia delle strategie comunicative, il coinvolgimento delle associazioni e delle testimonianze dei pazienti che beneficiano di emocomponenti e trasfusioni, ricevendo il dono della salute e talvolta della vita. Esplicitando sempre di più il forte legame che esiste tra il gesto semplice della donazione e i suoi effetti salvifici sui coloro i quali usufruiscono di quel gesto, si riesce a creare empatia, oltre a consapevolezza e benessere interiore per il donatore. Tutti stimoli decisivi per convincere il pubblico intraprendere questo cammino così ricco di soddisfazioni.

 

 

Dal Cns il bilancio del Programma nazionale plasma: bene con l’appropriatezza ma servono più donatori in concorso dei pazienti

plasma-volunteer-donation

Gli obiettivi del Piano nazionale plasma erano e sono molteplici, così come scrivemmo il 25 novembre del 2016, e sono riassumibili in cinque punti:

  1. Favorire il raggiungimento dell’autosufficienza ematica nazionale attraverso la promozione della raccolta.
  1. Ottimizzare le risorse secondo concetto di appropriatezza, ovvero secondo una visione paziente centrica che comporta una standardizzazione dell’utilizzo farmacologico dei prodotti plasmaderivati.
  1. Ribadire con forza l’efficienza del sistema basato sul conto lavoro attraverso la donazione volontaria e non remunerata puntando alla massima resa dei prodotti plasmaderivati, ovvero albumina, immunoglobuline polivalenti, fattore VIII, fattore IX, concentrati di complesso protrombinico e antitrombina.
  1. Individuazione di alcuni prodotti driver, che, secondo le indicazioni provenienti dal contesto europeo, sono, nell’ordine, immunoglobuline polivalenti, fattori della coagulazione e albumina.
  1. Favorire lo scambio tra regioni per ottimizzare i costi e rendersi indipendenti dalle oscillazioni del mercato commerciale.

Dal comunicato stampa pubblicato di recente dal Centro nazionale sangue, appare evidente che alcuni di questi obiettivi sono stati raggiunti, e che su altri sia ancora possibile migliorare. Per esempio, sul piano economico, “solo nel 2017, il primo anno di effettiva applicazione del Programma, emerge dal monitoraggio che tra minori acquisti sul mercato e scambi di medicinali tra Regioni sono stati complessivamente risparmiati oltre 7 milioni di euro che altrimenti sarebbero stati impiegati per reperire sul mercato i plasmaderivati”; un dato molto importante, che porta l’Italia in una zona privilegiata all’interno della quale il paese può dirsi indipendente dal mercato stesso, anche perché gli obiettivi di raccolta nelle stagioni successive (dal 2016 al 2018) sono stati sempre raggiunti, e anche la raccolta ottenuta in questa stagione nei primi 6 mesi dell’anno offre buoni motivi per essere ottimisti.

Certo, non bisogna mollare la presa, perché sia il risparmio corposo di risorse finanziarie, sia le quantità di plasma raccolte possono e devono migliorare, specie quando tutti i bandi interregionali per il conto lavorazione saranno conclusi e di conseguenza i processi industriali lavoreranno al massimo regime.

Ciò che urge ribadire con forza, così come abbiamo fatto su Buonsangue lo scorso 10 luglio e com’è stato ripreso dal portale Donatorih24 il 29 luglio in uno speciale approfondimento, è che il sangue e il plasma che raccogliamo sono fondamentali soprattutto per una categoria: la più importante di tutte ovvero quella dei pazienti.

Questo link, questo collegamento tra donatori e pazienti, che appare scontato quando è scritto e sottolineato a parole, spesso è dimenticato quando si deve prendere istintivamente la decisione di donare. In verità il legame assoluto tra donatore e paziente è un caposaldo d’acciaio, è l’unione indissolubile che rende magico ogni gesto di solidarietà. Tale legame nella pratica è reso astratto dall’anonimato del donatore, e dal fatto che non si dona per il bisogno stringente di un parente o di un amico ma per un ricevente bisognoso che non conosciamo, e che può trovarsi lontano da noi: questa astrazione, questa forma di consapevolezza, è però l’arma più potente, e quando entra in mente non esce più: chi dona sa bene che il suo gesto sta salvando una vita, chi fa una plasmaferesi sa bene che il suo plasma diventerà un farmaco salvavita per tutti coloro i quali, altrimenti, non potrebbero condurre una vita serena.

Ecco perché, negli anni a venire, bisognerà ancora migliorare: “una maggiore indipendenza dal mercato è “strategica” –  ha infatti spiegato il Cns – perché il mercato internazionale può avere temporanee carenze di alcuni prodotti (come segnalato dai pazienti alcune settimane fa) o anche andamenti discontinui, ad esempio se nuovi grandi compratori si affacciassero sulla scena, come potrebbe succedere per Cina e India “.

Cosa fare dunque per restare al sicuro? Lo ha detto Giancarlo Liumbruno, direttore del Cns: “Servirà aumentare la raccolta di circa 20mila chilogrammi entro il 2020, uno sforzo che è alla portata del sistema sangue italiano. Basti pensare che i nostri risultati sono ottenuti con 2,1 donazioni di plasma in media l’anno per ogni donatore che effettua questo tipo di donazioni (200.000 circa su un 1 milione e 700 mila donatori), una cifra largamente inferiore a quella di altri paesi. Per raggiungere i 20 mila chilogrammi in più basterebbe che in ogni centro di raccolta si facessero tre donazioni di plasma in più ogni settimana”.

Un piccolo numero, un grande passo verso la sicurezza dei pazienti.

Meeting di specialisti a Roma: per combattere le nuove malattie infettive che possono incidere sulla raccolta sangue, servono prevenzione, ricerca e collaborazione

Final-Cycle-wTitle-transparent

Il mondo cambia di continuo, si evolve sotto tutti i punti di vista e non di meno da quello sanitario. Aumentano le possibilità di cura per mali che tempo fa si credevano incurabili e allo stesso tempo emergono nuove malattie, virus che anno dopo anno per cause varie aumentano la loro incidenza nella vita di tutti i giorni.

I sistemi sanitari di paesi moderni come l’Italia, che occupano un posto di rilievo nella gestione della sanità mondiale, devono necessariamente lavorare all’avanguardia sulla prevenzione, ritagliandosi il ruolo di paesi guida e accentando tale responsabilità: ecco perché è stato molto importante, a Roma, il meeting organizzato in sinergia dal Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC) e dal Centro Nazionale Sangue, andato in scena ieri 9 aprile a Roma nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità, dal titolo “Pathogen Inactivation of blood and blood components”

Ricco il parterre, con rappresentanti dei principali stati dell’UE e anche degli Stati Uniti, e ricchi anche i contenuti. Lo scenario scientificamente accertato su cui si è discusso è abbastanza chiaro, e secondo gli esperti tutto parte dai cambiamenti climatici e dai flussi migratori, ovvero i fenomeni più discussi – troppo spesso con enorme superficialità – a livello politico e mediatico: tali fenomeni globali contribuiscono alla diffusione e all’affermazione di insetti prima non presenti in Europa, in grado di colpire un alto numero di persone e di mettere a rischio, dunque, l’attività dei donatori di sangue, col conseguente influsso sull’autosufficienza.

Come reagire? La risposta l’ha data Dragoslav Domanovic dell’ECDC: “La difesa principale è un buon sistema di sorveglianza, in cui i casi vengono trovati appena emergono e la notizia viene condivisa immediatamente con gli altri Stati e con noi, in modo da elaborare una strategia di reazione – ha spiegato l’esperto –  In caso di malattie per cui non ci sono test diagnostici le tecniche di riduzione dei patogeni possono essere una buona strategia per diminuire il rischio che il sangue e gli emoderivati destinati ai pazienti siano contaminati. Queste strategie sono state già raccomandate per il virus Zika e altri focolai di malattie, come Chikungunya, specialmente quando sono avvenuti in aree con un alto numero di potenziali donatori in cui la loro sospensione poteva creare carenze significative nelle scorte di sangue”.

Per quanto riguarda la situazione italiana si è espresso invece Giancarlo Maria Liumbruno, il direttore del Centro nazionale sangue, che ha spiegato in prima battuta come la tecnica di riduzione degli agenti patogeni non sia ancora praticabile in tutte le regioni. Tuttavia la prevenzione e l’approccio strategico esiste su malattie ormai diventate endemiche, come per esempio il West Nile Virus, per il quale anche per il 2019 è stato da pochissimo varato un vero e proprio Piano nazionale integrato di sorveglianza, che si può consultare integralmente a quest indirizzo web:

Piano nazionale integrato di sorveglianza e risposta ai virus West Nile e Usutu – 2019 

Per tutto il 2018, su Buonsangue abbiamo seguito l’evoluzione dei numeri del West Nile: numeri importanti che hanno mostrato come questa malattia sia diventata endemica. Come sempre però, conoscenza e misure di prevenzione, monitoraggio e informazione possono aiutare a limitare i danni. Ecco, a tal proposito, il vademecum del Centro nazionale sangue che spiega come ridurre i rischi di diffusione a livello istituzionale:

West Nile Virus, come ridurre il rischio di diffusione

E’ importante mettere immediatamente in opera gli interventi diretti alla riduzione del rischio di diffusione:

  • azioni di controllo dei vettori
  • azioni di informazione, per prevenire le punture di zanzare, mirate sia alla popolazione che alle persone più a rischio, quali gli anziani, le persone con disordini immunitari, le persone affette da alcune patologie croniche quali tumori, diabete, ipertensione, malattie renali e le persone sottoposte a trapianto
  • corretta gestione del territorio con azioni di risanamento ambientale, per eliminare i siti in cui le zanzare si riproducono e ridurne la densità, sia in aree pubbliche che private.

Gli interventi di risanamento ambientale possono comprendere, fra l’altro:

  • manutenzione delle aree verdi pubbliche.
  • pulizia delle aree abbandonate.
  • eliminazione dei rifiuti per evitare la presenza di contenitori, anche di piccole dimensioni, contenenti acqua.
  • drenaggio.
  • canalizzazione.
  • asportazione o chiusura di recipienti.

A livello personale, invece, bisogna stare attenti soprattutto ai viaggi, e controllare, prima di partire, la pagina dedicata alle malattie infettive sul sito del CNS.

La raccolta plasma cresce nel 2018. Raggiunti i risultati sperati. I commenti di Liumbruno e Briola

news2-2y27ywwtpnn9nblfzihtz4

Dal Centro nazionale sangue arrivano finalmente i dati completi sulla raccolta plasma 2018, e c’è subito una bella notizia. È importante sottolineare infatti l’aumento di circa 4 mila chili di plasma sul totale complessivo rispetto al 2017, per una raccolta di 839.535 chilogrammi.

Un risultato che il CNS ha commentato con soddisfazione nel comunicato stampa pubblicato mercoledì 13 febbraio, e che si mantiene in linea con le previsioni 2018 contenute nel Piano nazionale plasma 2016-2020, al fine di raggiungere l’obiettivo principe dell’autosufficienza. L’effetto conseguente, è continuare con successo il percorso verso l’indipendenza del mercato nordamericano, che come abbiamo potuto approfondire su Buonsangue lo scorso lunedì 11 febbraio, è notoriamente il più grande del mondo e allo stesso tempo il più controverso.

Nella figura in basso, è possibile constatare come si sono comportate le regioni italiane rispetto agli obiettivi del PNP, e in particolare in che percentuale l’obiettivo contenuto nel piano è stato portato a compimento.

Come si vede, sono moltissime le regioni che hanno toccato quota 100%, e numerose quelle che lo hanno addirittura superato. In questo senso spiccano il Lazio, la Puglia e la Sicilia, anche se non mancano regioni rimaste lontane dal proprio punto di pareggio. Da migliorare, per la prossima stagione, le performance di Molise (74%), Basilicata (83%), Campania (835), e Umbria (89%).

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018 (1)

Fig. 1

Se invece studiamo le regioni in base al risultato del 2017, i maggiori aumenti si verificano nel Lazio (+7,4%), Umbria (+5,8%), Valle d’Aosta (+5,4%) e in Sicilia (+4,5%). Tra le regioni più in difficoltà si segnalavano invece il Molise, con un calo del 24% rispetto al 2017, la Calabria (-6,4%) e la Sardegna (-2,6%).

In questi territori bisognerà spingere il pedale dell’acceleratore.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018

Fig. 2

“I risultati ottenuti dal sistema italiano, che a differenza di quelli di paesi come Usa e Germania anche per il plasma si basa sulla donazione totalmente volontaria e non remunerata, sono notevoli, e ci permettono di garantire più del 70% del fabbisogno per tutti i plasmaderivati necessari ai pazienti italiani “- ha commentato il direttore del Centro nazionale sangue Giancarlo Maria Liumbruno, e a ruota, anche il presidente di Avis Nazionale Briola, nel ruolo di coordinatore protempore del CIVIS, ha illustrato i risultati, sottolineando il centralissimo ruolo delle associazioni nel processo di raccolta. Sia in chiave quantitativa “Lavoriamo insieme al CNS – ha spiegato Briola – e alle altre istituzioni sanitarie affinché i donatori percepiscano che ogni tipologia di donazione, a seconda delle necessità di programmazione e delle caratteristiche del donatore, è importante per i nostri malati. Per conseguire questi obiettivi, tuttavia, è fondamentale che il sistema trasfusionale sappia organizzarsi in modo efficace, incentivando le aperture pomeridiane e sopperendo a quelle situazioni di carenza di personale che esistono in alcune zone d’Italia”, sia in chiave qualitativa, ovvero garantendo che in Italia il sistema sangue si mantenga etico e solidale, giacché “i farmaci plasmaderivati sono una risorsa per il Paese e devono rimanere patrimonio pubblico”.

Ora sotto con il 2019, e con i nuovi obiettivi da inseguire.