Pfas in Veneto, un nuovo capitolo difficile: la conferenza stampa dell’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente

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La situazione dell’inquinamento da Pfas in Veneto (acidi utilizzati nei processi industriali e poi liberati per anni nel suolo e nelle falde acquifere), è un tema che seguiamo ormai da diversi anni perché strettamente legato non solo alla questione ambientale ma anche a quella trasfusionale: tema che si arricchisce di una nuova tappa importante, caratterizzata da accadimenti tutt’altro che positivi.

C’eravamo lasciati lo scorso 6 dicembre con l’inasprimento della situazione politica e le dichiarazioni del consigliere regionale Cristina Guarda (Civica per il Veneto) che aveva accusato la giunta veneta capitanata da Zaia di non occuparsi del problema, proprio mentre una durissima puntata di Report su Rai3 informava in un servizio molto dettagliato sulle moltissime zone d’Italia colpite da questa forma di inquinamento perniciosa.

Poi, proprio lo scorso venerdì, su Repubblica, è arrivata la notizia della conferenza stampa alla camera dei deputati dell’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (Isde), la quale ha definito la situazione “una delle emergenze sanitarie ed ambientali più gravi che il nostro Paese abbia mai dovuto affrontare”.

Come noi sappiamo bene, tra le poche contromisure prese sul territorio vi è quella della plasmaferesi inteso come processo di ripulitura del sangue, una misura sperimentale, e infatti oltre a essere profondamente pessimista sulle pratiche passate, l’associazione dei medici sembra esserlo anche sul futuro. La necessità impellente segnalata dai medici è infatti quella di “una Legge Nazionale che obblighi a dosare le Pfas prima che i fanghi di depurazione siano sparsi sui terreni agricoli come fertilizzanti, studi epidemiologici ben fatti a disposizione della comunità scientifica e che il limite di Pfas nell’acqua sia pari a zero”.

Misure nette, che mal si sposano con l’immobilità o la tendenza a temporeggiare della politica, ferma e impegnata a palleggiarsi nel solito ping-pong di responsabilità. Mentre la popolazione che rischia di essere infettata da sostanze nocive è cospicua, a fronte di controlli insufficienti.

Secondo i medici infatti “il piano regionale di controllo sanitario non può essere considerato tale poiché partecipa solo il 60% dei 70.000 invitati, ed esclude i soggetti sotto i 10 e sopra i 65 anni, donne in gravidanza e neonati”: numeri che come abbiamo spiegato in passato rischiano di influire anche sulla possibilità di diventare donatori di sangue, in una regione densamente popolata come il Veneto e in altre zone del territorio fortemente inquinate. Una situazione complessa che al più presto dovrà essere affrontata di petto, con tempestività e visione.

 

 

Situazione PFAS in Veneto, studi dimostrano danni all’apparato riproduttivo in donne e uomini. La Regione ci riprova con la plasmaferesi pulitrice

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In Veneto esiste una vicenda legata all’inquinamento da PFAS che va avanti da ormai due anni. Su Buonsangue ne abbiamo palato spesso, aggiornando i lettori a ogni nuova notizia rilevante, ma prima di dedicarci all’attualità, e approfondire la situazione attuale, è bene ricordare cosa sono gli PFAS, e in che modo complicano e non di poco la vita dei territori che sono colpiti da questa forma di contaminazione.

Secondo ARPAV Veneto (ovvero l’Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione ambientale), gli PFAS sono sostanze chimiche che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comuneutilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa.

Purtroppo però gli PFAS hanno enormi controindicazioni per ciò che riguarda la questione ambientale, poiché sono a tutti gli effetti “inquinanti persistenti”, sostanze che finiscono per accumularsi nell’ambiente, colpendo soprattutto le falde acquifere e nelle acque destinate anche al consumo, divenendo dunque elementi molto pericolosi per il corretto sviluppo della catena alimentare.

Anni di grande trascuratezza rispetto alla questione ambientale, hanno fatto sì che il Veneto sia una delle terre più colpite dagli PFAS, e in particolar modo le criticità più rilevanti si hanno nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Una situazione molto delicata, perché negli anni è emerso che i soggetti più colpiti dall’effetto potenzialmente cancerogeno degli agenti inquinanti sono soprattutto i ragazzi, mentre i cittadini che complessivamente rischiano di essere colpiti sono più di 800 mila secondo una ricerca di Greenpeace.

In questi giorni sono arrivati i risultati di nuovi studi, che non promettono niente di buono. Gli PFAS, infatti, secondo la ricerca dell’Università di Padova guidata dal professor Carlo Foresta, oltre a inquinare il sangue dei cittadini colpiti, tendono a ostacolare il corretto funzionamento degli ormoni femminili, provocando “alterazioni del ciclo mestruale, endometriosi, e difficoltà dell’endometrio ad accogliere l’embrione”, e in altre parole mettendo a rischio la fertilità.

Sono moltissimi i media che ne hanno parlato della gravità della situazione, a cominciare dal Corriere del Veneto, per proseguire con il Giornale di Vicenza, che ha sottolineato anche la correlazione esistente con l’aumento del rischio aborto e i danni creati all’attività riproduttiva dei maschi. Questioni di grande presa anche per gli organi di stampa d’ispirazione cattolica come La difesa del popolo, giornale della diocesi di Padova.

Come rispondono le istituzioni venete? Come già documentammo il 20 dicembre 2017, il piano d’intervento della giunta regionale è basato sulla plasmaferesi, ovvero sulla “pulizia” del sangue degli individui colpiti, un procedimento che tuttavia non è ancor accreditato dal punto di vista scientifico.

La Regione Veneto tuttavia insiste, e si affida a uno studio del professor Santo Davide Ferrara, medico a capo della Scuola regionale di Sanità pubblica, e autore di studio che dimostra come la plasmaferesi di pulizia non presenti effetti collaterali o controindicazioni rilevanti, riuscendo a eliminare più di un terzo della quantità di PFAS presenti nel sangue. «Abbiamo mandato una relazione al ministero e all’Istituto superiore di Sanità — ha dichiarato il dotto Ferrara — finora nessuna risposta».

Una situazione difficile, delicata, in cui la soluzione trovata dalle autorità locali, al di là della sua reale efficacia, appare tardiva e lontana dalla risoluzione del problema. Un terreno di prova sul quale la giunta Zaia ha il dovere di dare risposte più efficaci rispetto a quelle date finora, per evitare che il danno, come spesso accade, ricada soprattutto sui cittadini.