La Gara del Veneto sarebbe stata possibile con il nuovo codice unico degli appalti?

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Su Buonsangue.net abbiamo parlato molto della gara d’appalto per l’apertura alla libera concorrenza nel mercato della lavorazione del plasma. La gara, lo ricordiamo, era stata bandita dall’aggregazione regionale guidata dal Veneto (+ Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Valle d’Aosta, e le Province Autonome di Trento e Bolzano). L’appalto se lo è aggiudicato l’azienda australiana CSL Behring, che curerà il servizio per i prossimi cinque anni con la possibilità di rinnovo per un ulteriore biennio. Il governatore del Veneto e la sua amministrazione si sono vantati pubblicamente di aver compiuto un grande passo nell’economia della gestione pubblica.

Ma è davvero così?

L’evento, che ha un po’ scombussolato un certo ordine virtuoso per il sistema sangue italiano, ha suscitato molti dubbi tra numerosi operatori del settore, i quali si sono chiesti se il passaggio alla libera concorrenza “global” con il coinvolgimento di multinazionali straniere non comporti dei rischi. Per esempio quello di minare i criteri di qualità e sicurezza del servizio nel quadro di un’autosufficienza ematica che in Italia, negli ultimi anni, si era raggiunta e mantenuta con standard piuttosto alti.

Questi stessi dubbi, sono anche quelli di Buonsangue. Entrando nel merito dell’accordo, e studiandone a fondo i vari aspetti, ciò che non ci convince riguarda due  elementi principali.

1) Nei criteri che hanno determinato la scelta definitiva a favore dei CSL Behring, la percentuale d’incidenza riservata al risparmio economico a discapito della qualità è stata fin troppo netta: 90% di incidenza del fattore risparmio, e solo 10% d’incidenza del fattore qualità. Se fosse un match calcistico, il risultato sarebbe 9-1: davvero un confronto squilibrato! Purtroppo qui non si parla di calcio ma della salute dei cittadini.

2) Il contratto prevede soltanto due prodotti plasmaderivati che dovranno essere garantiti, ovvero albumina e immunoglobuline. Per tutti gli altri prodotti accessori (importanti per la completezza del servizio sanitario) viene lasciata discrezionalità all’azienda, con conseguente necessità di reperirli sul mercato con ulteriore spesa. Questo significa che il famoso risparmio già comincia a essere un po’ meno brillante rispetto a quanto viene celebrato e decantato.

La domanda che nasce spontanea allora è: se la gara d’appalto fosse andata in scena dopo il 18 aprile, ovvero dopo la data di pubblicazione del Nuovo Codice Unico degli Appalti che vieta espressamente di accettare le offerte a maggior ribasso (Link), la gara guidata dalla Regione Veneto si sarebbe svolta (e conclusa) nello stesso modo?

Il sistema sangue, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non è un mondo equiparabile a qualsiasi altro mercato.Autosufficienza ematica come obiettivo strategico primario e qualità del servizio sanitario dovrebbero essere priorità condivise da tutti gli operatori, senza se e senza ma.  E soprattutto senza i giochi politici di autocelebrazione a cui si è assistito sulle colonne di alcuni giornali veneti.

2 thoughts on “La Gara del Veneto sarebbe stata possibile con il nuovo codice unico degli appalti?

  • Alfredo Roccia
    luglio 11, 2016, 10:20 am

    Io continuo a pensare che affidare a una multinazionale australiana la raccolta e lavorazione del plasma italiano sia una di quelle cose che ha senso solo perché soddisfa interessi – magari tutti legalissimi – di politici e amministratori pubblici ma che non ha alcun senso se si pensa alla salute degli italiani e all’autosufficienza del sistema sangue del nostro paese.Anche perché mi risulta – ma forse lei può dirmi di più – che in Australia nessuna azienda straniera può sognarsi di fare lo stesso. O sbaglio?

    • giancarloliv
      luglio 11, 2016, 1:47 pm

      Gentile Alfredo, ha ragione: esiste di certo un interesse politico che va a braccetto con la demagogia secondo cui il risparmio è sempre sinonima di buona amministrazione. Ma nel sangue bisogna stare attenti, un’apertura selvaggia comporta dei costi (e non riferisco a costi di natura economica) a livello di qualità del servizio sanitario che bisognerebbe evitare a monte. In Australia il mercato non è del tutto liberalizzato, e anche nei paesi di provenienza delle poche multinazionale che si occupano di plasmaderivati, le aziende operano in sostanziale monopolio.

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