In fatto di sangue il problema non è il fattore economico, ma la voglia di fare troppa economia…

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Nei giorni scorsi, molti utenti che attraverso Buon Sangue si stanno avvicinando ai temi complessi dell’autosufficienza ematica,  (criteri di raccolta di materiale biologico e trattamento e produzione di emoderivati) si sono un po’ allarmati nell’apprendere che, anche su una materia prima “speciale” come il sangue, il cui ciclo si basa sul dono e sulla volontarietà, possano girare interessi economici. Tuttavia l’indignazione di riflesso o la tendenza a semplificare troppo come “marcio” un sistema che invece in Italia è stato e potrebbe restare per molti anni uno dei più efficienti del mondo, non aiuta a capire le vere problematiche.

Il fattore economico è totalmente radicato nelle società moderne, perché su di esso si basa l’intera organizzazione sociale, che consta di retribuzioni, investimenti e servizi fondamentali che hanno un costo. E dulcis in fundo, il fattore economico è determinate anche per la ricerca, che consente di elaborare tecniche sempre migliori e produttive per assicurare che i prodotti emoderivati siano sempre più sicuri e di alta qualità. Anche il fatto che i sistemi sanitari nazionali si affidino ad aziende private, non comporta alcuno scandalo: è l’assoluta normalità; ragioni storiche e politiche hanno fatto sì, nel corso degli ultimi decenni anni, che il know-how e la maggior efficienza nella lavorazione della materia biologica si sviluppasse in dimensione privata.

La vera questione è tuttavia un’altra, e riguarda l’approccio e il metodo con cui nel sistema sangue si prendono le decisioni a livello di governance regionale (come nel caso del nuovo NAIP guidato dal Veneto): tener conto del fattore economico è un obbligo, ma puntare principalmente al risparmio a discapito della qualità del servizio è ben altra cosa…

2 thoughts on “In fatto di sangue il problema non è il fattore economico, ma la voglia di fare troppa economia…

  • Alfredo Roccia
    luglio 6, 2016, 1:50 pm

    Ho seguito la vicenda del Veneto alla quale fai riferimento. Ho letto anche alcune dichiarazioni di politici e di responsabili di associazioni dei donatori. Personalmente ho l’impressione che la decisione di affidare a una multinazionale straniera (australiana, neanche europea!) sia figlia di calcoli politici che con la salvaguardia del pazienti non ha molto a che spartire. Chi vivrà vedrà, ma intanto il ‘percorso del sangue donato e i relativi controlli diventano più complicati e meno sicuri. Senza contare tutta la questione degli emoderivati fondamentali per molti pazienti. Non lo so, ma tutta questa partita mi sa di vecchia politica, la stessa che ha portato questo paese – più volte – sull’orlo della catastrofe. E Dio non voglia che si butti all’aria anche il sistema sangue nazionale, una delle poche cose che negli ultimi decenni ha funzionato davvero.

    • giancarloliv
      luglio 7, 2016, 9:05 am

      Alfredo, la scelta dell’aggregazione regionale guidata dal Veneto è senz’altro molto discutibile, per ragioni di resa, di sicurezza, e non di meno, di metodo. Una gara così sbilanciata sul risparmio economico (peraltro tutto da dimostrare) rischia di minare una pulizia di intenti in tutta la filiera che finora è stata la vera forza del sistema trasfusionale.

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