Il dono del sangue dei cittadini migranti è sempre una buona notizia: i numeri positivi a Fucecchio, in Toscana, grazie al lavoro di Fratres

001docdocFucecchio2 (1)

In Toscana, da una cittadina in provincia di Firenze, Fucecchio, poco più di ventimila abitanti, arriva un bel segnale di integrazione che ci sembra giusto segnalare come caso virtuoso. E non si tratta soltanto delle più di mille donazioni ottenute in un anno dal gruppo Fratres cittadino, un numero comunque importante, ma soprattutto il numero dei nuovi donatori periodici che sono entranti nel gruppo nel 2019, ben 57, di cui addirittura 10 sono immigrati da altri paesi.

È proprio quest’ultimo l’aspetto che ci preme sottolineare: in un sistema trasfusionale nazionale che possa e debba pensare a garantire qualità e sicurezza nei servizi che offre, è bene che un numero rilevante di cittadini stranieri corrisponda a una quota altrettanto rilevante di donatori stranieri.

Tempo fa, nel 2017, avevamo pubblicato lo studio di Simone Benedetto, un giovane donatore laureato in medicina, studio incentrato sull’indagine degli scenari del dono che riguardano i cittadini migranti. Il suo scopo era stato partire da basi mediche, analizzando le caratteristiche dei gruppi sanguigni dei cittadini stranieri, al fine di comprendere in che modo il fenomeno dei flussi migratori possono incidere nei meccanismi trasfusionali.

Quello che emerso dallo studio in questione, è che un equilibrio tra gruppi sanguigni in misura alla loro diffusione è auspicabile, per via delle particolarità di nome “missing minorities” citate in un articolo scientifico del 2014, combinazioni genetiche particolari che secondo lo studio di Benedetto  fanno sì che alcuni soggetti “pur risultando di un determinato gruppo sanguigno, possiedono caratteristiche tali da non poter essere trasfusi da una normale sacca dello stesso gruppo, in quanto la loro particolare composizione genetica genera problemi di compatibilità. (…) missing minorities, che, essendo dei casi estremamente rari, saranno ancora più difficili da reperire in una popolazione circoscritta e con un minor tasso di donazione come è quella degli immigrati. Anche per questo motivo la sensibilizzazione degli stranieri al dono aiuterebbe a trovare più soggetti appartenenti a missing minorities in modo da poter soddisfare il diritto alla salute di chi purtroppo non può ricevere le normali sacche di sangue”.

Coinvolgere i donatori stranieri, insomma, è importante oggi come lo era allora, per motivi strettamente clinici e per motivi culturali. Immaginiamo pochissime altre attività profondamente inclusive come il dono de sangue, che avviene nel nome di una condivisione assolutamente libera, disinteressata e volontaria, emancipandosi da qualsiasi motivazione che non sia strettamente il bene della comunità in cui si vive.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *