Dallo studio all’appalto, un salto da canguri

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Sappiamo ormai bene che il sistema sanitario nazionale celebra l’autosufficienza ematica come un valore e un asset fondamentale per il Paese (dall’articolo 1 della Legge 219/2005 all’opinione condivisa di tutti gli addetti ai lavori).

“Come” raggiungerla, è invece materia di discordia, specie sul grado di ingerenza che deve o non deve concedere al libero mercato. In quest’ottica è interessante scoprire come non più di due anni fa, nel 2014, l’Università Bocconi di Milano elaborò uno studio in cui la strada verso l’autosufficienza fino ad allora praticata dall’Italia, veniva messa in discussione con una serie di analisi e di contributi scientifici ovviamente adeguati al nome e al prestigio dell’istituto milanese.

Quello della Bocconi è uno studio molto interessante e per questo ci pare opportuno segnalarlo (ecco il link), anche perché le sue conclusioni (la necessità dell’apertura al mercato per la produzione dei farmaci emoderivati e la lavorazione del plasma) sono alla base di timori e incertezze di molti operatori emerse all’incontro tra le Associazioni dei donatori di tutta Italia svoltosi a Mestre il 25 giugno. Della serie “la concorrenza è sempre positiva e aiuterà a migliorare le rese e i prezzi”. Ma il sangue non è un prodotto come gli altri. Non è uno sturalavandini o la candeggina.

Ora, a me questa disinvoltura pare stupefacente visto che l’autosufficienza del sangue è oggettivamente un indice di solidità, di forza e di benessere di un Paese.

Allora ho voluto approfondire.

E’ così emerso un altro dato interessante: lo studio della Bocconi fu finanziato anche grazie al “grant incondizionato” di alcune aziende del settore pharma, tutte estere, tutte con forti interessi a crescere nel mercato italiano. Tra queste anche l’australiana CSL Behring, la stessa che recentemente ha acquisito il capitolato d’appalto della Regione Veneto (con Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Valle d’Aosta, e le Province Autonome di Trento e Bolzano).

Senza voler ovviamente stabilire alcun collegamento diretto tra la fase di “studio bocconiano” e quella di “business da appalto pubblico” (c’è oggettivamente un salto), bisogna però osservare che la multinazionale australiana a suo tempo è stata quantomeno lungimirante: ha co-finanziato uno studio che ha confermato l’opportunità di aprire il mercato italiano del sangue a operatori stranieri. Un’opportunità presto concretizzata con l’aggiudicazione della gara guidata dal Veneto. Certo, un bel salto: roba da canguri, mica da tutti.

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