Il dono “non remunerato” una nozione che può essere equivocata. E la commissione internazionale che ne ha chiarito i confini

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Come abbiamo scritto nel nostro resoconto completo dello scorso 28 ottobre, uno dei momenti più sostanziali dell’importante convegno Fiods svoltosi a Roma venerdì 25 ottobre è stato il dibattito sulle tipologie di donazione, e sull’ambiguità della definizione “donazione non remunerata”.

Sappiamo bene che in Italia la cultura associativa in voga da ormai moltissimi anni, e la particolare situazione interna grazie a cui il 78% dei donatori italiani sono periodici e più del 90% sono associati garantisce una condivisione totale dei principi etici sulla donazione, che è contemplata soltanto come donazione gratuita, anonima, volontaria, associata e organizzata. Ma sappiamo anche che a livello internazionale non sempre e così. In America per esempio, come chi legge il blog sa molto bene, la raccolta plasma a pagamento è una pratica molto utilizzata, tanto che il New York Times vi ha dedicato una lunga inchiesta che abbiamo analizzato e sviscerato a fondo.

Ma è proprio sulla definizione di “donazione non remunerata” utilizzata anche dalla World Healt Organization che è necessario soffermarsi, perché naturalmente si tratta di una definizione non immune ad alcune interpretazioni ambigue che sono oggetto di dibattito internazionale. Come hanno spesso ricordato nel corso di questi anni gli ambienti associativi, o molte autorità del sistema sangue italiano come Giancarlo Liumbruno direttore del Centro nazionale sangue, Maria Rita Tamburrini o Claudio Velati, ormai le voci dissonanti sul concetto di donazione etica completamente gratuita hanno guadagnato spazio in modo più aggressivo, e provano a interpretare gli eventuali punti deboli del sistema basato sulla non remunerazione come spazi per insinuare la dicotomia tra disponibilità di sangue e maggior sicurezza, insistendo sul fatto che se portare i donatori nei centri trasfusionali dovesse risultare in futuro sempre più difficile, allora evitare la donazione a pagamento potrebbe risultare difficile, con in gioco la tutela dei pazienti.

Come già accennato, inoltre, sotto osservazione è il concetto di donazione “non remunerata”, un’espressione che lascia intendere la possibilità che ai donatori venga concesso almeno un rimborso o qualche altro riconoscimento in valore. Al convengo di Roma è stata nominata, per esempio, la giornata di lavoro retribuita in caso di riposo quando si va a donare, che in Italia è legge, un diritto al quale i donatori italiani – ha specificato Giancarlo Liumbruno ­– hanno praticamente rinunciato da tempo, perché vanno a donare in massa nei giorni di festa. La posizione delle istituzioni, che si tratti di associazioni di donatori o di professionisti, insomma, rimane molto netta: nessuna apertura a forme di rimborso, a remunerazioni mascherate, o a premi, anche perché ogni breccia alla gratuità significherebbe iniziare un cammino pieno di insidie.

Per definire meglio la donazione “non remunerata” le istituzioni internazionali hanno però istituito una commissione, che a partire dall’articolo 21 della Convezione di Oviedo per la protezione dei Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazioni della biologia e della medicina, aveva il compito di ampliare e definire più nel dettaglio il senso della “non remunerazione”.

Il lavoro della commissione, nella quale per l’Italia era designato Carlo Petrini dell’Istituto superiore di sanità, ha generato alcuni punti chiave per dare le linee guida.

Eccoli qui:

  1. La donazione del sangue deve essere volontaria e non deve essere accompagnata da nessuna forma di pagamento. La nozione di “non remunerazione” non esclude la possibilità di elargire legittimi rimborsi ai donatori. Occorre stabilire un preciso confine tra legittime forme di rimborso (per spese sostenute o per mancati guadagni) per i donatori e qualsiasi beneficio (non solo finanziario) associato alla donazione. Il rimborso deve essere rigorosamente limitato ai costi sostenuti o ai mancati guadagni direttamente associati alla donazione. Non si deve escludere la possibilità di indennizzo per eventuali danni attribuibili alla donazione.
  1. Non sono ammissibili, in nessuna forma, compensi per “inconveniences” correlate alla donazione. La nozione di “inconveniences” potrebbe mascherare un reclutamento di volontari in caso di carenze e di conseguenza uno sfruttamento di gruppi vulnerabili.
  1. Eventuali ricompense non devono mascherare forme di pagamento. Pertanto non devono avere valore monetario e non devono essere trasferibili ad altre persone.
  1. Agevolazioni (commerciali, tariffarie, culturali, ricreative, sportive, turistiche, sanitarie) elargite in connessione all’attività della donazione sono incompatibili con i criteri di gratuità e assenza di profitto. Premi e riconoscimenti associativi per i volontari al fine di rafforzarne il legame associativo e di riconoscere l’impegno teso alla realizzazione degli obiettivi sono ammissibili purché di valore modico e non connessi in alcun modo a un singolo atto di donazione.

 

I confini, pertanto, sono abbastanza netti. E come hanno specificato i molti rappresentati del sistema trasfusionale italiano presenti a Roma, dovranno essere rispettati. L’approccio in questo caso è tutto: è sbagliato pensare che disponibilità e sicurezza (valore quest’ultimo garantito dalla donazione gratuita, periodica e volontaria) siano obiettivi alternativi. La sfida per il futuro semmai sarà di ottenerli insieme attraverso lavoro, sensibilizzazione e impegno condiviso.

Il 14 giugno Giornata Mondiale del donatore. Alla scoperta di una campagna mediatica che fa discutere

Si avvicina il World Blood Donor Day 2017, che cadrà il 14 giugno. Su Buonsangue, nei prossimi giorni, proveremo a raccontarvi le iniziative speciali che saranno organizzate in Italia e all’estero in occasione di una ricorrenza importantissima per tutto il mondo dei donatori e non solo.

Sul sito della World Health Organization http://www.who.int/campaigns/world-blood-donor-day/2017/en/ è già stata lanciata la campagna mediatica per l’anno in corso, eccola qui:

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La campagna WBDD 2017

Quattro immagini: nell’ordine, con un protagonista raffigurante l’area asiatica, poi quella africana, quella euroamericana e infine quella mediterranea. Tutti tengono in mano una goccia di sangue. Alle loro spalle, quattro sfondi diversi che rappresentano scenari disastrati e d’emergenza: il salvataggio di un bambino, una presunta esplosione con una ragazza ferita, un’evacuazione in città e un disastro ferroviario. In alto, prima bianco poi rosso sangue il claim, che dice: “Non aspettare fino a che i disastri colpiscono. Cosa puoi fare? Dona sangue. Dona ora. Dona spesso”.

 Sorprende un po’, in controtendenza con la campagna molto rassicurante dello scorso anno, la scelta dell’Organizzazione mondiale della Sanità di affidarsi a ciò che nel gergo pubblicitario si chiama shockvertising https://it.wikipedia.org/wiki/Shockvertising, ovvero un messaggio basato su immagini forti che puntano a suscitare nel pubblico emozioni pregnanti come ansia e paura, molle che poi dovrebbero ispirare e motivare l’azione riparatoria.

Una scelta che pagherà? Difficile dirlo.  È probabile che chi ha pensato la campagna abbia voluto sensibilizzare il pubblico servendosi di un sentimento condiviso che nasce dall’attualità, vista la ricorrenza e la rapidità con ormai gli episodi tragici entrano ed escono dalle nostre vite. Eppure, sebbene il claim sia secco e diretto e riesca a convogliare un messaggio necessario per la cultura del dono, proprio nell’interazione tra testo e immagini si trova il punto debole di questa campagna. Nell’immediatezza può sviare. Guardando le immagini con la velocità di fruizione a cui siamo abituati, senza la riflessione comparata tra testo e immagine, il messaggio che rischia di arrivare è proprio quello contrario: ovvero di essere pronti a donare quando l’emergenza lo richiede.

È ormai noto, inoltre, che la comunicazione odierna più efficace, soprattutto sui social media, e quella che offre la possibilità agli utenti di condividere messaggi positivi, e che in larga parte si serve dell’ironia. Una considerazione condivisa, come abbiamo testimoniato in occasione dell’assemblea generale Avis a Milano, anche da un grande esperto di pubblicità sociale come Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso http://www.buonsangue.net/eventi/assemblea-generale-avis-milano-presidente/. Nel suo intervento nella giornata d’apertura, Contri, proprio parlando di campagne delicate come quelle sui temi “pesanti” come dono del sangue o violenza delle donne, ha sottolineato con forza l’importanza di riuscire a innescare il meccanismo della viralità, l’unico che risulta davvero efficace.

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La campagna WBDD 2016

copriremo nei prossimi giorni se le associazioni di donatori italiane e straniere sceglieranno di assecondare la campana della WHO o se prepareranno iniziative mediatiche proprie; ma intanto è bene ricordare che il messaggio profondo di ogni campagna sul dono, qualunque essa sia, è sempre lo stesso: il sangue serve sempre, e un gesto semplice come il dono può essere d’importanza enorme per ciascuno di noi.