Il Veneto e i diritti dei lavoratori: sull’indennità ai donatori di sangue una grave mancanza

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A volte si leggono notizie che lasciano abbastanza interdetti. Negli incontri pubblici tutti gli attori politici chiamati in causa riconoscono l’importanza della donazione di sangue, e ognuno si dichiara pronto a fare la propria parte, sempre si fanno discorsi di principio su quanto il sangue sia importante in quanto bene della comunità, e poi? E poi si viene a scoprire che appena subentra la questione economica non si rispettano nemmeno le regole assodate e certificate.

È questo il caso dell’ente Veneto Agricoltura Avisp, ente strumentale della Regione Veneto, che come leggiamo su Vicenza Report non riconosce ai propri forestali donatori di sangue l’indennità per la giornata lavorativa, in contrasto a ciò che è stabilito dal decreto 18 novembre 2015, nel quale sono chiarite le “modalità di erogazione del contributo in caso di inidoneità alla donazione”. Il decreto si riallaccia alla legge n. 219 del 21 ottobre 2005, che regola la “nuova disciplina delle attività trasfusionali e della produzione nazionale”, normativa che ha garantito la retribuzione anche ai lavoratori dipendenti giudicati inidonei alla donazione di sangue e di emocomponenti se iscritti regolarmente all’Inps, “limitatamente al tempo necessario all’accertamento della predetta inidoneità e alle relative procedure”.

Ecco allora la lettera scritta da Maria Teresa Turetta, sindacalista del CUB Veneto (Confederazione di base unitaria) e diretta ai vertici della giunta regionale, nel tentativo di ripristinare la gestione a norma di legge del problema.

Da mesi la Cub sta chiedendo a Veneto Agricoltura – Avisp il riconoscimento economico in busta paga della giornata di riposo in occasione della donazione del sangue degli operai forestali assunti a tempo determinato. Stiamo parlando di centinaia di lavoratori che fortunatamente si prestano ad una forma di solidarietà concreta che salva vite umane, ma che viene scoraggiata da Veneto Agricoltura in quanto le giornate del prelievo non sono riconosciute in busta paga.

Gli uffici preposti non rispondono in forma scritta, pur avendo noi inviato le circolari e le disposizioni pubblicate a questo riguardo dall”Inps. Un affronto inaccettabile, sia in termini di mancanza di rispetto dei lavoratori e di chi li rappresenta, che nei confronti di chi deve la vita a quel sangue donato. Una mancanza di sensibilità grave e inaccettabile al tempo stesso, soprattutto perché proviene da una delle maggiori istituzioni pubbliche del Veneto.

Chiediamo quindi un intervento diretto da parte della Regione Veneto nei confronti di Veneto Agricoltura – Avisp, al fine di riconoscere al più presto quanto dovuto, per la donazione del sangue, ai lavoratori operai forestali assunti a tempo determinato.

Maria Teresa Turetta – Cub Veneto

Fa specie che tali mancanze nei confronti di lavoratori che, come ricorda giustamente la Turetta, chiedono solo di esercitare un semplice diritto dopo aver compiuto un gesto di assoluta importanza per la comunità intera, vengano da un ente controllato da una giunta regionale della Lega, che ha come leader nazionale un politico donatore solito a ribadire di avere molto a cuore le vicende del sistema sangue e dei suoi interpreti. Sarebbe opportuno che Matteo Salvini intervenisse con i suoi dirigenti regionali in Veneto, affinché la collaborazione tra istituzioni, associazioni e cittadini non sia solo una bella favola da raccontare nelle occasioni di rappresentanza, per poi svanire nel nulla quando esistono dei problemi concreti. Anche perché la regione Veneto non è nuova a mostrarsi molto interessata alla questione economica a discapito della qualità dei servizi. Basti pensare a come è stata gestita la gara per il frazionamento industriale del plasma pubblico, questione che ha suscitato molte polemiche tra i donatori veneti in virtù dei criteri di aggiudicazione scelti dalla Regione: 10% qualità e 90% prezzo.

Ora a essere vessati dalle politiche della giunta veneta non è la qualità del servizio sulla plasma-lavorazione, ma sono i lavoratori donatori. Noi di Buonsangue speriamo che il caso dell’indennità mancata sia indirizzato a una pronta risoluzione con il ritorno alla legalità, a dispetto di una politica che a parole si dichiara vicina ai cittadini e che con i fatti è troppo spesso proiettata sull’opportunismo.

Chi scherza con il sangue dei donatori italiani Multinazionali, politici e tecnici: una brutta partita

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Che cosa sta succedendo nel Sistema del sangue e del plasma italiano?

In occasione della Giornata mondiale del donatore (15 giugno) è una domanda che è giusto porsi e alla quale è opportuno provare a dare pure qualche risposta. Dopotutto è una domanda né retorica né peregrina, se all’improvviso in Italia ciò che sembrava vero e condiviso fino a poco tempo fa – cioè l’autosufficienza del sistema nazionale – non sembra più così importante.

ITALIA CASO VIRTUOSO

Oggi, ciò che veniva visto come un valore fortissimo – ovvero la solidità di un sistema basato su donazioni volontarie e anonime con l’obiettivo primario di dare al Paese una sostanziale indipendenza da altri sistemi e altri paesi – all’improvviso rischia di non essere più una priorità. Con la conseguenza che verso i donatori sta partendo un messaggio del tipo: c’è un mercato internazionale sul quale il plasma può essere comprato, né più né meno come una qualsiasi altra merce. Perciò le attuali regole sulla circolazione del plasma devono essere riviste. Infine, c’è una comunità internazionale alle cui regole dobbiamo adeguarci: questo è il mantra che (spesso in malafede) viene propagato, e nessuno che si chieda se – in questo caso – non dovrebbero essere gli altri, per una volta, a imparare da noi ed essere loro ad “adeguarsi”. Ma il mercato è il mercato. E magari si risparmia pure. Già, il risparmio.

LA SPROPORZIONE TRA QUALITA’ E COSTO

Non è un caso che al Simti di Genova di qualche giorno fa, questo messaggio sia arrivato dagli stessi funzionari del Veneto (Antonio Breda, per esempio) grandi sostenitori della campagna di risparmio della Regione Veneto di cui il governatore leghista Luca Zaia si è fregiato con bei titoloni sui compiacenti quotidiani locali. Ora, noi sappiamo bene che i proclami a marchio Lega spaziano dal ricacciare indietro i migranti fino a una mirabolante politica economica di cui aspettiamo con ansia di vedere i risultati. Ma intanto, il Veneto a trazione leghista, ha affidato la raccolta e il frazionamento del sangue dei suoi donatori a una multinazionale australiana (la Csl Behring) facendo fuori l’italianissima Kedrion, in nome di un proclamato risparmio che ha avuto come premessa un bando di gara i cui i criteri sono stati i seguenti: 90% prezzo, 10% qualità. Che cosa significa? E’ presto detto: in nome del risparmio (il prezzo) è stato quasi azzerato il criterio qualitativo sul lavoro dato in appalto agli australiani.

L’ALLARME DEI DONATORI

La decisione del Veneto ha creato non poco allarme nel mondo dei donatori e anche in quello dei pazienti, e noi di Buonsangue ne abbiamo dato conto registrando puntualmente critiche e difese. E’ un fatto che, sbirciando nel “portafoglio prodotti” garantiti dal Naip (Veneto e altre otto regioni collegate), si scopre che l’offerta Csl di prodotti emoderivati risulta inferiore a quella proposta dai concorrenti italiani e di altri paesi. Concorrenti che però, nel confronto con i potentissimi australiani, sono usciti battuti con tanto di sentenza del Consiglio di Stato. Il tutto con grande soddisfazione di Zaia, di Breda e dei cantori che a ogni occasione inneggiano all’oculatissima politica leghista.

LA SCELTA DIVERSA DI TOSCANA ED EMILIA-ROMAGNA

Che ci sia qualcosa di obiettivamente strano nella scelta del Veneto, lo dimostra il fatto che quando è venuto il turno dell’Emilia Romagna e della Toscana, le due Regioni hanno indetto gare in cui il criterio qualitativo è risultato rispettivamente del 60 e 70, con il parametro-prezzo ridimensionato rispettivamente a 40 e 30. In più sono stati confermati una serie di criteri rispondenti al rispetto della legge che regola la circolazione del plasma (per esempio non si può lavorare il plasma italiano in paesi che fanno del plasma una materia di lucro). Quindi visioni assai diverse su una materia che, invece, vista la sua delicatezza e la sua portata strategica, dovrebbe vedere una politica unica e oltretutto, realmente, di “interesse nazionale”.

OPERAZIONE “CAMBIAMO LA LEGGE”

Ma a questo punto che cosa è successo? Semplice: se c’è una legge che ostacola determinate manovre, quella legge si può sempre cambiare. Ed ecco che è partita un’operazione a tenaglia con l’intento di modificare il quadro normativo all’interno del quale, oggi, sono fissati una serie di criteri etici che, in definitiva, rappresentano il vero baluardo del sistema italiano. Sistema il cui obiettivo finale è proteggere l’autosufficienza da ingerenze e appetiti stranieri. Perché al di là dello scontro tra aziende del settore, e al di là degli ambigui personalismi di politici e burocrati, il vero punto è esattamente questo: quanto sta avvenendo rischia di minare alle basi il sistema dell’autosufficienza basato sulla partecipazione dei cittadini (volontari) e sulla loro adesione a un’idea che ha sempre avuto dentro principi etici, morali e pratici che sono poi il vero collante della comunità. Se il messaggio che passa è “il plasma è una merce reperibile ovunque”, è molto probabile che il numero dei donatori non aumenti ma anzi, continui nel trend negativo di cui il Cns ha pubblicato i dati (allarmanti) proprio in questi giorni.

LIBERA CONCORRENZA MA SOLO IN ITALIA

Il tema dell’autosufficienza è centrale e ne sono ben consapevoli i grandi player internazionali ghiotti di sangue italiano, visto che nei loro rispettivi paesi sono monopolisti e iperprotetti da qualsiasi possibile ingresso di concorrenti stranieri. Provate, per esempio, ad avvicinarvi ai confini australiani della Csl Behring, e vedrete quale sarà l’accoglienza che vi riserveranno quando manifesterete l’intenzione di entrare nel “libero mercato” locale. Ma in Italia, e nel Veneto in particolare, la Lega che ha vinto le elezioni strillando “prima gli italiani”, ha cambiato il motto in “prima gli australiani”. Interessante, no? Eppure non c’è un solo notista politico dei giornaloni italiani che abbia colto questo singolare aspetto. Nessuno che abbia indagato. Nessuno che si sia fatto delle domande su questa singolare eccezione nella filosofia politica del Carroccio.

“PRIMA GLI AUSTRALIANI”

La ragione ufficiale del “prima gli australiani”, come detto, è quella di un risparmio tanto sbandierato che però, adesso, dovrebbe anche essere dimostrato, cominciando per esempio a spiegare quanti e quali costi la Regione dovrebbe sostenere – se non vi fosse il cosiddetto meccanismo della compensazione – per comprare i prodotti mancanti dall’offerta di Csl: il fattore VIII, tanto per dire, o le immunoglobuline sottocute, non sembrano essere una spesuccia da niente.

AUTOSUFFICIENZA IN PERICOLO

In tutta questa complessa partita, il punto vero è che politici, tecnici e multinazionali stanno giocando una partita in cui il ruolo dei donatori italiani – marginalizzati rispetto a un mercato del plasma internazionale – rischia di essere compromesso in maniera irreparabile e con esso l’intero sistema dell’autosufficienza. Un sistema che – ricordiamolo – con le sue grandi associazioni di donatori (Avis, Fidas, Fratres e altre) rappresenta un unicum nel quadro mondiale ed è forse uno dei pochi autentici elementi di orgoglio di un Paese che fatica sempre di più a darsi un’immagine di efficienza e di modernità.

DOVE FINISCE IL PLASMA ITALIANO?

I due milioni di donatori italiani hanno il diritto di sapere a chi va il loro sangue e il loro plasma. Devono sapere che percorsi fa e a che cosa serve. Devono sapere se finisce in mani straniere e con quali finalità. E’ davvero tutto così chiaro e trasparente? E’ davvero tutto nell’interesse della comunità nazionale, dei pazienti, delle migliaia di volontari che ogni giorno compiono un gesto anonimo e disinteressato?

CHI CONTROLLA I CENTRI SVIZZERI?

Se è realmente così, i responsabili del Centro nazionale sangue e dei centri regionali, spieghino perché ogni Regione capofila ha adottato criteri diversi nell’appaltare la raccolta e il frazionamento del sangue. Spieghino perché ci sono stati ricorsi e controricorsi con sentenze ancora appese. Spieghino, infine, perché il sangue e il plasma dei donatori italiani viene portato all’estero in centri di lavorazione (la Svizzera per esempio) dove il nostro Paese non ha alcun potere di controllo, di intervento e di decisione. L’impressione – ma è ben più di un’impressione – è che qualcuno stia scherzando col sangue. Con quali conseguenze è difficile dirlo, ma certamente tutt’altro che positive per il Paese e per tutti noi.

Il “Piano nazionale plasma 2016-2020” tra gare, ricorsi e squilibri: a Verona gli stati generali del Sistema sangue con il plasma al centro

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Un’intera mattinata di lavori dedicata al plasma. Come raccoglierlo al meglio, come regolare l’importantissima fase dell’invio alle industrie del frazionamento, e come affermare, prima in Europa e poi nel mondo, i principi etici basilari per regolamentare l’utilizzo di una materia biologica ormai divenuta tanto importante per la comunità, quanto preziosa, in termini economici, per chi la controlla.

A Verona, nella sala della Gran Guardia, sono dunque arrivati molti tra i più importanti dirigenti del sistema sangue, a partire dal direttore del Centro nazionale sangue Giancarlo Liumbruno, fino al presidente di Avis Alberto Argentoni, intervenuti allo scopo di chiarire ai molti partecipanti lo stato dei lavori in corso a proposito degli obiettivi strategici del Piano Nazionale Plasma 2016-2020.

Il Veneto (chi legge Buonsangue lo sa molto bene), è una regione chiave per l’attualità recente del sistema sangue. Proprio in Veneto, come hanno ricordato in molti, è nato il sistema del conto lavoro attualmente in voga, che consiste nella raccolta della materia biologica da parte delle regioni con il conseguente invio alle industrie farmaceutiche, demandate a lavorare il plasma e trasformarlo in farmaci plasmaderivati che resteranno proprietà delle regioni stesse. Proprio il Veneto, inoltre, come capofila del consorzio interregionale Naip, ha inaugurato lo sbarco del libero mercato nel settore della lavorazione del plasma, stilando e attuando nel 2016 la prima gara aperta a più soggetti industriali in concorrenza, vinta da Csl Behring.
Un’assegnazione che ha fatto molto discutere, soprattutto per la scelta a monte di valorizzare, nei criteri del bando, il fattore economico per il 90% e il fattore qualitativo per il 10%.

I focus della discussione

Giorgio Brunello, presidente Regionale Avis Veneto, ha aperto i lavori raccontando le origini del conto lavoro, e restituendo alcuni passaggi storici ben conosciuti da molti dei protagonisti in sala, per poi passare all’analisi, a grandi linee, a tracciare alcuni obiettivi sistematici per il futuro. “Il conto lavoro è nato nel 1986 in Veneto – ha ricordato Brunello ­– grazie alla tenacia dei donatori e di alcuni medici come il dottor Bernardino Spaliviero. È nato qui ed è diventato patrimonio di tutti. Noi lo diamo per scontato ma non è così. L’assemblea del 1987 di Avis si tenne qui, ed è importante lavorare insieme con le altre “gambe” del sistema, noi donatori più medici e istituzioni. Gli accordi interregionali servono ad arrivare al giusto equilibrio di costi e risultati per l’intro sistema, e consentono la collaborazione con le altre regioni. Ci sono però due concetti che devono restare centrali: la questione che concerne etica e responsabilità, e il dialogo tra consorzi interregionali. Questo è uno temi forti su cui bisogna vigilare e insistere, nel nome dell’autosufficienza nazionale e delle questioni legate alla sicurezza, come il pittogramma etico. Infine non si può dimenticare il tema del calo di donazioni, che riguarda tutti: il cambio demografico e le maggiore attenzioni sulla raccolta influiscono, ma non si può tornare indietro. Forse si potrebbe ragionare sul cambio dell’età massima per i donatori: è anacronistico il limite dei 65 anni in un mondo che ormai ha allungato di molto la sua aspettativa di vita”.

Lo stato attuale delle gare

C’era molta attesa in sala per conoscere lo stato dei lavori nei consorzi interregionali che ancora non hanno concluso il loro processo di assegnazione dei bandi sulla plasma lavorazione. Va ricordato infatti che il quadro generale è ancora molto confuso e caotico, a causa di alcuni ritardi in fase di scrittura e ideazione (è il caso del consorzio guidato dalla Lombardia) e delle molte incertezze giudiziarie dovute ai molti ricorsi perpetuati dalle aziende escluse dai contratti, nei casi in cui l’assegnazione è già avvenuta.

Una situazione che, per fare chiarezza, merita di essere ricapitolata.

Dei quattro consorzi tra regioni, a oggi:

–  il Consorzio NAIP (Capofila Veneto) ha affidato la plasma-lavorazione (90% prezzo e 10% qualità) all’azienda australiana Csl Behring, ma la situazione è ancora aperta in virtù di un ricorso dell’italiana Kedrion che resta in attesa del verdetto del Consiglio di Stato.

– il Consorzio Ripp (Capofila Emilia Romagna) ha da poco concluso l’assegnazione (30% prezzo e 70% qualità) a una società di imprese, particolare che ha provocato anche qui dei ricorsi da parte delle aziende escluse.

– Il Consorzio Pla.net (Capofila Toscana) sta per concludere la scrittura del bando, che sarà consegnato entro il 30 gennaio 2018.

– il Consorzio Accordo (Capofila Lombardia) è ancora indietro e sullo stato dei lavori non si hanno notizie precise.

Entrando nel merito di ciascun accordo, e concentrandoci sui “report” che ciascun direttore dei centri di coordinamento regionale ha argomentato, sulla difensiva è apparso l’intervento di Antonio Breda, direttore del centro regionale sangue Veneto. “Non parlo in pubblico da tempo – ha detto Breda – perché ormai ci sono troppi esperti di gare e conto lavoro. Io sono stato l’unico a dire che le gare avrebbero portato dei vantaggi a tutti in questo paese, e le gare fatte fino a ora lo dimostrano. Per quel che riguarda il nostro accordo vorrei solo dire che con la Behring abbiamo lavorato molto bene, abbiamo dovuto cambiare i sistemi della qualità nelle regioni che fanno parte del consorzio. Dal mio punto di vista è stato un successo assoluto. Sul piano produttivo abbiamo voluto che i nostri prodotti avessero una centralità europea, e debbo ribadire che il vero driver della plasma-lavorazione sono le immunoglobuline endovena che abbiamo prodotto in grande quantità, in modo da avere autosufficienza per tutte le regioni per almeno il prossimo triennio. Per quanto riguarda gli altri prodotti faremo ricorso alla compensazione nazionale. Siamo soddisfatti del risultato raggiunto, abbiamo fatto un salto di qualità forte e non distribuiamo i nuovi prodotti solo perché abbiamo ancora in magazzino i prodotti del precedente fornitore. Certo, dobbiamo migliorare su tante cose ma il lavoro fatto negli ultimi 12 mesi ci rende certi che supereremo nei fatti quelle che da qualcuno sono considerate delle carenze della nostra aggiudicazione”.

Preoccupata dalla tendenza ai ricorsi si è mostrata invece Vanda Randi, direttrice del Crs Emilia Romagna: “Noi in Emilia siamo in quella fase di stallo legata ai ricorsi presentati prima dell’apertura delle buste e dopo l’apertura delle buste – ha specificato la Randi – Questa tendenza ai ricorsi spinge le altre regioni a lavorare nel modo più cauto. Oggi c’è un ultimo problema legato al fatto che le aziende aggiudicatarie del nostro accordo hanno costituito una società d’imprese. In fase di scrittura siamo andati verso la scelta di avere più prodotti a disposizione oltre alle immunoglobuline (a differenza del Veneto n.d.r.), ma dico che mi piacerebbe molto poter partire. Sul discorso della qualità e della standardizzazione delle procedure gli accordi ci aiuteranno le direttive europee, ma noi intanto abbiamo scelto la strada del pittogramma etico, un dato che difendiamo. La donazione è sempre etica, ma la cosa più importante è che le questioni legali aperte si risolvano perché il sistema rischia di restare fermo per troppo tempo”.

Ma quanto ha pesato la necessità di evitare lo stallo giudiziario In fase di scrittura del bando in Toscana? Come sempre diretta e carismatica Simona Carli, direttrice del Crs Toscana. Anche lei ha posto l’accento sul problema dei ricorsi. “Parlo delle peculiarità del nostro percorso – ha esordito la dottoressa – due gare sono state fatte e la nostra scade il 30 di gennaio. Stiamo pagando le vacanze agli avvocati, volevamo scardinare il monopolio ma più durano i ricorsi più dura il monopolio. Durante il percorso intrapreso sulla gara abbiamo cercato di sentire tutte le componenti, con un collegio tecnico, e abbiamo tenuto conto dei valori in cui crediamo: pittogramma etico e ampio portafoglio prodotti. Quello che mi interessa di più tuttavia è il percorso a latere della gara, quando è stata fatta la scelta delle regioni da inserire in ciascun consorzio, accostando e facendo convivere regioni più forti e più deboli. Chiudo con una riflessione profonda sul sistema: è vero che la plasmaferesi è troppo costosa e che bisogna capire come spingere i donatori a farla, e per questo è fondamentale arrivare alla fine delle gare e poi occuparci di parlare tra di noi. Altrimenti sarebbe stato meglio fare una sola gara nazionale. Il passaggio da fare al più presto è decidere come giocare in gruppo”.

E il bando del consorzio guidato dalla Lombarda? Perché questo ritardo? L’assenza dei rappresentati della regione capofila è stato un segnale chiaro che nell’ultimo consorzio interregionale rimasto la fase di scrittura del bando è ancora molto indietro, forse troppo. Il compito di fotografare il quadro della situazione è passato allora ai rappresentanti dei donatori, che hanno potuto così affrontare l’universo plasma secondo il proprio sguardo e le proprie criticità.

Il punto di vista delle associazioni: meno numeri e più attenzione alle esigenze dei donatori

Alessandro Casale, presidente di Avis Liguria, ha detto la sua su pro e contro dell’accordo stretto dal proprio consorzio regionale (il Naip con capofila il Veneto): “Dobbiamo fare in modo che il conto lavoro sia utilizzato al meglio – ha detto – e lavorare sugli scambi internazionali. Sul Naia, i punti positivi sono la registrazione europea e il lato della produzione dei plasmaderivati, mentre di negativo c’è che si è trascurato il pittogramma etico, ed è mancato il confronto preliminare con le associazioni”.

Quali siano tuttavia i temi davvero a cuore tra i donatori che lavorano tutti i giorni sul campo, è ben noto: il sistema centrale risponde sempre alle esigenze concrete o a volte dà troppo peso ai freddi numeri?

Per Renzo Angeli, vicepresidente di Avis Emilia Romagna non vanno trascurati problemi come calo dei donatori e facilità di accesso alla donazione. “In questo paese – ha spiegato Angeli ­­– l’autosufficienza sangue è garantita dai donatori e dalle associazioni. La donazione è sempre etica e salvavita. La nostra associazione ha come fine ultimo il paziente. Il principio etico deve resistere al primo posto in ogni passaggio della filiera, e in particolar modo nella lavorazione del plasma industriale. Il sistema è unico anche con più consorzi, e da noi, a differenza che nell’accordo Veneto, si è scelto di privilegiare rese e qualità rispetto alla questione economica. Le nostre scelte porteranno un risparmio annuo di circa 8 milioni di Euro che potranno essere reinvestiti altrove. Chiudo con una considerazione: i decreti del 2015 a noi hanno portato alcuni danni, abbiamo avuto danni con l’aumento della quantità per procedura. Molti donatori sono stati male. È vero che sui numeri i dati sono in linea, ma noi lavoriamo con delle persone e non con dei numeri. Il problema del dono in orario di lavoro poi è grosso e andrebbe risolto. Noi partiremo con una campagna sul dono del plasma, ma bisogna davvero riflettere su ciò che porta al calo”.

Sulla stessa lunghezza d’onda i rappresentanti di Avis Toscana e Avis Lombardia, specie sulla necessità di essere coinvolti nei processi decisionali in sede di scrittura dei bandi e non solo. Gli esiti tuttavia, si sono rivelati opposti: in Toscana le associazioni hanno avuto il loro peso: “bisognava definire gli obiettivi e portare dentro il pittogramma etico e le nostre richieste sono state accettate”; mentre per Avis Lombardia non è andata così bene: “non abbiamo visto il bando e non siamo stati coinvolti, ma in linea con i principi etici, vorremmo che ci fossero in portafoglio il maggior numero di prodotti plasmaderivati”.

Le strategie a lungo termine e il fattore etico: le parole di Liumbruno (direttore del Cns) e Argentoni (presidente Avis)

In mezzo a tali incongruenze, restano da definire per tutte la parti in causa le linee guida necessarie a portare il sistema a essere sempre più efficiente, e restano gli obiettivi del Piano nazionale plasma che non si possono assolutamente mancare. Quali? Uno su tutti: restare in linea con il macro-obiettivo generale, sovraregionale e sovraziendale, ovvero l’autosufficienza ematica.

Il bilancio del 2017 l’ha stilato come sempre Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue, indicando le linee guida inderogabili sul piano manageriale. Ovvero:

– 1) la concretezza nelle richieste alle regioni

– 2) il dovere di ridurre gli sprechi

Liumbruno ha poi spiegato anche il motivo dei ritardi sui dati, che più volte abbiamo segnalato. “Il PNP è quinquennale – ha detto – e sui dati di raccolta ci sono dei ritardi perché quelli che arrivano dal Ministero non sempre sono affidabili e vanno verificati. Asset importante è l’incremento di raccolta di plasma, che in larga parte è stato attribuito dal PNP a quelle regioni che erano di molto sotto la media nazionale. Si è chiesto di aumentare in 5 anni del 40%, perché era un obiettivo conseguibile. In effetti, già in due anni questi aumenti ci sono stati e l’obiettivo del 2020 sarà di 860 mila chili. L’obiettivo del 2017 (816 mila chili) è stato conseguito. C’è da lavorare invece sulla riduzione delle unità eliminate per scadenza, non è una cosa ammissibile, questo indice va portato sotto il 2%. In termini di sguardo sul mondo, l’Italia sulla raccolta plasma è in una posizione discreta, e in Europa è tra le nazioni guida nei paesi in cui la donazione è volontaria e non remunerata. Aspettiamo di vedere cosa farà la Francia perché potremmo essere i primi”.

Il sistema plasma va concepito su scala internazionale dunque, e così i principi etici che regolano un mercato in espansione che nel 2020 varrà circa 20 miliardi di dollari. Ma come si può riuscire a parlare una lingua etica comune in tutti i continenti? Come gestire collettivamente una risorsa che può da un momento all’altro divenire oggetto di lucro e di speculazioni (quando addirittura non lo è già)?

Di questi temi si è occupato, in chiusura, Alberto Argentoni, presidente di Avis Nazionale, offrendo uno sguardo il più possibile trasversale sulle molte questioni delicate che minano la collaborazione internazionale sul piano della gestione della risorsa plasma, e sulle criticità che regolano i conflitti di interesse tra industria e politiche nazionali. “Il plasma è una risorsa etica, come sappiamo dalla convenzione di Oviedo, e non è commerciabile a fine di lucro – ha ribadito Argentoni – ma questo non è un principio condiviso da tutti gli Stati. Esistono diverse interpretazioni del concetto di rimborso, e in questo senso bisogna lavorare molto. La morale comune può essere diversa, in base alla spinta e all’incidenza del mercato nei vari paesi, e servono accordi tra stati per condividere i principi etici, un problema che affrontiamo spesso nei processi di collaborazione internazionale. Sul rimborso i protocolli aggiuntivi a Oviedo prevedono i risarcimenti per evitare svantaggi finanziari per chi dona, ma da noi, per esempio, solo pochi donatori utilizzano il giorno lavorativo. Bisogna poi stare attenti ai pagamenti dissimulati. L’industria promulga il concetto di compensazione, ma su questo vanno fatte delle precisazioni. I rimborsi non devono essere riconducibili a uno stato di necessità, né la compensazione può essere forfettaria o incongrua. Infine le ricompense: non devono avere un valore monetario o cedibile. Ricordiamo che i plasmaderivati sono sempre più richiesti e le industrie rivendicano sempre di più la necessità della donazione con compensazione economica. Cosa dicono? Che la qualità dei prodotti non cambia: ma in realtà la sicurezza è messa a rischio per ragioni di concorrenza rispetto all’approvvigionamento, per l’efficacia della confidenzialità sui dati, per lo sviluppo ambiguo del materiale informativo e in ultimo per i rischi sulla salute dovuti alla frequenza delle donazioni, che se retribuite e reiterate possono portare a dei problemi. Il nostro obiettivo è ribadire in ogni sede tutti questi aspetti che rendono la donazione gratuita e volontaria una tutela assoluta per qualità e sicurezza del sistema sangue”.

In attesa della chiusura di tutti i bandi, e in vista di una nuova stagione complessa sul piano della raccolta, il ruolo delle associazioni, a tutti i livelli, non potrà che essere quello di salvaguardare con fermezza questi principi.

 

Nuovo capitolo per il caso PFAS in Veneto: la plasmaferesi terapeutica serve oppure no?

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L’indecisione, la ricerca di retoriche strumentali, perfino l’addomesticamento delle verità, sono pratiche normali nella società umana e nella battaglia politica, specie quando gli obiettivi e le poste in palio per i gruppi in contrapposizione sono di grande importanza. Ma quando in gioco c’è la salute dei cittadini, e in particolar modo di migliaia di giovani, le regole del gioco dovrebbero cambiare, e le istituzioni dovrebbero ricercare strategie d’azione comune.

È del tutto inaccettabile, infatti, che in una questione delicatissima come l’inquinamento da PFAS in Veneto, le istituzioni regionali e quelle nazionali offrano versioni completamente differenti sull’efficacia della terapia scelta per circoscrivere il problema.

Facciamo un breve riepilogo.

Tra i primissimi operatori nazionali a mettere il caso sotto i riflettori,  già lo scorso 26 luglio noi di Buonsangue avevamo raccontato di una situazione abbastanza difficile in Veneto, dove l’inquinamento da PFAS (ovvero sostanze chimiche di matrice industriale che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, schiume antincendio e detergenti per la casa), ha superato le soglie di sicurezza, che peraltro in Italia sono tra le più permissive al mondo, creando una vera e propria emergenza salute specialmente per i più giovani.

Gli PFAS sono considerati “inquinanti persistenti”: il loro smaltimento ambientale è molto complicato, giacché lo scopo per cui nascono, ovvero potenziare altri prodotti agenti chimici d’uso comune, li rende particolarmente ostici e tendono ad accumularsi nell’ambiente, e in particolar modo nelle falde acquifere e nelle acque destinate al consumo. Insomma: una vera e propria autostrada per entrare nell’organismo attraverso la catena alimentare.

Nelle scorse settimane, sono andate in scena le prime scaramucce tra Regione Veneto e governo: il governatore del Veneto Zaia ha prima attaccato il governo Gentiloni, a suo dire colpevole di immobilismo, e poi, con un colpo da vero giocatore di poker ha chiesto lo stato di emergenza e contestualmente lo sblocco di 80 milioni di fondi statali, necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti in grado di portare acqua di buona qualità nelle zone colpite.

Pochi giorni fa, un nuovo scontro. Stavolta centrato sull’efficacia della pratica terapeutica in via di sperimentazione in Veneto per provare a ridurre il numero dei giovani contaminati, ovvero la plasmaferesi. Le istituzioni regionali venete hanno sbandierato l’uso della pratiche come efficaci, trovando l’immediata reazione dell’Istituto superiore della sanità e della più grande associazione di donatori italiana, Avis.

Su Repubblica dello scorso 15 dicembre si legge infatti che “Il Veneto ha presentato uno studio nel quale si dice che plasmaferesi e scambio plasmatico, funzionano. Dopo aver trattato cento casi, senza avere alcun effetto collaterale, le due tecniche hanno determinato una discesa media di presenza di inquinanti nel sangue pari al 35% con la plasmaferesi, e del 68% con lo scambio plasmatico. Si tratta del report sui primi risultati dell’applicazione del secondo livello di screening della popolazione esposta appunto a Pfas. Con la plasmaferesi vengono tolte piccole quantità di plasma, per intercettare l’inquinante. Nel caso la contaminazione sia maggiore, si fa lo scambio plasmatico, che invece consiste nel rimuovere elevati volumi di plasma, di fronte al quale bisogna infondere una soluzione fisiologica di albumina. (…) I risultati scientifici di oggi parlano chiaro sull’efficacia delle scelte fatte, con l’obbiettivo di togliere il prima possibile dal sangue delle persone questi inquinanti, che hanno un tempo di dimezzamento naturale di 5 anni”.

Insomma, pieno ottimismo.

Ottimismo del tutto eccessivo in base al parere dell’Istituto superiore di sanità, secondo cui “La plasmaferesi terapeutica è uno strumento non selettivo di rimozione dal plasma di diverse sostanze. Recenti linee guida (American Society for Apheresis, 2016) sull’impiego dell’aferesi terapeutica nella pratica clinica, non includono specificamente la rimozione dei suddetti contaminanti, o simili, tra le indicazioni basate su (consolidate) evidenze scientifiche. L’uso della tecnica che, si ricorda, è invasiva è quindi da considerarsi sperimentale”.

Dello stesso avviso è Avis Nazionale, che attraverso un denso comunicato stampa, ha voluto in primo luogo differenziare nel modo più assoluto la plasmaferesi terapeutica da quella necessaria per la donazione del plasma, una posizione che ci sentiamo di sottoscrivere integralmente.

Ecco infatti, la voce ufficiale e ferma dell’associazione. “La donazione di plasma attraverso procedure aferetiche (plasmaferesi produttiva) – dicono da Avis – è assolutamente sicura e non invasiva. Paragonare la plasmaferesi con finalità terapeutica, utilizzata in regione Veneto per la rimozione dal sangue di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas e Pfoa), a quella che si impiega ogni giorno, in centinaia di donatori per le donazioni di plasma, è decisamente fuori luogo e rischia di generare equivoci. La donazione di plasma è, infatti, assolutamente sicura, non “invasiva” e fondamentale per la salute di migliaia di pazienti. Lo sottolineano in una nota congiunta il Centro nazionale sangue, la Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia (Simti) e il Civis, il Comitato interassociativo del Volontariato italiano del sangue (Avis, Cri, Fidas e Fratres), ribadendo che non ci sono solide evidenze scientifiche a supporto della modalità scelta dai sanitari veneti”.

Per il bene dei moltissimi cittadini vittime del malgoverno e del permissivismo verso le aziende inquinanti, c’è da augurarsi che almeno in parte la sperimentazione in corso sia almeno un po’ efficace; anche se, vista la casistica esigua riportata dallo studio veneto sono del tutto legittimi i dubbi di Iss e Avis, che parlano di semplice sperimentazione.

Di certo, analizzando il comportamento della giunta di Zaia, viene semplicemente da pensare che l’idea di arginare un inquinamento di tale portata con la plasmaferesi terapeutica rischi di apparire una soluzione del tutto irrealistica, tardiva, perfino provocatoria. L’ennesimo sintomo di un modo di governare che nel suo arroccarsi su posizioni ideologiche contrabbandate per scientifiche lascia solo domande, non dà risposte e genera una dannosissima confusione.

 

 

 

Inquinamento da PFAS in Veneto, plasmaferesi per monitorare e ripulire migliaia di ragazzi

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Sono ancora piuttosto sottovalutati gli effetti collaterali dell’inquinamento atmosferico dovuto all’immissione nell’ambiente di composti chimici di origine sintetica, chiamati PFAS.

Che osa sono gli PFAS esattamente ce lo spiega il sito dell’ARPAV Veneto (ovvero l’Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione ambientale) http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/sostanze-perfluoro-alchiliche-pfas: si tratta di sostanze chimiche che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune, utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa.

Proprio lo scopo per cui nascono, fortificare altri prodotti d’uso comune, rende complicato il loro smaltimento ambientale, tanto che gli PFAS sono considerati “inquinanti persistenti” che finiscono per accumularsi nell’ambiente, e soprattutto nelle falde acquifere e nelle acque destinate anche al consumo, con il rischio che entrino di soppiatto nella catena alimentare.

Ma perché questa premessa? Cosa c’entrano gli PFAS con il sangue e soprattutto con il Veneto?

Il Veneto è una delle terre considerate più a rischio per la sedimentazione di queste molecole nell’ambiente, così come testimonia proprio una ricerca dell’ARPAV http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/allegati-pagine-generiche/pfas-relazioni-attivita-arpav/Contaminazione_da_PFAS_Azioni_ARPAV_Riassunto_attivita_giu2013_gen2017.pdf, con particolare attenzione per le province venete di Vicenza, Verona e Padova.

Una condizione difficile, di cui ha parlato ampiamente anche La Repubblica http://www.repubblica.it/ambiente/2017/05/15/news/pfas_veneto-165510344/, affrontata con decisione anche dalle istituzioni locali, come dimostra un appello addirittura rivolto al Papa Francesco Bergoglio da parte del sindaco di Lonigo in provincia di Vicenza Luca Restello http://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/area-berica/pfas-il-sindaco-%C3%A8-un-disastro-ambientale-1.5530914?refresh_ce#scroll=732.

Restello, dunque, ha parlato di vero e proprio disastro ambientale.

Anche perché i soggetti più colpiti dall’effetto potenzialmente cancerogeno degli agenti inquinanti sono soprattutto i ragazzi, mentre i cittadini che complessivamente rischiano di essere colpiti sono più di 800 mila secondo una ricerca di Greenpeace.

Una condizione difficile e dalle conseguenze imprevedibili, che il sistema trasfusionale tuttavia non sta ignorando e che, anzi, può contribuire ad affrontare. E infatti, notizia di poche ora fa, a partire da metà settembre a metà settembre, negli ospedali di Vicenza e di Padova sarà intrapreso un filtraggio attraverso plasmaferesi per i giovani con alte concentrazioni di PFAS nel sangue, un’iniziativa che potrebbe riguardare migliaia di ragazzi.

Come leggiamo su Vvox http://www.vvox.it/2017/07/23/pfas-filtraggi-per-pulire-sangue/ il filtraggio per mezzo della plasmaferesi sarà ripetuto 6 volte a distanza di 15 giorni, e sarà un servizio gratuito, attraverso il quale il sangue potrà essere ripulito dalla componente liquida in cui sedimentano gli PFAS e infine re-iniettato insieme a una soluzione fisiologica. La speranza collettiva è che l’operazione, al primo caso nel mondo, dia buoni risultati.

Noi di Buonsangue, naturalmente, continueremo a monitorare l’evolversi della situazione.

Conto–lavorazione del plasma in Emilia Romagna. Pubblicata (in tempi record) la strategia di gara: tutto già deciso?

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Era stata annunciata entro dicembre (http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/aziende-e-regioni/2016-11-07/plasmaderivati-gara-intercent-calabria-puglia-e-sicilia-120724.php?uuid=ADxQigqB&refresh_ce=1), e difatti già ieri, in tempi brevissimi, quasi record, è stata presentata la strategia di gara per il frazionamento e conto-lavorazione del plasma raccolto dal raggruppamento regionale RIPP, che ha come capofila la Regione Emilia-Romagna.

Soltanto due giorni fa, il 28 novembre, l’Agenzia Intercent-ER (agenzia incaricata per la gestione della gara stessa) aveva annunciato sul proprio sito una riunione di consultazione preliminare allo scopo di “raccogliere informazioni utili per la documentazione tecnica relativa alla gara interregionale per l’acquisizione del servizio di ritiro, trasferimento nello stabilimento di lavorazione, trasformazione del plasma prodotto dalle strutture trasfusionali delle regioni Emilia-Romagna, Puglia, Calabria e Sicilia”, ma già ieri, proprio nel corso di tale consultazione preliminare, è stato presentato un dettagliatissimo quadro strategico, che sembra già contenere fin nei minimi dettagli tutto ciò che bisogna sapere sulle caratteristiche del bando.

Il documento che spiega, per l’appunto, “le principali caratteristiche dell’iniziativa di gara” è disponibile a questo link;

Stando al comunicato ufficiale pubblicato sempre sul sito della Intercent-ER (http://intercenter.regione.emilia-romagna.it/notizie/2016/novembre/gara-interregionale-lavorazione-farmaci-plasmaderivati-consultazione-preliminare-del-mercato) vi è ancora spazio per delle modifiche, giacché gli operatori economici interessati potranno “proporre le loro osservazioni e suggerimenti in merito inviando una mail all’indirizzo intercenter@regione.emilia-romagna.it entro il 6 dicembre 2016”.

Nonostante questo spiraglio, non appare troppo malizioso ritenere che le decisioni fondamentali siano state già prese, senza lasciare troppo spazio a ulteriore dialogo.

Questo non significa che il bando di gara non sarà valido: andrà valutato il documento definitivo.  E già leggere di una gara che punta al 60% sulla qualità e 40% sul prezzo è un grande passo in avanti rispetto a ciò che mesi fa è accaduto in Veneto (90% prezzo e 10% qualità, lo ricordiamo).

Resta enorme, tuttavia, l’importanza politica di questo e dei futuri accordi interregionali per il conto-lavorazione.

Importanza che www.buosangue.net ha ribadito in diverse occasioni, come per esempio l’8 novembre (http://www.buonsangue.net/politiche/nuovo-bando-per-il-conto-lavoro-del-frazionamento-del-plasma-tocca-al-raggruppamento-regionale-guidato-dallemilia-romagna/) e ancor più di recente proprio lunedì 28 di questo mese, due giorni fa, in occasione della pubblicazione del Piano Nazionale Plasma 2016-2020 (http://www.buonsangue.net/politiche/cresce-limportanza-dei-medicinali-plasmaderivati-nel-mondo-la-necessita-di-scelte-politiche-coerenti-con-gli-obiettivi-di-sistema/), sottolineando quanto siano chiari e ambiziosi certi obiettivi in fatto di autosufficienza ematica, di qualità e di appropriatezza in ogni momento della filiera.

 

 

De Angelis difende l’accordo Regioni-Csl Behring “Ecco perché gli emofilici non devono preoccuparsi”

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L’accordo per il conto lavorazione del plasma nazionale stretto dal raggruppamento regionale che ha il Veneto come capofila, e la multinazionale australiana CSL Behring, è uno dei temi più discussi nel sistema sangue nazionale. Molte, molte critiche, sono arrivate da più parti e per moltissimi motivi, così come www.buonsangue.net ha sempre documentato: (qui uno schema dei punti critici: http://www.buonsangue.net/politiche/accordo-veneto-csl-behring-i-dubbi-sullefficacia-e-la-sottovalutazione-della-comunita-emofilica/)

Sull’argomento, si è invece espresso favorevolmente il Dottor Vincenzo De Angelis, direttore del dipartimento di medicina trasfusionale all’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata “S. Maria della Misericordia” di Udine, in rappresentanza di una regione il Friuli Venezia Giulia, che è parte integrante del raggruppamento che si è affidato al Veneto come regione guida. Ecco le sue parole.

 Dottor De Angelis, lei vanta tantissima esperienza, ormai pluriennale, come addetto ai lavori nell’ambito del sistema sangue. Quali sono secondo lei, nel sistema trasfusionale italiano, i punti forti e gli aspetti entro cui invece ci sono margini per crescere e migliorare?

Sicuramente la disponibilità di donatori volontari e di sangue. Una situazione ottimale in buona parte del Paese, potenziale ma sviluppabile in altre regioni. Inoltre, il regime esclusivamente pubblico del sistema. Direi che sono questi i principali elementi di pregio, se ci si riferisce alla sicurezza e all’autosufficienza. Per contro, lo sviluppo del sistema è sempre stato disomogeneo e l’allineamento della capacità di donazione del centro-sud a valori più elevati (soprattutto nella raccolta del plasma) è un compito che ci siamo dati e che dovrà essere portato a compimento. Un altro punto su cui bisogna che il sistema cresca è l’organizzazione delle attività per la gestione della qualità.

Uno dei temi principali toccati nei recenti dibattiti tra addetti ai lavori, prima al seminario Fiods a Roma, poi al Festival della salute a Montecatini Terme, è stata la gara d’appalto per la lavorazione del plasma nazionale indetta dal raggruppamento regionale capitanato dal Veneto, di cui Il Friuli Venezia Giulia fa parte. È un bene che il mercato libero entri a tutti gli effetti nel sistema sangue italiano? Cosa cambia rispetto al passato?

Ma il mercato libero è sempre esistito in Italia: da un lato il sistema sanitario si è sempre approvvigionato di farmaci con gare tra tutte le aziende biofarmaceutiche, europee e statunitensi, dall’altro le regioni hanno sempre fatto gare per la lavorazione del plasma raccolto dai nostri donatori; ciò che finalmente è entrato in Italia nel campo della lavorazione del plasma delle regioni non è “il mercato libero” – che, ripeto, c’è sempre stato – ma la “concorrenza” tra più possibili fornitori: si supera cioè il monopolio di una sola azienda.

L’accordo ha creato molte discussioni. La presenza di solo due prodotti obbligatori, la sperequazione tra fattore economico e fattore qualitativo, il rischio di non sfruttare a pieno il materiale biologico donato, la forte necessità di ricorrere al mercato per i prodotti accessori, e infine dubbi sull’effettivo risparmio.  Come risponde, punto per punto, a queste criticità?

Legga bene il capitolato di gara: i prodotti “obbligatori” sono tre, come vuole il decreto ministeriale: albumina, immunoglobuline e F VIII; il capitolato poi richiede alle aziende un’offerta per tutti i possibili farmaci emoderivati “accessori” (ne elenca ben 14!) e le offerte sono valutate sulla base della qualità industriale, cioè la resa per ciascun prodotto offerto. E’ evidente che, con l’attuale produzione di plasma da frazionamento, l’Italia è ben lontana dall’autosufficienza per Immunoglobuline e albumina. Il Paese deve quindi compiere sforzi per incrementare la plasmaproduzione; ma per evitare di aumentare contestualmente in misura sproporzionata la produzione eccedentaria di prodotti non necessari è indispensabile privilegiare la “qualità industriale” di partner farmaceutici dotati di tecnologie capaci di spingere il recupero di Immunoglobuline ai più elevati livelli, giacché le tecnologie attuali consentono rese di gran lunga superiori a quelle attualmente garantite dal sistema Italia. Insomma, la valutazione complessiva delle offerte non è affatto sperequata ma deriva appunto (come richiesto dalla legge) da un ben bilanciato mix di punteggio assegnato alla qualità industriale (quali prodotti ogni azienda è capace di allestire e con quale resa industriale per litro di plasma) e al prezzo cui avviene la lavorazione.

I sei ricorsi creeranno problemi operativi? Avranno conseguenze sul normale svolgimento delle attività produttive?

I veri ricorsi contro la gara sono solo due: quelli contro la Regione Veneto presentati da Kedrion e di Grifols, le due aziende che hanno perso la gara. Gli altri sono ricorsi reciproci tra le ditte o motivazioni aggiuntive che gli avvocati forse si sono dimenticati di scrivere la prima volta. D’altra parte, se il numero di ricorsi creasse problemi, oggi il sistema sanitario nazionale sarebbe paralizzato: infatti, come potrà confermare qualsiasi stazione appaltante, il ricorso al tribunale amministrativo contro l’aggiudicazione delle gare (soprattutto se di rilevante importo economico) è diventata una prassi delle aziende che non si aggiudicano la fornitura.

Tra gli emofilici del Veneto sembra esserci molta preoccupazione.

E di che cosa sono preoccupati? Nessuno ha messo in discussione il principio della continuità terapeutica e quindi continueranno a utilizzare i farmaci che impiegavano prima; possono invece essere soddisfatti perché, a regime, ci saranno anche altri farmaci emoderivati (Beriate, Hemate P, per dirne due), attualmente impiegati nelle loro terapie, prodotti con il plasma dei nostri donatori italiani anziché con plasma di provenienza estera, il che dà maggiori garanzie di sicurezza per la qualificazione della materia prima, considerata la riconosciuta eccellenza del nostro sistema di volontariato del sangue. Inoltre la quasi totalità (94%) della teorica resa di F VIII garantita da CSL Behring fa già parte della fornitura e il restante 6% verrà prodotto, se serve, a un costo ulteriore di condizionamento di molto inferiore alla media europea di acquisto; la quota di pasta di crio eventualmente non lavorata rimane in ogni caso a disposizione e di proprietà delle Regioni. Nessun problema, quindi, per il F VIII.

Le istituzioni del Veneto hanno molto insistito a mezzo stampa sul grande risparmio pubblico che deriverà dal nuovo NAIP. Può spiegarci se e perché il risparmio dal Veneto sarà reale? O in realtà potrebbe portare a spendere più soldi per comprare i farmaci dal mercato?

Il risparmio è già ora reale perché il vantaggio economico dell’aggiudicazione, l’incremento della resa di farmaci ad alta domanda – quali le immunoglobuline –  e la fornitura di nuovi prodotti che oggi comperiamo sul mercato (fibrinogeno e Fattore von Willebrand) compensano largamente i farmaci che, in teoria, non avremmo più nel nuovo consorzio. Il vantaggio economico sarà poi ancora maggiore per tutte le regioni italiane, perché si potranno scambiare prodotti diversi tra i diversi raggruppamenti regionali. Infatti, se differenti aziende lavorano il plasma dei raggruppamenti regionali, il paniere complessivo dei farmaci in Italia aumenta: ci saranno molti più farmaci prodotti dal plasma dei nostri donatori e lo scambio di questi prodotti tra le regioni produrrà consistenti risparmi per tutti. Quindi, l’aumento della raccolta di plasma e il miglioramento di qualità industriale convergono ad affrontare e risolvere la carenza di immunoglobuline e albumina, il resto lo faranno le compensazioni interregionali. Già oggi un prodotto eccedentario nelle regioni dell’accordo interregionale plasma (l’antitrombina) viene ceduto alla Sicilia ma questi interscambi sono destinati ad aumentare nel futuro estendendosi ad altri prodotti oggi inesistenti nella nostra lavorazione nazionale. Tanto per fare un esempio, se oggi comperiamo tutto il farmaco “fibrinogeno” sul mercato, domani le regioni NAIP potranno produrre il farmaco anche per le altre realtà del Paese, compensandoci con altri farmaci non prodotti dal nostro accordo. D’altra parte, l’aumento degli interscambi tra Regioni è anche la richiesta che deriva dal legislatore (veda il recente Decreto Ministeriale sugli scambi di emocomponenti ed emoderivati e il nuovo Piano Nazionale Plasma ormai vicino all’approvazione definitiva). Solo in questo modo si potranno coniugare qualità, autosufficienza e sostenibilità del conto lavoro e, come vede, il vantaggio complessivo per il Paese sarà importante.

Il sistema del sangue può essere già coordinato su scala europea, oppure è meglio lavorare ancora per ottimizzare i sistemi nazionali?

Un coordinamento europeo esiste già ed è operato dalla Commissione Europea e dal Consiglio d’Europa, dove noi siamo molto ben rappresentati dal nostro Centro Nazionale Sangue; ciò non toglie che dobbiamo fare sforzi per migliorare il sistema nazionale, soprattutto nella capacità di programmazione e nell’ottimizzazione dell’impiego delle risorse. Per il futuro, dobbiamo considerare che le tematiche dell’autosufficienza, della sicurezza e della qualità del sangue sono “globali”, non “nazionali” e sicuramente sarà richiesto un maggiore coordinamento europeo.

Che voto darebbe, in una scala da 1 (minimo) a 5 (massimo) al livello di qualità e sicurezza del sistema sangue italiano?

Per la sicurezza senz’altro 5, per la qualità, come ho detto dobbiamo molto investire sui sistemi di gestione per la qualità: la recente approvazione della direttiva europea 2014/2016 sulle Linee guida per le buone pratiche di produzione degli emocomponenti pone certamente sfide importanti al nostro Paese, per le quali la concentrazione delle attività produttive e la qualificazione della produzione degli emocomponenti sono temi prioritari.

Donazioni remunerate, il dibattito è aperto. La seconda parte del meeting in Vaticano

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Il tema “scottante” della donazione remunerata di plasma e delle sue implicazioni ha fatto da fil rouge della sessione pomeridiana, al seminario FIODS sul futuro dei plasmaderivati. La remunerazione, al contrario del dono volontario, evoca il principio di mettere la propria materia biologica in rete per pura necessità economica.In Italia e in molti altri paesi non è una pratica prevista. Ma in alcuni paesi, soprattutto in America, la raccolta remunerata è una realtà che coinvolge le classi più bisognose della popolazione con le conseguenti implicazione in termini di stili di vita non compatibili o scarsamente compatibili.

A tal proposito Pascual Segovia (vice presidente FIODS) ha sottolineato che non è più possibile cancellare l’esistenza di una realtà come la raccolta remunerata e commerciale. E che certi principi etici devono riguardare anche quel settore.

La dottoressa Francoise Rossi (Direttrice IPFA) ha quindi provato a riclassificare la definizione di dono etico, richiamando l’idea che in esso possa rientrare, in chiave teorica, anche il dono che preveda un rimborso spese.

Kaki Aranko (direttore EBA) ha invece riepilogato gli obiettivi legati al principio strategico dell’autosufficienza ematica, che passa attraverso un miglioramento della plasmaferesi sul piano tecnico, organizzativo e di ottimizzazione delle risorse. Solo così sarà possibile tenere separati i piani della donazione e della raccolta remunerata negli USA ed evitare di dipendere in toto da meccanismi commerciali.

A chiusura della giornata, intensissima, una tavola rotonda tra alcune strutture di coordinamento regionale con al centro i rappresentanti di Emilia Romagna (Velati), Sardegna (Chianese) e Toscana (Carli). Tutti hanno ribadito l’importanza di distinguere tra pubblico e privato, tra dono e regole commerciali, accentuando la necessità del coordinamento per rispettare i criteri decisivi di appropriatezza nell’uso dei prodotti e della crescente ottimizzazione dell’intero sistema sangue.

Nei prossimi giorni, buonsangue.net focalizzerà ancora più in dettaglio ognuno di questi temi. Perché per ciascuno di essi, proprio come hanno sottolineato tutti i relatori in campo nel dibattito odierno, passa il nostro futuro di cittadini e il nostro diritto alla salute.

 

Per l’autosufficienza la raccolta è fondamentale, ma ci sono altri fattori

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Nella relazione redatta dal Presidente Fidas Aldo Ozino Caligaris per il Congresso Nazionale di Grado, gli scorsi 22-23 Aprile, emerge un’importante aspetto affinché sia pienamente compreso il tema dell’autosufficienza ematica e dei fattori necessari a raggiungerla.

In ambio di medicina trasfusionale, la domanda non è dettata esclusivamente dalla necessità di reperire una certa quantità di materiale biologico, perché è altrettanto fondamentale che quel materiale sia lavorato con la qualità necessaria per essere abbinato immunologicamente al suo potenziale destinatario.

I fattori per garantire l’efficacia di qualsiasi terapia trasfusionale sono molti, tra cui disponibilità, sicurezza ed efficacia dei prodotti, ovvero l’unico modo di rispettare il fattore dono che è alla base della raccolta.

Ecco perché bisogna evitare sprechi e fare in modo che mai e poi mai si debba ricorrere al mercato per reperire tutti quei prodotti che sarebbero ottenibili utilizzando in modo esauriente il dono etico dei lavoratori. Prendiamo a tal proposito il già citato caso del nuovo accordo in “conto terzi” firmato da un’aggregazione regionale che ha come capofila il Veneto: siamo certi che il principio del dono etico sia rispettato in un accordo che prevede la resa obbligatoria soltanto di albumina e immunoglobuline (sia pure in buone quantità) e che preveda il ricorso al mercato per reperire diversi prodotti accessori?

L’autosufficienza ematica in Italia? Passa per l’Australia

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Il tema dell’autosufficienza del sistema sangue in Italia è stato ampiamente trattato nell’incontro di Mestre e ne è stata ribadita la funzione strategica, così come ribadito nella riforma del 2005 (Legge 219/2005). Ma se questo è vero, è altrettanto vero che ci sono scelte politico-amministrative che sembrano andare in una direzione diversa e per certi aspetti fortemente contraddittoria.

In nome del risparmio, un’aggregazione di regioni guidate dal Veneto (con Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Valle d’Aosta, e le Province Autonome di Trento e Bolzano) ha affidato a una multinazionale australiana (CLS Behring) la raccolta e il trattamento del plasma e la produzione con stoccaggio e consegna dei medicinali emoderivati.

La scelta è stata sbandierata come dimostrazione di oculatezza nella gestione della sanità con tanto di automedagliamento da parte della gestione politica locale, e con l’ampio appoggio della stampa regionale: (http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2016/03/31/news/il-veneto-spezza-il-monopolio-del-plasma-1.13216773).

Adesso però, anche alla luce di quanto emerso nel confronto di Mestre, credo che sarebbe giusto porsi alcune domande. Almeno tre:

 

  • Chi garantirà i donatori e più in generale i cittadini che la raccolta del plasma segua criteri non esclusivamente legati al business ma di effettiva copertura delle necessità del sistema sangue?
  • Quanti e quali controlli verranno messi in atto per far sì che il sangue trattato rispetti i criteri di sicurezza e qualità che così bene hanno funzionato negli ultimi anni?
  • Quali garanzie effettive avremo sulla produzione e sulla disponibilità degli emoderivati più diffusi e più importanti per i pazienti?

 

Rispondere a queste domande può significare comprendere meglio perché da un lato si celebri l’autosufficienza, e poi dall’altro si lasci che forti interessi esteri finiscano per condizionare alcune scelte strategiche che si compiono a livello regionale.