Nuovo capitolo per il caso PFAS in Veneto: la plasmaferesi terapeutica serve oppure no?

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L’indecisione, la ricerca di retoriche strumentali, perfino l’addomesticamento delle verità, sono pratiche normali nella società umana e nella battaglia politica, specie quando gli obiettivi e le poste in palio per i gruppi in contrapposizione sono di grande importanza. Ma quando in gioco c’è la salute dei cittadini, e in particolar modo di migliaia di giovani, le regole del gioco dovrebbero cambiare, e le istituzioni dovrebbero ricercare strategie d’azione comune.

È del tutto inaccettabile, infatti, che in una questione delicatissima come l’inquinamento da PFAS in Veneto, le istituzioni regionali e quelle nazionali offrano versioni completamente differenti sull’efficacia della terapia scelta per circoscrivere il problema.

Facciamo un breve riepilogo.

Tra i primissimi operatori nazionali a mettere il caso sotto i riflettori,  già lo scorso 26 luglio noi di Buonsangue avevamo raccontato di una situazione abbastanza difficile in Veneto, dove l’inquinamento da PFAS (ovvero sostanze chimiche di matrice industriale che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, schiume antincendio e detergenti per la casa), ha superato le soglie di sicurezza, che peraltro in Italia sono tra le più permissive al mondo, creando una vera e propria emergenza salute specialmente per i più giovani.

Gli PFAS sono considerati “inquinanti persistenti”: il loro smaltimento ambientale è molto complicato, giacché lo scopo per cui nascono, ovvero potenziare altri prodotti agenti chimici d’uso comune, li rende particolarmente ostici e tendono ad accumularsi nell’ambiente, e in particolar modo nelle falde acquifere e nelle acque destinate al consumo. Insomma: una vera e propria autostrada per entrare nell’organismo attraverso la catena alimentare.

Nelle scorse settimane, sono andate in scena le prime scaramucce tra Regione Veneto e governo: il governatore del Veneto Zaia ha prima attaccato il governo Gentiloni, a suo dire colpevole di immobilismo, e poi, con un colpo da vero giocatore di poker ha chiesto lo stato di emergenza e contestualmente lo sblocco di 80 milioni di fondi statali, necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti in grado di portare acqua di buona qualità nelle zone colpite.

Pochi giorni fa, un nuovo scontro. Stavolta centrato sull’efficacia della pratica terapeutica in via di sperimentazione in Veneto per provare a ridurre il numero dei giovani contaminati, ovvero la plasmaferesi. Le istituzioni regionali venete hanno sbandierato l’uso della pratiche come efficaci, trovando l’immediata reazione dell’Istituto superiore della sanità e della più grande associazione di donatori italiana, Avis.

Su Repubblica dello scorso 15 dicembre si legge infatti che “Il Veneto ha presentato uno studio nel quale si dice che plasmaferesi e scambio plasmatico, funzionano. Dopo aver trattato cento casi, senza avere alcun effetto collaterale, le due tecniche hanno determinato una discesa media di presenza di inquinanti nel sangue pari al 35% con la plasmaferesi, e del 68% con lo scambio plasmatico. Si tratta del report sui primi risultati dell’applicazione del secondo livello di screening della popolazione esposta appunto a Pfas. Con la plasmaferesi vengono tolte piccole quantità di plasma, per intercettare l’inquinante. Nel caso la contaminazione sia maggiore, si fa lo scambio plasmatico, che invece consiste nel rimuovere elevati volumi di plasma, di fronte al quale bisogna infondere una soluzione fisiologica di albumina. (…) I risultati scientifici di oggi parlano chiaro sull’efficacia delle scelte fatte, con l’obbiettivo di togliere il prima possibile dal sangue delle persone questi inquinanti, che hanno un tempo di dimezzamento naturale di 5 anni”.

Insomma, pieno ottimismo.

Ottimismo del tutto eccessivo in base al parere dell’Istituto superiore di sanità, secondo cui “La plasmaferesi terapeutica è uno strumento non selettivo di rimozione dal plasma di diverse sostanze. Recenti linee guida (American Society for Apheresis, 2016) sull’impiego dell’aferesi terapeutica nella pratica clinica, non includono specificamente la rimozione dei suddetti contaminanti, o simili, tra le indicazioni basate su (consolidate) evidenze scientifiche. L’uso della tecnica che, si ricorda, è invasiva è quindi da considerarsi sperimentale”.

Dello stesso avviso è Avis Nazionale, che attraverso un denso comunicato stampa, ha voluto in primo luogo differenziare nel modo più assoluto la plasmaferesi terapeutica da quella necessaria per la donazione del plasma, una posizione che ci sentiamo di sottoscrivere integralmente.

Ecco infatti, la voce ufficiale e ferma dell’associazione. “La donazione di plasma attraverso procedure aferetiche (plasmaferesi produttiva) – dicono da Avis – è assolutamente sicura e non invasiva. Paragonare la plasmaferesi con finalità terapeutica, utilizzata in regione Veneto per la rimozione dal sangue di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas e Pfoa), a quella che si impiega ogni giorno, in centinaia di donatori per le donazioni di plasma, è decisamente fuori luogo e rischia di generare equivoci. La donazione di plasma è, infatti, assolutamente sicura, non “invasiva” e fondamentale per la salute di migliaia di pazienti. Lo sottolineano in una nota congiunta il Centro nazionale sangue, la Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia (Simti) e il Civis, il Comitato interassociativo del Volontariato italiano del sangue (Avis, Cri, Fidas e Fratres), ribadendo che non ci sono solide evidenze scientifiche a supporto della modalità scelta dai sanitari veneti”.

Per il bene dei moltissimi cittadini vittime del malgoverno e del permissivismo verso le aziende inquinanti, c’è da augurarsi che almeno in parte la sperimentazione in corso sia almeno un po’ efficace; anche se, vista la casistica esigua riportata dallo studio veneto sono del tutto legittimi i dubbi di Iss e Avis, che parlano di semplice sperimentazione.

Di certo, analizzando il comportamento della giunta di Zaia, viene semplicemente da pensare che l’idea di arginare un inquinamento di tale portata con la plasmaferesi terapeutica rischi di apparire una soluzione del tutto irrealistica, tardiva, perfino provocatoria. L’ennesimo sintomo di un modo di governare che nel suo arroccarsi su posizioni ideologiche contrabbandate per scientifiche lascia solo domande, non dà risposte e genera una dannosissima confusione.

 

 

 

Inquinamento da PFAS in Veneto, plasmaferesi per monitorare e ripulire migliaia di ragazzi

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Sono ancora piuttosto sottovalutati gli effetti collaterali dell’inquinamento atmosferico dovuto all’immissione nell’ambiente di composti chimici di origine sintetica, chiamati PFAS.

Che osa sono gli PFAS esattamente ce lo spiega il sito dell’ARPAV Veneto (ovvero l’Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione ambientale) http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/sostanze-perfluoro-alchiliche-pfas: si tratta di sostanze chimiche che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune, utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa.

Proprio lo scopo per cui nascono, fortificare altri prodotti d’uso comune, rende complicato il loro smaltimento ambientale, tanto che gli PFAS sono considerati “inquinanti persistenti” che finiscono per accumularsi nell’ambiente, e soprattutto nelle falde acquifere e nelle acque destinate anche al consumo, con il rischio che entrino di soppiatto nella catena alimentare.

Ma perché questa premessa? Cosa c’entrano gli PFAS con il sangue e soprattutto con il Veneto?

Il Veneto è una delle terre considerate più a rischio per la sedimentazione di queste molecole nell’ambiente, così come testimonia proprio una ricerca dell’ARPAV http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/allegati-pagine-generiche/pfas-relazioni-attivita-arpav/Contaminazione_da_PFAS_Azioni_ARPAV_Riassunto_attivita_giu2013_gen2017.pdf, con particolare attenzione per le province venete di Vicenza, Verona e Padova.

Una condizione difficile, di cui ha parlato ampiamente anche La Repubblica http://www.repubblica.it/ambiente/2017/05/15/news/pfas_veneto-165510344/, affrontata con decisione anche dalle istituzioni locali, come dimostra un appello addirittura rivolto al Papa Francesco Bergoglio da parte del sindaco di Lonigo in provincia di Vicenza Luca Restello http://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/area-berica/pfas-il-sindaco-%C3%A8-un-disastro-ambientale-1.5530914?refresh_ce#scroll=732.

Restello, dunque, ha parlato di vero e proprio disastro ambientale.

Anche perché i soggetti più colpiti dall’effetto potenzialmente cancerogeno degli agenti inquinanti sono soprattutto i ragazzi, mentre i cittadini che complessivamente rischiano di essere colpiti sono più di 800 mila secondo una ricerca di Greenpeace.

Una condizione difficile e dalle conseguenze imprevedibili, che il sistema trasfusionale tuttavia non sta ignorando e che, anzi, può contribuire ad affrontare. E infatti, notizia di poche ora fa, a partire da metà settembre a metà settembre, negli ospedali di Vicenza e di Padova sarà intrapreso un filtraggio attraverso plasmaferesi per i giovani con alte concentrazioni di PFAS nel sangue, un’iniziativa che potrebbe riguardare migliaia di ragazzi.

Come leggiamo su Vvox http://www.vvox.it/2017/07/23/pfas-filtraggi-per-pulire-sangue/ il filtraggio per mezzo della plasmaferesi sarà ripetuto 6 volte a distanza di 15 giorni, e sarà un servizio gratuito, attraverso il quale il sangue potrà essere ripulito dalla componente liquida in cui sedimentano gli PFAS e infine re-iniettato insieme a una soluzione fisiologica. La speranza collettiva è che l’operazione, al primo caso nel mondo, dia buoni risultati.

Noi di Buonsangue, naturalmente, continueremo a monitorare l’evolversi della situazione.

Conto–lavorazione del plasma in Emilia Romagna. Pubblicata (in tempi record) la strategia di gara: tutto già deciso?

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Era stata annunciata entro dicembre (http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/aziende-e-regioni/2016-11-07/plasmaderivati-gara-intercent-calabria-puglia-e-sicilia-120724.php?uuid=ADxQigqB&refresh_ce=1), e difatti già ieri, in tempi brevissimi, quasi record, è stata presentata la strategia di gara per il frazionamento e conto-lavorazione del plasma raccolto dal raggruppamento regionale RIPP, che ha come capofila la Regione Emilia-Romagna.

Soltanto due giorni fa, il 28 novembre, l’Agenzia Intercent-ER (agenzia incaricata per la gestione della gara stessa) aveva annunciato sul proprio sito una riunione di consultazione preliminare allo scopo di “raccogliere informazioni utili per la documentazione tecnica relativa alla gara interregionale per l’acquisizione del servizio di ritiro, trasferimento nello stabilimento di lavorazione, trasformazione del plasma prodotto dalle strutture trasfusionali delle regioni Emilia-Romagna, Puglia, Calabria e Sicilia”, ma già ieri, proprio nel corso di tale consultazione preliminare, è stato presentato un dettagliatissimo quadro strategico, che sembra già contenere fin nei minimi dettagli tutto ciò che bisogna sapere sulle caratteristiche del bando.

Il documento che spiega, per l’appunto, “le principali caratteristiche dell’iniziativa di gara” è disponibile a questo link;

Stando al comunicato ufficiale pubblicato sempre sul sito della Intercent-ER (http://intercenter.regione.emilia-romagna.it/notizie/2016/novembre/gara-interregionale-lavorazione-farmaci-plasmaderivati-consultazione-preliminare-del-mercato) vi è ancora spazio per delle modifiche, giacché gli operatori economici interessati potranno “proporre le loro osservazioni e suggerimenti in merito inviando una mail all’indirizzo intercenter@regione.emilia-romagna.it entro il 6 dicembre 2016”.

Nonostante questo spiraglio, non appare troppo malizioso ritenere che le decisioni fondamentali siano state già prese, senza lasciare troppo spazio a ulteriore dialogo.

Questo non significa che il bando di gara non sarà valido: andrà valutato il documento definitivo.  E già leggere di una gara che punta al 60% sulla qualità e 40% sul prezzo è un grande passo in avanti rispetto a ciò che mesi fa è accaduto in Veneto (90% prezzo e 10% qualità, lo ricordiamo).

Resta enorme, tuttavia, l’importanza politica di questo e dei futuri accordi interregionali per il conto-lavorazione.

Importanza che www.buosangue.net ha ribadito in diverse occasioni, come per esempio l’8 novembre (http://www.buonsangue.net/politiche/nuovo-bando-per-il-conto-lavoro-del-frazionamento-del-plasma-tocca-al-raggruppamento-regionale-guidato-dallemilia-romagna/) e ancor più di recente proprio lunedì 28 di questo mese, due giorni fa, in occasione della pubblicazione del Piano Nazionale Plasma 2016-2020 (http://www.buonsangue.net/politiche/cresce-limportanza-dei-medicinali-plasmaderivati-nel-mondo-la-necessita-di-scelte-politiche-coerenti-con-gli-obiettivi-di-sistema/), sottolineando quanto siano chiari e ambiziosi certi obiettivi in fatto di autosufficienza ematica, di qualità e di appropriatezza in ogni momento della filiera.

 

 

De Angelis difende l’accordo Regioni-Csl Behring “Ecco perché gli emofilici non devono preoccuparsi”

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L’accordo per il conto lavorazione del plasma nazionale stretto dal raggruppamento regionale che ha il Veneto come capofila, e la multinazionale australiana CSL Behring, è uno dei temi più discussi nel sistema sangue nazionale. Molte, molte critiche, sono arrivate da più parti e per moltissimi motivi, così come www.buonsangue.net ha sempre documentato: (qui uno schema dei punti critici: http://www.buonsangue.net/politiche/accordo-veneto-csl-behring-i-dubbi-sullefficacia-e-la-sottovalutazione-della-comunita-emofilica/)

Sull’argomento, si è invece espresso favorevolmente il Dottor Vincenzo De Angelis, direttore del dipartimento di medicina trasfusionale all’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata “S. Maria della Misericordia” di Udine, in rappresentanza di una regione il Friuli Venezia Giulia, che è parte integrante del raggruppamento che si è affidato al Veneto come regione guida. Ecco le sue parole.

 Dottor De Angelis, lei vanta tantissima esperienza, ormai pluriennale, come addetto ai lavori nell’ambito del sistema sangue. Quali sono secondo lei, nel sistema trasfusionale italiano, i punti forti e gli aspetti entro cui invece ci sono margini per crescere e migliorare?

Sicuramente la disponibilità di donatori volontari e di sangue. Una situazione ottimale in buona parte del Paese, potenziale ma sviluppabile in altre regioni. Inoltre, il regime esclusivamente pubblico del sistema. Direi che sono questi i principali elementi di pregio, se ci si riferisce alla sicurezza e all’autosufficienza. Per contro, lo sviluppo del sistema è sempre stato disomogeneo e l’allineamento della capacità di donazione del centro-sud a valori più elevati (soprattutto nella raccolta del plasma) è un compito che ci siamo dati e che dovrà essere portato a compimento. Un altro punto su cui bisogna che il sistema cresca è l’organizzazione delle attività per la gestione della qualità.

Uno dei temi principali toccati nei recenti dibattiti tra addetti ai lavori, prima al seminario Fiods a Roma, poi al Festival della salute a Montecatini Terme, è stata la gara d’appalto per la lavorazione del plasma nazionale indetta dal raggruppamento regionale capitanato dal Veneto, di cui Il Friuli Venezia Giulia fa parte. È un bene che il mercato libero entri a tutti gli effetti nel sistema sangue italiano? Cosa cambia rispetto al passato?

Ma il mercato libero è sempre esistito in Italia: da un lato il sistema sanitario si è sempre approvvigionato di farmaci con gare tra tutte le aziende biofarmaceutiche, europee e statunitensi, dall’altro le regioni hanno sempre fatto gare per la lavorazione del plasma raccolto dai nostri donatori; ciò che finalmente è entrato in Italia nel campo della lavorazione del plasma delle regioni non è “il mercato libero” – che, ripeto, c’è sempre stato – ma la “concorrenza” tra più possibili fornitori: si supera cioè il monopolio di una sola azienda.

L’accordo ha creato molte discussioni. La presenza di solo due prodotti obbligatori, la sperequazione tra fattore economico e fattore qualitativo, il rischio di non sfruttare a pieno il materiale biologico donato, la forte necessità di ricorrere al mercato per i prodotti accessori, e infine dubbi sull’effettivo risparmio.  Come risponde, punto per punto, a queste criticità?

Legga bene il capitolato di gara: i prodotti “obbligatori” sono tre, come vuole il decreto ministeriale: albumina, immunoglobuline e F VIII; il capitolato poi richiede alle aziende un’offerta per tutti i possibili farmaci emoderivati “accessori” (ne elenca ben 14!) e le offerte sono valutate sulla base della qualità industriale, cioè la resa per ciascun prodotto offerto. E’ evidente che, con l’attuale produzione di plasma da frazionamento, l’Italia è ben lontana dall’autosufficienza per Immunoglobuline e albumina. Il Paese deve quindi compiere sforzi per incrementare la plasmaproduzione; ma per evitare di aumentare contestualmente in misura sproporzionata la produzione eccedentaria di prodotti non necessari è indispensabile privilegiare la “qualità industriale” di partner farmaceutici dotati di tecnologie capaci di spingere il recupero di Immunoglobuline ai più elevati livelli, giacché le tecnologie attuali consentono rese di gran lunga superiori a quelle attualmente garantite dal sistema Italia. Insomma, la valutazione complessiva delle offerte non è affatto sperequata ma deriva appunto (come richiesto dalla legge) da un ben bilanciato mix di punteggio assegnato alla qualità industriale (quali prodotti ogni azienda è capace di allestire e con quale resa industriale per litro di plasma) e al prezzo cui avviene la lavorazione.

I sei ricorsi creeranno problemi operativi? Avranno conseguenze sul normale svolgimento delle attività produttive?

I veri ricorsi contro la gara sono solo due: quelli contro la Regione Veneto presentati da Kedrion e di Grifols, le due aziende che hanno perso la gara. Gli altri sono ricorsi reciproci tra le ditte o motivazioni aggiuntive che gli avvocati forse si sono dimenticati di scrivere la prima volta. D’altra parte, se il numero di ricorsi creasse problemi, oggi il sistema sanitario nazionale sarebbe paralizzato: infatti, come potrà confermare qualsiasi stazione appaltante, il ricorso al tribunale amministrativo contro l’aggiudicazione delle gare (soprattutto se di rilevante importo economico) è diventata una prassi delle aziende che non si aggiudicano la fornitura.

Tra gli emofilici del Veneto sembra esserci molta preoccupazione.

E di che cosa sono preoccupati? Nessuno ha messo in discussione il principio della continuità terapeutica e quindi continueranno a utilizzare i farmaci che impiegavano prima; possono invece essere soddisfatti perché, a regime, ci saranno anche altri farmaci emoderivati (Beriate, Hemate P, per dirne due), attualmente impiegati nelle loro terapie, prodotti con il plasma dei nostri donatori italiani anziché con plasma di provenienza estera, il che dà maggiori garanzie di sicurezza per la qualificazione della materia prima, considerata la riconosciuta eccellenza del nostro sistema di volontariato del sangue. Inoltre la quasi totalità (94%) della teorica resa di F VIII garantita da CSL Behring fa già parte della fornitura e il restante 6% verrà prodotto, se serve, a un costo ulteriore di condizionamento di molto inferiore alla media europea di acquisto; la quota di pasta di crio eventualmente non lavorata rimane in ogni caso a disposizione e di proprietà delle Regioni. Nessun problema, quindi, per il F VIII.

Le istituzioni del Veneto hanno molto insistito a mezzo stampa sul grande risparmio pubblico che deriverà dal nuovo NAIP. Può spiegarci se e perché il risparmio dal Veneto sarà reale? O in realtà potrebbe portare a spendere più soldi per comprare i farmaci dal mercato?

Il risparmio è già ora reale perché il vantaggio economico dell’aggiudicazione, l’incremento della resa di farmaci ad alta domanda – quali le immunoglobuline –  e la fornitura di nuovi prodotti che oggi comperiamo sul mercato (fibrinogeno e Fattore von Willebrand) compensano largamente i farmaci che, in teoria, non avremmo più nel nuovo consorzio. Il vantaggio economico sarà poi ancora maggiore per tutte le regioni italiane, perché si potranno scambiare prodotti diversi tra i diversi raggruppamenti regionali. Infatti, se differenti aziende lavorano il plasma dei raggruppamenti regionali, il paniere complessivo dei farmaci in Italia aumenta: ci saranno molti più farmaci prodotti dal plasma dei nostri donatori e lo scambio di questi prodotti tra le regioni produrrà consistenti risparmi per tutti. Quindi, l’aumento della raccolta di plasma e il miglioramento di qualità industriale convergono ad affrontare e risolvere la carenza di immunoglobuline e albumina, il resto lo faranno le compensazioni interregionali. Già oggi un prodotto eccedentario nelle regioni dell’accordo interregionale plasma (l’antitrombina) viene ceduto alla Sicilia ma questi interscambi sono destinati ad aumentare nel futuro estendendosi ad altri prodotti oggi inesistenti nella nostra lavorazione nazionale. Tanto per fare un esempio, se oggi comperiamo tutto il farmaco “fibrinogeno” sul mercato, domani le regioni NAIP potranno produrre il farmaco anche per le altre realtà del Paese, compensandoci con altri farmaci non prodotti dal nostro accordo. D’altra parte, l’aumento degli interscambi tra Regioni è anche la richiesta che deriva dal legislatore (veda il recente Decreto Ministeriale sugli scambi di emocomponenti ed emoderivati e il nuovo Piano Nazionale Plasma ormai vicino all’approvazione definitiva). Solo in questo modo si potranno coniugare qualità, autosufficienza e sostenibilità del conto lavoro e, come vede, il vantaggio complessivo per il Paese sarà importante.

Il sistema del sangue può essere già coordinato su scala europea, oppure è meglio lavorare ancora per ottimizzare i sistemi nazionali?

Un coordinamento europeo esiste già ed è operato dalla Commissione Europea e dal Consiglio d’Europa, dove noi siamo molto ben rappresentati dal nostro Centro Nazionale Sangue; ciò non toglie che dobbiamo fare sforzi per migliorare il sistema nazionale, soprattutto nella capacità di programmazione e nell’ottimizzazione dell’impiego delle risorse. Per il futuro, dobbiamo considerare che le tematiche dell’autosufficienza, della sicurezza e della qualità del sangue sono “globali”, non “nazionali” e sicuramente sarà richiesto un maggiore coordinamento europeo.

Che voto darebbe, in una scala da 1 (minimo) a 5 (massimo) al livello di qualità e sicurezza del sistema sangue italiano?

Per la sicurezza senz’altro 5, per la qualità, come ho detto dobbiamo molto investire sui sistemi di gestione per la qualità: la recente approvazione della direttiva europea 2014/2016 sulle Linee guida per le buone pratiche di produzione degli emocomponenti pone certamente sfide importanti al nostro Paese, per le quali la concentrazione delle attività produttive e la qualificazione della produzione degli emocomponenti sono temi prioritari.

Donazioni remunerate, il dibattito è aperto. La seconda parte del meeting in Vaticano

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Il tema “scottante” della donazione remunerata di plasma e delle sue implicazioni ha fatto da fil rouge della sessione pomeridiana, al seminario FIODS sul futuro dei plasmaderivati. La remunerazione, al contrario del dono volontario, evoca il principio di mettere la propria materia biologica in rete per pura necessità economica.In Italia e in molti altri paesi non è una pratica prevista. Ma in alcuni paesi, soprattutto in America, la raccolta remunerata è una realtà che coinvolge le classi più bisognose della popolazione con le conseguenti implicazione in termini di stili di vita non compatibili o scarsamente compatibili.

A tal proposito Pascual Segovia (vice presidente FIODS) ha sottolineato che non è più possibile cancellare l’esistenza di una realtà come la raccolta remunerata e commerciale. E che certi principi etici devono riguardare anche quel settore.

La dottoressa Francoise Rossi (Direttrice IPFA) ha quindi provato a riclassificare la definizione di dono etico, richiamando l’idea che in esso possa rientrare, in chiave teorica, anche il dono che preveda un rimborso spese.

Kaki Aranko (direttore EBA) ha invece riepilogato gli obiettivi legati al principio strategico dell’autosufficienza ematica, che passa attraverso un miglioramento della plasmaferesi sul piano tecnico, organizzativo e di ottimizzazione delle risorse. Solo così sarà possibile tenere separati i piani della donazione e della raccolta remunerata negli USA ed evitare di dipendere in toto da meccanismi commerciali.

A chiusura della giornata, intensissima, una tavola rotonda tra alcune strutture di coordinamento regionale con al centro i rappresentanti di Emilia Romagna (Velati), Sardegna (Chianese) e Toscana (Carli). Tutti hanno ribadito l’importanza di distinguere tra pubblico e privato, tra dono e regole commerciali, accentuando la necessità del coordinamento per rispettare i criteri decisivi di appropriatezza nell’uso dei prodotti e della crescente ottimizzazione dell’intero sistema sangue.

Nei prossimi giorni, buonsangue.net focalizzerà ancora più in dettaglio ognuno di questi temi. Perché per ciascuno di essi, proprio come hanno sottolineato tutti i relatori in campo nel dibattito odierno, passa il nostro futuro di cittadini e il nostro diritto alla salute.

 

Per l’autosufficienza la raccolta è fondamentale, ma ci sono altri fattori

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Nella relazione redatta dal Presidente Fidas Aldo Ozino Caligaris per il Congresso Nazionale di Grado, gli scorsi 22-23 Aprile, emerge un’importante aspetto affinché sia pienamente compreso il tema dell’autosufficienza ematica e dei fattori necessari a raggiungerla.

In ambio di medicina trasfusionale, la domanda non è dettata esclusivamente dalla necessità di reperire una certa quantità di materiale biologico, perché è altrettanto fondamentale che quel materiale sia lavorato con la qualità necessaria per essere abbinato immunologicamente al suo potenziale destinatario.

I fattori per garantire l’efficacia di qualsiasi terapia trasfusionale sono molti, tra cui disponibilità, sicurezza ed efficacia dei prodotti, ovvero l’unico modo di rispettare il fattore dono che è alla base della raccolta.

Ecco perché bisogna evitare sprechi e fare in modo che mai e poi mai si debba ricorrere al mercato per reperire tutti quei prodotti che sarebbero ottenibili utilizzando in modo esauriente il dono etico dei lavoratori. Prendiamo a tal proposito il già citato caso del nuovo accordo in “conto terzi” firmato da un’aggregazione regionale che ha come capofila il Veneto: siamo certi che il principio del dono etico sia rispettato in un accordo che prevede la resa obbligatoria soltanto di albumina e immunoglobuline (sia pure in buone quantità) e che preveda il ricorso al mercato per reperire diversi prodotti accessori?

L’autosufficienza ematica in Italia? Passa per l’Australia

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Il tema dell’autosufficienza del sistema sangue in Italia è stato ampiamente trattato nell’incontro di Mestre e ne è stata ribadita la funzione strategica, così come ribadito nella riforma del 2005 (Legge 219/2005). Ma se questo è vero, è altrettanto vero che ci sono scelte politico-amministrative che sembrano andare in una direzione diversa e per certi aspetti fortemente contraddittoria.

In nome del risparmio, un’aggregazione di regioni guidate dal Veneto (con Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Valle d’Aosta, e le Province Autonome di Trento e Bolzano) ha affidato a una multinazionale australiana (CLS Behring) la raccolta e il trattamento del plasma e la produzione con stoccaggio e consegna dei medicinali emoderivati.

La scelta è stata sbandierata come dimostrazione di oculatezza nella gestione della sanità con tanto di automedagliamento da parte della gestione politica locale, e con l’ampio appoggio della stampa regionale: (http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2016/03/31/news/il-veneto-spezza-il-monopolio-del-plasma-1.13216773).

Adesso però, anche alla luce di quanto emerso nel confronto di Mestre, credo che sarebbe giusto porsi alcune domande. Almeno tre:

 

  • Chi garantirà i donatori e più in generale i cittadini che la raccolta del plasma segua criteri non esclusivamente legati al business ma di effettiva copertura delle necessità del sistema sangue?
  • Quanti e quali controlli verranno messi in atto per far sì che il sangue trattato rispetti i criteri di sicurezza e qualità che così bene hanno funzionato negli ultimi anni?
  • Quali garanzie effettive avremo sulla produzione e sulla disponibilità degli emoderivati più diffusi e più importanti per i pazienti?

 

Rispondere a queste domande può significare comprendere meglio perché da un lato si celebri l’autosufficienza, e poi dall’altro si lasci che forti interessi esteri finiscano per condizionare alcune scelte strategiche che si compiono a livello regionale.