“La trasfusione è un farmaco”. Gli specialisti dell’AMCLI (Associazione Microbiologi Clinici Italiani) ribadiscono che la sicurezza è un valore fondamentale del sistema sangue

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Il tema della sicurezza nelle trasfusioni di sangue, e di conseguenza durante le donazioni, comprende anche un punto di osservazione di cui si parla poco ma che certamente non è di scarsa rilevanza: si tratta del campo d’azione dei medici microbiologi trasfusionisti, organizzati nell’AMCLI (Associazione Microbiologi Clinici Italiani) e dal 10 al 13 novembre 2018 riuniti in convegno nazionale a Rimini, per discutere di un argomento attualmente al centro dell’attenzione di molte categorie di professionisti: le malattie emergenti, alle quali è dedicata una pagina intera sul sito del Ministero della Salute.

Secondo i microbiologi “la trasfusione costituisce a tutti gli effetti un farmaco. Pertanto se ne deve garantire un livello assoluto di sicurezza”, motivo per il quale diventano sempre più importanti strumenti come il questionario del donatore di sangue (spesso mal sopportato da molti donatori occasionali per l’invasione nella privacy), o come i test specifici capaci di individuare i virus di epatite, HIV, sifilide e di altri agenti patogeni anche durante il cosiddetto “periodo finestra” ovvero il tempo durante il quale la ricerca degli anticorpi dà esito negativo anche se l’agente infettante è presente nell’organismo.

In Italia attualmente i test di qualificazione biologica sono obbligatori per legge e sono effettuati sui donatori ad ogni donazione così come indicato dal DM 2 novembre 2015, e consistono nella ricerca dei marcatori sierologici e del genoma virale per l’infezione da virus dell’epatite B, dell’epatite C e dell’HIV, e dalla ricerca del marcatore sierologico della lue.

Tali test per i donatori hanno un’efficacia vicina al 100% sui soggetti infetti che hanno già compiuto la fase della sieroconversione, ovvero il passaggio dallo stato di sieronegatività (quello in cui si registra l’assenza di anticorpi nel plasma del soggetto infetto), allo stato di sieropositività (quella in cui invece si registra la presenza di anticorpi nel plasma del soggetto infetto).

Da quando esiste il test NAT, basato su tecniche di biologia molecolare, la durata del periodo finestra è di molto diminuito, e corrisponde a una settimana per epatite C e HIV, e a circa venti giorni per l’epatite B, ma questo non significa che tale periodo finestra debba essere sottovalutato, perché, secondo gli specialisti AMCLI, la scarsa attenzione o qualche criticità imprevista potrebbero “determinare il rischio di trasmissione tramite le trasfusioni o la somministrazione di emoderivati”, come possiamo leggere nel report del convegno AMCLI su Tiscali Salute.

Anche il SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia), e noi lo abbiamo scritto il 29 ottobre scorso, ha di recente fortificato la propria offerta formativa sul tema sicurezza, proprio allo scopo di prevenire qualsiasi necessità futura:

Al SIMTI un novembre all’insegna della formazione: parola d’ordine “sicurezza”

una scelta precisa, a testimonianza del fatto che l’attenzione delle associazioni di donatori e di tutti gli operatori istituzionali del sistema sangue su temi come l’eticità del dono di sangue e plasma, o la valorizzazione del sistema italiano basato sul conto lavoro per la produzione dei farmaci plasmaderivati segnati dal pittogramma etico in seguito a dono anonimo, gratuito, associato e organizzato, è una risposta concreta e reale alle esigenze di qualità e sicurezza del sistema intero, che si parli di prodotto finali o dei pazienti. A dispetto di qualsiasi ragione economica o di abitudini discutibili come la raccolta del plasma a pagamento, già in voga e divenute prassi del tutto normalizzate in altre parti del mondo.

 

Al SIMTI un novembre all’insegna della formazione: parola d’ordine “sicurezza”

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Su Buonsangue lo ricordiamo di continuo: la sicurezza è un valore primario per il sistema sangue, che in Italia è ormai da ormai moltissimi anni al riparo dalle complicate vicende del passato, raccontate nel dettagliato ed esauriente volume “Sangue Infetto” (Mimesis, 2018) a firma del giornalista Michele De Lucia, da noi approfonditamente recensito lo scorso 21 giugno:

“Sangue infetto” di Michele De Lucia, opera dettagliata e attenta che rilegge la storia dei processi sul sangue con ampia documentazione ed equidistanza, senza giustizialismo e sensazionalismo

La sicurezza nel sistema sangue si raggiunge in molti modi, a cominciare dal primo passo, quello dell’approccio iniziale al dono, quando il donatore si cimenta su un questionario molto dettagliato e approfondito che, sebbene talvolta può “spaventare” qualcuno, si rivela un preziosissimo strumento di conoscenza per tutte le parti in causa, donatore e medico, perché solo così è possibile individuare e prevenire i rischi legati ai comportamenti non compatibili a ridosso del dono con gli eventuali agenti patogeni che nell’immediato non possono essere rivelati dalle analisi.

Ma altrettanto importante è il momento successivo, quello in cui entra in campo il professionista trasfusionale: ed ecco perché nei prossimi mesi, novembre e dicembre, il SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia), ha messo in programma per gli addetti ai lavori numerosi cicli formativi allo scopo di rendere sempre più aggiornato ed efficiente il lavoro dei tecnici professionali.

A Milano, nei giorni 6-7 novembre 2018 all’Hilton Hotel, e a Roma, nei giorni 4 e 5 dicembre 2018 al Courtyard by Marriott Rome Central Park, si terranno dunque due convegni formativi per personale impegnato nel settore delle malattie trasmissibili sotto la guida di Claudio Velati, direttore del Servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale dell’Ospedale Maggiore di Bologna, un professionista autorevole che i lettori di Buonsangue conoscono bene:

Velati e il Sistema sangue: “L’apertura del mercato è positiva ma il modello italiano va salvaguardato”

Lo scopo del corso SIMTI, è quello di fornire competenze tecnico-professionali nel campo delle malattie trasmissibili, come gli aggiornamenti sull’andamento dell’infezione da HIV (purtroppo da tempo sottovalutata a livello mediatico), e sui relativi comportamenti a rischio, sulle conoscenze attuali delle nuove terapie e sulle infezioni emergenti; informazioni da integrare con competenze di processo nel campo della medicina trasfusionale, allo scopo di offrire nuove conoscenze teoriche con la conseguente applicazione nell’attività quotidiana, e infine con competenze di sistema, per convogliare l’attenzione di medici, biologi, tecnici e infermieri delle strutture trasfusionali su tutti quei problemi che necessitano di un approccio complesso e innovativo, come per esempio, per l’appunto, quello delle infezioni emergenti.

Sempre a Milano, invece, e sempre all’Hilton Hotel, il 14 novembre 2018 si terra il corso SIMTI dal titolo “Aggiornamenti in Medicina Trasfusionale: la raccolta, la produzione, la garanzia della qualità degli emocomponenti”, modulo rivolto a medici, biologi, tecnici sanitari di laboratorio biomedico e infermieri, finalizzato a preparare il personale dei reparti trasfusionali a sapersi destreggiare in mezzo a tutte le novità legate alle linee guida e ai protocolli di sicurezza.

Un grande impegno formativo dunque, a dimostrazione che i risultati soddisfacenti in questo campo non sono scontati e coinvolgono l’impegno profondo di tutti gli attori di sistema, dai donatori alle aziende farmaceutiche passando per i medici, perché il lavoro da fare è tanto e le difficoltà sono sempre all’ordine del giorno.

 

 

Dall’universo plasma ai corsi di formazione FedEmo, donatori, pazienti e istituzioni devono prepararsi alle sfide del futuro

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Dal meeting organizzato a Piacenza dai giovani di Avis con il plasma come oggetto di indagine, da noi ampiamente trattato lunedì 22 ottobre, sono emersi molti spunti d’analisi di grande rilevanza, che è bene sviluppare a parte.

Uno di essi è il delicato rapporto tra stakeholder di sistema nell’approccio alla materia della produzione dei plasmaderivati. Come sappiamo, grazie al metodo del conto-lavoro che è una peculiarità italiana, il plasma dei donatori raccolto nei centri trasfusionali da strutture sanitarie e associazioni, resta sempre di proprietà pubblica; una parte si tiene per il pronto utilizzo sanitario, la maggior parte si congela e si invia alle aziende farmaceutiche che operano sul territorio e si occupano di plasma-lavorazione dopo aver partecipato agli appositi bandi. Le aziende, infine, restituiscono i farmaci salvavita prodotti alle strutture sanitarie, per la cura delle patologie.

Il metodo del conto-lavoro consente dunque un gran risparmio per il sistema sanitario nazionale, a patto che le offerte concordate dai bandi puntino su 1) il concetto di massima resa di produzione dalla materia biologica (come non si è fatto per esempio con il bando veneto incredibilmente sbilanciato verso a componente economica); 2) sull’utilizzo del pittogramma etico (la direttrice del Crs Emilia Romagna Wanda Randi ha ribadito proprio a Piacenza che tutti i farmaci provenienti dal plasma emiliano lo presenteranno)  e infine 3) sul dialogo tra tutti gli attori di sistema, e dunque tra associazioni di donatori, istituzioni sanitarie, aziende, associazioni scientifiche come per esempio il SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia), e associazioni di pazienti come FedEmo. A patto però, che aldilà degli interessi particolari si riesca a individuare una visione comune.

Semplice? Ovviamente no, vista la grande varietà di interessi in gioco. Attualmente l’autosufficienza in fatto di plasma si aggira intorno al 50-70%, ma procedendo in linea con i dettami del piano nazionale plasma e il miglioramento collettivo nell’utilizzo delle pratiche del PBM (Patient blood management) si dovrebbe incorrere in un miglioramento progressivo fino al 2020.

Le aziende, intanto, producono anche ricombinanti e bypassanti destinati al mercato, terapie molto costose e clinicamente ancora testare a pieno ad appannaggio bene per una parte ristretta di pazienti nei paesi occidentali, ma che sono impensabili nei paesi in via di sviluppo. Attenzione dunque, perché come ha detto la dottoressa Randi a Piacenza, a volte i pazienti tendono a vedere solo l’obiettivo finale, ovvero l’aspirazione a percepire che il farmaco a loro necessario sia facilmente reperibile.

Serve quindi sempre il massimo della concertazione, del dialogo, anche interno in ciascuna forza specifica, per maturare una visione comune di tutti gli equilibri di sistema e prendere le decisioni migliori per la collettività.

Ci sembra positivo allora, in questo senso, il percorso della FedEmo, che per il terzo anno consecutivo organizza a Lucca, in collaborazione con Fondazione Campus e con il supporto incondizionato dell’azienda farmaceutica italiana Kedrion, dei corsi di formazione pensati per giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni che hanno come obiettivo quello di formare le forze fresche che vorranno lavorare nelle associazioni o consolidarsi nel loro percorso associativo con un ruolo da protagonisti.

Docenti universitari e professionisti di settore si alterneranno nelle lezione dei tre moduli FedEmo previsti: il primo (già svoltosi nei giorni 13-14 ottobre 2018) sul tema “Relazioni pubbliche e comunicazione nel Terzo settore”; il secondo (in programma nei giorni 10 e 11 novembre 2018) sul tema “Management del non profit: principi e strumenti”; e infine il terzo (previsto per i giorni 1 e 2 dicembre 2018) sul tema “Teoria e pratica dell’associazionismo”.

Un modo attivo di rapportarsi alla complessità del reale anche dal punto di vista del paziente, che come tutti gli attori di sistema dovrà, sempre di più, saper approfondire e selezionare le informazioni, per porsi sulla scacchiera del quotidiano con il massimo della consapevolezza.

 

Quando il caldo (e il calo) si fa duro, i donatori iniziano a donare. Dall’Avis provinciale Venezia un allarme per il futuro e come informarsi su dono e vacanze estive. Con una regola: prima donare poi partire

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Quando il caldo (e il calo) si fa duro, i donatori iniziano a donare. Lo avevamo anticipato già lo scorso week-end raccontando tutte le iniziative speciali della prima settimana di giugno, ma come accade ogni anno l’arrivo della bella stagione coincide con preoccupazioni crescenti che arrivano dall’ambiente delle associazioni di donatori di sangue.

Un allarme dal peso specifico non indifferente è arrivato nelle ultime ore dal Veneto, e in particolare dalla sezione provinciale Avis di Venezia, che dopo un mese di aprile rassicurante ha registrato un forte calo di donazioni per tutto il periodo di maggio.

Se si estende l’analisi ai primi cinque mesi del 2018, il bilancio è di ben 85 donazioni in meno rispetto alla scorsa stagione, dopo un 2017 tutto sommato positivo con 2519 donatori complessivi e ben 4769 sacche di sangue raccolte, di cui 3281 di sangue intero, 926 emoderivati in plasmaferesi e 22 piastrine.

Dal presidente provinciale Cicogna, che si è espresso sulle colonne de La Nuova Venezia, una precisa valutazione delle tante concause che contribuiscono al calo generalizzato delle donazioni: si va dallo stile di vita frenetico con orari e impegni lavorativi sempre più totalizzanti, alla crescente difficoltà di reclutare i donatori giovani (da qui la recente campagna di video Avis di cui abbiamo parlato sul blog), dall’eccessiva burocrazia (da ottobre i donatori dovranno presentarsi al dono con documento d’identità e tessera sanitaria e non più con il semplice tesserino Avis), fino all’incidenza sul calendario.

E l’arrivo dell’estate non incide negativamente solo a causa del caldo e della voglia di mare, di vacanze e per il desiderio comune di mettere da parte per qualche settimana ogni attività mentalmente impegnativa e ogni responsabilità; anche il semplice atto del partire in vacanza, magari per mete esotiche, mette in discussione la possibilità stessa di donare per motivi di sicurezza, imponendo stop al dono che vanno da uno a sei mesi.

A tale scopo Avis, in collaborazione col SIMTI che gestisce la preziosissima pagina “il donatore che viaggia” con la lista di tutte le possibili malattie infettive a rischio diffusione paese per paese, ha creato un’infografica che indica perfettamente l’entità dello stop al dono a seconda del paese in cui si soggiornerà. Eccola in figura 1.

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Per chi sceglie destinazioni contraddistinte dal colore verde, nessun problema. Stop di un mese per le zone del mondo in giallo come Usa, Canada e alcuni paesi asiatici, arancione con stop di 3 mesi per zone vicine ma non raccomandabili per la situazione politica come Egitto e Algeria. Infine, rosso per Sudamerica, Africa, Oceania e Asia del sud, viaggi al caldo che comportano un stop al dono per almeno 6 mesi.

In questi casi, donare prima di partire è ancora più importante.

 

Genova capitale del sistema trasfusionale: dal convegno SIMTI alla presentazione del libro “Sangue Infetto” di Michele De Lucia, l’attualità del sangue parla ligure

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Gianfranco Massaro, presidente Fiods, al 43esimo convegno SIMTI

È Genova in questi ultimi giorni la capitale italiana del sangue.

Dopo le assemblee generali di Avis e Fratres, svoltesi rispettivamente a Lecce (ecco qui i nostri report alla prima, alla seconda, e alla terza giornata) e Cinisi (Palermo), il testimone passa da sud a nord, con l’importante convegno genovese (dal 23 al 25 maggio al Centro Congressi del Porto Antico) organizzato dal Simti (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia), evento clou a cui partecipano i più importanti operatori del sistema trasfusionale italiano, come Gianfranco Massaro (presidente Fiods), Aldo Ozino Caligaris (Presidente Fidas e coordinatore Civis) e Giancarlo Maria Liumbruno (presidente del Centro nazionale sangue).

Cosa aspettarsi da questi tre giorni genovesi?

Di certo l’approfondimento ampio e concreto di temi d’attualità importantissimi, peraltro già preannunciati e delineati da Pierluigi Berti in questa intervista ampia e molto approfondita rilasciata al portale donatorih24, occasione in cui il presidente SIMTI si è mostrato realistico e responsabile, richiamando in causa le difficoltà che sta attraversando il sistema trasfusionale italiano sul piano della raccolta sangue, sul rispetto dell’autosufficienza ematica, e non di meno sul piano della formazione del personale specializzato nella medicina trasfusionale, come richiede la direttiva Ue 1214/2016.

Il plasma, la comunicazione dei valori del dono, il ruolo delle associazioni, il PBM (Patient blood management) sono poi tutti argomenti di dibattito che da giovedì fino alla giornata di oggi hanno trovato posto nell’ampio programma di Genova (scaricabile qui).

Per capire il peso specifico della tre giorni genovese, basta leggere qualche passaggio del saluto che ha voluto dedicare a tutti i relatori Gianfranco Massaro (presidente Fiods), toccando con fermezza punti nodali del sistema come plasmalavorazione, valori alla base del dono e differenze tra regioni sul piano dell’efficienza, talvolta ancora troppo marcate. Ecco le parole di Massaro:

Gentili Signore e Signori, è per me oggi un immenso piacere portare il saluto e la voce della FIODS al 43° Convegno Nazionale della SIMTI. La FIODS è impegnata a diffondere e difendere i principi etici della donazione di sangue, norme e valori che sono la base del comportamento individuale. Questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso lo sviluppo di iniziative informative, formative, culturali e di ricerca, che sono alla base della nostra mission (…)Il Sistema Sangue italiano ha assistito negli ultimi decenni a progressi inimmaginabili; nel tempo si sono infatti ridotti, fino a pressoché annullarsi, i rischi per la donazione e la trasfusione del sangue, quelli legati alla produzione e all’utilizzo dei farmaci plasmaderivati, e quelli legati alla insufficienza di emocomponenti per l’utilizzo ospedaliero. La raggiunta autosufficienza nella raccolta di sangue è un successo per ogni sistema sanitario che vi giunga; un successo che, è bene ricordarlo sempre, non va mai dato per scontato né acquisito per sempre. Allo stesso tempo, il nostro Paese non ha ancora raggiunto, come sappiamo, l’autosufficienza nella raccolta di plasma per la lavorazione industriale. Vanno segnalati, in questo senso, la troppo forte differenza regionale nella raccolta. Anche i raggruppamenti regionali per le gare di conto lavorazione possono essere un modo per trasferire buone pratiche nelle varie parti d’Italia, ed è per questo che nelle ultime gare abbiamo accolto con favore la preponderanza del criterio qualitativo, che include anche i servizi per il miglioramento del sistema. (…) Chiudo con due brevi considerazioni. La prima è che la FIODS si pone degli interrogativi, rispetto alle notizie circa la possibilità di una modifica normativa che permetta la lavorazione del plasma italiano in impianti situati in Paesi in cui la donazione del plasma è remunerata. La seconda è una nota sui progetti internazionali. Come FIODS sosteniamo ancora una volta l’importanza che non una goccia di plasma donato sia a rischio di spreco; è dunque necessario che tutti noi, parte del sistema sangue, facciamo ogni possibile sforzo per favorire, semplificare e moltiplicare i progetti di cooperazione internazionale, con lo scopo di avvicinare i nostri preziosi medicinali ai pazienti che, in tutto il mondo, li aspettano per aggiungere” tempo alla vita e vita al tempo”.

Grazie.

Ma Genova in questi giorni è stata la capitale italiana del sangue anche per un altro motivo, non meno importante: ieri giovedì 24 maggio, alla Feltrinelli di via Ceccardi, è andata in scena la presentazione del libro Sangue Infetto del giornalista Michele De Lucia edito da Mimesis, un’opera di grande respiro destinata a far parlare di sé.

De Lucia ha infatti ricostruito in un lavoro di circa 500 pagine ricco di spunti inediti e di ampia documentazione, gli scandali del sangue infetto che hanno contraddistinto il nostro paese nel dopoguerra, e lo ha fatto senza perdersi in giustizialismi o sensazionalismi, ma piuttosto procedendo per ampiezza documentativa e voglia di arrivare al maggior grado di verità possibile.

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In definitiva, il lavoro di documentazione di De Lucia è così ampio da abbracciare qualsiasi aspetto inerente alla risorsa sangue e a come è stata utilizzata in Italia e nel mondo da inizio secolo ai giorni nostri: nelle pagine di Sangue Infetto, per esempio, l’autore affronta il problema dell’emofilia in tutte le sue sfaccettature, dal punto di vista dell’evoluzione storica delle cure all’assenza di plasma che caratterizzava la situazione italiana a fine anni settanta; entra nel merito di come è cambiata la raccolta sangue nella storia mondiale e torna, caso per caso su tutte le disfunzioni del servizio sanitario nazionale e sugli scandali documentati dalla cronaca, dal plasma killer del 1967 al mercato nero a Napoli negli anni settanta.

E non è tutto. De Lucia racconta con ritmo e passione gli anni d’oro del plasma e del mercato degli emoderivati negli anni ottanta, fa il punto sulla vicenda AIDS in una sezione ampia e appassionata, per poi chiudere con una terza parte ricchissima d’informazioni sui tempi più recenti e sui casi che per molti italiani sono ancora causa di grande intensità emotiva. Si va dall’Italia di “Mani Pulite” ai casi arcinoti sulle tangenti dei farmaci che chiamarono in causa Poggiolini, la P2, il ministro della sanita Francesco De Lorenzo e ben 12 tra le aziende farmaceutiche tra le più grosse del paese, una deriva culminata nel famoso processo di Trento. Mostro sbattuto in prima pagina e servito alle molte vittime innocenti?

Scoprirlo è proprio ciò che il libro di De Lucia ieri presentato a Genova si propone di fare una volta per tutte, rilevando come alcune presunte “verità” spacciate all’epoca come incrollabili dai media, meritino di essere riviste con più attenzione ed equilibrio, sulla strada di una rilettura più corretta di quei fatti e di quegli anni. Obiettivo che condividiamo anche noi di Buonsangue: approfondendo la lettura del testo nei prossimi giorni, ci proporremo di testimoniare dopo una lettura di Sangue Infetto il più possibile completa e attenta, affinché persino i prodromi di situazioni del passato per fortuna oggi lontane, non si ripetano mai più.

 

Velati e il Sistema sangue: “L’apertura del mercato è positiva ma il modello italiano va salvaguardato”

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Oltre all’importanza e alla centralità dei temi riguardanti il sangue che sono stati approfonditi, il seminario FIODS del 24 settembre ha visto impegnati alcuni dei dirigenti principali del sistema sangue italiano e mondiale. C’erano ben 130 operatori internazionali in rappresentanza di 24 paesi.

Per noi di buonsangue.net l’occasione è stata propizia per ascoltare sui temi principali i principali esponenti italiani. Per esempio, la preziosa testimonianza di Claudio Velati, presidente AVIS dell’Emilia Romagna e presidente del SIMTI, la Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia. Ecco la sua posizione su questioni più generali come sicurezza e qualità del sistema trasfusionale italiano, e su temi di stringente attualità come il nuovo NAIP del raggruppamento capitanato dal Veneto, che come sappiamo ha generato ben sei ricorsi, prestando quindi il fianco a dubbi, critiche e opposizioni.

Dott. Velati, quali sono secondo lei i punti forti e quali invece gli aspetti su cui il Sistema sangue nazionale deve crescere e migliorare?

Siamo presenti in tutti gli ospedali e questo è certamente un punto di forza. Abbiamo un’organizzazione di rete molto vicina alle reali necessità dei pazienti, non soltanto teoriche ma soprattutto pratiche. Significa che la terapia trasfusionale viene fatta in linea con le necessità del paziente. Questo vuol dire essere di supporto anche alle altre discipline e integrarsi con i colleghi e riuscire a lavorare al meglio. Il punto debole è il rovescio della medaglia, nel senso che proprio perché siamo presenti negli ospedali, la tendenza è stata di fare tutte le attività trasfusionali con lo stesso criterio, cioè molto decentrate. Questo ha portato alcune difficoltà organizzative per tutte le attività produttive, quindi lavorazione del sangue, validazione, i test, eccetera. Che fatti in piccola dimensione in realtà non sono buoni dal punto di vista qualitativo anche se ormai tutto si svolge con procedure molto automatizzate. Diciamo che dal punto di vista delle economie di scala questo aspetto è perfettibile. Ed è quello che si sta facendo negli ultimi anni. Rispetto alla situazione internazionale il nostro grande vantaggio è proprio il radicamento ospedaliero.

Di recente c’è stato il caso del raggruppamento generale capitanato dal Veneto: le multinazionale estere sono entrate a tutti gli effetti a operare nel sistema sangue nazionale. Secondo lei è un bene o è un male? Quali sono i pro e i contro?

Noi usciamo da un periodo nel quale in effetti c’era un monopolio in Italia, una multinazionale italiana (la toscana Kedrion, ndb), con la quale abbiamo creato un modello assolutamente buono che viene guardato dall’estero con interesse, che è il conto lavorazione. Diamo il plasma dei donatori, l’azienda lo lavora, noi paghiamo, e l’azienda restituisce a noi, cioè alle regioni, i prodotti lavorati. Un modello molto efficiente e virtuoso che vorremmo mantenere. È chiaro che oggi il discorso del monopolio non ha più senso e ci sono leggi che lo proibiscono. La competizione è positiva, ma di certo questa è una fase di transizione importante per riflettere sulle cose da migliorare, ma soprattutto non bisogna perdere le cose fatte bene fino ad ora. Il Veneto ha fatto questo bando che alla fine ha prodotto ben 6 ricorsi, per cui adesso dovremmo aspettare i tempi lunghi di questi ricorsi. Ora con gli altri raggruppamenti stiamo lavorando: Emilia Romagna, Toscana e Lombardia sono le ragioni di riferimento. Con loro proveremo a essere ben coordinati.

Il sistema del sangue può essere coordinato su scala europea, oppure è meglio lavorare ancora per ottimizzare i sistemi nazionali?

L’argomento del sangue è da sempre di fortissimo interesse europeo. Ci sono direttive ormai consolidate che sono state recepite in Italia e con provvedimenti legislativi espressi dalla UE. L’Europa è molto attenta alle garanzie di sicurezza, perché la logica è che il cittadino europeo debba essere trattato in maniera omogenea su tutto il territorio dell’Unione. Sulla materia del sangue, per tutte le implicazione passate (si pensi ai guai successi in Francia negli anni 80), c’è sempre stata una forte integrazione sull’obiettivo della sicurezza.

Che voto darebbe, in una scala da 1 (minimo) a 5 (massimo) al livello di qualità e sicurezza del sistema sangue italiano?

Sicuramente 5. Sono convinto che il nostro sistema sia davvero molto buono.