Sul plasma iperimmune basiamoci su fatti, mettendo da parte polemiche e personalismi

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Il tema del plasma iperimmune è diventato negli ultimi giorni un fatto mediatico, e probabilmente non poteva che essere così. In piena epidemia, i buoni risultati ottenuti dai medici e ricercatori nelle prime fasi sperimentali hanno lasciato le corsie degli ospedali di Pavia e Mantova per diventare oggetto di dibattito pubblico, di battage mediatico, di polemica sterile e personalistica, così come da cattivissime abitudini ormai generalizzate nei meccanismi dell’infoteinement, che generano confusione, disinformazione, e la solita, ormai insopportabile polarizzazione delle posizioni  – tifoserie irrazionalmente pro o contro qualsiasi cosa – con il terzo polo minoritario, quello complottista, a cercare nemici.

Troppo frastuono: quello che conta è che la terapia abbia del potenziale notevole, e che una squadra formata da medici e ricercatori seri coadiuvati da istituzioni preposte come il Centro nazionale sangue e da aziende da comprovato know-how come Kedrion Biopharma – oltre che sostenuta dalle associazioni di donatori di sangue – stia ottenendo dei risultati molto importanti che saranno presto sintetizzato in un documento ufficiale.

E allora perché le polemiche, i duelli rusticani, i salti in avanti atti a sminuire ciò che è stato fatto? Non sarebbe meglio attendere con cauto ottimismo i risultati più definitivi delle sperimentazioni? Non sarebbe meglio manifestare, pur con le dovute cautele, la contentezza per i molti fatti positivi che vengono comunicati?

Di fatti reali, concreti, realmente accaduti, ne esistono molti: la guarigione dell’oculista mantovano Giuseppe Sciuto, di sessantaquattro anni; la guarigione di Pamela Vincenti, donna incinta anche lei mantovana di ventotto anni; e negli ultimi giorno le dichiarazioni di Perotti che ha sottolineato gli effetti altamente positivi registrati sui pazienti già nelle prime 24-48 ore di applicazione.

Materiali sufficienti per un approccio serio, ottimista e costruttivo. Se i risultati positivi dovessero essere confermati, e se il plasma si confermasse dunque una concreta possibilità di cura sui pazienti ospedalizzati prima, e sulla creazione di farmaci a base di immunoglobuline poi, sarebbe un bene per tutti, un vantaggio per la comunità.

E allora perché scadere nei particolarismi, nel narcisismo mediatico, nella polemica infantile? Perché sminuire il lavoro serio dei propri colleghi sul web o in televisione, da Fazio, come ha fatto Burioni? Perché mostrare una posizione deliberatamente ostile alla terapia da plasma esprimendo molte inesattezze come ha fatto Walter Ricciardi sin dai primi giorni dell’epidemia e in ultima istanza proprio lunedì 4 maggio?

Importa davvero chi sarà il portavoce delle prime notizie liberatorie e positive su una terapia efficace e sicura, come ha lasciato intendere il professor De Donno nella sua risposta a Burioni?

La sospensione, il restare in sospeso, non è una condizione semplice per la psiche umana. Siamo portati a voler anticipare il futuro e a pretendere certezze prima di raccogliere prove. Da parte nostra, ci limitiamo a riportare i fatti con fiducia e restare in attesa dei risultati più avanzati. Felici per chi grazie al plasma iperimmune, ha già superato momenti difficili.

 

Il plasma come possibile cura anti-covid, ma il professor Ricciardi a PresaDiretta spara sui plasmaderivati

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Nella lunga e approfondita puntata di PresaDiretta andata in onda ieri mercoledì 25 marzo, allo scopo di tracciare un punto generale su tutti i temi che riguardano l’epidemia di Coronavirus in corso, bisogna registrare una nota stonata. Le dichiarazioni sulla sicurezza del plasma da parte di Walter Ricciardi, membro dell’esecutivo dell’Oms e consulente del ministero della Salute.

Durante lo speciale diretto da Riccardo Iacona si è parlato di tamponatura, di ricerca sul vaccino, si è parlato di diagnostica veloce, e naturalmente, grazie a un servizio della nota giornalista d’inchiesta Lisa Iotti che trovate in basso si è parlato dei diversi studi sulle possibili cure immediate da sviluppare per fronteggiare il Covid-19 e rallentare la sua diffusione e la sua letalità nei confronti delle categorie più a rischio:

https://www.raiplay.it/video/2020/03/le-cure-ora-disponibili-contro-il-covid-19—presadiretta-25032020-eee2bc36-786d-44e1-956b-c206a435d18e.html

Il servizio di Lisa Iotti parte da uno dei filoni di cura su c’è maggiore fiducia in assoluto a parere della comunità scientifica, ovvero quello sul plasma convalescente iperimmune, cioè il plasma raccolto attraverso le donazioni dei pazienti già guariti dal Coronavirus di cui su Buonsangue abbiamo già parlato lo scorso 18 marzo. A Wuhan, tale terapia ancora in un fase sperimentale ha dato buoni risultati su migliaia di pazienti, e tale metodo è stato già impiegato per la cura di Ebola e Sars. In Italia, questo tipo trattamento è oggetto di protocollo di studi che vede come capofila l’Ospedale San Matteo di Pavia e coinvolge altri ospedali lombardi.

Interrogato da Riccardo Iacona sulla possibile efficacia di questo trattamento, Walter Ricciardi, si è detto sì cautamente ottimista, rilasciando tuttavia una dichiarazione fortemente inopportuna sul piano dell’evidenza scientifica e sul piano della comunicazione. Come si può ascoltare direttamente dalla sua voce al minuto 1.12.50, Ricciardi mette in guardia sull’uso dei plasmaderivati con queste parole “I plasmaderivati sono qualcosa che poi in passato ha riservato delle brutte sorprese”.

https://www.raiplay.it/video/2020/03/Speciale-PresaDiretta—Coronavirus-La-sfida-dell-Italia-80a1e8c6-635b-4702-b3e8-c473bae260a3.html

Perché queste parole sono pesantemente inopportune? In primo luogo perché il passato a cui si riferisce Ricciardi è ormai un passato morto e sepolto: avvenimenti relativi agli anni ’70, ’80 e ’90 che da un punto di vista di cultura trasfusionale e alle conseguenti misure di sicurezza adottate nel settore appartengono a un’era geologica conclusa e archiviata. Un passato che abbiamo raccontato in dettagli attraverso la lettura del libro, estremamente preciso e documentato, del giornalista Michele De Lucia, dal titolo Sangue Infetto ed edito da Mimesis Edizioni. I dati sulla sicurezza dei farmaci plasmaderivati e delle trasfusioni sono da molti anni un fiore all’occhiello del Servizio sanitario nazionale, e la raccolta plasma per uso clinico e per la produzione di farmaci plasmaderivati, lo ricordiamo con forza, permette di curare ogni giorno migliaia di pazienti affetti da malattie gravi come l’emofilia e altre patologie croniche e acute, pazienti altrimenti destinati a non avere futuro.

Sul sito del Centro nazionale sangue è spiegato bene perché il plasma oggi è estremamente sicuro:

Da oltre dieci anni non ci sono segnalazioni di infezioni da HIV ed epatite a seguito di trasfusione. Lo ricorda il Centro Nazionale Sangue, organo tecnico del Ministero della Salute e Autorità Competente con funzioni di coordinamento e controllo tecnico-scientifico del sistema trasfusionale nazionale, in riferimento alle notizie apparse su alcuni organi di stampa. Su ogni donazione di sangue, ricorda il CNS, vengono effettuati i test, anche molecolari, per la ricerca di Hiv ed epatite C e B, che hanno permesso ad esempio nel 2015, ultimo anno per cui si hanno dati validati, di trovare e bloccare 1709 positività su 1691 donatori. Tale livello di sicurezza è garantito da un sistema basato sulla donazione volontaria, periodica, anonima, responsabile e non remunerata, dall’utilizzo per la qualificazione biologica di test di laboratorio altamente sensibili e da un’accurata selezione medica dei donatori di sangue, volta a escludere i soggetti che per ragioni cliniche o comportamentali sono a rischio.

“In virtù dei suddetti interventi, il rischio residuo di contrarre un’infezione a seguito di una trasfusione di sangue è prossimo allo zero, come ampiamente dimostrato dal sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro Nazionale Sangue – afferma Giancarlo Maria Liumbruno, Direttore del Centro -. A fronte di più di 3 milioni di emocomponenti trasfusi ogni anno (8.349 emocomponenti trasfusi ogni giorno), da oltre dieci anni in Italia non sono state segnalate infezioni post-trasfusionali da HIV, virus dell’epatite B e virus dell’epatite C. Le sentenze della magistratura che vengono riportate periodicamente dai media si riferiscono a trasfusioni avvenute negli anni ‘80 e ‘90, quando il sistema di vigilanza e le stesse conoscenze scientifiche erano molto diverse”. 

Oltre a rischiare di cancellare molti anni di evoluzione in fatto di sicurezza nel servizio trasfusionale italiano, le parole di Ricciardi appaiono inopportune anche sul piano della comunicazione.

Perché alludere a sorprese sul piano della sicurezza trasfusionale in un momento così delicato nel quale, lo sappiamo bene, la raccolta sangue e plasma è già stata messa a dura prova dallo stato di emergenza? In queste ultime settimane è stato necessario un enorme lavoro sul piano della comunicazione per riportare i donatori periodici e non nei centri trasfusionali: appelli, video di personaggi noti, dichiarazioni di dirigenti associativi e di autorità ai massimi livelli nel sistema sangue. Perché dunque riportare in auge e in modo così superficiale un passato così lontano nel tempo e soprattutto così superato sul piano culturale? Capiamo l’esigenza di non destare troppe aspettative sulle cure attualmente in corso di sperimentazione, ma ciò non andrebbe mai fatto a discapito di un livello d’informazione da salvaguardare con la massima serietà in ambiti altrettanto importanti.

Soprattutto in questo momento, è importantissimo anzi decisivo che le figure autorevoli in materia sanitaria, specie le più sollecitate ad apparire davanti alle telecamere davanti a milioni di cittadini vogliosi di informarsi, pesino con estrema attenzione tutte le parole che pronunciano.