Arrivano i dati della raccolta plasma di luglio. Segnali positivi sia nel raffronto 2017/2018, sia sui dati relativi ai primi 7 mesi

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Nonostante agosto sia il periodo di pausa per eccellenza, la finestra temporale in cui la stragrande maggioranza delle attività del Paese subisce il fatidico (e a volte inopportuno) stop, è bello sottolineare come l’importantissima attività di rilevazione sulla raccolta plasma per l’uso congiunto tra necessità ospedaliere e invio all’industria di frazionamento sia stata regolarmente ottemperata. Sul sito del Centro nazionale sangue, infatti, sono stati pubblicati i numeri della raccolta plasma relativi a luglio 2018, e questa è senza dubbio una buona notizia.

Su Buonsangue, come sanno molto bene i nostri lettori, insistiamo moltissimo sui concetti di trasparenza e puntualità nella pubblicazione dei dati, perché il dato sul livello di raccolta è un indice numerico in grado di trasmettere segnali significativi sullo stato di salute ed efficienza di tutto il sistema sangue, un sistema che si appresta ad affrontare sfide future di assoluta rilevanza.

Il mercato del plasma è in espansione in tutto il mondo, e più volte, nei nostri articoli, abbiamo sottolineato le implicazioni geopolitiche siano strettamente collegate all’autosufficienza nazionale di questa risorsa, non meno importante, per ogni comunità, di acqua, cibo o energia. Anche perché, con il mercato libero dei plasmaderivati, i rapporti tra stakeholder di sistema diventano più delicati, ed è sempre meglio ribadire, anche riconoscendo i legittimi interessi economici in ballo, che la questione centrale per la comunità dei donatori resta sempre la stessa: il massimo utilizzo possibile del plasma raccolto per la produzione di tutti le tipologie di farmaci salvavita.

In virtù di queste ragioni, per tutto l’anno, abbiamo sempre sollecitato la pubblicazione dei dati, e contribuito alla loro diffusione con i nostri pezzi di commento e analisi: ecco allora i dati relativi al periodo gennaio/febbraio, al mese di marzo, ad aprile 2018, per finire con le rilevazioni di maggio (quando c’è stato un leggero ritardo) e giugno.

Ma veniamo ai dati più recenti. A luglio 2018, come vediamo in figura 1, rispetto al luglio 2017 vi è stata una crescita nella raccolta del plasma destinato alle aziende convenzionate per la produzione di medicinali plasmaderivati del 4.4%.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – luglio 2018

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Meritoria la crescita in alcuni territori come le province autonome di Bolzano (+50,5%), e di Trento (+32,5%) e in regioni come la Basilicata (+24%) e la Toscana (+23%). Risultati molto meno virtuosi in Valle d’Aosta (-22,4%), Sardegna (-13,2%) e Lazio, regione che soffre storicamente (-9,4%).

In figura 2, invece, possiamo osservare (tabella 3) le stime relative al periodo esteso a gennaio/luglio 2017 a confronto con l’identica finestra nel 2018. Nel dato allargato la raccolta complessiva in Italia è leggermente aumentata, in linea con le aspettative del piano nazionale plasma 2016-2020, recuperando leggermente la situazione che nei mesi precedenti aveva un saldo negativo.

A fronte dei 486.415 kg raccolti nel 2017, a oggi è cresciuta di circa 619 kg. Un sorpasso di certo contenuto che tuttavia lascia ben sperare per i mesi futuri. Rilevanti, in questo senso, le performance di Sicilia (da 34.331 kg a 36.287 kg) e delle Marche (da 19.447 kg a 21.030 kg).

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Luglio (2) 2018

Fig.2

Alla fine della stagione 2018, mancano ormai cinque mesi, i più importanti dell’anno.

L’obiettivo è che siano mesi di crescita costante nella raccolta e di ulteriore sensibilizzazione di tutti i donatori sull’importanza della plasmaferesi, un fattore decisivo per il rispetto degli obiettivi programmatici.

Nuovo capitolo per il caso PFAS in Veneto: la plasmaferesi terapeutica serve oppure no?

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L’indecisione, la ricerca di retoriche strumentali, perfino l’addomesticamento delle verità, sono pratiche normali nella società umana e nella battaglia politica, specie quando gli obiettivi e le poste in palio per i gruppi in contrapposizione sono di grande importanza. Ma quando in gioco c’è la salute dei cittadini, e in particolar modo di migliaia di giovani, le regole del gioco dovrebbero cambiare, e le istituzioni dovrebbero ricercare strategie d’azione comune.

È del tutto inaccettabile, infatti, che in una questione delicatissima come l’inquinamento da PFAS in Veneto, le istituzioni regionali e quelle nazionali offrano versioni completamente differenti sull’efficacia della terapia scelta per circoscrivere il problema.

Facciamo un breve riepilogo.

Tra i primissimi operatori nazionali a mettere il caso sotto i riflettori,  già lo scorso 26 luglio noi di Buonsangue avevamo raccontato di una situazione abbastanza difficile in Veneto, dove l’inquinamento da PFAS (ovvero sostanze chimiche di matrice industriale che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, schiume antincendio e detergenti per la casa), ha superato le soglie di sicurezza, che peraltro in Italia sono tra le più permissive al mondo, creando una vera e propria emergenza salute specialmente per i più giovani.

Gli PFAS sono considerati “inquinanti persistenti”: il loro smaltimento ambientale è molto complicato, giacché lo scopo per cui nascono, ovvero potenziare altri prodotti agenti chimici d’uso comune, li rende particolarmente ostici e tendono ad accumularsi nell’ambiente, e in particolar modo nelle falde acquifere e nelle acque destinate al consumo. Insomma: una vera e propria autostrada per entrare nell’organismo attraverso la catena alimentare.

Nelle scorse settimane, sono andate in scena le prime scaramucce tra Regione Veneto e governo: il governatore del Veneto Zaia ha prima attaccato il governo Gentiloni, a suo dire colpevole di immobilismo, e poi, con un colpo da vero giocatore di poker ha chiesto lo stato di emergenza e contestualmente lo sblocco di 80 milioni di fondi statali, necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti in grado di portare acqua di buona qualità nelle zone colpite.

Pochi giorni fa, un nuovo scontro. Stavolta centrato sull’efficacia della pratica terapeutica in via di sperimentazione in Veneto per provare a ridurre il numero dei giovani contaminati, ovvero la plasmaferesi. Le istituzioni regionali venete hanno sbandierato l’uso della pratiche come efficaci, trovando l’immediata reazione dell’Istituto superiore della sanità e della più grande associazione di donatori italiana, Avis.

Su Repubblica dello scorso 15 dicembre si legge infatti che “Il Veneto ha presentato uno studio nel quale si dice che plasmaferesi e scambio plasmatico, funzionano. Dopo aver trattato cento casi, senza avere alcun effetto collaterale, le due tecniche hanno determinato una discesa media di presenza di inquinanti nel sangue pari al 35% con la plasmaferesi, e del 68% con lo scambio plasmatico. Si tratta del report sui primi risultati dell’applicazione del secondo livello di screening della popolazione esposta appunto a Pfas. Con la plasmaferesi vengono tolte piccole quantità di plasma, per intercettare l’inquinante. Nel caso la contaminazione sia maggiore, si fa lo scambio plasmatico, che invece consiste nel rimuovere elevati volumi di plasma, di fronte al quale bisogna infondere una soluzione fisiologica di albumina. (…) I risultati scientifici di oggi parlano chiaro sull’efficacia delle scelte fatte, con l’obbiettivo di togliere il prima possibile dal sangue delle persone questi inquinanti, che hanno un tempo di dimezzamento naturale di 5 anni”.

Insomma, pieno ottimismo.

Ottimismo del tutto eccessivo in base al parere dell’Istituto superiore di sanità, secondo cui “La plasmaferesi terapeutica è uno strumento non selettivo di rimozione dal plasma di diverse sostanze. Recenti linee guida (American Society for Apheresis, 2016) sull’impiego dell’aferesi terapeutica nella pratica clinica, non includono specificamente la rimozione dei suddetti contaminanti, o simili, tra le indicazioni basate su (consolidate) evidenze scientifiche. L’uso della tecnica che, si ricorda, è invasiva è quindi da considerarsi sperimentale”.

Dello stesso avviso è Avis Nazionale, che attraverso un denso comunicato stampa, ha voluto in primo luogo differenziare nel modo più assoluto la plasmaferesi terapeutica da quella necessaria per la donazione del plasma, una posizione che ci sentiamo di sottoscrivere integralmente.

Ecco infatti, la voce ufficiale e ferma dell’associazione. “La donazione di plasma attraverso procedure aferetiche (plasmaferesi produttiva) – dicono da Avis – è assolutamente sicura e non invasiva. Paragonare la plasmaferesi con finalità terapeutica, utilizzata in regione Veneto per la rimozione dal sangue di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas e Pfoa), a quella che si impiega ogni giorno, in centinaia di donatori per le donazioni di plasma, è decisamente fuori luogo e rischia di generare equivoci. La donazione di plasma è, infatti, assolutamente sicura, non “invasiva” e fondamentale per la salute di migliaia di pazienti. Lo sottolineano in una nota congiunta il Centro nazionale sangue, la Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia (Simti) e il Civis, il Comitato interassociativo del Volontariato italiano del sangue (Avis, Cri, Fidas e Fratres), ribadendo che non ci sono solide evidenze scientifiche a supporto della modalità scelta dai sanitari veneti”.

Per il bene dei moltissimi cittadini vittime del malgoverno e del permissivismo verso le aziende inquinanti, c’è da augurarsi che almeno in parte la sperimentazione in corso sia almeno un po’ efficace; anche se, vista la casistica esigua riportata dallo studio veneto sono del tutto legittimi i dubbi di Iss e Avis, che parlano di semplice sperimentazione.

Di certo, analizzando il comportamento della giunta di Zaia, viene semplicemente da pensare che l’idea di arginare un inquinamento di tale portata con la plasmaferesi terapeutica rischi di apparire una soluzione del tutto irrealistica, tardiva, perfino provocatoria. L’ennesimo sintomo di un modo di governare che nel suo arroccarsi su posizioni ideologiche contrabbandate per scientifiche lascia solo domande, non dà risposte e genera una dannosissima confusione.

 

 

 

Il sistema sangue e i suoi temi chiave. Liumbruno: “Più omogeneità tra le regioni”. Ma intanto il Veneto pensa ai vessilli con il Leone

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Due temi chiave, assolutamente centrali per gli interessi della salute pubblica, governano l’attualità del sistema sangue: la situazione d’emergenza provocata dalle zanzare Chikungunya e West Nile, e gli aggiornamenti che riguardano la vicenda complessa, e per certi aspetti preoccupante, dell’inquinamento da PFAS in Veneto.

Del primo caso abbiamo parlato diffusamente nei post dei giorni scorsi:

L’impatto di Chikungunya e West Nile http://www.buonsangue.net/news/chikungunya-anofele-west-nile-zanzare-impatto/ è rilevante, nonostante qualche esagerazione a mezzo stampa e sui media http://www.buonsangue.net/news/la-zanzara-chikungunya-amplificazioni-dono/, ma è bene ricordare ancora una volta che lo stop delle donazioni, nel Lazio, riguarda solo i territori dell’ASL Roma 2 e di Anzio.

La novità importante è una dichiarazione del direttore del Centro Nazionale Sangue Giancarlo Liumbruno, che in occasione dell’incontro tra CNS e il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, ha sottolineato come sia assolutamente importante, nei prossimi mesi, che vi sia sforzo collettivo verso una sempre crescente omogeneità tra le regioni, al fine di superare le attuali differenze nell’erogazione di prestazioni come trasfusioni o terapie legate ai farmaci derivati dal sangue. In ballo c’è il rispetto della normativa UE, che entro febbraio 2018 chiede a tutti gli Stati membri di predisporre servizi trasfusionali conformi alle regole di buone prassi, ovvero le GPG (Good Practice Guidelines).

Ecco il passaggio saliente del comunicato che si può leggere nella sua versione integrale sul sito CNS http://www.centronazionalesangue.it/notizie/regioni-serve-piu-omogeneita

“Tuttavia esistono difformità tra le diverse regioni – sottolinea Liumbruno – che occorre superare tenendo conto che le attività di raccolta del sangue e del plasma e le terapie trasfusionali sono Livelli Essenziali di Assistenza. Per superare queste differenze e rendere più omogenei i modelli organizzativi, anche sulla base di virtuosi già presenti, a partire da quello dell’Emilia Romagna, è necessario uno sforzo da parte delle Regioni perché adottino le GPG in tutte le fasi del processo trasfusionale, come richiesto dall’Europa”.

Sul caso dell’inquinamento da PFAS in Veneto, invece, la situazione appare molto delicata.

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Già, a luglio, tra i primissimi, avevamo raccontato su Buonsangue come fossero in programma delle plasmaferesi per ripulire il sangue dei tantissimi adolescenti veneti colpiti da questa forma d’inquinamento industriale http://www.buonsangue.net/news/inquinamento-pfas-veneto-plasmaferesi/.

Gli PFAS, lo ricordiamo, sono sostanze chimiche che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune, utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa in grado di sedimentare nella componente liquida del sangue.

Un problema, insomma, che mette a rischio la salute di migliaia di persone.

Nelle ultime ore, il governatore del Veneto Zaia ha prima attaccato il governo Gentiloni colpevole di immobilismo http://www.repubblica.it/ambiente/2017/09/21/news/i_veleni_del_pfas_zaia_vara_una_legge-176154402/, poi ha chiesto lo stato di emergenza http://www.regioni.it/newsletter/n-3237/del-26-09-2017/inquinamento-da-pfas-zaia-scrive-a-gentiloni-17126/ insieme allo “sblocco dei fondi statali (80 milioni), necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti che permettano di portare acqua di buona qualità nelle zone colpite”.

Sul piano dell’impatto delle plasmaferesi, invece, si è espressa negativamente Greenpeace, nel blog “ufficiale” tenuto sul Fatto Quotidiano https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/08/pfas-veneto-non-basta-il-lavaggio-del-sangue-serve-abbassare-i-limiti-nellacqua-potabile/3843054/, asserendo che le misure di pulizia del sangue non saranno sufficienti. Come mai? Perché non è stata ancora attivata l’unica misura efficace, ovvero l’abbassamento dei livelli di PFAS consentiti nell’acqua potabile (che in Italia sono tra i più alti al mondo). Inoltre, sottolinea Greenpeace, non si ha ancora traccia “di piani per prevenire l’ulteriore immissione in ambiente di queste sostanze”.

In Veneto sono quindi molte le situazioni che meriterebbero la massima attenzione da parte del governo regionale: oltre agli PFAS, c’è anche la contesa sull’accordo per la raccolta e il frazionamento del plasma, in seguito alla sentenza del TAR del Veneto che, lo ricordiamo, ha escluso l’australiana Csl Behring riammettendo in servizio l’italiana Kedrion http://www.buonsangue.net/news/silenzio-vicenda-tar-veneto-la-lavorazione-del-plasma-kedrion/. Ora siamo in attesa della sentenza definitva del Consiglio di Stato dopo l’avvenuto ricorso. È un po’ strano, allora, che il governo regionale si stia impegnando in battaglie che a prima vista appaiono un po’ meno urgenti, come per esempio quella intrapresa contro il governo per difendere una legge approvata dal Consiglio regionale che – come si è potuto leggere di recente sull’Huffington Post http://www.huffingtonpost.it/2017/09/23/il-governo-impugna-la-legge-veneta-che-impone-lesposizione-del-leone-di-san-marco-negli-edifici-pubblici_a_23220351/ “obbliga tutti gli uffici pubblici locali e statali del Veneto ad esporre il gonfalone di San Marco, assieme al Tricolore e alla bandiera dell’Ue”.

Ovviamente il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare davanti alla Consulta il provvedimento, poiché “in contrasto con le leggi dello Stato”.

La sensazione è che forse bisognerebbe impegnarsi su problemi ben più urgenti.

 

 

Inquinamento da PFAS in Veneto, plasmaferesi per monitorare e ripulire migliaia di ragazzi

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Sono ancora piuttosto sottovalutati gli effetti collaterali dell’inquinamento atmosferico dovuto all’immissione nell’ambiente di composti chimici di origine sintetica, chiamati PFAS.

Che osa sono gli PFAS esattamente ce lo spiega il sito dell’ARPAV Veneto (ovvero l’Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione ambientale) http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/sostanze-perfluoro-alchiliche-pfas: si tratta di sostanze chimiche che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune, utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa.

Proprio lo scopo per cui nascono, fortificare altri prodotti d’uso comune, rende complicato il loro smaltimento ambientale, tanto che gli PFAS sono considerati “inquinanti persistenti” che finiscono per accumularsi nell’ambiente, e soprattutto nelle falde acquifere e nelle acque destinate anche al consumo, con il rischio che entrino di soppiatto nella catena alimentare.

Ma perché questa premessa? Cosa c’entrano gli PFAS con il sangue e soprattutto con il Veneto?

Il Veneto è una delle terre considerate più a rischio per la sedimentazione di queste molecole nell’ambiente, così come testimonia proprio una ricerca dell’ARPAV http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/allegati-pagine-generiche/pfas-relazioni-attivita-arpav/Contaminazione_da_PFAS_Azioni_ARPAV_Riassunto_attivita_giu2013_gen2017.pdf, con particolare attenzione per le province venete di Vicenza, Verona e Padova.

Una condizione difficile, di cui ha parlato ampiamente anche La Repubblica http://www.repubblica.it/ambiente/2017/05/15/news/pfas_veneto-165510344/, affrontata con decisione anche dalle istituzioni locali, come dimostra un appello addirittura rivolto al Papa Francesco Bergoglio da parte del sindaco di Lonigo in provincia di Vicenza Luca Restello http://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/area-berica/pfas-il-sindaco-%C3%A8-un-disastro-ambientale-1.5530914?refresh_ce#scroll=732.

Restello, dunque, ha parlato di vero e proprio disastro ambientale.

Anche perché i soggetti più colpiti dall’effetto potenzialmente cancerogeno degli agenti inquinanti sono soprattutto i ragazzi, mentre i cittadini che complessivamente rischiano di essere colpiti sono più di 800 mila secondo una ricerca di Greenpeace.

Una condizione difficile e dalle conseguenze imprevedibili, che il sistema trasfusionale tuttavia non sta ignorando e che, anzi, può contribuire ad affrontare. E infatti, notizia di poche ora fa, a partire da metà settembre a metà settembre, negli ospedali di Vicenza e di Padova sarà intrapreso un filtraggio attraverso plasmaferesi per i giovani con alte concentrazioni di PFAS nel sangue, un’iniziativa che potrebbe riguardare migliaia di ragazzi.

Come leggiamo su Vvox http://www.vvox.it/2017/07/23/pfas-filtraggi-per-pulire-sangue/ il filtraggio per mezzo della plasmaferesi sarà ripetuto 6 volte a distanza di 15 giorni, e sarà un servizio gratuito, attraverso il quale il sangue potrà essere ripulito dalla componente liquida in cui sedimentano gli PFAS e infine re-iniettato insieme a una soluzione fisiologica. La speranza collettiva è che l’operazione, al primo caso nel mondo, dia buoni risultati.

Noi di Buonsangue, naturalmente, continueremo a monitorare l’evolversi della situazione.