Situazione PFAS in Veneto, studi dimostrano danni all’apparato riproduttivo in donne e uomini. La Regione ci riprova con la plasmaferesi pulitrice

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In Veneto esiste una vicenda legata all’inquinamento da PFAS che va avanti da ormai due anni. Su Buonsangue ne abbiamo palato spesso, aggiornando i lettori a ogni nuova notizia rilevante, ma prima di dedicarci all’attualità, e approfondire la situazione attuale, è bene ricordare cosa sono gli PFAS, e in che modo complicano e non di poco la vita dei territori che sono colpiti da questa forma di contaminazione.

Secondo ARPAV Veneto (ovvero l’Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione ambientale), gli PFAS sono sostanze chimiche che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comuneutilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa.

Purtroppo però gli PFAS hanno enormi controindicazioni per ciò che riguarda la questione ambientale, poiché sono a tutti gli effetti “inquinanti persistenti”, sostanze che finiscono per accumularsi nell’ambiente, colpendo soprattutto le falde acquifere e nelle acque destinate anche al consumo, divenendo dunque elementi molto pericolosi per il corretto sviluppo della catena alimentare.

Anni di grande trascuratezza rispetto alla questione ambientale, hanno fatto sì che il Veneto sia una delle terre più colpite dagli PFAS, e in particolar modo le criticità più rilevanti si hanno nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Una situazione molto delicata, perché negli anni è emerso che i soggetti più colpiti dall’effetto potenzialmente cancerogeno degli agenti inquinanti sono soprattutto i ragazzi, mentre i cittadini che complessivamente rischiano di essere colpiti sono più di 800 mila secondo una ricerca di Greenpeace.

In questi giorni sono arrivati i risultati di nuovi studi, che non promettono niente di buono. Gli PFAS, infatti, secondo la ricerca dell’Università di Padova guidata dal professor Carlo Foresta, oltre a inquinare il sangue dei cittadini colpiti, tendono a ostacolare il corretto funzionamento degli ormoni femminili, provocando “alterazioni del ciclo mestruale, endometriosi, e difficoltà dell’endometrio ad accogliere l’embrione”, e in altre parole mettendo a rischio la fertilità.

Sono moltissimi i media che ne hanno parlato della gravità della situazione, a cominciare dal Corriere del Veneto, per proseguire con il Giornale di Vicenza, che ha sottolineato anche la correlazione esistente con l’aumento del rischio aborto e i danni creati all’attività riproduttiva dei maschi. Questioni di grande presa anche per gli organi di stampa d’ispirazione cattolica come La difesa del popolo, giornale della diocesi di Padova.

Come rispondono le istituzioni venete? Come già documentammo il 20 dicembre 2017, il piano d’intervento della giunta regionale è basato sulla plasmaferesi, ovvero sulla “pulizia” del sangue degli individui colpiti, un procedimento che tuttavia non è ancor accreditato dal punto di vista scientifico.

La Regione Veneto tuttavia insiste, e si affida a uno studio del professor Santo Davide Ferrara, medico a capo della Scuola regionale di Sanità pubblica, e autore di studio che dimostra come la plasmaferesi di pulizia non presenti effetti collaterali o controindicazioni rilevanti, riuscendo a eliminare più di un terzo della quantità di PFAS presenti nel sangue. «Abbiamo mandato una relazione al ministero e all’Istituto superiore di Sanità — ha dichiarato il dotto Ferrara — finora nessuna risposta».

Una situazione difficile, delicata, in cui la soluzione trovata dalle autorità locali, al di là della sua reale efficacia, appare tardiva e lontana dalla risoluzione del problema. Un terreno di prova sul quale la giunta Zaia ha il dovere di dare risposte più efficaci rispetto a quelle date finora, per evitare che il danno, come spesso accade, ricada soprattutto sui cittadini.

Il sistema sangue e i suoi temi chiave. Liumbruno: “Più omogeneità tra le regioni”. Ma intanto il Veneto pensa ai vessilli con il Leone

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Due temi chiave, assolutamente centrali per gli interessi della salute pubblica, governano l’attualità del sistema sangue: la situazione d’emergenza provocata dalle zanzare Chikungunya e West Nile, e gli aggiornamenti che riguardano la vicenda complessa, e per certi aspetti preoccupante, dell’inquinamento da PFAS in Veneto.

Del primo caso abbiamo parlato diffusamente nei post dei giorni scorsi:

L’impatto di Chikungunya e West Nile http://www.buonsangue.net/news/chikungunya-anofele-west-nile-zanzare-impatto/ è rilevante, nonostante qualche esagerazione a mezzo stampa e sui media http://www.buonsangue.net/news/la-zanzara-chikungunya-amplificazioni-dono/, ma è bene ricordare ancora una volta che lo stop delle donazioni, nel Lazio, riguarda solo i territori dell’ASL Roma 2 e di Anzio.

La novità importante è una dichiarazione del direttore del Centro Nazionale Sangue Giancarlo Liumbruno, che in occasione dell’incontro tra CNS e il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, ha sottolineato come sia assolutamente importante, nei prossimi mesi, che vi sia sforzo collettivo verso una sempre crescente omogeneità tra le regioni, al fine di superare le attuali differenze nell’erogazione di prestazioni come trasfusioni o terapie legate ai farmaci derivati dal sangue. In ballo c’è il rispetto della normativa UE, che entro febbraio 2018 chiede a tutti gli Stati membri di predisporre servizi trasfusionali conformi alle regole di buone prassi, ovvero le GPG (Good Practice Guidelines).

Ecco il passaggio saliente del comunicato che si può leggere nella sua versione integrale sul sito CNS http://www.centronazionalesangue.it/notizie/regioni-serve-piu-omogeneita

“Tuttavia esistono difformità tra le diverse regioni – sottolinea Liumbruno – che occorre superare tenendo conto che le attività di raccolta del sangue e del plasma e le terapie trasfusionali sono Livelli Essenziali di Assistenza. Per superare queste differenze e rendere più omogenei i modelli organizzativi, anche sulla base di virtuosi già presenti, a partire da quello dell’Emilia Romagna, è necessario uno sforzo da parte delle Regioni perché adottino le GPG in tutte le fasi del processo trasfusionale, come richiesto dall’Europa”.

Sul caso dell’inquinamento da PFAS in Veneto, invece, la situazione appare molto delicata.

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Già, a luglio, tra i primissimi, avevamo raccontato su Buonsangue come fossero in programma delle plasmaferesi per ripulire il sangue dei tantissimi adolescenti veneti colpiti da questa forma d’inquinamento industriale http://www.buonsangue.net/news/inquinamento-pfas-veneto-plasmaferesi/.

Gli PFAS, lo ricordiamo, sono sostanze chimiche che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comune, utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa in grado di sedimentare nella componente liquida del sangue.

Un problema, insomma, che mette a rischio la salute di migliaia di persone.

Nelle ultime ore, il governatore del Veneto Zaia ha prima attaccato il governo Gentiloni colpevole di immobilismo http://www.repubblica.it/ambiente/2017/09/21/news/i_veleni_del_pfas_zaia_vara_una_legge-176154402/, poi ha chiesto lo stato di emergenza http://www.regioni.it/newsletter/n-3237/del-26-09-2017/inquinamento-da-pfas-zaia-scrive-a-gentiloni-17126/ insieme allo “sblocco dei fondi statali (80 milioni), necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti che permettano di portare acqua di buona qualità nelle zone colpite”.

Sul piano dell’impatto delle plasmaferesi, invece, si è espressa negativamente Greenpeace, nel blog “ufficiale” tenuto sul Fatto Quotidiano https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/08/pfas-veneto-non-basta-il-lavaggio-del-sangue-serve-abbassare-i-limiti-nellacqua-potabile/3843054/, asserendo che le misure di pulizia del sangue non saranno sufficienti. Come mai? Perché non è stata ancora attivata l’unica misura efficace, ovvero l’abbassamento dei livelli di PFAS consentiti nell’acqua potabile (che in Italia sono tra i più alti al mondo). Inoltre, sottolinea Greenpeace, non si ha ancora traccia “di piani per prevenire l’ulteriore immissione in ambiente di queste sostanze”.

In Veneto sono quindi molte le situazioni che meriterebbero la massima attenzione da parte del governo regionale: oltre agli PFAS, c’è anche la contesa sull’accordo per la raccolta e il frazionamento del plasma, in seguito alla sentenza del TAR del Veneto che, lo ricordiamo, ha escluso l’australiana Csl Behring riammettendo in servizio l’italiana Kedrion http://www.buonsangue.net/news/silenzio-vicenda-tar-veneto-la-lavorazione-del-plasma-kedrion/. Ora siamo in attesa della sentenza definitva del Consiglio di Stato dopo l’avvenuto ricorso. È un po’ strano, allora, che il governo regionale si stia impegnando in battaglie che a prima vista appaiono un po’ meno urgenti, come per esempio quella intrapresa contro il governo per difendere una legge approvata dal Consiglio regionale che – come si è potuto leggere di recente sull’Huffington Post http://www.huffingtonpost.it/2017/09/23/il-governo-impugna-la-legge-veneta-che-impone-lesposizione-del-leone-di-san-marco-negli-edifici-pubblici_a_23220351/ “obbliga tutti gli uffici pubblici locali e statali del Veneto ad esporre il gonfalone di San Marco, assieme al Tricolore e alla bandiera dell’Ue”.

Ovviamente il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare davanti alla Consulta il provvedimento, poiché “in contrasto con le leggi dello Stato”.

La sensazione è che forse bisognerebbe impegnarsi su problemi ben più urgenti.