Sul New York Times la questione della raccolta plasma a pagamento torna al centro del dibattito in Usa. Ma riguarda tutti noi

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Negli Stati Uniti d’America la questione della raccolta plasma a pagamento torna al centro del dibattito, grazie a un pezzo piuttosto ampio del New York Times pubblicato il primo febbraio.

Già dal titolo – “Quanto vale il sangue di una persona povera?” – è del tutto evidente il taglio dell’approfondimento, che in pieno stile da giornalismo d’inchiesta anglosassone, parte dalle storie personali di vita vissuta per sviscerare un argomento di interesse non solo americano, ma mondiale. È noto infatti che gli Stati Uniti d’America siano il maggior paese produttore di plasma e farmaci plasmaderivati, circa il 60% della produzione globale a fronte di una popolazione del 5%, e che la pratica della raccolta plasma a pagamento sia un tema verso cui le grandi multinazionali del settore sono molti sensibili, giacché il giro d’affari mondiale del settore dei plasmaderivati è in espansione e si appresta a raggiungere, nel 2021, il volume di circa 20 miliardi di dollari.

Ma qual è la questione che emerge dal pezzo del New York Times? Accade che nel quartiere di Olney, a Filadelfia, molte persone che hanno bisogno di soldi e vivono in difficili condizioni economiche si recano al centro plasma della Csl Behring, multinazionale australiana piuttosto nota anche in Italia in quanto aggiudicataria del servizio di plasmalavorazione per il raggruppamento regionale Naip guidato dalla Regione Veneto, un mandato confermato dal Consiglio di Stato dopo una lunga battaglia legale. Una volta nei centri trasfusionali, “donano” il loro plasma per circa 30 dollari a seduta, partecipando a rendere sempre più forte il giro d’affari del plasma a pagamento, che secondo l’Economist in USA vale addirittura l’1,6% delle esportazioni.

A quanto riporta il NYT, sono tre le questioni chiave intorno al plasma retribuito che meritano di essere approfondite, e su alcune di esse ruotano opinioni piuttosto discordanti:

  1. Ruolo della povertà. C’è che ritiene sia la povertà ad alimentare il mercato, e chi invece, come la Plasma Protein Therapeutics Association (un’associazione che si occupa di raccogliere plasma attraverso pratiche commerciali) sostiene che nei centri di raccolta si alternino invece persone di ogni ceto sociale, tesi che sembra essere smentita da un ricerca del Centre for Health Care, secondo cui la stragrande maggioranza dei centri di raccolta americani sono chirurgicamente posizionati in quartieri depressi e poveri. Opinioni contrastanti investono anche la questione etica: sfruttamento di chi vive con 2 dollari al giorno oppure opportunità per chi altrimenti non avrebbe fonti di guadagno? C’è addirittura chi, come lo studioso Luke Sheafer, nell’ottica di stabilire un prezzo equo, ha lanciato l’idea di un “salario minimo per i donatori di plasma”.
  1. Impatto sulla salute. Il giudizio della maggior parte degli esperti, in questo senso, è che le troppe donazioni abbiamo un effetto negativo sulla salute generale dei “donatori”, e che il plasma di “donatori ricorrenti” finisca per essere via via sempre meno efficace e povero delle proteine curative, ma c’è anche chi ritiene tali effetti abbastanza trascurabili.
  1. Il linguaggio dei plasma a pagamento. Zoe Greenberg, autrice dell’inchiesta, nota un dettaglio a nostro giudizio molto interessante: anche nel linguaggio dei centri di raccolta commerciali, si utilizza per il plasma un vocabolario che si rifà in toto a quello della donazione gratuita. Farsi retribuire con 30 o 40 dollari a seduta, è una chiara vendita, eppure nelle brochure pubblicitarie le parole “dono”, “donatore” e “donazione” sono le più suffragate. Come mai? Semplice: al fine di legare alla ragione primaria, la necessità di un profitto, un concetto positivo come la beneficenza.

Il dibattito in Usa è destinato a durare ancora per molto, anche perché il caso trattato dal NYT non è nuovo, e il plasma retribuito ritorna ciclicamente a far parlare di sé. Già a marzo 2017, Repubblica aveva pubblicato un reportage sulle attività della multinazionale elvetica Octapharma, nota per aver aperto numerosissimi centri di raccolta plasma a Cleveland, in Ohio, luogo depresso economicamente a causa di una forte e repentina deindustrializzazione. Repubblica, a sua volta, usava come fonte un documentario di cui su Buonsangue avevamo parlato già parecchio tempo prima, Le Business du sang, prodotto dalla televisione svizzera e trasmesso sul noto canale d’arte francese Arté, e oggi disponibile anche su YouTube:

In quell’occasione, dopo l’approfondimento di Repubblica, su Buonsangue si espresse sul tema della raccolta Plasma a pagamento il presidente Fiods Gianfranco Massaro, le cui parole miravano a scongiurare l’opportunità di rendere “commerciale” il plasma raccolto in Italia attraverso le donazioni, che da noi, lo ricordiamo, sono e dovranno restare anonime, gratuite e volontarie.

La raccolta sangue in Italia è basata su valori etici assolutamente consolidati, su cui tuttavia il sistema sangue e le sue tre gambe dovranno continuare a vigilare, lottando con tutte le energie a disposizione per il raggiungimento dell’autosufficienza ematica, condizione necessaria al fine di non aprire brecce favorevoli verso la liberalizzazione della raccolta retribuita: una pratica caldeggiata da chi, come le grosse multinazionali estere, è in tutta naturalezza portato a percepire il plasma e le sue opportunità farmaceutiche soprattutto come un business al pari di qualsiasi altro, proprio come avviene negli Stati Uniti.

Il sangue nel mondo. Tra ricerca scientifica, politiche di governo e strategie di mercato

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Ricerche per il miglioramento della salute collettiva, questioni legate alla spartizione del mercato dei prodotti emoderivati e politiche di controllo tra i temi principali delle notizie dal mondo a proposito dell’universo sangue.  Dagli Usa alla Tanzania, passando per l’Europa, ecco cosa racconta l’informazione internazionale.

Ricerca di altissimo profilo al Worcester Polytechnic Institute, in Massachusetts. Presto potrebbe bastare inserire un chip in una piccola quantità di sangue prelevato da un malato di cancro per catturare e identificare le cellule tumorali metastatiche. “L’attenzione sulla cattura cellule tumorali circolanti è del tutto nuovo”, Il capo del team di ingegneria meccanica che segue il progetto di ricerca, Balaji Panchapakesan, professore associato al WPI ha parlato di una sfida molto difficile,  dovuta al fatto che  il sangue è composto da miliardi di globuli rossi  e decine di migliaia di globuli bianchi, tra cui potrebbero aggirarsi solo di cellule tumorali loro, e che il loro obiettivo è riuscire a individuarli con strumenti alta precisione. (http://phys.org/news/2016-12-liquid-biopsy-chip-metastatic-cancer.html)

In New Mexico, sempre negli Stai Uniti, la United Blood Service, una società senza fini di lucro, svilupperà una serie di test per assicurarsi che le donazioni di individui adolescenti, tra i 16 e 18 anni di età non causino delle carenze di ferro. In Usa, la media delle donazioni in questa fascia di età corrisponde a 1 su 13 su scala nazionale, e il test riguarderà sia gli uomini che le donne, su qualità e composizione del ferro immagazzinato ed eventuali carenze dopo la donazione.

(http://www.ruidosonews.com/story/life/wellness/2016/12/15/united-blood-services-new-mexico-perform-additional-iron-test-teenage-donors/95467802/).

Dalla stampa malaysiana arriva la notizia che sotto osservazione, in Usa e nel sud-est asiatico, si trova la politica della CSL Behring, che persegue la politica della donazione a pagamento de plasma (50 euro per 1 litro di plasma in aferesi) per ottenere una posizione dominante nel mondo e distribuire i medicinali plasma derivati in tutto il mondo, e in particolar modo sul mercato asiatico in sviluppo.

(http://www.themalaymailonline.com/money/article/american-blood-gives-boost-to-asias-most-valuable-drugmaker).

A dimostrazione di come siano delicate le gare per l’assegnazione in conto-lavoro del plasma raccolto, arriva una notizia importante dal Portogallo. Un’indagine giornalistica infatti, getta qualche ombra sul bando vinto da Octapharma relativo agli accordi con l’ospedale di Oporto, per condizioni troppo “su misura”.  (http://www.tvi24.iol.pt/sociedade/octopharma/membro-do-governo-envolvido-em-negocios-do-plasma)

Anche la multinazionale spagnola Grifols viene raccontata sul sito spagnolo La Vanguardia, in un pezzo che racconta come l’industria farmaceutica iberica stia cercando di crescere negli Stati Uniti attraverso acquisizioni societarie. Il mercato di sangue e plasma è chiaramente percepito come strategico già nel futuro più immediato, e a dimostrazione di ciò viene citata una rivelazione Wikileaks di qualche anno fa secondo cui il governo statunitense considerava solo 3 luoghi con importanza strategici in Spagna, uno dei quali erano i laboratori Grifols a Parets del Vallès, nei pressi di Barcelona.

(http://www.lavanguardia.com/vida/20161215/412643112927/grifols-redobla-su-apuesta-por-eeuu-al-comprar-negocio-diagnostico-de-hologic.html)

In Africa, infine, preoccupa invece il problema della compravendita di sangue. Il governo della Tanzania ha lanciato un appello a tutto il personale sanitario nazionale affinché vengano denunciati i casi di malasanità in cui gli addetti ai lavori che chiedono soldi in cambio di sangue per i loro pazienti. Contestualmente, crescono le iniziative per la raccolta di sangue in tutto il Paese. (http://allafrica.com/stories/201612160389.html).