La studentessa americana che vende plasma per lo shopping, case-history che spiega bene il valore del sistema italiano

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Proprio a pochissimi giorni dal World Blood Donor Day 2019, che come sappiamo sarà dedicato al tema della sicurezza trasfusionale di pari livello in ogni parte del mondo, e al gesto della donazione di sangue ed emoderivati utile per salvare vite umane (“By donating blood, you can save lives!”), ecco che fa il giro del mondo una notizia dal sapore opposto, in grado di spiegare bene le controindicazioni di una eventuale liberalizzazione della donazione come mera compravendita, e del sangue e del plasma come semplici beni di mercato, cosa che già avviene in alcuni paesi occidentali, ad esempio gli Stati Uniti.

Carisa Baker, studentessa americana di 20 anni, ha infatti raccontato alla testata Metro di New York la sua storia personale, che è una donazione di plasma a pagamento. Da ormai un anno, Carisa “dona” il plasma almeno due volte a settimana, a un prezzo di 20 dollari per la prima donazione e 50 per quella successiva. Lo scopo? A suo dire non esattamente quello indicato nella campagna mondiale del prossimo 14 giugno, bensì un obiettivo molto più materiale: comprare vestiti. Clarissa racconta a Metro di essere ossessionata dallo shopping, e i guadagni aggiuntivi ottenuti grazie al plasma vanno così a integrare come studentessa lo stipendio da baby-sitter.

Ma non si tratta solo di moda. Carisa, in altri passaggi dell’intervista, dice di essere assolutamente consapevole che il suo plasma aiuterà delle persone, e non ritiene affatto che le trasfusioni così frequenti potranno generare in lei effetti collaterali.

Fuori da ogni giudizio e ogni moralismo, la storia di Carisa ripresa in Italia da testate come Il Giornale e Il Mattino di Napoli, è un chiaro esempio di ciò che le associazioni di donatori e le istituzioni del sangue del nostro paese lavorano per evitare. In Italia, come sappiamo, il plasma si raccoglie in conto lavoro, ovvero viene trasferito alle aziende di plasma-lavorazione accreditate per essere trasformato in plasmaderivati e in farmaci salvavita, che poi vengono restituiti al sistema sanitario nazionale. Il plasma, in altre parole, resta pubblico, e ciò è un chiaro punto forte a favore della sicurezza.

Torna alla mente, dunque, l’inchiesta del New York Times dello scorso febbraio, che su Buonsangue abbiamo ampiamente riportato e commentato, e che metteva in luce tre importanti questioni etiche in un quadro economico fin troppo chiaro, con il mercato mondiale del plasma destinato a crescere e superare nei prossimi anni i 20 miliardi di dollari. Qual è il ruolo della povertà nella raccolta plasma a pagamento? Qual è l’impatto sulla salute per i donatori scriteriati? Come mai, proprio come nel caso della studentessa americana, nel linguaggio di chi “dona” plasma a pagamento è così forte il bisogno di controbilanciare il meccanismo commerciale con l’abito della solidarietà?

Temi complessi, che speriamo di poter raccontare soltanto come esempi da tenere in conto per capire qual è il valore del sistema italiano basato su donazione anonima, gratuita, volontaria, associata e organizzata, e mai come un dibattito d’attualità sulla minaccia di intraprendere la stessa strada.

 

Plasma irregolare per interventi di chirurgia plastica: da Sky TG24 una notizia che apre a riflessioni

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È notizia fresca che arriva da Sky TG 24 la chiusura di numerose cliniche private che, in modo assolutamente illecito erano solite offrire trattamenti di bellezza basati sull’utilizzo di plasma PRP, ovvero plasma ricco di piastrine, in grado, secondo i chirurghi plastici indagati e fermati, di apportare enormi benefici alla vitalità dei tessuti epidermici.

Di ampio raggio il blitz dei Nas che hanno chiuso numerose cliniche a Milano, Bologna e Firenze, sospeso medici a Roma, e sequestrato cosmetici in Emilia Romagna e Puglia.

Questo caso di cronaca ci restituisce piuttosto bene la misura di quanto sia fondamentale, decisiva, e inalienabile la gestione di una risorsa come il plasma su base pubblica per il fattore sicurezza, con una piena e continua collaborazione tra gli stakeholder del sistema sangue: istituzioni, industria della plasma-lavorazione (in coordinamento con le stesse istituzioni) e donatori, attraverso una prassi come la lavorazione in conto terzi, nata in Italia e in grado di tracciare la risorsa che arriva poi all’utente finale attraverso ogni tracciatura e in piena sicurezza, con il plasma che resta pubblico dalla raccolta fino alla distribuzione.

Quando parliamo dei rapporti tra plasma e mercato non manchiamo mai di ricordare quanto siano importanti le stime degli esperti sul valore di questo mercato negli anni che verranno.

Più di venti miliardi di dollari nel 2021, con una crescita annuale vicina al 7% secondo gli esperti: e se si pensa all’enorme fabbisogno mondiale dei farmaci salvavita e all’imminente sviluppo di mercati di utenti finali estremamente ricchi come India, Cina e Sud America, è facile capire il perché.

È altrettanto importante ricordare che quando si parla di sangue e di plasma – risorse biologiche assolutamente primarie del nostro organismo – la ricerca scientifica investe i piani più disparati, che vanno da serissime ricerche sui tumori e sull’enorme quantità di informazioni che il nostro sangue è in grado di trasportare, fino al plasma come fonte per l’eterna giovinezza e come elisir di bellezza eterna.

Poiché spesso ricerca e mercato hanno scopi diversi e soprattutto tempi di attesa per i rispettivi risultati decisamente incompatibili, bisogna stare molto attenti alle attività illecite che si fondano su un uso indiscriminato delle risorse.

Cosa potrebbe accadere infatti in caso di una progressiva liberalizzazione, e senza freni agli utilizzi commerciali del plasma più spregiudicati? Di certo si incentiverebbe la raccolta del plasma a pagamento in territori difficili, come ha testimoniato una ricerca del New York Time di cui si è parlato in tutto il mondo.

Tutti temi che le associazioni di donatori conoscono molto bene, e che non vanno mai sottovalutati. Proprio alle associazioni e ai dirigenti del sistema sangue il compito di bilanciare con la diffusione della cultura del dono e la corretta informazione, le pressioni sulla deregulation che non di rado arrivano da alcuni grandi gruppi farmaceutici internazionali.