Il caso della sentenza del Tar Veneto sul frazionamento del plasma trattato da “Dono & Vita”, periodico di Avis Veneto

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Finalmente dal Veneto, e da un periodico di una certa rilevanza nel panorama informativo sul sistema sangue nazionale come Dono & Vita (periodico di Avis regionale Veneto), arriva un approfondimento su un tema che avrebbe dovuto essere centrale nel dibattito pubblico e che invece è passato, per le prime tre settimane, solo su Buonsangue.

Ci riferiamo, naturalmente, alla sentenza del Tar del Veneto che lo scorso 23 agosto ha annullato il contratto tra raggruppamento regionale NAIP (Veneto regione capofila con Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Valle d’Aosta e Province autonome di Trento e Bolzano) e la multinazionale Csl Behring, per i servizi di raccolta, frazionamento del plasma e produzione di plasmaderivati, riammettendo l’italiana Kedrion.

Il pezzo su Dono & Vita è firmato dal direttore responsabile del periodico Beppe Castellano, 58 anni, emofilico A, da sempre in prima linea per motivi professionali nel mondo dell’associazionismo e dell’emofilia, dei donatori di sangue e del plasma, come ex presidente della LAGEV (Libera Associazione Genitori ed Emofilici Veneti).

Ecco il link del pezzo in versione integrale https://www.donoevita.it/2017/09/11/la-battaglia-del-plasma-gare-ricorsi-accordi-libero-mercato/: a nostro parere i passaggi fondamentali illustrati da Castellano sono due.

  1. L’importanza di ricordare il carattere pubblico della vicenda:

“Il NAIP con capofila il Veneto è una delle quattro aggregazioni di Regioni che, sulla base di gare pubbliche, dovranno assicurare l’autosufficienza nazionale di plasmaderivati che, lo ricordiamo, in Italia sono di “proprietà pubblica”. Materia prima (plasma), semilavorati e prodotti finali come albumina, immunoglobuline, fattori VIII e IX della coagulazione (per la cura dell’emofilia), fibrinogeno, antitrombina… ristorate le spese di trasformazione alle aziende farmaceutiche RESTANO di proprietà delle Regioni, quindi di tutti i cittadini”.

  1. E, sulla base di questa premessa, la necessità che siano compiute scelte future che perseguano il bene collettivo e non la ragione privata o commerciale:

“Da parte del volontariato del sangue la richiesta è una sola e sicuramente corale: tutto il plasma donato sia utilizzato, e al meglio, per produrre farmaci per gli ammalati e nulla vada sprecato o “venduto”.

Nel pezzo si legge poi che la sentenza del Tar sarà quasi certamente appellata al consiglio di Stato da Csl Behring. Non ci sono ancora notizie ufficiali in merito, ma come abbiamo scritto in questo approfondimento del 31 agosto http://www.buonsangue.net/news/19-settembre-vertice-membri-del-naip-sentenza-del-tar/, in ballo c’è il normale svolgimento di un servizio che non può e non deve subire ulteriori rallentamenti.

Il 19 settembre ci sarà una riunione tra tutti i membri del NAIP.

Dopo questa data ci potrebbe essere un nuovo tassello su cui basare analisi e ragionamenti.

 

 

Alberto Argentoni, nuovo presidente di Avis Nazionale: “Che cosa faremo per migliorare la raccolta”.

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Un lungo percorso associativo che lo ha visto impegnato in tutte le dimensioni, dalla provinciale alla nazionale, e un impegno costante nella vita pubblica. Alberto Argentoni ha 58 anni, in passato è stato anche il sindaco di Eraclea (Venezia) ed è medico di medicina generale: è lui l’uomo scelto dal consiglio nazionale di Avis per traghettare l’associazione di donatori più grande d’Italia, che quest’anno festeggia i suoi 90 anni, verso il centenario. Per Avis tratta di una scelta in continuità con il lavoro svolto dal presidente uscente Vincenzo Saturni, giacché Argentoni nel vecchio esecutivo era stato vice presidente dal 2013. Saranno molte le sfide da affrontare nel prossimo mandato, e noi di Buonsangue abbiamo chiesto ad Argentoni il suo pensiero su temi chiave per il sistema sangue, come autosufficienza ematica, frazionamento del plasma e rapporti tra associazioni e istituzioni. Ecco che cosa ci ha detto.

Dottor Argentoni, per cominciare congratulazioni e un sincero “In bocca al lupo” per la sua nuova carica. Ho potuto seguire molto da vicino le attività di Avis negli ultimi mesi della gestione del dottor Saturni, e ho constatato quanto sia bella e difficile la missione di un’associazione di volontari così vasta. Lei viene da un lungo e proficuo percorso in Avis: mi può descrivere cosa significa per lei farne parte, e oggi, dirigerla?

Sono in Avis da moltissimo tempo grazie all’influenza di mio padre, con un legame molto forte, e dopo aver occupato tutti i ruoli, dalla presidenza provinciale a Venezia (dal 1999 al 2004 n.d.r.) a quella regionale in Veneto (dal 2005 al 2013 n.d.r.) passando per i quattro anni da vice presidente (dal 2013 al 2017 n.d.r.), ora sono arrivato al ruolo di presidente nazionale. Ci troviamo a lavorare con una realtà grandissima, basti pensare che circa il 70% della raccolta associata in Italia passa per Avis. Dopo così tanta esperienza e dopo essere passato per tutti i livelli delle sedi decisionali, diciamo che conosco i meccanismi, e speriamo di poter lavorare al meglio in vista dei principali obiettivi programmatici.

Entriamo nel vivo dei temi programmatici: l’autosufficienza ematica è un asset strategico importante per qualsiasi Paese. In Italia va mantenuta sul piano degli emoderivati e migliorata sul piano della raccolta del plasma: come si ottengono questi obiettivi?

Ci dobbiamo lavorare tutti i giorni. L’autosufficienza dei globuli rossi non va mai data per acquisita e va ottenuta attraverso molta attenzione per ciò che riguarda governabilità e programmazione, ma la situazione è sotto controllo e abbiamo la capacità di governarla anche nel futuro. Per quello che riguarda il plasma ci troviamo di fronte a un asset importantissimo e bisogna lavorare in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Plasma 2020 (http://www.buonsangue.net/politiche/approvato-il-piano-nazionale-plasma-pnp-2016-2020-i-principi-guida-verso-lobiettivo-dellautosufficienza/). Ad alcune regioni, sul piano della raccolta del plasma saranno chiesti dei miglioramenti cospicui e sforzi notevoli per raggiungere aumenti piuttosto ambiziosi (anche del 40% n.d.r.). In questo senso, per la raccolta, un’associazione come Avis deve dare molto, e lo sforzo comune dovrà essere quello di oliare alcuni meccanismi e di lavorare molto anche sul piano della promozione della cultura del dono.

Avis ha molto a cuore l’obiettivo di aiutare i donatori che lavorano, soprattutto giovani, a trovare spazi per il dono che non si sovrappongano con gli orari lavorativi. Quanto è importante migliorare l’organizzazione del sistema sotto tale aspetto?

 In quest’ottica ci sono alcuni aspetti da chiarire. Abbiamo purtroppo dei vincoli organizzativi per l’accesso ai centri di raccolta che impegnano il personale sanitario. Ci sono problemi di accessibilità ai centri per questioni di laboratorio e per la copertura dell’assistenza sanitaria alle trasfusioni. Anche il trasporto degli emoderivati è un fattore di organizzazione che presenta alcuni problemi logistici. Poi c’è anche un problema culturale che in una certa misura, facendo autocritica, è una nostra responsabilità: c’è una tendenza diffusa nel donare sempre al mattino, e quindi – nonostante le aperture pomeridiane nei centri trasfusionali – l’affluenza media è troppo bassa. Così, anche quando s’iniziano esperimenti di questo tipo con aperture allargate, finiscono per durare troppo poco perché non si può garantire una giusta affluenza.

Come si superano questi problemi?

Con un incremento della cultura del dono, dell’informazione, con una migliore organizzazione logistica e con l’applicazione delle regole di Patient Blood Management. All’estero, in alcuni Paesi, si dona dalla mattina alla sera e poi le persone si recano normalmente al lavoro. In Italia c’è invece, per fortuna, un’attenzione massimale alla sicurezza post-trasfusionale, tanto che la legge italiana prevede il riposo dalla giornata lavorativa dopo la donazione, che è un criterio di salvaguardia della salute pubblica come bene comune.

 Passiamo alla situazione dei cittadini migranti. Sono una risorsa importante per il sistema trasfusionale?

Per i cittadini migranti la possibilità di donare è anche un fatto simbolico, una dimostrazione di integrazione per famiglie che hanno scelto l’Italia come secondo paese e che cominciano a mettere al mondo figli italiani. È molto bello anche per noi, come associazione, contribuire al fattore integrazione attraverso la donazione del sangue. Poi naturalmente ci sono i fattori sanitari di cui bisogna tener conto. In primo luogo la capacità dei cittadini stranieri di comprendere ciò che chiediamo nei nostri questionari affinché siano mantenuti sempre altissimi gli standard di sicurezza, per esempio sul piano dell’anamnesi e dei criteri di autoesclusione; è importante anche che sappiano esprimere al meglio gli eventuali disagi e i comportamenti a rischio. Infine ci sono i criteri di idoneità, giacché molti dei cittadini migranti che arrivano vengono da situazioni delicate, e sempre per problemi di sicurezza, passa del tempo prima che possano donare.

Lei è veneto, quindi conoscerà bene la questione che si è sollevata nel sistema sangue italiano rispetto al bando NAIP del raggruppamento guidato dalla Regione Veneto per il frazionamento del plasma in conto-lavoro, con le polemiche legate soprattutto al rapporto abnorme tra prezzo e qualità della gara, addirittura 90% a 10%. Cosa pensa di quel bando così criticato dalla maggior parte dei donatori?

 Il 10% della qualità è relativo, non farei un collegamento così immediato. Sulla strategia che si è scelta nel raggruppamento regionale veneto non sta a me giudicare, ma quello che posso dire è che sono rimasti fuori alcuni prodotti che sicuramente erano importanti nell’ottica dell’autosufficienza regionale, e questo è sicuramente un dispiacere. L’ente pubblico deve garantire a tutti i pazienti i prodotti per le cure, e non è un bene mettere a rischio un’autosufficienza che negli anni era ormai consolidata, anche perché di certo l’autosufficienza potrà avere qualche problema se non ci sarà una totale armonia tra i quattro bandi diversi dei vari raggruppamenti regionali.

Il bando lanciato dal raggruppamento regionale con a capo l’Emilia Romagna ha principi totalmente differenti, più equilibrati, e comprende anche la valutazione del pittogramma. È quella la direzione in cui procedere, secondo lei, anche per i bandi dei raggruppamenti mancanti con a capo Lombardia e Toscana?

 È da vedere che tipo di risultati arriveranno. Delle due gare, una, quella veneta, è acquisita. L’atra è ancora in corso. In Veneto si è scelto di puntare soprattutto su tre prodotti e di privilegiare l’aspetto economico, in Emilia c’è stato più equilibrio nel considerare tutti i fattori. Da un lato sono tranquillo che in nessuna regione mancherà mai nulla ai pazienti, ma quello che bisognerà capire è quali sono i metodi e le strategie migliori per raggiungere determinati obiettivi, cioè valorizzare al meglio la risorsa nazionale.

Nulla di quanto viene donato deve essere sprecato, giusto?

Va capito quanto vale ciascuna strategia andando oltre la questione dei costi, perché la priorità è valorizzare la raccolta della risorsa sangue e la materia biologica donata al 100% e a 360 gradi. Va aggiunto che quello del frazionamento in conto-lavorazione con i nuovi bandi di gara è uno scenario abbastanza all’inizio, e ci vorrà tempo per valutare le scelte diverse.

Mancano ancora i bandi di due raggruppamenti…

Io sono abbastanza contento che i bandi regionali stiano arrivando progressivamente, con gradualità, a distanza di tempo, perché così le regioni che vengono dopo possono coordinarsi con i bandi precedenti per regolarsi sul lavoro fatto da altri.

Per un sistema trasfusionale che funzioni, il rapporto costruttivo tra le “tre gambe” (donatori, istituzioni, professionisti del settore) è importantissimo. Ogni tanto le dichiarazioni del ministro Lorenzin in questo senso lasciano sconcertati (come quando definì i plasmaderivati una fonte di pericolo per i donatori http://www.buonsangue.net/news/plasmaderivati-fonte-pericolo-pazienti-cosi-la-ministra-lorenzin-seppellisce-mondo-dei-donatori/), ma collaborare con settori come l’istruzione e lo sport può essere importante per incrementare la raccolta. Cosa farà Avis in questa direzione?

Abbiamo in atto da tempo dei protocolli con il ministero dell’Istruzione e collaboriamo attivamente con il mono dello sport. È un asset consolidato. Abbiamo avuto collaborazioni proficue con molte federazioni e con la Lega Calcio, e di certo faremo altre iniziative sul piano nazionale e anche su quello locale. Sicuramente sport e dono sono mondi in sinergia che possono contare sulla condivisione di valori comuni come solidarietà, generosità, altruismo e responsabilità nel lavoro di squadra che si ritrovano a pieno nell’atto del dono del sangue. Inoltre lo sport è un veicolo perfetto per la promozione di una cultura sui corretti stili di vita per l’idoneità a donare e per convogliare i giovani.

Carenze di sangue, eventi, campagne, ricerca scientifica. Con l’arrivo di giugno un weekend intenso per la Festa della Repubblica

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Su Buonsangue lo ripetiamo spesso. Il bisogno di sangue non va in vacanza. Anzi specialmente nei momenti dell’anno in cui il calendario favorisce relax, brevi anticipazioni delle ferie e ricorrenze, si rischia di avere necessità di sangue più impellenti. Il ponte del 2 Giugno è iniziato. Ecco la nostra panoramica informativa su dove bisogna donare e su tutte le notizie più interessanti dal mondo del sangue.

Carenze

È recentissimo l’appello al dono che proviene dalla Puglia, e in particolare da Molfetta. Come si legge su https://www.molfettaviva.it/notizie/centro-trasfusionale-e-emergenza-continua-di-sangue/ l’emergenza di sangue in zona dura già da tempo e magari, prima di raggiungere il mare, proprio questo week-end potrebbe essere l’occasione giusta per alleggerirla. Sempre in Puglia, a Tuturano (Brindisi) venerdì 2 giugno ci sarà una giornata speciale per la donazione organizzata dall’Avis provinciale di Brindisi, che metterà a disposizione la propria autoemoteca http://www.pugliatv.com/notizie-category/item/16729-tuturano-venerdi-2-giugno-donazione-di-sangue-presso-la-chiesa-%E2%80%9Cmaria-ss-addolorata%E2%80%9D.html.

Situazione molto simile a Brescia, dove Gabriele Pagliarini, presidente dell’Avis provinciale ha chiesto ai suoi compagni volontari di non scordarsi di donare prima delle ferie: http://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/carenza-di-sangue-l-appello-donate-prima-delle-ferie-1.3177949.

Sempre in Lombardia, anche a Bergamo c’è una situazione delicata per ciò che riguarda il gruppo 0, come segnala l’Avis locale in un appello a tutti i donatori della zona http://avisbergamo.it/index.php?option=com_content&view=article&layout=edit&id=189.

Come abbiamo visto nei giorni scorsi grazie alle belle parole del presidente regionale di Avis Toscana Adelmo Agnolucci http://www.buonsangue.net/interviste/agnolucci-guida-toscana/, l’attenzione per trasmettere la cultura del dono alle nuove generazioni è già molto alta. Ma nel presente è già da qualche settimana che in Toscana, e in particolare a Empoli, c’è carenza di quattro gruppi 0 NEGATIVO, 0 POSITIVO, A NEGATIVO e A POSITIVO, come testimoniano il giornale on-line http://www.gonews.it/2017/05/30/nuovo-appello-dellavis-ai-donatori-mancano-quattro-tipi-di-sangue/ e sopratutto il bollettino del Meteo del Sangue (in foto)

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Ricerca scientifica dal mondo

Sul New-Scientist, magazine statunitense che si dedica all’informazione scientifica, è ripresa una notizia che gira da qualche tempo, e che avevamo già segnalato qui: http://www.buonsangue.net/mondo/ambrosia-dalla-california-un-esperimento-discusso-tornare-giovani-plasma/; Ambrosia, una società che tenta di studiare gli effetti benefici delle trasfusioni di sangue giovani nei più anziani, porta alcuni risultati (da confermare) sui miglioramenti che le trasfusioni di plasma genererebbero in chi soffre d’Alzheimer: https://www.newscientist.com/article/2133311-human-tests-suggest-young-blood-cuts-cancer-and-alzheimers-risk/.

Studio importante arriva invece dalla Croce Rossa Americana. È elevatissima la necessità di sacche per chi è coinvolto in incidenti. Ogni singola vittima potrebbe aver bisogno anche di 100 unità di sangue, e se si pensa che negli USA ci sono circa 41 milioni di visite annue al Pronto Soccorso è facile capire quanto alta sia l’importanza di donare: http://www.annanews.com/news/red-cross-blood-drives-planned.

Campagne

Infine, come avevamo preannunciato, anche le associazioni italiane hanno sviluppato le proprie campagne per la Giornata Mondiale del Donatore che cadrà il prossimo 14 giugno, da affiancare a quella ufficiale diffusa dalla World Health Organization che abbiamo analizzato qui: http://www.buonsangue.net/eventi/il-14-giugno-giornata-mondiale-del-donatore/. Avis, in particolare, ha creato dei nuovi poster (in foto) e legato al World Blood Donor Day 2017 il gioco dell’alfabeto della solidarietà https://alfabeto.avis.it/ grazie al quale ciascun donatore potrà creare il proprio messaggio (con massimo 36 caratteri), e legarlo a GIF animate da diffondere sui social. Giocate e diffondete tutti.

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Donazioni e sicurezza: Centro Nazionale Sangue e CIVIS reagiscono. Risposta (indiretta ma chiara) alla ministra Lorenzin

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Una risposta indiretta, ma ferma e in assoluta controtendenza con le parole della ministra: è questo il significato del comunicato stampa apparso nella mattinata del 12 aprile 2017 sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, volto a ribadire l’assoluta sicurezza, a 360° gradi del sistema trasfusionale italiano.

Facciamo un piccolo passo indietro.

Come da noi segnalato l’11 aprile, in occasione della sua mancata partecipazione al convegno organizzato da FedEmo per la giornata mondiale dell’emofilia, la ministra Beatrice Lorenzin ha inviato un messaggio piuttosto discutibile, riassumibile in questo virgolettato: “I farmaci ottenuti con tecnologia del Dna ricombinante di ultima generazione garantiscono un alto profilo di sicurezza in quanto ormai realizzati con metodica protein-free, evitando l’uso di plasmaderivati, e quindi delle complicanze infettive più temibili, come le epatiti o l’Aids”.

Già nella giornata di ieri, poi, sono arrivate le prime reazioni piuttosto critiche a queste affermazioni molto superficiali e fuori misura, lesive di una sicurezza di sistema assodata e del lavoro certosino, difficile e quotidiano delle associazioni di volontari.

Ecco perché, nel comunicato di oggi, ufficialmente in risposta alla sentenza della Corte di Appello di Roma che ha respinto l’appello proposto dal ministero della Salute contro i risarcimenti a centinaia di persone per i danni subiti da emotrasfusione con sangue infetto negli anni 80 e 90, è facile leggere una replica alle dichiarazioni di Lorenzin.

“Da oltre dieci anni non ci sono segnalazioni di infezioni da HIV ed epatite a seguito di trasfusione – esordisce il comunicato, entrando poi nel merito delle procedure – Su ogni donazione di sangue vengono effettuati i test, anche molecolari, per la ricerca di Hiv ed epatite C e B. Tale livello di sicurezza è garantito da un sistema basato sulla donazione volontaria, periodica, anonima, responsabile e non remunerata, dall’utilizzo per la qualificazione biologica di test di laboratorio altamente sensibili e da un’accurata selezione medica dei donatori di sangue, volta a escludere i soggetti che per ragioni cliniche o comportamentali sono a rischio.”

In virtù dei suddetti interventi – specifica Giancarlo Maria Liumbruno, Direttore generale del Centro – il rischio residuo di contrarre un’infezione a seguito di una trasfusione di sangue è prossimo allo zero, come ampiamente dimostrato dal sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro Nazionale Sangue A fronte di più di 3 milioni di emocomponenti trasfusi ogni anno (8.349 emocomponenti trasfusi ogni giorno), da oltre dieci anni in Italia non sono state segnalate infezioni post-trasfusionali da HIV, virus dell’epatite B e virus dell’epatite C.”

La chiusura, proprio sul lavoro delle associazioni volontarie e sui plasmaderivati, è affidata a Vincenzo Saturni, presidente di Avis Nazionale e coordinatore pro tempore di CIVIS (Coordinamento interassociativo volontariato italiano sangue): “Il volontariato del sangue, inoltre, è impegnato ogni giorno nella fondamentale promozione di stili di vita sani tra i donatori volontari e associati, al fine di rendere ancora più elevati i livelli di sicurezza per gli emocomponenti e i farmaci plasmaderivati. Grazie anche a quest’azione siamo arrivati all’84% di donatori periodici e associati, fattore che ci posiziona ai primissimi posti nel mondo e che rappresenta un ulteriore indicatore di qualità e sicurezza.”

 

 

Le prime risposte alla ministra Lorenzin, Castellano: “Un pugno in faccia a 1 milione e 700mila donatori”

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin durante il convegno ''La Polizia di Stato con le donne'', Roma, 4 marzo 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Arrivano le prime reazioni critiche al messaggio shock inviato dalla ministra Beatrice Lorenzin per la Giornata Mondiale dell’Emofilia: http://www.buonsangue.net/news/plasmaderivati-fonte-pericolo-pazienti-cosi-la-ministra-lorenzin-seppellisce-mondo-dei-donatori/.

E del resto non poteva che essere così: dire che i ricombinanti “garantiscono un alto profilo di sicurezza in quanto ormai realizzati con metodica protein-free, evitando l’uso di plasmaderivati, e quindi delle complicanze infettive più temibili, come le epatiti o l’Aids”, significa mettere in discussione la sicurezza del sistema trasfusionale italiano e del metodo del conto/lavorazione del plasma, che tutto il mondo riconosce come il migliore.

A rispondere alla ministra Lorenzin interviene su Buonsangue Beppe Castellano, emofilico A grave, 58 anni, giornalista professionista.

Castellano segue da sempre, per motivi professionali, il mondo dell’associazionismo e dell’emofilia, dei donatori di sangue e del plasma. È un vero e proprio attivista, come esponente della Libera associazione genitori ed Emofilici Veneti, e nel seguire i vari processi in corso.

Ecco le sue parole.

“Spero che la “Ministra” Lorenzin ritratti immediatamente parte delle sue dichiarazioni che si riferiscono ai pericoli di infezioni (oggi?) tramite i fattori della coagulazione plasmaderivati.  Questa frase, ≪evitando l’uso di plasma derivati, quindi delle complicanze infettive più temibili, come l’Epatite e l’AIDS≫, è un vero e proprio pugno sul muso a un milione e 700mila donatori volontari, periodici, non remunerati e associati, e alle loro associazioni, che da almeno tre decenni si battono – insieme a pochissimi fra gli stessi emofilici, i loro medici e le loro associazioni – perché l’Italia giungesse ad avere finalmente il plasma più sicuro al mondo in conto/lavorazione. Ed è anche un pugno nello stomaco alla memoria di tanti nostri “compagni” emofilici che sono morti proprio per l’assoluto Far west dei famigerati anni ’80. Anni in cui le multinazionali del plasma (grazie a “pressioni” su medici e pazienti di cui si sta scrivendo finalmente la storia negli atti processuali), hanno sì infettato centinaia di emofilici per Aids invadendo il nostro mercato nazionale di plasmaderivati ricavati da plasma di carcerati e datori a pagamento delle periferie statunitensi, lungo il Rio Bravo e negli slums dell’America Latina. Ed è un calcio per quel 25% di emofilici, fra cui il sottoscritto, e dei loro medici curanti che secondo la ministra sono “rimasti all’età della pietra”, continuando ad usare i plasmaderivati dei nostri donatori. Vuol dire che siamo imbecilli e incoscienti e aspiranti suicidi. Posso capire la scarsa conoscenza in materia della ministra, e quindi la invito a studiarsi sia la storia, sia le più recenti pubblicazioni scientifiche. La invito anche a “interrogare” chi le ha stilato o suggerito la “lettera di saluto” per la giornata dell’Emofilia, poi opportunamente distribuita alla stampa. Spero tanto non sia di nuovo il solito “giochetto” di Big Pharma che se da una parte si appresta a lucrare ancora di più sulla nostra pelle, dall’altra tenti di impadronirsi del plasma italiano per ricavarne ancora lucro. Basta una frase ben inserita in una lettera ufficiale a far notizia e buttare nel water decenni di lavoro, sudore e… sangue per giungere ad un livello di sicurezza infettiva pari fra plasmaderivati e ricombinanti. Non sono certo affermazioni mie, queste ultime. Invito infatti la Ministra a studiarsi anche la recente (2016) ricerca Sippet sull’incidenza dei ricombinanti nell’insorgenza degli inibitori anti Fattore della coagulazione rispetto ai plasmaderivati. Perché è questo il vero pericolo per gli emofilici, soprattutto per i Pup’s (mai sottoposti a nessun tipo di terapia sostitutiva) oggi e nel prossimo futuro. Dovrebbe ricordarsi che ricordi che è lei la garante della sicurezza dei nostri plasmaderivati italiani (tutti, non solo i fattori per l’emofilia), che come lei stessa ha stabilito da mesi possano fregiarsi del pittogramma che ne certifica la provenienza nazionale e sicura. Ma allora, perché ora la ministra ci dice esattamente il contrario?

Castellano scrive da più di 20 anni per l’Avis (Associazione volontari italiani sangue) del Veneto e nazionale, questo, dice, è il suo “conflitto di interessi”, poi aggiunge: “Mi fido più di un milione e 300 mila volontari (senza contare le altre associazioni di donatori) che donano e “perdono” il loro tempo senza alcun tornaconto per gli ammalati.

Oltre a lui, anche il presidente di Fratres Toscana Luciano Verdiani è intervenuto sull’argomento, con parole caute ma ferme: “La sicurezza garantita dal sistema trasfusionale e dalle associazioni di donatori volontari sui plasmaderivati non è assolutamente in discussione – ha ribadito Verdiani – mentre per quanto riguarda le parole della Lorenzin, ci incontreremo nei prossimi giorni con gli altri rappresentanti associativi per decidere il da farsi”.

 

N.B.

 

Medicina di genere, la senatrice De Biasi a Farmindustria: “Abbiamo aperto la strada, ora non bisogna fermarsi”

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L’innovazione medica oggi passa anche attraverso il concetto di medicina “di genere”. Se ne è parlato al convegno promosso da Farmindustria “Chi l’ha detto che donne e uomini sono uguali? Pari opportunità nella differenza”, svoltosi il 7 marzo a Roma. In definitiva, una proficua occasione di crescita collettiva.

Molto appassionato l’intervento della senatrice Emilia Grazia De Biasi (Presidente Commissione Igiene e Sanità Senato della Repubblica), che ha sottolineato come Farmindustria in Italia abbia un grande merito: quello di aver lavorato per introdurre e far penetrare a tutti i livelli il concetto di medicina di genere, un compito che negli ultimi anni si è rivelato difficile anche per le stesse istituzioni. ≪ Le pubblicità banalizzano – ha aggiunto la senatrice – come quella ben nota sul raffreddore, descritto identico sia per gli uomini che per le donne. La medicina di genere ha rispetto della differenza che c’è tra uomo e donna sul piano psichico e fisico, e questa differenza sfocia, nei fatti, anche nella produzione di farmaci specifici. Abbiamo votato alla camera una legge sulle professioni sanitarie, e in un articolo che parla di ricerca, nel diritto italiano, viene immesso per la prima volta il concetto di medicina di genere. È una novità clamorosa. È innovazione. Sia sul piano delle tecnologie e delle tecniche di intervento, sia su quello della produzione, si fa già molto si può fare sempre di più. In futuro ci dovrà essere sempre più empatia tra medicina e mondo delle donne, in un paese che malvolentieri sopporta la ricerca scientifica.

Dichiarazioni importanti, che richiamano a una collaborazione presente e futura tra istituzioni e industria sula piano dell’approccio medico, che dovrà basarsi sempre di più sulla personalizzazione del paziente tenendo conto delle sue peculiarità (tra cui la più importante è sicuramente il genere), in direzione di quell’idea di appropriatezza su cui su Buonsangue ci siamo già ampiamente soffermati in passato: http://www.buonsangue.net/politiche/il-patient-blood-management-cose-e-cosha-cambiato/.

La senatrice De Biasi ha poi sottolineato come, a suo parere, in questo momento storico, vi sia in Italia una notevole sintonia “di genere” tra le professioni mediche, nel perseguire percorsi comuni verso un rispetto sempre maggiore dei diritti umani. ≪Le donne italiane sono quelle che lavorano di più al mondo≫ ha aggiunto, e se i numeri dicono che le donne vivono in media più degli uomini (con una qualità della vita tuttavia inferiore), è vero anche che negli ultimi anni della loro vita assumono più farmaci. Ecco perché aumentare gli investimenti sulla medicina di genere non può che essere un fattore altamente positivo.

Cosa può fare la politica per favorire questo approccio? Qual è la visione politica delle istituzioni sulla sanità del futuro? Quali gli obiettivi sul medio e lungo periodo? Tutte domande che vogliamo e speriamo di poter porre presto, e direttamente, alla senatrice De Biasi.

Tra gli altri interventi degni di nota al convegno di Roma va segnalato anche quello del Professor Andrea Lenzi (Presidente Nazionale Associazione Conferenza dei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia e Presidente SIE), che ha ribadito come l’80% della formazione medica sia oggi identica in tutta Italia, fattore che rende il nostro sistema di formazione uno dei migliori al mondo. A suo dire: ≪La medicina di genere è cultura, economia, dobbiamo insegnare bene questo sia agli studenti che ai professionisti. Il rumore di fondo è estremamente banalizzato. Il tumore al seno non è solamente femminile ma anche maschile. Sui media osteoporosi è donna, infarto è maschio: questo non è vero. La medicina d’urgenza non è uguale per uomo e donna. Parlando di medicina di genere siamo nella quintessenza della medicina diversificata e dobbiamo far capire ai medici che si formano oggi che la laurea in medicina dura 40 anni≫.

Francesca Merzagora, Presidente ONDA (Osservatorio nazionale sulla salute della donna), ha parlato invece del ruolo delle donne come caregiver (il caregiver è “colui che si prende cura”) per i propri nuclei familiari, e in generale nella società (si pensi alle assistenti per gli anziani): un ruolo che spesso comporta controindicazioni come sintomi di ansia, stress, depressione, problemi cardiaci. ≪Le donne vivono di più≫ – ha ribadito – ≪ma con minor qualità della vita, più consumo di farmaci e più ricoveri. Ecco perché la medicina di genere è importantissima≫.

Abbastanza sorprendenti, invece, i dati riportati dal Presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi: nel settore farmaceutico sono aumentati (in controtendenza con gli altri settori produttivi del paese) gli investimenti in ricerca, la produttività, gli investimenti generali e i nuovi posti di lavoro, ben 5000 nell’ultimo anno, con il 50% di neoassunti sotto i 30 anni. Confortanti anche i dati di genere: ≪Nella ricerca l’impiego femminile è già al 52%. Per cui è normale che welfare del nostro settore sia strutturato in direzione di questo tipo di occupazione. In Farmindustria il direttore è donna, e nella mia azienda, in posizione apicale, le donne sono al 70% per mera scelta meritocratica. Inoltre sono tutte mamme: per questo assistenza sanitaria, asili nido aziendali, smart working e flessibilità negli orari sono tutte realtà nel nostro settore. In termini di produttività, infine, abbiamo 850 farmaci in sviluppo sulla base della medicina di genere. Faremo formazione in questo senso, sapendo che la donna è caregiver, ma poi si cura meno del resto dei membri della famiglia≫.

Chiusura con bilanci e propositi per il Ministro della salute Beatrice Lorenzin: ≪Battersi per il diritto alla salute delle donne è importante perché c’è ancora chi nega la medicina di genere o chi dice che costa troppo. Tutto il dibattito scientifico va verso la medicina personalizzata. Non è un fattore politico ma scientifico. Non bisogna fare rivendicazionismo ma spiegare che tutti devono essere curati al meglio. Belle notizie: abbiamo creato la giornata nazionale per la salute della donna (22 aprile n.d.r.), ma anche inserito alcune patologie tipicamente femminili nei livelli essenziali di assistenza. Molto positiva la ricerca sul cancro, sul tumore al seno e all’utero, e su tanti altri tipi di patologie non soltanto fisiologiche ma anche psichiatriche≫.