La donazione di cellule staminali emopoietiche: l’importanza di trovare i donatori compatibili per il bene dei pazienti

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Quando si parla di malattie rare che necessitano un trapianto, la donazione, per esempio, di cellule staminali emopoietiche, è un processo molto diverso dalla donazione di sangue. Le compatibilità sono complesse, bisogna cercare i donatori in modo capillare, ed è per questo che l’associazionismo svolge un compito davvero decisivo. Per comprendere meglio questi aspetti, e conoscere da vicino come funziona Adoces, la federazione Associazioni Donatori Cellule Staminali Emopoietiche, abbiamo intervistato Alice Vendramin Bandiera, che riveste il ruolo di vice presidente.

1) Adoces è la federazione Associazioni Donatori Cellule Staminali Emopoietiche. Come e perché nasce un’associazione che punta a sensibilizzare su un tipo di donazione così specifica?

La Federazione Italiana Adoces è nata nel 2007 dal convergere di varie associazioni regionali che si occupano della promozione della donazione di cellule staminali emopoietiche da midollo osseo, da sangue periferico e da sangue cordonale. Il Presidente è il Professor Licinio Contu. L’obiettivo primario della Federazione è promuovere le donazioni solidali, al fine di incrementare il numero delle unità di cellule staminali emopoietiche (CSE) per i pazienti italiani e stranieri che necessitano di un trapianto e che non trovano nell’ambito della propria famiglia un donatore compatibile. La Federazione sostiene la ricerca scientifica sulla donazione e l’impiego di CSE, anche attraverso una stretta collaborazione con le componenti tecniche del trapianto, con i Centri Regionali di riferimento e le associazioni scientifiche. E’ supportata da un comitato scientifico composto da medici trapiantologi, trasfusionisti, genetisti, ostetriche, biologi e volontari.

2) Quanto è importante la donazione di cellule staminali emopoietiche per la cura dei pazienti? E su quali patologie influiscono i trapianti?

Fino a venticinque anni fa i trapianti di midollo osseo venivano eseguiti esclusivamente tra fratelli consanguinei HLA (Human Leucocyte Antigens, antigeni che servono per selezionare il donatore n.d.r.) identici. Purtroppo il 75% circa dei malati affetti da emopatie letali (leucemie, anemie, linfomi, mielomi ed altre) non poteva giovarsi di questa opportunità terapeutica perché non disponeva di un donatore familiare compatibile Questa motivazione ha spinto gli ematologi a cercare il donatore al di fuori dell’ambito familiare. Nel 1989 è stato quindi Istituito il Registro Donatori Midollo Osseo IBMDR con sede presso l’Ospedale Galliera di Genova, unica Istituzione del SSN dove vengono inserite le iscrizioni e i tutti i dati genetici dei donatori volontari adulti e delle donazioni di sangue cordonale.

3) Parliamo di sensibilizzazione: quanto è decisivo al giorno d’oggi per un’associazione come la vostra poter raccontare il legame tra dono ed esigenze dei pazienti, e comunicare all’esterno il loro mondo e le loro necessità? È più importante dialogare con il pubblico o con le istituzioni?

In questi anni si sono registrati enormi progressi nelle conoscenze relative alle Cellule staminali emopoietiche e al loro impiego. Le CSE possono essere ottenute sia dal sangue del cordone ombelicale sia dal sangue periferico. Il midollo osseo, dal 1996, non è più la fonte quasi esclusiva di CSE quale era fino ad allora nella pratica trapiantologica. Il sangue del cordone ombelicale ha visto crescere progressivamente il suo impiego grazie allo sviluppo in molti paesi di banche pubbliche per lo stoccaggio e rilascio delle unità raccolte ai Centri di Trapianto.

Oggi è soprattutto il ricorso alle CSE prelevate dal sangue periferico che va imponendosi nei trapianti allogenici sia da donator familiare che da Registro. Il 75% dei trapianti avviene proprio con il prelievo di CSE con procedura da staminoaferesi, meno invasiva ma ancora sconosciuta. Ormai, da qualche anno, è improprio parlare di donazione di midollo osseo, sarebbe più giusto parlare di donazioni di cellule staminali emopoietiche. Purtroppo nei social e nei media, anche nei recenti casi di appelli, inutili, si parla sempre di trovare un donatore di “midollo osseo” e questa disinformazione non favorisce la conoscenza e la cultura della donazione.

Le Associazioni come la nostra affiancano le Istituzioni sanitarie preposte e solo questa sinergia può permettere un incremento della conoscenza e delle donazioni solidali. Adoces è componente della Commissione Cellule Staminali Emopoietiche istituita presso l’ISS.

4) Su Buonsangue auspichiamo spesso il lancio di una comunicazione congiunta e su larga scala per trasmettere al grande pubblico i valori del dono. Adoces collabora con le associazioni di donatori di sangue? Che percorsi si possono costruire insieme?

Adoces ha sottoscritto nel dicembre scorso, un protocollo di intenti con le maggiori Associazioni del Dono al fine di sostenere i rapporti con le Istituzioni e con gli Organismi tecnici di riferimento per conseguire le finalità comuni di promozione e diffusione della donazione di materiale biologico destinato alla cura delle persone. Altro obiettivo è quello di cooperare per incrementare l’educazione dei giovani alla solidarietà e alla donazione, con particolare riferimento alla donazione del sangue, degli emocomponenti, degli organi e dei tessuti, del midollo, di cellule staminali ed emopoietiche e del sangue cordonale.

5) Come associazione impegnata attivamente in un ambito così legato alla salute dei pazienti, qual è la vostra percezione sul sistema sanitario e trasfusionale italiano? C’è qualcosa che si può migliorare?

Il numero dei trapianti di CSE in Italia è in costante aumento, l’utilizzo di procedure come il trapianto aploidentico (con donazione di CSE da uno dei familiari, come avvenuto con successo per il caso Alex con la donazione del padre) e l’utilizzo di nuove terapie avanzate Car-T, richiede un rafforzamento e razionalizzazione della rete trapiantologica. Per quanto riguarda invece il settore delle donazioni, le tipizzazioni devono eseguite in Next Generation Sequencing, che consente di offrire un servizio di genotipizzazione di ultima generazione, per permettere la miglior caratterizzazione genetica di donatore e ricevente nel più breve tempo possibile.

6) Quanto è importante l’identificazione nel più breve tempo possibile?

E’ cruciale nel trapianto di Cellule Staminali Ematopoietiche poter identificare il miglior donatore compatibile definendo al meglio la tipizzazione HLA, permettendo di ridurre il rischio di mortalità e di insuccesso del trapianto. La possibilità di ottenere con un unico test genetico la tipizzazione HLA più accurata evita la necessità di procedere successivamente con altre indagini genetiche, velocizzando il processo di identificazione del donatore e quindi lo stesso trapianto, per la cura di malattie, come la leucemia, spesso fatali in pochi mesi”.

Il dono “non remunerato” una nozione che può essere equivocata. E la commissione internazionale che ne ha chiarito i confini

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Come abbiamo scritto nel nostro resoconto completo dello scorso 28 ottobre, uno dei momenti più sostanziali dell’importante convegno Fiods svoltosi a Roma venerdì 25 ottobre è stato il dibattito sulle tipologie di donazione, e sull’ambiguità della definizione “donazione non remunerata”.

Sappiamo bene che in Italia la cultura associativa in voga da ormai moltissimi anni, e la particolare situazione interna grazie a cui il 78% dei donatori italiani sono periodici e più del 90% sono associati garantisce una condivisione totale dei principi etici sulla donazione, che è contemplata soltanto come donazione gratuita, anonima, volontaria, associata e organizzata. Ma sappiamo anche che a livello internazionale non sempre e così. In America per esempio, come chi legge il blog sa molto bene, la raccolta plasma a pagamento è una pratica molto utilizzata, tanto che il New York Times vi ha dedicato una lunga inchiesta che abbiamo analizzato e sviscerato a fondo.

Ma è proprio sulla definizione di “donazione non remunerata” utilizzata anche dalla World Healt Organization che è necessario soffermarsi, perché naturalmente si tratta di una definizione non immune ad alcune interpretazioni ambigue che sono oggetto di dibattito internazionale. Come hanno spesso ricordato nel corso di questi anni gli ambienti associativi, o molte autorità del sistema sangue italiano come Giancarlo Liumbruno direttore del Centro nazionale sangue, Maria Rita Tamburrini o Claudio Velati, ormai le voci dissonanti sul concetto di donazione etica completamente gratuita hanno guadagnato spazio in modo più aggressivo, e provano a interpretare gli eventuali punti deboli del sistema basato sulla non remunerazione come spazi per insinuare la dicotomia tra disponibilità di sangue e maggior sicurezza, insistendo sul fatto che se portare i donatori nei centri trasfusionali dovesse risultare in futuro sempre più difficile, allora evitare la donazione a pagamento potrebbe risultare difficile, con in gioco la tutela dei pazienti.

Come già accennato, inoltre, sotto osservazione è il concetto di donazione “non remunerata”, un’espressione che lascia intendere la possibilità che ai donatori venga concesso almeno un rimborso o qualche altro riconoscimento in valore. Al convengo di Roma è stata nominata, per esempio, la giornata di lavoro retribuita in caso di riposo quando si va a donare, che in Italia è legge, un diritto al quale i donatori italiani – ha specificato Giancarlo Liumbruno ­– hanno praticamente rinunciato da tempo, perché vanno a donare in massa nei giorni di festa. La posizione delle istituzioni, che si tratti di associazioni di donatori o di professionisti, insomma, rimane molto netta: nessuna apertura a forme di rimborso, a remunerazioni mascherate, o a premi, anche perché ogni breccia alla gratuità significherebbe iniziare un cammino pieno di insidie.

Per definire meglio la donazione “non remunerata” le istituzioni internazionali hanno però istituito una commissione, che a partire dall’articolo 21 della Convezione di Oviedo per la protezione dei Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazioni della biologia e della medicina, aveva il compito di ampliare e definire più nel dettaglio il senso della “non remunerazione”.

Il lavoro della commissione, nella quale per l’Italia era designato Carlo Petrini dell’Istituto superiore di sanità, ha generato alcuni punti chiave per dare le linee guida.

Eccoli qui:

  1. La donazione del sangue deve essere volontaria e non deve essere accompagnata da nessuna forma di pagamento. La nozione di “non remunerazione” non esclude la possibilità di elargire legittimi rimborsi ai donatori. Occorre stabilire un preciso confine tra legittime forme di rimborso (per spese sostenute o per mancati guadagni) per i donatori e qualsiasi beneficio (non solo finanziario) associato alla donazione. Il rimborso deve essere rigorosamente limitato ai costi sostenuti o ai mancati guadagni direttamente associati alla donazione. Non si deve escludere la possibilità di indennizzo per eventuali danni attribuibili alla donazione.
  1. Non sono ammissibili, in nessuna forma, compensi per “inconveniences” correlate alla donazione. La nozione di “inconveniences” potrebbe mascherare un reclutamento di volontari in caso di carenze e di conseguenza uno sfruttamento di gruppi vulnerabili.
  1. Eventuali ricompense non devono mascherare forme di pagamento. Pertanto non devono avere valore monetario e non devono essere trasferibili ad altre persone.
  1. Agevolazioni (commerciali, tariffarie, culturali, ricreative, sportive, turistiche, sanitarie) elargite in connessione all’attività della donazione sono incompatibili con i criteri di gratuità e assenza di profitto. Premi e riconoscimenti associativi per i volontari al fine di rafforzarne il legame associativo e di riconoscere l’impegno teso alla realizzazione degli obiettivi sono ammissibili purché di valore modico e non connessi in alcun modo a un singolo atto di donazione.

 

I confini, pertanto, sono abbastanza netti. E come hanno specificato i molti rappresentati del sistema trasfusionale italiano presenti a Roma, dovranno essere rispettati. L’approccio in questo caso è tutto: è sbagliato pensare che disponibilità e sicurezza (valore quest’ultimo garantito dalla donazione gratuita, periodica e volontaria) siano obiettivi alternativi. La sfida per il futuro semmai sarà di ottenerli insieme attraverso lavoro, sensibilizzazione e impegno condiviso.

La carenza di medici trasfusionali sottolineata dal Cns è una minaccia per i pazienti, e va prontamente affrontata

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Quando facciamo riferimento alla necessaria collaborazione – per il funzionamento ottimale del sistema trasfusionale – tra le tre “gambe” che lo compongono, ovvero associazioni di donatori, istituzioni sanitarie e personale medico, intendiamo riferirci alla necessaria armonia tra compiti e ruoli di ciascun attore nel proprio ambito di riferimento.

Solo così, attraverso il lavoro comune e la condivisione dei programmi e delle visioni programmatiche sarà possibile, nel medio e nel lungo periodo, continuare ad assicurare quegli alti livelli di cura, di assistenza e di sicurezza ai naturali destinatari di tutti i risultati e gli sforzi, ovvero i pazienti.

Osservando da vicino il sistema trasfusionale giorno dopo giorno, ci sembra che tale comunione d’intenti tra stakeholder esista eccome, ed è per questo che il buon funzionamento del sistema non dovrebbe essere messo a rischio da questioni strutturali. Preoccupa non poco, in questo senso, il dato emerso nei giorni scorsi dal Centro nazionale sangue, che in un report dettagliato e molto puntuale ha fatto il punto sulla delicata questione della carenza medici nei servizi trasfusionali.

Cosa emerge dal recente censimento occupazionale? Che per ottenere il massimo grado di efficienza a oggi manca nei reparti dei servizi trasfusionali circa il 30% del personale medico. Un numero importante, che corrisponde a 470 unità. Una situazione che riguarda tutte le regioni italiane, come possiamo vedere in figura 1.

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Fig. 1

Ma entriamo ancora più in dettaglio:

“Secondo il censimento, al 10 luglio 2019 la dotazione complessiva di medici in servizio presso i circa 270 Servizi trasfusionali italiani, espressa in numero Full Time Equivalent (FTE o equivalente a tempo pieno), risulta di 1.588 unità, in calo dell’8% rispetto allo scorso dicembre, con un trend in discesa che non varia dal 2015. La carenza di 470 medici nell’organico attuale, sottolinea il Cns, nel prossimo triennio è destinata ad aggravarsi ulteriormente a causa del turnover”.

Trend in calo progressivo già dal 2015 e previsioni negative sul prossimo triennio dunque, una situazione che si deve assolutamente risolvere nelle sedi opportune, e con politiche adeguate, affinché lo sforzo delle associazioni già alle prese con criticità non semplici, quali ricambio generazionale dei donatori e raccolta dei livelli necessari di sangue e plasma per plasmaderivati, non siano in parte vanificati.

Il giusto allarme del Centro nazionale sangue si è manifestato attraverso le parole del direttore Giancarlo Liumbruno, che ha anche delineato possibili soluzioni, che non sono immediate. Ovviamente, infatti, il personale dei servizi trasfusionali deve essere formato – svolge infatti un ruolo delicatissimo per i pazienti nei percorsi di assistenza, nel trattamento delle emopatie, e nel supporto alla chirurgia di media e alta specialità e ai trapianti di organi – e ciò che servirebbe è rafforzare energicamente i posti a disposizione nelle scuole di Specializzazione in Ematologia e in Patologia Clinica e Biochimica Clinica. Formare specialisti, insomma. In altre parole investimenti, area su cui ci auguriamo che con una compagine governativa più sensibile su scuola e sanità pubbliche si possa prontamente intervenire senza che vi siano in futuro riduzioni della spesa pubblica destinate a intaccare i servizi fondamentali.

Quanto sia importante per i pazienti un sistema trasfusionale sempre più efficiente è perfino inutile ricordarlo, ma è bene sottolineare che a oggi la rete trasfusionale italiana produce di oltre 7.000.000 di unità di emocomponenti all’anno, e riesce a soddisfare il fabbisogno di sangue ed emocomponenti per la terapia trasfusionale a circa 650.000 pazienti. Inoltre, gli 840.000 litri di plasma raccolti servono, come sappiamo bene, alla produzione dei principali medicinali plasmaderivati: albumina, immunoglobuline, antitrombina e fattori della coagulazione sono sostanze necessarie per curare malattie gravi ed emofilia.

Risultati importanti quindi, in linea con i programmi di autosufficienza, che debbono poter crescere o quantomeno trovare stabilità. E non, al contrario, essere messi a rischio dalla mancata armonia tra necessità del sistema e forza lavoro adeguata a soddisfarle.

Continua lo sviluppo di ABzero il drone salvavita di ideazione tutta italiana

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È un progetto che seguiamo da molto tempo, dalle sue fasi iniziali, quando sul blog, nel 2018, abbiamo mostrato le immagini del primo volo di presentazione. Ma il drone trasporta sangue progettato e sviluppato dalla start-up italiana ABzero, continua ad affinarsi e fare progressi in attesa di poter diventare una vera e propria realtà a servizio del sistema trasfusionale.

Sono state tantissime, nell’ultimo mese, le occasioni in cui si è parlato del drone ABzero in scenari importanti, a partire dal congresso SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia) a Rimini dal 9 all’11 maggio, in un gran numero di eventi legati al mondo dell’innovazione e delle start-up utili al bene comune a Lucca, al Polo Tecnologico Navacchio (in basso nel tweet), fino all’ingresso del progetto Un drone per la vita in scenari accademici, con la presentazione da parte di Giuseppe Tortora, uno degli inventori, a studenti neozelandesi giunti in visita all’Università di Pisa.

ABzero potrà davvero diventare uno strumento utile e importante per il sistema sanitario italiano. Ricordiamo che l’obiettivo dei progettatori è quello di consentire via drone, grazie a un’app appositamente programmata, il trasporto a breve raggio (fino a 40 km di distanza) e 7 giorni su 7 per 24 ore su 24, il trasporto e lo spostamento per questioni di emergenza di sacche di sangue da una struttura sanitaria all’altra. I droni ABzero avranno inoltre una capacità di carico, il cosiddetto payload, piuttosto rilevante, visto che potranno trasportare fino a 10 chilogrammi di materia (10 o più sacche di sangue o emoderivati) più medicine o attrezzature varie, con il massimo della sicurezza gestibile da remoto.

Anche negli Stati Uniti il progetto dei droni che trasportano organi, sangue o strumenti di emergenza per il salvataggio di vite umane è in fase avanzata di sviluppo, come ha segnalato in un pezzo da non perdere la giornalista Rosita Rijtiano su Scienze di Repubblica, lo scorso 16 maggio.

Ecco perché, avere una start-up di progettazione e creazione tutta italiana che opera sul nostro territorio, non può che essere un ulteriore vanto.

Ecco, nell’ultima presentazione, tutti i benefici possibili e le immagini esclusive di ABzero in azione.

Meeting di specialisti a Roma: per combattere le nuove malattie infettive che possono incidere sulla raccolta sangue, servono prevenzione, ricerca e collaborazione

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Il mondo cambia di continuo, si evolve sotto tutti i punti di vista e non di meno da quello sanitario. Aumentano le possibilità di cura per mali che tempo fa si credevano incurabili e allo stesso tempo emergono nuove malattie, virus che anno dopo anno per cause varie aumentano la loro incidenza nella vita di tutti i giorni.

I sistemi sanitari di paesi moderni come l’Italia, che occupano un posto di rilievo nella gestione della sanità mondiale, devono necessariamente lavorare all’avanguardia sulla prevenzione, ritagliandosi il ruolo di paesi guida e accentando tale responsabilità: ecco perché è stato molto importante, a Roma, il meeting organizzato in sinergia dal Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC) e dal Centro Nazionale Sangue, andato in scena ieri 9 aprile a Roma nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità, dal titolo “Pathogen Inactivation of blood and blood components”

Ricco il parterre, con rappresentanti dei principali stati dell’UE e anche degli Stati Uniti, e ricchi anche i contenuti. Lo scenario scientificamente accertato su cui si è discusso è abbastanza chiaro, e secondo gli esperti tutto parte dai cambiamenti climatici e dai flussi migratori, ovvero i fenomeni più discussi – troppo spesso con enorme superficialità – a livello politico e mediatico: tali fenomeni globali contribuiscono alla diffusione e all’affermazione di insetti prima non presenti in Europa, in grado di colpire un alto numero di persone e di mettere a rischio, dunque, l’attività dei donatori di sangue, col conseguente influsso sull’autosufficienza.

Come reagire? La risposta l’ha data Dragoslav Domanovic dell’ECDC: “La difesa principale è un buon sistema di sorveglianza, in cui i casi vengono trovati appena emergono e la notizia viene condivisa immediatamente con gli altri Stati e con noi, in modo da elaborare una strategia di reazione – ha spiegato l’esperto –  In caso di malattie per cui non ci sono test diagnostici le tecniche di riduzione dei patogeni possono essere una buona strategia per diminuire il rischio che il sangue e gli emoderivati destinati ai pazienti siano contaminati. Queste strategie sono state già raccomandate per il virus Zika e altri focolai di malattie, come Chikungunya, specialmente quando sono avvenuti in aree con un alto numero di potenziali donatori in cui la loro sospensione poteva creare carenze significative nelle scorte di sangue”.

Per quanto riguarda la situazione italiana si è espresso invece Giancarlo Maria Liumbruno, il direttore del Centro nazionale sangue, che ha spiegato in prima battuta come la tecnica di riduzione degli agenti patogeni non sia ancora praticabile in tutte le regioni. Tuttavia la prevenzione e l’approccio strategico esiste su malattie ormai diventate endemiche, come per esempio il West Nile Virus, per il quale anche per il 2019 è stato da pochissimo varato un vero e proprio Piano nazionale integrato di sorveglianza, che si può consultare integralmente a quest indirizzo web:

Piano nazionale integrato di sorveglianza e risposta ai virus West Nile e Usutu – 2019 

Per tutto il 2018, su Buonsangue abbiamo seguito l’evoluzione dei numeri del West Nile: numeri importanti che hanno mostrato come questa malattia sia diventata endemica. Come sempre però, conoscenza e misure di prevenzione, monitoraggio e informazione possono aiutare a limitare i danni. Ecco, a tal proposito, il vademecum del Centro nazionale sangue che spiega come ridurre i rischi di diffusione a livello istituzionale:

West Nile Virus, come ridurre il rischio di diffusione

E’ importante mettere immediatamente in opera gli interventi diretti alla riduzione del rischio di diffusione:

  • azioni di controllo dei vettori
  • azioni di informazione, per prevenire le punture di zanzare, mirate sia alla popolazione che alle persone più a rischio, quali gli anziani, le persone con disordini immunitari, le persone affette da alcune patologie croniche quali tumori, diabete, ipertensione, malattie renali e le persone sottoposte a trapianto
  • corretta gestione del territorio con azioni di risanamento ambientale, per eliminare i siti in cui le zanzare si riproducono e ridurne la densità, sia in aree pubbliche che private.

Gli interventi di risanamento ambientale possono comprendere, fra l’altro:

  • manutenzione delle aree verdi pubbliche.
  • pulizia delle aree abbandonate.
  • eliminazione dei rifiuti per evitare la presenza di contenitori, anche di piccole dimensioni, contenenti acqua.
  • drenaggio.
  • canalizzazione.
  • asportazione o chiusura di recipienti.

A livello personale, invece, bisogna stare attenti soprattutto ai viaggi, e controllare, prima di partire, la pagina dedicata alle malattie infettive sul sito del CNS.

West Nile Virus: cresce il numero dei casi, ecco la situazione aggiornata

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Il monitoraggio è costante, perché in Europa e in particolare nel bacino del Mediterraneo crescono i casi di West Nile Virus accertati.

Su Buonsangue seguiamo l’evolversi delle vicende legate al West Nile da diversi mesi, e da inizio luglio sono state più di trenta le circolari del Centro nazionale sangue necessarie ad aggiornare la mappa dei luoghi colpiti dal virus, ormai ben 255 a partire da giugno.

Sul sito del Quotidiano sanità è possibile scaricare il bollettino completo sulla “Sorveglianza integrata del West Nile e Usutu virus”, uno studio aggiornato al 22 agosto 2018 che riporta i dati finora ottenuti grazie al lavoro di ricerca sulla diffusione di queste malattie che si diffondono a causa delle zanzare.

Secondo il bollettino, dei 255 casi umani confermati di infezione da West Nile Virus (WNV), ben 103 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva (34 in Veneto di cui uno segnalato dalla Regione Friuli Venezia Giulia che riguarda un residente ricoverato a Trieste ma che ha soggiornato in provincia di Venezia, 62 in Emilia Romagna, due in Lombardia, tre in Piemonte e due Sardegna). Tra questi, ben dieci sono i pazienti deceduti (tre in Veneto e sette in Emilia Romagna), mentre sono 112 i casi in cui il West Nile si è manifestato in forma lieve come febbre. Nel complesso, sono 40 i casi in cui gli individui colpiti sono anche donatori di sangue, ben 21 in Emilia-Romagna, nove in Veneto, cinque in Piemonte, tre in Lombardia e soltanto due in Friuli Venezia Giulia).

In figura 1 si può osservare la situazione attuale nel nostro paese. In rosso sono indicate le province in cui è stata dimostrata la circolazione del virus West Nile sia nell’uomo che nell’animale vettore, mentre in giallo chiaro sono segnalate le nove province (Biella, Brescia, Gorizia, Lodi, Pavia, Piacenza, Rimini, Sassari e Varese) in cui il West Nile circola solo nell’animale vettore.

Presentazione standard di PowerPoint

Fig. 1

Aggiornata al 24 agosto è invece la tabella sinottica pubblicata dal Centro nazionale sangue (Fig.2), che indica le zone in Italia e all’estero per le quali anche un breve soggiorno di una sola notte implica l’attivazione delle misura di sicurezza anti diffusione, ovvero lo screening preventivo per mezzo del test Nat (misura raccomandata dalle autorità sanitarie al fine di limitare il calo di donazioni estive), o la sospensione temporanea del dono del sangue per 28 giorni.

West Nile Virus 2018 Centro Nazionale Sangue

Fig. 2

Interessante notare l’accrescersi delle zone di diffusione con rilevamenti di casi accertati negli ultimi dieci giorni, cioè dopo ferragosto, con l’interessamento delle province di Bergamo, Asti, Varese e Genova in Italia, e di moltissimi territori all’estero, per lo più collocati nei Balcani: Romania, Ungheria, Croazia e Serbia, ma anche Grecia, Austria e Israele.

Chi deve ancora partire per raggiungere tali destinazioni farebbe bene a monitorare questa tabella e recarsi a donare in anticipo.

Per chi è tornato da poco invece, (e specie per quanto riguarda la Grecia sono moltissimi gli italiani transitati per Atene, Creta o la penisola calcidica), è bene non adagiarsi considerando il West Nile Virus come alibi: facendo il test Nat, lo ricordiamo, è infatti possibile scoprire se si può compiere il proprio dovere da cittadini donatori senza impedimenti, senza sottoporsi al fatidico stop di quasi un mese riservato soltanto a coloro che risulteranno positivi.