Il sistema trasfusionale dal punto di vista dei pazienti: intervista a Luigi Ambroso, consigliere FedEmo

FedEmo

Il viaggio di Buonsangue nel mondo dei pazienti continua, e questa volta il focus è sull’emofilia e i suoi pazienti. Chi legge Buonsangue conosce già l’importanza del dono del sangue per i pazienti emofilici, e sa che l’emofilia è una malattia di origine genetica che impedisce la normale coagulazione del sangue. In condizioni normali, in caso ferite o escoriazioni con conseguente, il sangue forma un “tappo” che impedisce l’emorragia, mentre gli emofilici soffrono di emorragie interne o esterne che possono essere anche molto gravi. Per capire meglio in che modo il sistema sanitario, e in particolare il sistema trasfusionale, riveste importanza per chi è affetto da questa malattia, abbiamo intervistato Luigi Ambroso, consigliere FedEmo (la Federazione della Associazioni di emofilici) che da anni lavora in prima linea per rendere sempre più efficaci e diffuse le attività associative.

1) Luigi Ambroso, FedEmo è una Federazione che ha un ruolo molto importante per chi ne fa parte. Quali sono le funzioni principali che svolge FedEmo e le attività che rendono fondamentale, per i pazienti, l’esperienza associativa?

FedEmo è la Federazione delle Associazioni Emofilici costituitasi nel 1996. Riunisce 32 associazioni locali che, sul territorio italiano, tutelano i bisogni sociali e clinici di circa 9000 persone affette da disturbi congeniti della coagulazione, e delle loro famiglie. FedEmo nasce con l’intento di informare, educare, promuovere e coordinare tutte le attività volte al miglioramento dell’assistenza clinica e sociale degli emofilici in Italia. Collabora e sostiene i centri per l’emofilia, rappresenta le istanze e i bisogni della comunità degli emofilici italiani dinanzi alle Istituzioni, sia a livello locale che nazionale, promuove attività di informazione ai pazienti e diffonde la conoscenza della malattia presso l’opinione pubblica. Dal 1 giugno 2011, FedEmo è componente della Consulta Tecnica Permanente per il Sistema Trasfusionale.

2) Su Buonsangue parliamo molto spesso di raccolta plasma e produzione di plasmaderivati attraverso il sistema italiano del conto-lavoro, grazie al quale il plasma resta sempre pubblico: dal punto di vista dei pazienti emofilici com’è vissuta l’attività di donatori e istituzioni volta a ottenere il massimo dalla raccolta plasma attraverso il dono anonimo, gratuito, volontario, organizzato e associato? Si può fare di più?

Da parte dei pazienti emofilici, ma credo in generale di tutti i potenziali ricevitori di sangue e suoi derivati, è molto apprezzata la scelta dello stato Italiano nel mantenere la raccolta a titolo assolutamente volontario non remunerato. Viene percepita quale garanzia di maggior sicurezza, aggiungendo anche un valore etico da parte dei donatori, a cui va il nostro sentito ringraziamento per il loro preziosissimo dono, che permette di curare e salvare molte vite.

3) Che differenza c’è, per un paziente emofilico tra un farmaco ricombinante e il prodotto plasmaderivato, quindi ottenuto da materia biologica?

Come noto, nel periodo che va dagli anni settanta e fino alla fine degli anni ottanta, la popolazione emofilica (e non solo) è stata colpita dalla grande tragedia dei contagi da HCV e HIV, in quanto i prodotti “emoderivati”, nel nostro caso concentrati di Fattore VIII e IX, per lo più prodotti con sangue proveniente dagli Stati Uniti e reperito tramite donatori remunerati, che come conseguenza ha causato il contagio di migliaia di emofilici, provocandone la morte di alcune centinaia. Si può facilmente comprendere come questi fatti abbiano generato una diffidenza, se non un vero e proprio rifiuto, nei confronti dei concentrati prodotti con materia biologica. Sul piano della qualità dei prodotti, ricombinanti piuttosto che plasmaderivati, sappiamo che da quasi trent’anni, grazie alle tecniche di inattivazione virale, non hanno fatto riscontrare casi di nuovi contagi. Possiamo affermare, con ragionevole fiducia, che i prodotti siano tutti sicuri e abbiano pari efficacia, ma l’eco del passato è ancora presente. Per verità di cronaca bisogna dire che nel corso degli anni la scienza ci ha messo disposizione numerosi farmaci, di origine sintetica, con cinetiche (emivita) diverse, che permettono di personalizzare il trattamento più adeguato al singolo paziente. Tutto ciò ha contribuito a diminuire sempre più l’uso dei plasmaderivati che ormai si attesta attorno al 25/30% del totale. Con questo non significa che sia venuto meno l’interesse nei confronti del mondo del “dono”, il sangue è e resta un prodotto indispensabile che salva ogni giorno molte vite, per questo saremo sempre grati e al fianco dei donatori.

4) Dai convegni del sistema sangue e dagli studi di settore emerge quanto il plasma su scala planetaria sia un business molto ricco. La maggior parte del plasma mondiale sul mercato (dal quale poi si producono i plasmaderivati che coprono le necessità non coperte dal conto-lavoro) arriva dagli Usa ed è acquisito attraverso procedure a pagamento. Questo lo rende meno sicuro?

Come già detto, nel nostro paese la donazione a pagamento viene vista meno sicura di quella volontaria. Non vogliamo certo fare discriminazioni, ma è chiaro che la donazione a pagamento può “attirare” anche donatori per i quali donare sangue può fare la differenza tra mangiare o digiunare, quindi può nascondere delle informazioni circa comportamenti a rischio o patologie potenzialmente dannose. Il passato docet. D’altro canto comprendiamo anche la necessità di coprire la sempre maggiore richiesta di sangue e suoi derivati. A nostro avviso per raggiungere maggiori risultati per la donazione volontaria bisognerebbe promuovere molte più campagne di sensibilizzazione in modo da motivare le persone, far capire loro quanto è preziosa una donazione e l’enorme valore morale del “dono”.

5) Parliamo appunto di sensibilizzazione: quanto è decisivo al giorno d’oggi anche per i pazienti “esporsi”, raccontarsi, e comunicare all’esterno il loro mondo e le loro necessità? È più importante dialogare con il pubblico o con le istituzioni? 

Anche se “esporsi” è sempre un momento delicato, perché spesso c’è il timore di essere emarginati o che la patologia non venga compresa, resta il fatto che trovare il coraggio di farlo offre una sensazione di libertà, dà la possibilità di essere sé stessi, di parlare delle proprie necessità, dei propri timori, e nello stesso tempo non ci fa più sentire “diversi”, perché non lo siamo, non siamo la nostra malattia, siamo delle persone che hanno una caratteristica come altre migliaia nel mondo.

6) Su quest ultimo punto la sua esperienza cosa le ha insegnato?

L’esperienza mi ha insegnato che è più la paura che non l’effetto. Personalmente l’ho sempre dichiarato, se vi era la necessità, e mai ho perso un amico o un’amica piuttosto che una fidanzata o una compagna. Il mio consiglio è: ditelo. Prima lo fate, prima sarete liberi.

7) Quanto è importante dialogare con le istituzioni? 

Il dialogo con le istituzioni, si pone su un piano diverso, non c’è il problema di dichiarare la malattia, si tratta di esprimere le necessità, i bisogni e le aspettative dei pazienti, quindi un dialogo fondamentale, ma su un piano emotivo diverso.

8) Passiamo al contatto con le nuove generazioni. Qual è secondo FedEmo il modo migliore di comunicare e condividere con la comunità di giovani i valori del dono e il legame tra dono e salute dei pazienti?

FedEmo da più di dieci anni sta investendo molto sulle nuove generazioni. Ha creato “FedEmo Giovani” e “Scuola FedEmo” dove un nutrito gruppo, sempre in aumento, viene stimolato ad entrare nel mondo del volontariato. L’intento, riuscito, era creare un gruppo affiatato che faccia rete, e dare loro strumenti, anche di natura pratica, che possano trovare benefici nella vita sociale e anche creare le figure dirigenziali nelle associazioni. Già oggi abbiamo dei giovani che sono diventati presidenti di alcune associazioni locali.

9) Come associazione di pazienti qual è la vostra percezione sul sistema trasfusionale italiano? C’è qualcosa che si può migliorare? 

Più che una percezione è una certezza: conosciamo molto bene il percorso che il “piano sangue” ha fatto negli ultimi trent’anni, dalla rete dei centri trasfusionali, alla selezione e fidelizzazione dei donatori, le metodiche di raccolta, anche fisica, dai flaconi di vetro, alle sacche di nylon, che deteriorano meno il sangue. La promozione della aferesi, le analisi ematochimiche sempre più estese e sofisticate, volte ad individuare eventuali presenze di virus. L’applicazione di protocolli per lo stoccaggio che permette di tracciare tutto il percorso della singola sacca. Sappiamo che ci sono delle criticità, per esempio l’apertura dei centri trasfusionali, e come detto prima, sono ancora troppo poche le campagne di sensibilizzazione, sia al livello mediatico che locale: ma i pochi volontari lavorano alacremente e incessantemente, e la passione non potrà che portare a dei risultati.

Il 15 aprile si celebra la XV giornata mondiale dell’emofilia: a Roma una tavola rotonda speciale per sensibilizzare e programmare

Fedemo it Federazione delle Associazioni Emofilici

Su Buonsangue ne parliamo spesso e forse non abbastanza, ma sappiamo bene quanto sia difficile viverla e importante fare tutto il possibile perché si possa curarla: l’emofilia è una malattia rara malattia di origine genetica che comporta delle anomalie nei processi di coagulazione del sangue. Nelle persone che non ne sono affette, in caso di ferite con conseguente fuoriuscita dai vasi sanguigni, il sangue tende a coagulare e a formare un “tappo” che ferma e impedisce l’emorragia, grazie al lavoro delle proteine del plasma. Negli emofilici, alcune di queste proteine prodotte nel fegato, ovvero il fattore VIII ed il fattore IX, scarseggiano o non fanno bene il loro lavoro, esponendo gli emofilici a emorragie esterne ed interne di diversa entità, a seconda del tipo di emofilia da cui si è affetti (A o B) e dal livello percentuale di attività del fattore coagulante, che determina la gravità della malattia stessa.

Tra circa due settimane, e precisamente il prossimo 15 aprile, si celebrerà la XV Giornata mondiale dell’emofilia, un’occasione utile per riportare la malattia al centro del dibattito e ricordare a tutti quanto è importante la donazione di plasma: i malati di emofilia infatti, per curarsi, hanno bisogno della cosiddetta terapia sostitutiva, che consiste nella somministrazione del fattore della coagulazione mancante. Anche per la terapia vi sono strade diverse a seconda della gravità della malattia, ma i metodi principali sono “On Demand” nei casi più lievi, cioè in seguito a traumi, o attraverso la “profilassi”, ovvero in iniezioni da praticare costantemente.

I fattori della coagulazione tuttavia possono essere sia biologici, ovvero estratti dal plasma umano dei donatori, sia prodotti in modo sintetico attraverso tecniche di ingegneria genetica. In questo secondo caso, il risultato, i “fattori ricombinanti” rischiano tuttavia di sviluppare negli emofilici degli anticorpi inibitori che complicano la terapia, oltre ad avere un costo elevato che rende i farmaci non di facile accesso per tutti, come ci disse, qualche tempo fa, il responsabile del Centro Emofilia di Padova Ezio Zanon:

Ezio Zanon e la cura dell’emofilia. “La qualità dei ricombinanti è ottima, ma il costo è più elevato”.

Centralità della donazione del plasma, importanza di un approccio di scala internazionale, e tanta sensibilizzazione nel dibattito pubblico: saranno questi alcuni dei principali argomenti previsti durante l’evento principale della GME 2019: una tavola rotonda dal titolo “Emofilia: una malattia più unica che rara. Esigenze specifiche e servizi omogenei per l’applicazione dell’accordo MEC in tutte le Regioni” che si terrà a Roma, nella Sala delle Statue del centro congressi di Palazzo Rospigliosi in Via XXIV Maggio.

Tra gli invitati, il Ministro della salute Giulia Grillo (la quale si spera eviti la gaffe incredibile della sua predecessora Lorenzin per la quale i plasmaderivati mettevano a rischio di Aids ed Epatite), Marialucia Lorefice, presidentessa della XII Commissione Affari Sociali in Camera dei Deputati, Paola Boldrini della XII Commissione Igiene e Sanità Senato della Repubblica, Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute e, naturalmente, Cristina Cassone, presidentessa della Federazione delle Associazioni Emofilici (FedEmo).

Per chi volesse partecipare, ecco il link dove scaricare il programma completo e registrarsi:

https://fedemo.it/xv-giornata-mondiale-dellemofilia-registrati/

FidasLab, Avis e Fondazione Campus, FedEmo e Università Europea di Roma: quattro modi di formare i giovani e raccogliere le sfide del presente in fatto di sangue

46031575_10156168149454737_176740820513193984_n

Una nuova legge per il terzo settore, una sempre crescente necessità per le associazioni di posi nella società come soggetti altamente organizzati e sensibili ai cambiamenti più repentini, che avvengano sul piano nazionale o su quello internazionale: in uno scenario come questo, perennemente in divenire, soggetti esperti come Avis e Fidas sanno perfettamente che la formazione delle future classi dirigenti è una priorità assoluta.

Ecco perché in questi giorni a Roma è andato in scena il primo week-end del FidasLab, di cui si può leggere un dettagliato report sul sito donatorih24.it: federate provenienti da tutta Italia, ben 74, e una partecipazione ampia che nei due week che formano il workshop completo dovrebbe aggirarsi sulle 160 presenze.

Come reagire ai cambiamenti di cui sopra? I giovani Fidas riuniti a Roma al Centro Congressi “Gli Archi”, e attenti e partecipi in entrambe le sessioni plenarie, hanno introdotto le domande giuste, consapevoli che non serve adagiarsi sulle certezze già maturate in passato.

Il modo migliore di stare nel presente lo indica Raffaele Lombardi dell’Università “La Sapienza”, abile a stimolare i partecipanti al FidasLab verso la scoperta del rapporto tra il volontariato del dono e i cambiamenti culturali che hanno caratterizzato la società nell’ultimo decennio. Guai però a cedere stereotipi e alla ricerca di spiegazioni facili e a responsabilità vaghe che provengono dall’esterno. Bisogna semmai capire come rendere di nuovo concreta l’idea del dono come valore decisivo per la vita quotidiana di molti pazienti.

Nella seconda giornata di ieri, domenica 11 novembre invece, dopo l’intervento del direttore del Centro Nazionale Sangue Giancarlo Maria Liumbruno che ha approfondito il tema dell’autosufficienza di sangue e plasma in Italia, al FidasLab è arrivato il momento dei laboratori, spazi di condivisione che hanno messo alla prova gli iscritti su tutti gli aspetti della comunicazione legata al sistema sangue, ovvero il territorio dove con ogni probabilità si gioca e si giocherà gran parte della partita decisiva per costruire un futuro in cui il dono sia percepito ancora come valore condiviso e imprescindibile.

Come essere il più efficaci possibile nel rapporto col pubblico? Come utilizzare al meglio i social media, come costruire presentazioni efficaci e progettare reti in grado di incidere nella realtà negli anni che verranno? Queste le esigenze principali verso cui bisognerà essere pronti grazie a FidasLab per ampliare la base di giovani pronti a impegnarsi per il prossimo.

Il secondo modulo del FidasLab andrà in scena sempre a Roma nel week-end tra il 23 e il 25 novembre, ma intanto anche Avis, lo ricordiamo, risponde alle esigenze di formazione dei giovani dirigenti del domani con il suo corso in tre moduli, anche quest’anno in collaborazione con l’azienda italiana produttrice di farmaci plasmaderivati Kedrion Biopharma e con Fondazione Campus.

foto-scuola-298x212

Il primo modulo formativo avisino, al quale hanno partecipato 25 dirigenti volontari di Avis con una rilevante maggioranza femminile (con ben 19 femmine e 6 maschi), tutti giovanissimi con 45 anni ancora da compiere e provenienti da tutta Italia, è già andato in scena negli scorsi 19 e 20 ottobre, ed è stato dedicato al tema caldissimo “Etica, dono e mercato”, in particolare puntando su alcuni quesiti già toccati nella recente convention di Piacenza: 1) esistono limiti morali al mercato? 2) Come si può dare attuazione a tali limiti? 3) È possibile, ed è necessaria, un’etica pubblica? 4) Come si connettono queste domande all’attività di Avis e alla donazione del sangue in generale?

Temi complessi, a cui hanno provato a dare una risposta personalità autorevoli come Salvatore Veca, il presidente Fondazione Campus), Nicola Pasini dell’Università di Milano, Corrado Del Bò dell’Università di Milano nonché coordinatore scientifico della scuola, Federico Zuolo dell’Università di Genova, Riccardo Puglisi dell’Università di Pavia e Maria Cristina Antonucci del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma.

I successivi moduli del 16-17 novembre, e del 14-15 dicembre, saranno invece dedicati soprattutto al no-profit, universo che sarà indagato rispettivamente sia dal punto di vista gestionale (“Organizzazione e gestione del non profit”) sia da quello politico (“Politica e comunicazione nel non profit”).

Anche FedEmo giovani in questo weekend si è adoperata perché vuole avere forze pronte e attive per fronteggiare i cambiamenti in corso, alla luce della nuova legge di riforma del terzo settore e della necessità, anche per i pazienti di un così grave malattia, di guadagnarsi il giusto spazio nel mondo della comunicazione.

Due moduli, uno incentrato su come creare e gestir relazioni pubbliche nel terzo settore, l’altro incentrato sulla comunicazione hanno arricchito giovani dai 18 ai 30 anni, ecco il link dove si può approfondire: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2160573350654086&id=314568538587919

Infine, ecco un quarto e ultimo modo per formare e sensibilizzare i giovani sull’importanza dei valori del dono e del volontariato, una doppia iniziativa che arriva Centro di formazione integrale dell’Università Europea di Roma in programma per questa settimana appena all’inizio. Di cosa si tratta? Di una donazione speciale che seguirà un doppio binario, prevista per mercoledì 14 e giovedì 15 novembre, giorni in cui per gli studenti sarà possibile donare il sangue in tutte le fasce orarie del mattino in collaborazione con l’Associazione donatori volontari di sangue EMA-Roma, e allo stesso tempo donare farmaci in collaborazione la Fondazione Banco farmaceutico, ente che lavora da tempo per garantire l’assolvenza dei bisogni farmaceutici alle persone indigenti che non hanno la possibilità di acquistare le medicine.

Saranno accettati in dono medicinali conservati nella confezione originale una scadenza tra almeno 8 mesi, e i controlli del caso saranno affidati a un farmacista chiamato a vigilare sull’integrità e la corretta utilizzabilità dei farmaci raccolti. Perché dalla formazione teorica ai più semplici gesti, tutto contribuisce a rendere la solidarietà un’esperienza appagante e quotidiana.

Dall’universo plasma ai corsi di formazione FedEmo, donatori, pazienti e istituzioni devono prepararsi alle sfide del futuro

brochure 2018 lr pdf

Dal meeting organizzato a Piacenza dai giovani di Avis con il plasma come oggetto di indagine, da noi ampiamente trattato lunedì 22 ottobre, sono emersi molti spunti d’analisi di grande rilevanza, che è bene sviluppare a parte.

Uno di essi è il delicato rapporto tra stakeholder di sistema nell’approccio alla materia della produzione dei plasmaderivati. Come sappiamo, grazie al metodo del conto-lavoro che è una peculiarità italiana, il plasma dei donatori raccolto nei centri trasfusionali da strutture sanitarie e associazioni, resta sempre di proprietà pubblica; una parte si tiene per il pronto utilizzo sanitario, la maggior parte si congela e si invia alle aziende farmaceutiche che operano sul territorio e si occupano di plasma-lavorazione dopo aver partecipato agli appositi bandi. Le aziende, infine, restituiscono i farmaci salvavita prodotti alle strutture sanitarie, per la cura delle patologie.

Il metodo del conto-lavoro consente dunque un gran risparmio per il sistema sanitario nazionale, a patto che le offerte concordate dai bandi puntino su 1) il concetto di massima resa di produzione dalla materia biologica (come non si è fatto per esempio con il bando veneto incredibilmente sbilanciato verso a componente economica); 2) sull’utilizzo del pittogramma etico (la direttrice del Crs Emilia Romagna Wanda Randi ha ribadito proprio a Piacenza che tutti i farmaci provenienti dal plasma emiliano lo presenteranno)  e infine 3) sul dialogo tra tutti gli attori di sistema, e dunque tra associazioni di donatori, istituzioni sanitarie, aziende, associazioni scientifiche come per esempio il SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia), e associazioni di pazienti come FedEmo. A patto però, che aldilà degli interessi particolari si riesca a individuare una visione comune.

Semplice? Ovviamente no, vista la grande varietà di interessi in gioco. Attualmente l’autosufficienza in fatto di plasma si aggira intorno al 50-70%, ma procedendo in linea con i dettami del piano nazionale plasma e il miglioramento collettivo nell’utilizzo delle pratiche del PBM (Patient blood management) si dovrebbe incorrere in un miglioramento progressivo fino al 2020.

Le aziende, intanto, producono anche ricombinanti e bypassanti destinati al mercato, terapie molto costose e clinicamente ancora testare a pieno ad appannaggio bene per una parte ristretta di pazienti nei paesi occidentali, ma che sono impensabili nei paesi in via di sviluppo. Attenzione dunque, perché come ha detto la dottoressa Randi a Piacenza, a volte i pazienti tendono a vedere solo l’obiettivo finale, ovvero l’aspirazione a percepire che il farmaco a loro necessario sia facilmente reperibile.

Serve quindi sempre il massimo della concertazione, del dialogo, anche interno in ciascuna forza specifica, per maturare una visione comune di tutti gli equilibri di sistema e prendere le decisioni migliori per la collettività.

Ci sembra positivo allora, in questo senso, il percorso della FedEmo, che per il terzo anno consecutivo organizza a Lucca, in collaborazione con Fondazione Campus e con il supporto incondizionato dell’azienda farmaceutica italiana Kedrion, dei corsi di formazione pensati per giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni che hanno come obiettivo quello di formare le forze fresche che vorranno lavorare nelle associazioni o consolidarsi nel loro percorso associativo con un ruolo da protagonisti.

Docenti universitari e professionisti di settore si alterneranno nelle lezione dei tre moduli FedEmo previsti: il primo (già svoltosi nei giorni 13-14 ottobre 2018) sul tema “Relazioni pubbliche e comunicazione nel Terzo settore”; il secondo (in programma nei giorni 10 e 11 novembre 2018) sul tema “Management del non profit: principi e strumenti”; e infine il terzo (previsto per i giorni 1 e 2 dicembre 2018) sul tema “Teoria e pratica dell’associazionismo”.

Un modo attivo di rapportarsi alla complessità del reale anche dal punto di vista del paziente, che come tutti gli attori di sistema dovrà, sempre di più, saper approfondire e selezionare le informazioni, per porsi sulla scacchiera del quotidiano con il massimo della consapevolezza.