Gianpietro Briola, neo presidente Avis. “Vogliamo una plasmalavorazione che rispetti al massimo le potenzialità della materia biologica e farmaci provenienti dal dono etico”

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Gianpietro Briola, neo presidente Avis

Una nuova guida, un nuovo governo e tanto lavoro da fare in un’era delicatissima per la raccolta sangue. Come abbiamo annunciato nelle scorse settimane con gli annunci ufficiali del cambio di presidenza il 17 giugno, e del nuovo esecutivo nazionale il 2 luglio, per Avis inizia un periodo di trasformazione che passa da nuove figure dirigenziali e obiettivi (interni e di sistema) da perseguire e raggiungere con decisione. Per sapere cosa accadrà nel breve e nel lungo periodo, e per capire le posizioni della più grande associazione di donatori in Italia sui temi più urgenti del sistema sangue, abbiamo intervistato Gianpietro Briola, neo presidente avisino, parlando con lui di cambiamenti, plasma, nuove generazioni e tanto altro. Nato a Orzinuovi in provincia di Brescia, 55 anni, Briola è dirigente medico presso l’ASST Garda (ecco la sua scheda professionale), è responsabile del Pronto Soccorso, e vanta un lunga esperienza nell’attività di volontariato. In passato, sempre in Avis, ha rivestito in fatti il ruolo di vicepresidente vicario di Avis Nazionale e quello di presidente all’Avis provinciale di Brescia. Ecco le sue parole per Buonsangue.

1) Presidente Briola, congratulazioni e un augurio di buon lavoro, guida un vero e proprio esercito, chiamiamolo così, di 1 milione e 300 mila donatori. Ci racconta quali sono le priorità programmatiche su cui si concentrerà con il nuovo esecutivo?

Le priorità programmatiche iniziali da gestire in tempi rapidi sono due: in primo luogo, abbiamo la riforma dello statuto associativo secondo le indicazioni di legge che riguardano la riforma del terzo settore. Vorremmo fare questo percorso non limitandoci agli adempimenti legati alla riforma, ma fare una riflessione più ampia per capire come migliorare uno statuto ormai vecchio che risale a 15 anni fa e renderlo più agevole rispetto alle mutate condizioni sociali e organizzative del sistema sanitario nazionale. Avis, che per l’appunto ha un esercito a servizio della comunità, si deve adeguare ai cambiamenti della nazione. La seconda priorità è l’esigenza di ritrovare unitarietà associativa. Noi veniamo da un anno complesso di discussione e confronto interno iniziato dopo la trasmissione delle Iene in Campania: ora è il tempo di fare una riflessione congiunta per capire gli obiettivi sui quali mirare e su che tipo di organizzazione dobbiamo tendere a seconda dei vari contesti regionali. Noi abbiamo un sistema sanitario teoricamente unico, un sistema trasfusionale che per legge è unico, però di fatto dobbiamo interfacciarci con realtà regionali completamente diverse sul piano sanitario. Quindi trovare un modo e un momento di sintesi per andare tutti insieme dagli assessorati e nei Centri regionali sangue per ottenere delle line di indirizzo comune sarà sicuramente uno degli obiettivi principali, tenendo conto di qual è la trasformazione del sistema: in futuro dovremo lavorare molto per trovare delle linee di indirizzo comune. Dovremo lavorare sulla programmazione, sulla donazione del plasma e sulla diversificazione dell’accoglienza dei donatori sul piano della disponibilità dei centri di raccolta.

2) Lei ha grande esperienza associativa, avendo iniziato da giovanissimo all’Avis Brescia. Come si assicura il ricambio generazionale tra i donatori, uno dei problemi maggiori di questo momento.

In diversi modi: dobbiamo vedere il problema dal punto di vista esterno e interno all’associazione. Se vogliamo vederla dal punto di vista dei giovani che devono venire a donare credo sia necessario assestarci su una visione più elastica del sistema donazione. Siamo abituati a immaginare una giornata dedicata alla donazione che va dalle otto a mezzogiorno se va bene, o dalle otto alle undici, e al sabato e alla domenica, che di solito sono dedicati alla raccolta di tipo associativo. Questo cozza un po’ con le nuove esigenze e le abitudini di lavoro dei giovani, che sono quasi tutti precari e faticano ad avere accesso alla donazione. Non vogliono chiedere la giornata lavorativa di riposo retribuita, per cui bisogna lavorare al fine di allargare le ore di accesso ai centri trasfusionali. Al pomeriggio, come si fa nel resto d’Europa, oppure al sabato e alla domenica. Solo così si può facilitare il dono. Sul piano interno dobbiamo affrontare una crisi dirigenziale e di appartenenza, perché spesso il donatore viene a donare e lo fa con grande costanza, ma poi tende a non restare vicino e a non sentire l’identità associativa divenendone parte integrante. Dobbiamo cambiare e lavorare modificando il nostro statuto. Dobbiamo svecchiare un po’ la tipologia del lavoro, utilizzare strumenti moderni in modo che chi arriva possa sentirsi parte integrante dell’associazione e della sua identità.

3) Passiamo al tema del plasma. Ci ha moto colpito, il giorno del WBDD 2018, il suo intervento che raccontava l’esperienza associativa nella raccolta plasma all’ospedale di Brescia. Ci può descrivere il tipo di organizzazione e spiegarci se secondo lei il modello è replicabile altrove?

Abbiamo avuto la fortuna a Brescia di costruire una sede associativa molto ampia e di grande disponibilità che facesse da centro di raccolta, e la nostra idea è stata quella di chiudere un accordo con gli ospedali civili di Brescia in modo che tutta la raccolta di emocomponenti ovvero sangue, plasma e piastrine potesse transitare da noi. Questo ci ha consentito di instaurare un rapporto migliore con il donatore, di averlo sotto controllo, coccolarlo, di accompagnarlo in un ambiente secondo noi più caldo di un ospedale. Inoltre ci ha permesso di stringere rapporti molto forti sul piano organizzavo con l’ospedale, visto che abbiamo i loro medici all’interno del centro di raccolta e usiamo lo stesso sistema di qualità. La responsabilità tecnica secondo legge è del centro trasfusionale e quindi si può verificare sempre in ogni momento che vada tutto per il meglio. Questa osmosi di comportamenti e di sinergie ha creato un ambiente virtuoso per i donatori. La cosa da migliorare sono gli orari: vorremmo ampliare gli orari di accesso e il numero delle plasmaferesi. Sul sangue intero invece abbiamo l’autosufficienza per la tutta la provincia. Laddove esistono le strutture per creare queste sinergie il modello è assolutamente replicabile, ma molto dipende dalle organizzazioni locali. In alcuni luoghi in Italia, per esempio, non c’è raccolta associativa. Per noi, ripeto, questa sinergia è stata assolutamente importante per mantenere alto il livello e la quantità delle donazioni e coltivare un buon rapporto con chi viene a donare.

4) Le gare per la plasmalavorazione. Abbiamo notato finora una diversità di premesse tra la gara del Veneto, il primo dei raggruppamenti regionali ad aver creato un bando per la plasmalavorazione, che era basato sulla forbice 90% prezzo e 10% qualità, e le gare successive di Toscana ed Emilia con forbici molto diverse (70% qualità e 30% prezzo in Toscana, 60% qualità e 40% prezzo in Emilia). I donatori non vogliono soprattutto che il loro dono sia rispettato al massimo e un coinvolgimento nei processi decisionali? Cosa dobbiamo aspettarci dal bando del raggruppamento guidato dalla Lombardia?

La posizione di Avis è quella di mantenere e avere la donazione etica: ovvero un plasma donato solo da donatori volontari che donano in modo generoso e costante, e questo in un momento in cui stiamo correndo il rischio che, come avviene in altri paesi europei, anche in italia si possa instaurare un modello in cui la donazione accettata non sia più solo quella etica, ma che faccia breccia quella a pagamento. Noi vorremmo, nel limite del possibile perché poi non avremmo una piena autosufficienza, che i farmaci plasmaderivati circolanti in Italia siano prodotti dal plasma etico italiano e indicati con il pittogramma, come già succede in Toscana. Non so cosa succederà in Lombardia perché non abbiamo ancora visto il bando regionale: cercheremo di capire cosa succederà, ma quello che posso dire e che sottolineo con forza è che noi vogliamo che dal plasma dei donatori siano estratti tutti i prodotti possibili per uso clinico, senza che parte del prodotto sia utilizzato e contingentato per usi o per luoghi che non sappiamo: questo è un limite della gara del Veneto, che prende solo pochi prodotti rispetto alla possibilità di plasmaderivazione totale offerta dalla materia biologica.

5) Una coda sulla situazione in Campania che ha un po’ scombussolato la vita associativa nell’ultimo anno. Come si sta muovendo Avis per contenere il rischio di deviazioni?

A livello di esecutivo nazionale ci sono state le dimissioni di vicepresidente e presidente e già questa è una sorta di rivoluzione. Quello che ho detto in esecutivo e al consiglio, e che dirò anche al Centro nazionale sangue, è che oltre ad ammettere che Avis ha sbagliato per troppa foga di raccogliere uscendo forse dal seminato, ciò che è importante è che ognuno faccia la sua parte. Ovvero che il volontariato si renda disponibile alla raccolta secondo i criteri di norma, e che contestualmente le istituzioni si impegnino a organizzare una rete trasfusionale e di ospedali a livello regionale così come la legge richiede, con attenzione e dedizione. Sia la regione che i trasfusionisti campani devono sedersi a un tavolo e riprogettare la rete trasfusionale, perché altrimenti se manca uno solo di questi fattori portanti il sistema non funziona.

6)Presidente Briola, ci dica tre frasi secche per convincere un giovane ad andare a donare

La prima è 1) donare rende un senso di partecipazione e rispetto comunitario sul bisogno di un malato. La seconda è: 2) donare, dal punto di vista sanitario, permette di controllarsi ed è un momento di prevenzione e rispetto per la propria salute. Infine l’ultima è: 3) donare impone stili di vita che sono di prevenzione e di rispetto per se stessi e gli altri. Queste mi sembrano tre motivazioni più che sufficienti.

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Il nuovo esecutivo nazionale Avis

“Esserci per qualcun altro. Dona il plasma condividi a vita”. A Roma, per il WBDD 2018, un convegno sull’universo plasma che arriva al momento giusto

 

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Cambiare la visione collettiva. Abituare la comunità, e prima ancora gli addetti ai lavori, all’idea che il plasma deve essere assolutamente considerata una risorsa strategica per ogni paese, alla luce degli scenari produttivi del presente e di ciò che potrebbe accadere nel futuro a medio e lungo termine. È questa l’esigenza primaria che è emersa a Roma, al convegno dal titolo “Esserci per qualcun altro. Dona il plasma condividi a vita” svoltosi venerdì 15 giugno all’Istituto Superiore della Sanità, nella settimana del World Blood Donor Day 2018 (come da abitudine il 14). E possiamo dire che il convegno di ieri arriva veramente al momento giusto se pensiamo all’approfondimento pubblicato giovedì 14 su Buonsangue, nel quale abbiamo affrontato gli strani scenari in formazione nel nostro paese. Eppure, ancora una volta, come anche in altre occasioni, tutti i più alti dirigenti del sistema sangue hanno garantito che il modello italiano fondato sul dono volontario, anonimo, gratuito, associato e organizzato non si cambia e tanto meno si discute, perché commerciare plasma corrisponde a commerciare materia biologica che fa parte del corpo umano.

Che il tema del plasma preoccupi, e che in alcune parti del mondo come gli USA il plasma sia visto soprattutto come materia da reperire in ogni modo senza troppa attenzione a questa doppia dinamica, profit e non profit, è indubbio, ed è dimostrato dal fatto che fin dal momento dei saluti, tutti i presenti abbiano toccato, nei loro interventi, questioni sostanziali.
Come Gianfranco Massaro, presidente Fiods. “Vorrei che qualcuno suggerisse uno slogan per la prossima campagna del WBDD – ha detto – Il prossimo anno saremo in Ruanda ma spero che nel 2020 potremo organizzarlo in Italia. Io sono per la donazione etica a 360 gradi e l’ho dimostrato: quando ci fu la Grifols che voleva lanciare la donazione di plasma a pagamento facemmo un comunicato, così come nel 2017, quando in America ci fu il caso dell’italiano D’angelo che aveva bisogno di 300 dollari al mese e li guadagnava donando plasma. Lo ribadisco: no assoluto alla doppia morale, con la donazione etica di sangue intero e quella a pagamento del plasma industriale, anche se credo che servano più donazioni. In primo luogo c’è un problema organizzativo. Basti pensare che in India ci sono centri trasfusionali aperti dalle 8 alle 21.30, mentre da noi non è possibile. Io giro il mondo e quando parlo con i miei colleghi tedeschi, loro mi dicono che non posso fare la morale perché il 20% degli italiani dona con la giornata lavorativa retribuita, anche se non è proprio la stessa cosa. Io voglio che queste situazioni debbano essere discusse insieme, perché siamo una nazione e non ci devono essere fughe in avanti. Io non ce l’ho con il raggruppamento Naip (che di recente ha vinto al Consiglio di Stato pur lavorando parte del plasma italiano proprio in Svizzera e Germania n.d.r.), ma tutte le scelte devono essere condivise e discusse”.

Lo scenario mondiale del plasma

Quanto gli scenari globali del plasma siano oggetto di continua monitorizzazione lo ha invece specificato Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue: “Abbiamo organizzato una settimana con iniziative di promozione per sostenere la donazione volontaria associata e non remunerata del sangue e degli emocomponenti – ha detto – Lo abbiamo fatto con la Fiods che combatte contro la mercificazione della risorsa sangue. In mattina capiremo le dinamiche di mercato che ci inducono a preparare piano quinquennali per reperire la risorsa plasma e produrre i medicinali che da esso derivano. In collaborazione con la Fiods abbiamo in mente un workshop i prossimi 26 e 27 ottobre per analizzare il sistema plasma nel mondo”.
Sinergie dunque, ecco la seconda parola chiave di giornata. Aldo Ozino Caligaris, portavoce Fiods e presidente Fidas, ha ribadito il tema dell’attacco ai valore del sistema italiano e la centralità del paziente: “Oggi oltre al ringraziamento al milione e 800mila donatori, ritengo che sia necessario affrontare le criticità del nostro tempo – ha ribadito – Ne abbiamo affrontate tante, ma oggi ce ne sono di nuove. Se parliamo di materiale biologico destinato alla cura dei cittadini, ribadisco che il principio della gratuità non è scontato, e anzi va difeso come ha detto Gianfranco Massaro, perché il sistema trasfusionale italiano oggi rischia un attacco a 360 gradi. Dopo l’evento di ottobre celebreremo la funzione del volontariato. Dobbiamo necessariamente affrontare in maniera sinergica queste problematiche: regioni associazioni ministero e Cns: vogliamo un volontariato responsabile e autorevole. Non bisogna portare avanti per inerzia ciò che abbiamo costruito in passato ma dobbiamo essere capaci di rinnovare e ricostruire il sistema. Il fine ultimo è quello di assicurare le terapie ai cittadini che aspettano risposte puntuali nel momento del bisogno”.
Eppure, pur facendo salvi i principi etici che anche su Buonsangue non manchiamo mai di evocare,
è corretto pensare al plasma prima di tutto come risorsa strategica. La maggior parte del plasma mondiale è prodotto in Usa, e poiché nei prossimi anni paesi in via di sviluppo pachidermici e densamente popolati come Cina e India (quasi due miliardi e mezzo di persone) potrebbero amplificare enormemente la richiesta di farmaci plasmaderivati da reperire sul mercato estero, divenire autosufficienti in fatto di plasma e plasmaderivati dovrebbe essere un imperativo categorico di ogni nazione. In vista di crescita esponenziale della domanda, c’è già chi si pone la domanda fatidica. Quanto sarà possibile, un domani, conciliare l’esigenza etica con l’esigenza di soddisfare le richieste dei pazienti?

L’evoluzione futura del mercato

Albert Farrugia, professore all’University of Western Australia, ha provato in video conferenza a rispondere a queste domande, tracciando un’analisi del presente e del futuro dei donatori e l’impatto sul mercato futuro di alcuni prodotti plasmaderivati. “Ringrazio i donatori di tutto il mondo – ha esordito – e le associazioni dei donatori. Sono molto importanti per la missione internazionale dell’autosufficienza degli emoderivati. Il frazionamento del plasma nasce negli anni ‘30 e poi si sviluppa durante la guerra per curare i malati, con la manipolazione attraverso etanolo e la formazione di albumina. Il prossimo driver sarà il fattore ottavo. La disponibilità del fattore ottavo è stato il più grande risultato degli studi sul plasma che ha permesso agli emofilici una vita senza dolore e sofferenza. Nei paesi ricchi si usa più fattore ottavo da ricombinante, mentre nei più poveri è più usato il plasmaderivato quello e c’è il tema aperto su quanto i ricombinanti favoriscano la formazione di inibitori. L’attuale fattore chiave è l’immunoglobulina, e la crescita di volume e di prezzo degli ultimi anni dimostra quanto questo prodotto sia vitale per i pazienti immunodeficienti. Io penso che il settore delle terapie a base di plasma crescerà verso i 25 miliardi di dollari e anche se questi numeri ci fanno girare la testa non bisogna mai perdere di vista il paziente”.
Nell’ottica di comprendere l’uso del plasma come risorsa strategica, l’intervento più significativo è stato quello di Paul Strengers, direttore esecutivo dell’IPFA (International Plasma and Fractionation Association) associazione no-profit, che ha spiegato alcuni punti cardinali per orientarsi nell’universo plasma. “Il plasma è una risorsa strategica di primaria importanza – ha esordito – Molte persone non si rendono conto dei valore dei donatori. L’Ipfa vuole essere un punto di riferimento per i donatori no profit e il prodotto plasma deve essere considerato in maniera univoca e usarlo per avere plasmaderivati economici, cioè prodotti da plasma locale e accessibili a tutti. Ci sarà una richiesta enorme di plasma, anche e perché oggi il 47%dei plasmaderivati è usato dal 4,5 %della popolazione e nel futuro il mercato asiatico offre enormi potenzialità. Gli USA forniscono più del 60% del plasma mondiale e questo non è una cosa positiva. Dobbiamo considerare il plasma come una materia prima importante dal punto di vista economico che rischiamo, da un certo punto in avanti, potrebbero avere forniture interrotta. Il plasma è come acqua, energia o metalli fondamentali. Avere questa risorsa è importantissimo perché le conseguenze della sua assenza sarebbero disastrose”.
Come rendere la raccolta sostenibile?
Ma come ovviare al problema della sostenibilità della raccolta? Patrick Robert, presidente del Marketing Research Bureau, dagli Usa, ha dato esempio di una netta frazione culturale rispetto ai principi del sistema sangue italiano: “Dico la mia sul tema della donazione a pagamento e non pagamento. È arrivato il momento di superare questa visione vecchia – ha spiegato –. Ci sono modi diversi per ringraziare i donatori. In Svezia, Francia e Italia credono che non si debba pagare questa risorsa ma ai pazienti non interessa questa prospettiva. Vogliono solo un prodotto sicuro, nient’altro e noi dovremmo essere più tolleranti verso le nazioni in cui si raccoglie il plasma a pagamento, e smetterla di avere un giudizio negativo. Se un’azienda produce prodotti non sicuri fallisce”.
Pur rispettando la visione di Robert, ci sentiamo di dire che quando si tratta di salute dei cittadini, non ha molto senso aspettare il fallimento di un’azienda prima di prendere contromisure, mentre si ha il dovere di lavorare nel nome della prevenzione dei rischi e sull’organizzazione di un sistema equo, sicuro ed etico. E oltreoceano la pensano così anche in Canada, come ha spiegato Graham Sher, chief executive del Canadian Blood Services, chiamato a raccontare il case history canadese. “Il servizio sangue canadese è un’associazione no-profit che ha raccolto 800mila unità di sangue lo scorso anno – ha raccontato – Il nostro compito è di assicurare la sicurezza per i cittadini canadesi. Cosa stiamo facendo per rispondere alla domanda di plasma e ovviare alle richieste di immunoglobuline? Abbiamo cercato di determinare dai dottori quanti e quali prodotti usano settore per settore, e sulla base di quei dati abbiamo creato una tabella produttiva per i prossimi 5 anni. Ma anche con questi controlli severi la domanda è tanta, e noi non puntiamo al 50% di autosufficienza. In Canada il plasma è sui giornali e in televisione in prima pagina ogni settimana e se ne parla sempre. Le regole che seguiamo sono le buone pratiche di fabbricazione e la riduzione gli sprechi, e da noi le varie regioni hanno idee molto diverse sulla dialettica profit/no profit. In alcune la remunerazione è vietata in altre no, e nelle regioni dove i donatori sono remunerati sono arrivati gli stakeholder del settore privato. Come possiamo combattere il crowding out, ovvero la contaminazione tra settore remunerato e non remunerato? Per noi è importante capire come il settore profit abbia avuto successo e cercare di assorbire capacità e metodi”.

Le questioni italiane

E In Italia? Come si pone il sistema italiano di fronte agli stimoli che arrivano dalle problematiche globali? Lo ha spiegato Pasquale Colamartino, responsabile del Centro regionale sangue dell’Abruzzo, esprimendosi sul tema dell’efficienza e sostenibilità nella raccolta plasma. “Abbiamo visto le dinamiche globali cui il sistema italiano dovrà dare una risposta – ha detto – e la risposta è: efficienza e stabilità all’interno di un sistema pubblico. In Italia c’è troppa variabilità tra regione e regione su raccolta e volume, costi, programmi di raccolta e gestione degli scarti. Se l’obiettivo è aumentare la plasmaferesi è evidentemente che l’organizzazione attuale non aiuta. Non è ammissibile che esista ancora plasma non utilizzato per scadenza. Il trend della produzione di plasma inviato al frazionamento industriale è aumentato ma è diminuita la raccolta. Sembra che il sistema sia progredito ma è importante ricordare che tutto dipende dall’aumento della quantità di ogni singola donazione. L’autosufficienza è un obiettivo a cui arrivare tutti insieme. Il piano plasma quinquennale si deve scontrare con i cambiamenti frequenti della situazione internazionale ma il conto lavoro italiano è un metodo che ha una caratteristica unica, cioè prevede che il plasma e sui derivati restano di proprietà pubblica. Bisogna diffondere modelli virtuosi in tutto il paese”.
Quali debbano essere questi modelli virtuosi è emerso dagli interventi successivi. Giuseppe Cambiè, direttore sanitario di Avis Lombardia, ha parlato degli studi in corso per arrivare a plasmaferesi differenziate per ciascun paziente, sicure e rispettose della salute dei donatori, una base preziosissima per riformulare le regole dei prossimi anni e prevenire i casi avversi.
“L’obiettivo per il 2020 è aumentare del 20% la raccolta di plasma e del 50% la plasmaferesi. In Italia è impossibile raggiungere tali obiettivi senza donatori. Arrivare al raggiungimento degli obiettivi? I problemi, secondo uno studio, sono soprattutto di livello logistico, e riguardano le tempistiche della plasmaferesi e le complicazioni nel raggiungere i centri trasfusionali”.
Come risolvere questi problemi? Se ne parlerà nei prossimi mesi, giacché il plasma, tra i bandi regionali che ancora devono essere rilasciati (a breve è atteso quello del raggruppamento regionale guidato dalla Lombardia), e le riflessioni sui temi emersi al convegno, sarà materia centrale di discussione fino al workshop già in programma a fine ottobre 2018. Sul piano gestionale, l’idea di andare verso un sistema di collaborazione tra strutture pubbliche e associazioni nel management dei centri trasfusionali sembra abbastanza funzionale. A Brescia, questo tipo di collaborazione è andata già in scena offrendo ottimi risultati sulle maggiori criticità, ovvero orari di apertura delle strutture trasfusionali, competenza del personale medico, gestione dei costi e ottimizzazione delle apparecchiature.

Le testimonianze e una domanda cruciale

Intanto il convegno del 15, ispirato dalle istanze del WBDD è stato occasione anche per portare all’attenzione degli addetti ai lavori le testimoniane toccanti di pazienti e donatori. Tra tutte la più emozionate è stata quella di Beppe Castellano, avisino e ed emofilico molto conosciuto nell’ambiente per il suo impegno giornalistico e da attivista. Castellano ha mostrato una fotografia privata nella quale campeggiano molti dei sui compagni che purtroppo non ce l’hanno fatta. “Per il mercato, metà dei compagni malati di emofilia oggi non ci sono più – ha detto – per colpa del sangue importato dall’estero. Faccio parte dei 25% dei malati di emofilia che usa il fattore VIII plasmaderivato e non il ricombinante e mi chiedo perché nella mia regione non si produca fattore VIII dal plasma pubblico”. Una domanda importante, che giriamo ai diretti responsabili.

Plasma, dati di monitoraggio di aprile 2018. Buoni risultati al sud e leggera crescita generale rispetto all’aprile di un anno fa

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Continua con regolarità l’aggiornamento dei dati sul monitoraggio plasma offerto dal Centro nazionale sangue. Sono mesi importanti, perché precedono il periodo estivo che notoriamente comporta qualche difficoltà, ma come vedremo i numero di aprile sono buoni.

Sul piano delle variazioni percentuali rispetto a quella che fu la raccolta di aprile 2017 (fig.1), il paese può contare su di un incremento generale dell’1,2%, una leggera crescita che naturalmente è di certo un fattore positivo, anche perché i dati di marzo avevano fatto registrare un leggero calo (-0,4%) cui è subito seguito un effetto in controtendenza.  Sul piano della raccolta regionale, rispetto allo stesso periodo del 2017, molto buone le performance in Abruzzo (addirittura il 59, 8% in più), e di alcune regioni del sud storicamente in difficoltà, come Puglia (+ 27%), Lazio (+22,4%) Sicilia (+21%) e Campania (+20,5%). Al secondo posto, come crescita, c’è però la provincia autonoma di Bolzano con un ottimo risultato (+24,8%).

Purtroppo, meno performative altre regioni del sud come la Calabria (-42,8%) peggiore performance nel periodo selezionato, ma anche Sardegna (-40,7%) e Marche (-28,3%). Qui bisognerà fare di tutto per migliorare.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018

Fig.1

In figura 2, invece, con i valori espressi in chilogrammi, abbiamo le rilevazioni su due valori differenti: in tabella 2, il dato in chili corrispondente a quello espresso sopra; in tabella 3, invece, l’importanza rilevazione su tutti i primi 4 mesi del 2018, dove possiamo notare dei buon risultati di crescita in un periodo più ampio soprattutto per Puglia (da 13.613 kg a 14.332), Sicilia (da 20.202 kg a 21.200) e Lazio (da 12.839 kg a 13.908).

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018 (2)

Fig.2

Quanto il plasma sia un risorsa fondamentale per le comunità di ogni singolo stato, lo abbiamo ripetuto spesso, ed è spesso emerso anche nei grandi convegni internazionali ai quali abbiamo partecipato come il seminario Fiods di Castelbrando dello scorso ottobre. Una risorsa destinata ad alimentare un giro d’affare di 20 miliardi di dollari nel 2021, e che, a oggi, è raccolta per lo più negli Stati Uniti, una situazione che potrebbe creare non pochi scompensi.

Sotto con la raccolta dunque, secondo i principi del Piano nazionale plasma 2016-2020.

 

 

A Roma giornata importante per combattere la malattia emolitica del feto e del neonato (MEFN): un convegno internazionale tra passato presente e futuro

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È un periodo intenso per le istituzioni del sangue italiano. Dopo la premiazione a Francoforte di qualche giorno fa per l’impegno italiano nello sviluppo del Patient Blood Management di cui abbiamo parlato qui, il direttore del Centro Nazionale Sangue Giancarlo Liumbruno, nella mattinata di oggi 5 aprile, era a Roma all’Istituto della Sanità, in aula Pocchiari, per coordinare come responsabile scientifico il convegno internazionale “Fifty years of Rh disease prophylaxis looking back, looking forth”, incontro tra esperti di tutto il mondo invitati a discorrere sulla profilassi anti-Rh(D), ovvero la terapia nata 50 anni fa per combattere la malattia emolitica del feto e del neonato (MEFN) che colpiva l’1% dei neonati e causava la morte di un bambino ogni 2.200 nati.

L’approccio terapeutico con la somministrazione di immunoglobuline anti-Rh(D), in questi decenni ha fortemente ridotto la gravità di questa malattia soprattutto in Canada, Europa e Stati Uniti, ma è importante aggiungere che ci sono ancora grandi margini di miglioramento specie nei paesi in via di sviluppo, laddove l’immunoprofilassi non è ancora una pratica utilizzabile in modo sistematico a causa di sistemi ospedalieri non modernizzati, di contesti socio economici difficili o di calamità persistenti come guerre e povertà diffusa.

La MEFN, è bene ricordarlo, è una patologia molto grave che spesso addirittura fatale per il feto o il neonato, e in grado di provocare disabilità permanenti anche quando non si rivela mortale. La MEFN si contrae quando esiste una discordanza di tra il sangue Rh negativo della madre e quello Rh positivo del nascituro, situazione che genera reazioni di rifiuto del sistema immunitario con conseguenze devastanti.

La Profilassi con somministrazione di immunoglobuline anti-Rh(D) nel corso della gravidanza, scoperta cinquant’anni fa grazie alla ricerca della Columbia University di New York, ha abbattuto il tasso di mortalità, ma come accennato sopra l’accesso alle immunoglobuline anti-Rh(D) è purtroppo ancora limitato in molti sistemi sanitari; secondo le statistiche sono addirittura 250mila i neonati in tutto il mondo che muoiono o nascono con un grave deficit cerebrale.

Il convegno di oggi a Roma inaugura dunque una stagione importante per quel che riguarda la diffusione della cultura sull’argomento: sia per la presenza di studiosi di fama internazionale come Steven Spitalnik, Professore di Patologia e Biologia cellulare, e co-direttore dei Laboratori di Medicina trasfusionale alla Columbia University e Presbiterian Hospital di New York, sia perché la giornata è inerente a una campagna di sensibilizzazione di ampia portata voluta fortemente, come si legge sul Sole24Ore, dalla stessa Columbia University, dalla Federazione internazionale ginecologi e ostetrici (Figo) e del Centro nazionale sangue (Cns), con il supporto non condizionante dell’azienda biofarmaceutica italiana Kedrion Biopharma, produttrice di immunoglobuline anti-Rh(D) in più di 60 paesi nel mondo.

L’impresa di abbattere la forbice di efficienza tra qualità e sicurezza delle cure che esiste tra paesi sviluppati e resto del mondo, passa anche e soprattutto da giornate come queste.

Il Sistema sangue italiano premiato a Francoforte per il PBM (Patient Blood Management): ottimo risultato ma si può migliorare

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Il presidente del Cns Liumbruno premiato a Francoforte

Un paese pieno di limiti che tuttavia sa farsi valere a livello internazionale per alcune eccellenze, e che talvolta ottiene anche dei riconoscimenti per aver anticipato, intrapreso, lanciato, alcuni processi di miglioramento sistematico di assoluta importanza nel campo sanitario: l’Italia è, per la comunità internazionale impegnata nel settore del sangue, il paese in cui Il Patient Blood Management, ovvero il modello di gestione della risorsa sangue del paziente che necessita di trasfusioni, è stato recepito, integrato e sviluppato meglio.

Il riconoscimento per il sistema sangue italiano è arrivato in questi giorni a Francoforte, nell’ambito del Global Symposium Patient Blood Management, riunione tra esperti internazionali di settore che hanno assegnato il premio con questa motivazione: “L’Italia è capofila in Europa nella gestione della risorsa sangue del paziente prima, durante e dopo gli interventi chirurgici maggiori, il cosiddetto ‘Patient Blood Management’ che può salvare migliaia di vite”.

Un bella soddisfazione per il Centro Nazionale Sangue e per il suo direttore Giancarlo Liumbruno, che ricevendo il premio in Germania ha ribadito quanto il PBM influisca sulla salute di molti pazienti ricordando che “la corretta gestione del paziente alla vigilia di un intervento chirurgico è un momento cruciale. Sappiamo che il mancato trattamento dell’anemia pre-operatoria equivale all’erogazione di prestazioni sanitarie sub-ottimali, con un aumento del rischio di complicanze anche gravi”.

A premiare l’Italia, c’era invece Kai Zacharowski, direttore e titolare del dipartimento di anestesia e medicina intensiva dell’University Hospital a Francoforte, un nome che i lettori di Buonsangue possono ricordare perché protagonista di un importante intervento sul tema PBM al convegno di Roma nel novembre 2016, occasione nella quale aveva coniato il motto che ben spiega in poche parole il senso di questo nuovo modello integrato: “giusta trasfusione, con la giusta quantità di sangue al momento giusto”.

Cos’è il PBM nel dettaglio lo abbiamo spiegato in questo articolo, ma ecco invece la definizione “breve” che arriva dal Centro nazionale sangue:

Il PBM consiste in una serie di tecniche farmacologiche e non farmacologiche da adottare prima, durante e dopo l’intervento secondo tre “pilastri”: ottimizzare la capacità di produrre globuli rossi, ad esempio trattando l’anemia prima dell’operazione; ridurre al minimo il sanguinamento, un risultato ottenibile con tecniche chirurgiche particolari o utilizzando terapie specifiche; ottimizzare la tolleranza verso l’anemia, agendo anche con farmaci sulla capacità dell’organismo di tollerarla. Se ben applicato, il PBM oltre a evitare le complicanze, può ridurre i tempi di degenza e ridurre sensibilmente i costi legati alle terapie trasfusionali.

Aver promosso per primi queste tecniche nel sistema italiano è un punto meritorio, e continuando su questa strada non possiamo che augurarci che tutti gli altri aspetti in cui il sistema sangue è ancora migliorabile per qualità e sicurezza del servizio dovranno essere affrontati, come per esempio una maggiore compattezza di sistema per affrontare le criticità dovute ai cambiamenti della plasmalavorazione (per esempio l’importanza del fattore qualità nei bandi per il conto-lavoro), il ricambio generazionale tra i donatori, la facilità dell’accesso al dono, l’efficienza dei centri trasfusionali e l’aumento della raccolta in vista dell’autosufficienza.

Il dono è ricchezza e adesso verrà sancito da una “Carta del dono” per promuoverlo e valorizzarlo

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Il dono biologico è un valore da promuovere e da divulgare come vera e propria cultura, una cultura della vita e dell’altruismo. In Italia, come sa bene chi legge Buonsangue, il dono biologico è libero, volontario e consapevole, e questo è sicuramente un ulteriore valore aggiunto che va sempre rimarcato.

Ecco perché salutiamo con favore l’iniziativa congiunta tra Centro nazionale sangue, Centro nazionale trapianti e Ministero della Salute, che insieme hanno deciso di stilare e lanciare una vera e propria “Carta del dono” un documento che si ripropone di ribadire con forza l’impatto benefico del dono biologico del nostro Paese, e di fornire degli obiettivi programmatici per gli anni che verranno sul piano etico, sul piano operativo e su quello culturale, settore, quest’ultimo, che ci riguarda direttamente.

La “Carta del dono” sarà presentata sabato 24 marzo a Modena, alla sede dell’Avis Provinciale di Modena (in via Livio Borri, 40) e nell’occasione presenzieranno il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, il direttore del Centro nazionale sangue Giancarlo Maria Liumbruno, il direttore del Centro nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa, e tanti altri ospiti

Moltissime infatti le associazioni interessate, che parteciperanno con i propri rappresentati. Oltre a FIDAS, Avis, Fratres e Croce Rossa Italiana, che come sappiamo bene sono le maggiori associazioni italiane che si dedicano al dono del sangue (e che sono a loro volta riunite nel CIVIS), sono coinvolte anche Admo (Associazione donatori midollo osseo), Aido (Associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule), Adoces (Associazione per la donazione di cellule staminali emopoietiche) e Adisco (Associazione donatrici italiane sangue e cordone ombelicale).

Il 24 marzo sarà dunque un giorno ricco di significato. Siamo felici di annunciarlo nella speranza e nella convinzione che tutte le azioni formale, i documenti programmatici, i propositi e le visioni del futuro, si trasformino nell’impegno collettivo e nella necessaria voglia di collaborazione tra diverse energie in campo anche nella lotta concreta per il progresso che si combatte quotidianamente.

Di seguito, grazie al sito Fidas che l’ha pubblicata integralmente, ecco “La Carta del dono” in tutti i suoi passaggi.

“Carta del dono”

Promuovere e difendere il valore del dono biologico

Princìpi
Il corpo è valore ed essenza della persona, come tale è parte della sua dignità, è oggetto di diritti fondamentali e richiede la tutela della comunità.

La tutela della persona è perciò anche difesa del benessere fisico e della integrità del corpo.
In questo quadro di princìpi fondamentali si colloca il dono volontario libero e consapevole delle diverse parti del corpo (dono biologico, d’ora in poi), e cioè sangue, emocomponenti, cellule, tessuti, organi e nutrienti (latte), sia come espressione della volontà personale di tutela e promozione della salute, della vita umana e della sua dignità in tutte le sue fasi, sia come espressione della responsabilità e reciprocità sociale, che vede la persona e la comunità coinvolte in un comune destino Il dono biologico libero, volontario, consapevole e gratuito ha un proprio, elevato, intrinseco valore etico, personale e sociale, che si manifesta anche nella sua periodica espressione organizzata, quando possibile, e vede il giusto riconoscimento istituzionale anche nell’inserimento dei percorsi di donazione all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza del SSN.

Il valore primario del dono biologico così inteso, comporta la necessità di promuoverlo e di tutelarlo a tutto campo, sia con politiche sanitarie adeguate sia con una corretta sensibilizzazione ed informazione.
Verso questi obiettivi, tradizionalmente, si concentra non solo l’azione delle Istituzioni e dei professionisti del settore sanitario, ma anche l’impegno ricco e variegato della società civile che, attraverso il servizio volontario e costante delle Associazioni e Federazioni di cittadini, organizzate e competenti, sostengono la cultura del dono, la ricerca di nuovi donatori e l’aiuto ai pazienti riceventi. Questo impegno rappresenta una peculiarità e una ricchezza del nostro Paese.

Il dono biologico solleva anche problematiche di carattere etico, morale, sociale e culturale alle quali si può rispondere seguendo orientamenti anche molto diversi fra loro, alcuni dei quali, però, possono mettere a rischio la stessa appropriatezza del dono, per esempio quando la donazione non è la conseguenza innanzitutto di solide evidenze scientifiche, necessarie per stabilirne la validità e l’efficacia dal punto di vista clinico.

Impegni

In ragione di quanto sopra, le Istituzioni, gli Enti e le Associazioni e Federazioni nazionali del Volontariato operanti nel settore e sottoscriventi, ritengono utile formalizzare un impegno esplicito e comune per sostenere una più forte e coordinata azione di tutela e promozione del dono biologico, convenendo su quanto segue:

il dono biologico, inteso come dono di parti del corpo umano, è libero, volontario, consapevole, responsabile, non remunerato, anonimo;

va impedito ogni tentativo di commercializzazione del dono, sia che si presenti in forma esplicita sia in forma indiretta, anche mediante forme di rimborso non strettamente intese o tramite forme di scambio o assegnazione non trasparenti;

vanno tutelate primariamente e con ogni mezzo possibile, senza discriminazioni, la libertà e i diritti di tutti i donatori e dei pazienti riceventi, anche potenziali, e delle loro famiglie;
il dono necessita di un consenso liberamente formato, perciò consapevole e responsabile, contrastando ogni forma di coattività che nasca da qualsiasi tipo di condizionamento. In questo senso va intesa la necessità dell’anonimato reciproco di donatore e ricevente e delle rispettive famiglie;

l’informazione deve essere corretta, completa e trasparente, e nell’interesse sia del donatore che del paziente ricevente. Va combattuta ogni forma ingannevole di informazione e comunicazione, fra cui quelle omissive di informazioni essenziali per la libera formazione della volontà personale;

per una più forte e più efficace promozione del dono biologico è auspicabile intensificare il coordinamento delle azioni di informazione e sensibilizzazione, sotto la guida delle Istituzioni ed in collaborazione con i professionisti del settore sanitario e le Associazioni e Federazioni di Volontariato del settore. A tal fine, si conviene sulla necessità di integrare le tradizionali e variegate forme di comunicazione, specifiche per ogni tipologia di dono, con azioni comuni che abbiano lo scopo di rappresentare l’assoluto valore del dono, in tutti i suoi aspetti, di richiamare la società civile a condividere questa scelta per il bene di tutti e di ciascuno e di promuovere forme più integrate e collaborative di reclutamento dei donatori ad opera delle Associazioni e Federazioni del Volontariato.

 

Il Cns comunica i numeri della raccolta nel 2017: raggiunta la quota di 830 mila chilogrammi

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Il Centro nazionale sangue, attraverso un ampio comunicato stampa, ha riassunto il quadro della raccolta plasma del 2017 su scala nazionale, e – secondo quanto spiegato – c’è subito una buona notizia da dare:

il plasma raccolto nella scorsa annata ammonta a 830mila chili, e si registra un aumento dell’1,8% rispetto al 2016. La quantità raccolta è superiore a quanto previsto dal Programma Nazionale Plasma 2016-2020 e a quanto prescritto dal Programma annuale di Autosufficienza. Dai dati a disposizione, infatti, emerge che rispetto agli obiettivi prefissati che ammontavano a 816.000 kg, la raccolta è aumentata di ben 11.000.

Un buon risultato.

Quanto sia importante donare plasma e aumentare il numero di donazioni attraverso la plasmaferesi lo abbiamo scritto più volte, sottolineando come la maggior durata di tale procedimento, che può durare fino a circa 50 minuti, corrisponda però all’importanza crescente che riveste per l’intera comunità.

A onor del vero dobbiamo aggiungere che i risultati positivi comunicati dal Cns dipendono anche dal nuovo decreto del Ministro della Salute del 28/12/2015, attraverso cui la quantità di plasma raccolto in ogni singolo procedimento è stata aumentata, passando da 550 ml fino a quota 700 ml.

Non è un aumento di poco conto; come abbiamo spesso registrato, e va detto che non tutti gli addetti ai lavori sono rimasti entusiasti di questa decisione, visto che sono molti i racconti di donatori che con la donazione di plasma allungata hanno dovuto affrontare qualche problema di reazione negativa. Nulla di grave rispetto all’importanza dell’obiettivo principale dell’autosufficienza dicono le istituzioni, e il perché lo spiega Giancarlo Liumbruno nelle sue parole di commento ai risultati stessi:

“I medicinali plasmaderivati sono specialità farmaceutiche che rivestono un ruolo chiave, e talora non sostituibile, nel trattamento di molte condizioni cliniche acute e croniche – ha spiegato – a livello internazionale si assiste a un incremento del loro utilizzo, motivato principalmente dall’invecchiamento della popolazione, dall’identificazione di nuove indicazioni terapeutiche e dall’aumento delle diagnosi e dei nuovi bisogni espressi da Paesi con economie emergenti. È un importante successo per tutta la rete trasfusionale centrare e addirittura superare gli obiettivi del Programma di Autosufficienza, che è molto complesso, e non si limita a delineare le strategie per il semplice incremento della raccolta di plasma ma che persegue anche l’appropriatezza e l’uso razionale dei medicinali plasmaderivati”.

Il nodo che resta da sciogliere, su cui insistiamo, è la pubblicazione puntuale dei dati di raccolta, doverosa anche in misura dello sforzo in più chiesto ai donatori. A conclusione del comunicato del Cns, si legge:

“Sul sito italiaplasma.it un’iniziativa promossa dal Centro Nazionale Sangue in collaborazione con le Associazioni e Federazioni nazionali di donatori volontari di sangue, è possibile trovare infografiche e dati sulla donazione di plasma”.

È vero, i dati ci sono, ma sono sempre aggiornati all’aprile 2017.

Gli ultimi disponibili li abbiamo pubblicati su Buonsangue lo scorso 6 gennaio: ci auguriamo che nei prossimi mesi la pubblicazione dei dati di raccolta aggiornati avvenga tempestivamente e con maggior puntualità.

 

 

Esportazione dei plasmaderivati e cooperazione internazionale: il convegno a Roma Emilia Grazia De Biasi: “Il sangue non è una merce, e in Italia lo sappiamo bene”

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Sono ormai molti anni che il Centro nazionale sangue, in accordo con il ministero della Salute e in attuazione dell’Accordo Stato-Regioni del 7 febbraio 2013, persegue progetti umanitari nell’ambito dell’esportazione dei farmaci plasmaderivati.

Come abbiamo più volte ricordato (proprio qualche giorno fa abbiamo portato sotto i riflettori il caso dei bambini farfalla per le cui terapie più efficaci sono decisive le staminali e anche il plasma arricchito), i plasmaderivati sono farmaci decisivi per garantire una buona qualità della vita a molte categorie di malati gravi come gli emofilici, ed è a prosecuzione e coronamento di questa politica di cooperazione internazionale che a Roma, martedì 21 novembre, alla Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva del Senato della Repubblica, si è svolto il convegno “La cooperazione internazionale e l’esportazione di medicinali plasmaderivati a fini umanitari”, incontro cui le istituzioni tenevano molto, come hanno dimostrato il patrocinio del ministro della Salute Beatrice Lorenzin (tuttavia assente per altri impegni istituzionali), e la presenza della senatrice Emilia Grazia De Biasi, presidente della 12esima commissione igiene e sanità del Senato.

Il convegno, nato dall’iniziativa di Fondazione Emo, in rappresentanza delle persone con emofilia di Umbria e Marche, e da FedRed Onlus (Federazione delle associazioni emofilici dell’Emilia Romagna), ha da subito posto al centro del dibattito il legame profondo tra l’aspetto etico, connaturato all’universo plasma, e le ragioni più specificatamente sanitarie.

Un focus su tutti quindi: il bisogno di equità e la necessità assoluta e condivisa da tutti gli stakeholder di sistema, di valorizzare la vocazione etica della produzione e distribuzione dei plasmaderivati, in uno scenario complesso in cui le diversità tra sistemi sanitari nazionali e le ingerenze di mercato sono criticità da monitorare costantemente.

Ecco perché Emanuela Marchesini, della Fonazione Emo e FedRed Onlus, nelle veci di padrona di casa, ha esortato sin dalle prime battute a rivolgere lo sguardo verso la grande disparità sanitaria ancora vigente nel mondo, giacché – ha ricordato – “se nei paesi ricchi è facile curare l’emofilia, in altri paesi è molto complicato”.

Un assist perfetto per la senatrice Emilia Grazia De Biasi, che in un intervento molto efficace e denso ha spiegato la genesi programmatica dei progetti che hanno portato finora all’estero 27 milioni di unità di plasmaderivati diretti verso una decina di paesi (Afghanistan, Albania, Armenia, El Salvador, Kosovo, Palestina, Serbia e altri), realtà che hanno bisogni urgenti e si trovano in difficoltà.

“Le questioni delicate richiedono sempre più conoscenza, per poter deliberare, questo è il mio motto – ha detto la senatrice De Biasi – e oggi parliamo di un bellissimo progetto di cooperazione internazionale su cui abbiamo discusso a lungo in commissione, per poter svolgere in modo serio e trasparente l‘esportazione di plasmaderivati, in uno scenario complesso che ha a che fare con il mondo dell’industria e del mercato, con il rischio, dunque, che la solidarietà si trasformi in speculazione. Il contesto è difficile, ci rivolgiamo a luoghi di guerra, a paesi vittime di embarghi con problemi enormi di sopravvivenza specie per le categorie più deboli, e quindi l’esportazione dei plasmaderivati è l’unica possibilità di dare la vita a persone che rischiano di perderla ogni giorno. A queste persone va garantito un valore su tutti, quello della sicurezza, e in questo l’Italia non è seconda a nessuno. Sono fiera di vivere in un Paese all’avanguardia grazie a valori come gratuità della donazione, rigoroso nei controlli periodici e in grado di prendere una certa distanza dalle esigenze del mercato, che metterebbero in discussione le questioni della sicurezza. Non dobbiamo nascondere che in alcuni paesi il plasma si raccoglie a pagamento, ma l‘Italia sa bene che il sangue non è una merce come una saponetta, e quindi va trattato diversamente. Siamo un grande Paese, e lo dico anche alle imprese per quel lato di responsabilità sociale che compete anche al mercato”.

Le ragioni etiche di fondo dunque, chiamate in causa come spinta all’azione, assumono ancora più forza se poste in dialettica con i casi reali, con le esperienze.

Ecco perché Luca Rosi, dell’ufficio Affari internazionali dell’Istituto superiore della sanità, ha introdotto con la sua esperienza sul campo le testimonianze degli ospiti esteri destinatari dei programmi di cooperazione, personalità provenienti da Palestina, Kosovo e Albania.

Per Rosi ogni programma per esser efficace deve tener conto di quattro questioni fondamentali: “l’azione di sistema da perseguire con capacità e competenza tecnica, l’equità, che in un periodo di economia labile è il principio della sostenibilità, la capacità di mettere a punto progetto di tipo sanitario che sappia convertirsi in azione sociale sulla base della collaborazione intersettoriale, e, infine interventi che partano da un’analisi più precisa possibile dei bisogni, per arrivare a disegnare, in ciascun territorio, progetti sostenibili ed efficaci”.

Propositi ineccepibili quelli di Rosi, che tuttavia possono correre il rischio di risultare astratti se a decodificarli non intervengono casi specifici, quelli dei paesi che grazie ai progetti di cooperazione con le regioni italiane hanno tratto enormi benefici interni.

Albania, Kosovo e Palestina sono paesi che, come hanno spiegato bene i rappresentanti istituzionali invitati a Roma, hanno potuto fare passi da gigante in fatto di cura agli emofilici e a varie categorie di pazienti solo grazie alla cooperazione internazionale, e all’esportazione non a fini di lucro delle eccedenze di plasmaderivati.

È il caso del Kosovo, che come ha spiegato Ali Berisha, il vice Ministro della salute “a causa della guerra ha dovuto ricostruire per intero il sistema sanitario, affrontando problemi economici e alta mortalità per le malattie infettive e cardiovascolari, problemi per cui è forte il bisogno di formazione per i nostri professionisti, ed è il caso dell’Albania, dove, come ha ricordato Narvina Sinani dell’Ospedale Madre Teresa, uno dei principali di Tirana, solo grazie al sodalizio con la Toscana la situazione è molto migliorata. “L’emofilia in Albania è curata solo a Tirana, da qualche anno c’è un centro con 196 pazienti dei quali 56 bambini sotto i 14 anni. Con il nostro budget compriamo dei fattori per i pazienti ma possiamo farlo solo quando hanno una crisi o un bisogno. Lo stato offre solo l’invalidità come aiuto economico, ma da due anni, grazie alla Regione Toscana, siamo cresciuti moltissimo sul Fattore VIII da 1 unità per paziente a 1,6 unità.

Ancora più esplicativo il caso della Palestina descritto da Asad Ramlawi, il vice ministro della Salute, caso limite che solo grazie ai programmi di collaborazione internazionale ha trovato la possibilità di attenuare alcune criticità interne derivanti dai contrasti storici con Israele. “Nonostante tutte le difficoltà che dobbiamo affrontare con l’occupazione – ha spiegato infatti Ramlawi – siamo stati capaci di ottenere grandi risultati contro le malattie infettive, e ora dobbiamo affrontare le malattie croniche che da noi portano un tasso di mortalità di circa l‘80%. Il nostro paese è l’unico livello globale a dover fronteggiare un’occupazione, e non c’è continuità tra Cis-Giordania e Gaza: c’è un territorio controllato da Israele che dobbiamo attraversare, e dove per il 99% delle volte il permesso viene negato. Dobbiamo abbattere questi muri, solo così potremo migliorare. La divisione della nostra terra in tre parti è qualcosa che può comprendere solo chi è venuto a vistarci. Abbiamo anche una mortalità dei bambini alta, sebbene i nostri numeri sono i migliori della regione, ma con il sostengo di paesi come l’Italia vogliamo competere con gli esempi migliori”.

Ma a cosa si deve questa solidità sistematica della plasmaderivazione in Italia, che grazie ai risultati degli ultimi anni ha consentito di provvedere alle necessità interne del sistema italiano, e di offrire le eccedenze (ripetiamo, circa 27 milioni di unità di plasmaderivati), nei programmi di cooperazione internazionale?

La prima risposta è arrivata da Maria Rita Tamburini della Direzione generale prevenzione sanitaria, che ha spiegato il metodo del conto lavoro, eccellenza organizzativa italiana che da quando è in voga ha prodotto enormi benefici, perché nato al fine di salvaguardare la natura pubblica ed etica della raccolta del plasma. “Abbiamo un sistema trasfusionale basato su valori peculiari in cui la donazione è anonima, gratuita, volontaria, periodica e associata – ha ribadito la Tamburini – e il sangue non è fonte di profitto. Il nostro sistema di plasmaderivazione è pubblico e le regioni sono titolari della materia prima: il plasma raccolto è affidato come patrimonio etico alle industrie farmaceutiche convenzionate, e quelle lo restituiscono sotto forma di farmaci alle regioni. Negli ultimi anni ci sono state delle eccedenze che per legge possono essere esportate verso comunità che ne hanno bisogno, senza fini di lucro e nell’ambito di progetti internazionali. C’è stata la collaborazione di tutti, anche della associazioni di donatori, e il valore del dono ne esce ulteriormente valorizzato”.

Dello stesso avviso Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue, anche lui, come tutti i relatori, puntualissimo nel ribadire la cesura netta che deve essere mantenuta tra raccolta di sangue e plasma e logiche mercantili, in ferma opposizione a energie che, come appreso in altre occasioni, in qualsiasi momento potrebbero mettere in discussione i valori fondanti del sistema italiano condivisi in moltissimi altri paesi. “Alla base del nostro lavoro – ha detto Liumbruno – c’è la volontà di utilizzare a pieno il dono dei quasi due milioni di donatori italiani. Gli sforzi possono e devono essere compiuti restando lontani dalle logiche di profitto e per fini umanitari. Questo è il background che ha reso possibile l’esportazione di quasi 27 milioni di unità di Fattore VIII, sulla base di progetti che si estendono alla promozione della volontarietà del dono nei paesi raggiunti. Siamo stati di recente in El Salvador dove è appena nata un’associazione di volontari non remunerati, un progetto che si è completato con la formazione medica e la cessione di consistenti quantitativi di Fattore VIII. Nel fare docenza ci siamo resi conto che applicare protocolli per noi ormai quasi scontati in questi paesi è molto difficile, perché non esiste la disponibilità dii farmaci anche bassissimo costo”.

Sulla medesima lunghezza d’onda, infine, prima dei saluti finali da parte dei rappresentanti di Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, le regioni protagoniste in prima linea dei programmi di esportazione, è stato l’intervento del presidente Fidas Aldo Ozino Caligaris, in rappresentanza delle associazioni di donatori, tra dati oggettivi e un quesito importante sul rapporto di utilizzo, un po’ anomalo, tra plasmaderivati e ricombinanti nelle terapie emofiliche in Italia. “Ci riconosciamo come un tavolino a tre gambe – ha dichiarato Ozino Caligaris – e abbiamo come obiettivo fondamentale i pazienti. Dobbiamo ribadire come l’Italia sia il secondo paese d’Europa a produrre quantitativi di materia prima da mandare al frazionamento, secondi solo alla Germania che ha la raccolta remunerata.  Perché allora la Germania utilizza allora il 50 % di derivati e 50% di ricombinati e in Italia si finisce per valorizzare soprattutto i ricombinanti? C’è un problema di percezione della sicurezza con un dato straordinario unico con l’85% di donatori periodici? Il dono va valorizzato al massimo, e quindi non dobbiamo compiere scelte che possono andare verso ragioni più specificatamente industriali”.

Parole che ribadiscono un principio sempre considerato centrale anche su Buonsangue: la necessità di trovare il punto di equilibrio tra mercato e interessi di comunità, in un settore che nei prossimi anni accrescerà enormemente il suo valore, e su una risorsa giudicata dagli addetti ai lavori non meno importante dell’acqua o dell’energia.

 

 

 

Gestione della risorsa plasma e squilibri internazionali. Così la due-giorni di Fiods fotografa il “pianeta sangue”

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In un mondo globalizzato, in cui la tecnologia consente di organizzare e misurare le grandi risorse strategiche dell’umanità come il sangue su scala planetaria, il confronto serrato tra gli attori di un sistema ampio e complesso come quello trasfusionale diventa necessario.

Le possibilità offerte dalla rete, dalla comunicazione immediata, degli scambi tra diversi approcci, talvolta si trasformano in obblighi, perché a oggi non sarebbe nemmeno pensabile una gestione della risorsa sangue non concertata tra istituzioni, industria, donatori e professionisti: sarebbe un errore strategico grossolano. Come è emerso dalle parole di molti relatori invitati al seminario Fiods di Castelbrando, infatti, sono molte le sfide da affrontare su scala globale, e si dovrà riuscire a equilibrare molto bene gli interessi collettivi di pazienti e comunità interessate a poter contare su un risorsa sangue importante quanto l’acqua o le fonti energetiche, e il paniere di interessi, ragioni economiche e normali necessità oggettive di ciascuna delle parti in causa.

Ricollegandoci agli interventi del 27 ottobre, su cui Buonsangue ha pubblicato un report estremamente dettagliato al fine di fornire una panoramica generale basata sulle relazioni dei professionisti,  sembrano essere tre le principali questioni da dirimere al di fuori dagli argomenti più tecnici, che meritano di essere approfondite e commentate punto per punto.

1) L’ottimizzazione delle risorse

Il Patient Blood Management, in senso di razionalizzazione delle risorse e centralità del paziente nei processi sanitari, è un approccio ormai promosso a livello istituzionale in Europa, perché alquanto necessario. In un momento in cui il trend delle donazioni nel mondo è in leggero calo, utilizzare le conoscenze scientifiche al fine di coniugare sostenibilità delle trasfusioni con un incremento di qualità sulla cura dei singoli pazienti, è di certo un obiettivo primario da raggiungere. Ecco perché, dopo il molto spazio dedicato al PBM nella giornata del giorno 27, anche nella ripresa dei lavori del 28 ottobre Stefania Vaglio, direttrice del Centro Regionale Sangue del Lazio, ha voluto mandare tre messaggi: il primo ai pazienti, chiedendo loro di rimanere sempre curiosi e pretendere tutte le pratiche di ottimizzazione sulle loro terapie; il secondo ai trasfusionisti, osservando che il PBM non è una diminutio, ma è l’unica occasione di riappropriarsi di un ruolo clinico che si stava dimenticando; e il terzo alle associazioni, chiedendo loro di capire che Il PBM valorizza il dono del sangue e migliora la situazione di quei pazienti che non hanno alternativa.

2) Migliorare l’equità tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo

Colpiscono molto, sul piano dell’equilibrio globale, i dati riportati da Giancarlo Liumbruno nella sua lectio magistralis, a proposito dell’utilizzo della risorsa sangue, che nei paesi in via di sviluppo è usata in larga parte per questioni di assistenza al parto, in ostetricia e pediatria, e in misura minima in ambiti avanzati come la chirurgia, in assoluta controtendenza rispetto ai paesi sviluppati.

La relazione della mattinata del 28 su questo tema, eseguita da Giuseppe Marano del Centro Nazionale Sangue, ha ribadito quanto già accennato dal direttore Liumbruno: tra Europa e Nord America da un lato, e Africa e Asia dall’altro, le discrepanze sono enormi. Queste differenze andranno ridotte nel tempo attraverso la cooperazione internazionale, per evitare che sia abbiamo pazienti di categorie differenti.

Come fare? Coinvolgendo molto di più i management sanitari dei paesi in via di sviluppo e rinnovando di continuo la ricerca e le analisi, come ha peraltro lamentato un rappresentate maghrebino nel tempo dedicato alle domande, a causa di dati OMS a suo dire non aggiornati sui miglioramenti avvenuti in molti paesi del nord Africa come il Marocco sul piano della donazione gratuita e volontaria.

3) La gestione della risorsa plasma

Il plasma è una risorsa decisiva per la collettività, e negli anni che verranno, com’è stato spesso specificato anche al seminario Fiods, la domanda sarà sempre in crescita. Lo testimoniano i trend in crescita costate per la richiesta di immunoglobuline, il prodotto driver, e albumina.

Il giro d’affari sul plasma crescerà fino a raggiungere e superare i 20 miliardi di dollari nel 2021, con la possibilità che una quantità di denaro così poderosa generi conflitti d’interesse complicati da capire e gestire.

In quest’ottica, molto importante è stato l’intervento di Paul Strengers, olandese, direttore dell’Ipfa (International Plasma Fractionation Association) nella seconda giornata di lavori del 28 ottobre: il plasma come risorsa strategica – ha spiegato Strengers – soffre di un grande problema di sbilanciamento, perché ben il 60% del plasma che oggi gira nel mondo è prodotto dagli Stati Uniti, che di contro possiedono il 5% della popolazione mondiale. Quasi un monopolio, criticabile non per motivi nazionalistici o economici (o non solo), ma perché una produzione così concentrata è molto delicata. Se il plasma dovesse diventare di colpo una risorsa non più garantita nell’offerta (è già successo negli anni 80 su scala globale con l’arrivo dell’Aids), non vi sarebbero strategie alternative per l’approvvigionamento. Basta pensare, come ha ricordato lo stesso Strengers, allo slogan America First usato da Donald Trump in campagna elettorale.

Va ricordato inoltre che gli Usa producono molto plasma perché lo raccolgono a pagamento in strutture private, saccheggiando le fasce della popolazione più deboli economicamente: e se questo sul piano della sicurezza della materia può anche non rappresentare un problema per i serratissimi controlli di laboratorio (maggiori dubbi semmai ricadono sulla salute di chi si sottopone a plasmaferesi troppo di frequente per crearsi reddito), crea sicuramente una forte contraddizione sul piano dei principi etici del dono in voga in Italia e in molti paesi del mondo, dove la donazione gratuita, responsabile, anonima, organizzata e associata non è minimamente messa in discussione (così come il ruolo delle associazioni), sebbene a livello di dibattito istituzionale globale il tema del pagamento sia stato introdotto come una delle tante possibilità per ovviare a eventuali carenze.

Le misure possibili per intervenire ci sono, a partire dalla necessità che la questione culturale su questi temi, già percepita e discussa a livello degli addetti ai lavori, sia trasmessa alla comunità; affinché anche quest’ultima, ci sembra di poterci augurare, passi a recitare un ruolo attivo nell’universo sangue, non solo come un serbatoio cui attingere, ma in modo che un buon livello di consapevolezza e responsabilità nell’approccio alla materia sangue, consenta di vivere sempre più la donazione come una scelta lucida e partecipata.

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Il sangue al centro del dibattito: tra organizzazione del sistema oggi e i donatori di domani

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È sempre bello parlare di momenti di discussione e confronto tra gli attori determinanti di un settore ancora troppo poco raccontato come il sistema trasfusionale, specie quando i confronti servono a migliorare l’efficienza complessiva; ma è ancora più bello, per ragioni intrinseche ed emotive, raccontare di attività sul campo e di iniziative concrete che servono a portare la cultura del dono tra i giovanissimi attraverso il lavoro sui contenuti.

L’opportunità rara di confrontarsi con queste esperienze così significative, lo offre il calendario, grazie a due eventi in rapida successione: oggi martedì 24 ottobre, e domani mercoledì 25 ottobre 2017, sono infatti in programma convegni cruciali e molto diversi tra loro.

Vediamo quali sono, in rigoroso ordine temporale.

Martedì 24 ottobre a Roma, grazie all’organizzazione del Centro Nazionale Sangue, presso l’aula A dell’Istituto Maxillo-facciale dell’Università Sapienza in Via Caserta si svolgerà il convegno “Trasporto delle unità di sangue intero, degli emocomponenti e dei campioni biologici dalle sedi di raccolta ai poli di lavorazione e qualificazione biologica”.

Un evento che vedrà impegnati, come da comunicato, “medici, biologi, tecnici sanitari di laboratorio biomedico ed infermieri trasfusionisti impiegati presso enti ed istituzioni sanitarie e di ricerca” su un tema cruciale per il sistema trasfusionale, come quello dei trasporti degli emocomponenti.

Un tema di natura sì molto tecnica ma che comprende anche la questione della sicurezza, e che è fondamentale anche come aggiornamento professionale per il personale medico. Normativa sui trasporti, impegno delle regioni, aspetti gestionali, la tracciabilità e trasporti a lunga distanza saranno le questioni di sistema all’ordine del giorno, da approfondire e sviscerare, a partire dall’apertura del direttore del Centro Nazionale Sangue Giancarlo Liumbruno, prevista per le 10.30.

Ecco in figura 1 la brochure dei lavori.

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Sempre a Roma, capitale indiscussa del sangue in questi giorni di fine ottobre, si svolgerà al mattino di mercoledì 25 la conferenza “Da 90 anni coloriamo la vita”, prevista alla Sala Comunicazione del MIUR a viale Trastevere 76.

L’incontro sarà una bellissima occasione per conoscere i due prossimi progetti di Avis in collaborazione con il mondo della scuola, ovvero il fumetto “Il colore della vita”, già presentato qualche giorno fa a Lucca Comics e dedicato all’amicizia tra Vittorio Formentano, fondatore di AVIS, e Giorgio Moscatelli, impegnato con lui alla guida dell’Associazione, e “Rosso Sorriso, il dono dei bambini”, un progetto multimediale realizzato da Avis in collaborazione con Rai Yo – Yo.

Presenti in sala: Roberto Dal Prà della Scuola Internazionale Comics, Claudia Firenze Segretario Generale AVIS, e Riccardo Mauri, dirigente AVIS e co-autore del fumetto per presentare “il colore della vita”.

Domenico Nisticò Responsabile Area Scuola di AVIS Nazionale, Maria Bollini vice-direttrice RAI Ragazzi, e Oreste Castagna, attore e autore televisivo, per raccontare al pubblico i dettagli di “Rosso Sorriso, il dono dei bambini”.

In figura 2, ecco la brochure della conferenza, che su Buonsangue seguiremo dal vivo.

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