Quanto costa (e quanto vale) il sistema sangue: se l’analisi economica si dimentica di occuparsi anche dei pazienti

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È del 25 aprile un lungo pezzo inchiesta a firma di Maria Sorbi, su Il Giornale, a proposito del sistema sangue italiano.

Per chi non avesse già avuto modo di leggerlo, eccolo qui nella sua versione integrale: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/quasi-mille-euro-litro-cos-funziona-lindustria-sangue-1389828.html.

Il pezzo ha una certa utilità per chi non è particolarmente pratico del funzionamento generale del sistema: spiega come si arriva da una sacca di sangue donata a una trasfusa, interroga alcune tra le massime autorità italiane in materia sangue come Giancarlo Liumbruno (presidente del Centro Nazionale Sangue) e Vincenzo Saturni (presidente Avis Nazionale), e accenna alle politiche di riorganizzazione logistica del settore nell’ottica della riduzione dei costi, con la futura chiusura dei centri trasfusionali più piccoli che non assicurano una raccolta significativa a vantaggio dei centri più grossi e performativi.

Tutte questioni ben riassunte per i profani ma assolutamente risapute per gli addetti ai lavori. Il focus principale dell’approfondimento è però, a tutti gli effetti, la questione economica.

Sempre e solo l’economia, sovrana assoluta anche in settori come la salute in cui la logica di bilancio non può e non dovrebbe essere predominante: leggendo, invece, veniamo a sapere quanto costa una trasfusione, chi viene pagato nella filiera, quanto valgono i rimborsi per le associazioni e, soprattutto, quanto costa ogni singolo emocomponente secondo il tariffario approvato dal Ministero della Sanità affinché sia regolato lo scambio interregionale dei prodotti secondo le esigenze individuali di ogni regione, in stile high-lights del tariffario ufficiale peraltro scaricabile sul sito di Avis, a questo link.

Sul discorso economico, va da sé, ben vengano trasparenza e informazione, ma forse sarebbe stato meglio evitare alcuni riferimenti ai “carati” o al nuovo “oro rosso”, che specie quando si riferisce al settore pubblico finiscono per essere facilmente fraintesi.

Sono gli sprechi e le cattive gestioni i punti da migliorare, e questo vale per tutti i settori e anche per i sistemi misti (se pensiamo al sistema sangue è d’attualità una situazione di stallo sul conto-lavorazione in Liguria che potrebbe per l’appunto generare sprechi evitabili). Anche perché, a ben vedere, il grande assente di questo approfondimento pubblicato da Il Giornale sembra essere l’attore principale, cioè chi del sangue ne ha bisogno per la propria salute: il paziente.

Sommando il biennio 2014-2015, dai dati del Centro Nazionale Sangue (Tab.6), ci sono state circa 6.200.000 unità trasfuse in assoluta sicurezza e con altissimi standard qualitativi. Un numero altissimo che testimonia che il sangue è vita, e che la vita non ha prezzo.

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Nuovo bando per il conto-lavoro del frazionamento del plasma Tocca al raggruppamento regionale guidato dall’Emilia Romagna

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Dopo il raggruppamento regionale che ha il Veneto come capofila, anche gli altri raggruppamenti del sistema sangue italiano procedono a bandire le nuove gare per il frazionamento del plasma raccolto sul territorio nazionale: è la volta dell’Emilia Romagna (capofila) assieme a Calabria, Puglia e Sicilia.

Entro dicembre il nuovo bando dovrà essere reso pubblico, così come si può leggere sul Sole24 Ore on-line che ha riportato la notizia (7 novembre).

http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/aziende-e-regioni/2016-11-07/plasmaderivati-gara-intercent-calabria-puglia-e-sicilia-120724.php?uuid=ADxQigqB&refresh_ce=1

Si tratta di una gara molto importante che riguarda un raggruppamento formato da regioni molto popolate: lo stesso Claudio Velati, presidente AVIS dell’Emilia Romagna e presidente del SIMTI, la Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia, da poco intervistato su buonsangue.net (qui l’intervista completa http://www.buonsangue.net/tag/claudio-velati/), ha infatti ribadito a proposito del nuovo bando che in ballo ci sono ben 200 mila kg di sangue. Ovvero un quarto della raccolta nazionale.

Velati, sul Sole24 Ore, ha anche spiegato che il modello del conto-lavorazione, nato e sviluppato in Italia, è guardato con grande interesse da tutto il mondo, e ha ribadito che se all’estero il donatore viene spesso pagato per la propria materia biologica, in Italia si punta a valorizzare al massimo il dono volontario e la raccolta gratuita.

Anche il sito della Regione Emilia Romagna ha pubblicato qualche giorno fa la notizia relativa al nuovo bando per il conto-lavorazione:

http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2016/novembre/Lavorazione-farmaci-plasmaderivati-accordo-Emilia-Romagna-con-Regioni-Calabria-Puglia-Sicilia

La gara, si legge nel comunicato, sarà espletata dall’Agenzia regionale Intercent-ER, un’agenzia molto esperta e già attiva in Emilia-Romagna, tanto da aver gestito per la regione contratti nell’ambito della sanità locale di oltre 5 miliardi di euro.

Come stabilito nei decreti ministeriali del 12 aprile 2012 e del 5 dicembre 2014, dunque raggruppamenti regionali sviluppano le proprie strategie personalizzate. Presto sarà il turno anche dei raggruppamenti guidati da Toscana e Lombardia.

Festival della Salute a Montecatini, i donatori alzano la voce: “Non ripetiamo gli errori del Veneto”

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Momento topico della seconda giornata del Festival della Salute a Montecatini, per quanto concerne il seminario sul Sistema Sangue, è stata la tavola rotonda dei raggruppamenti regionali. Con la voce dei donatori che si è fatta sentire senza lasciare spazio a troppe diplomazie. E dopo l’intervento dell’avvocato Toscano del giorno prima (ne abbiamo parlato ieri qui), estremamente critico sulla questione-Veneto, il quadro sembra essere sempre più chiaro.

Il confronto tra regioni è particolarmente importante nella stretta attualità, perché dopo la contestatissima gara del raggruppamento regionale che ha come capofila il Veneto (conclusasi con la vittoria dell’australiana CSL Behring e con ben 6 ricorsi che rischiano di pesare non poco sul normale svolgimento delle attività produttive), gli altri raggruppamenti devono accingersi a formulare le nuove gare per l’assegnazione del plasma in conto lavorazione.

Le questioni da dirimere sono molte, e sono tutte di grande importanza.

C’è attesa per il nuovo Piano Nazionale Plasma, di cui Giancarlo Liumbruno (direttore del Centro Nazionale Sangue) ha anticipato proprio a Montecatini alcuni principi generali. Ci sono dialoghi in corso con il Ministero della Sanità, affinché alle Regioni siano garantite le risorse necessarie per incrementare la raccolta di plasma, e soprattutto c’è la necessità di arrivare a criteri certi, corretti, vantaggiosi nel lungo periodo ed eticamente sostenibili per la formulazione dei nuovi bandi finalizzati al frazionamento industriale del plasma. Momento, questo, difficile e delicatissimo che necessiterà della collaborazione di tutte le parti in causa, ovvero delle cosiddette tre gambe del sistema trasfusionale: parte tecnica, parte amministrativa, e donatori volontari e associati.

L’esigenza di non ripetere gli errori commessi dal raggruppamento capeggiato dal Veneto, è stato uno dei punti di partenza assolutamente condivisi, specialmente dalle associazioni dei donatori, che chiedono di essere incluse nei processi decisionali. In fondo, del resto, proprio dal lavoro sul campo (con le relative conoscenze basate sull’esperienza diretta dell’attività trasfusionale quotidiana) possono arrivare suggerimenti importanti per il miglioramento dell’intero sistema.

Non è un caso, allora, che Emanuele Russo, presidente regionale della FIDAS Liguria, regione inserita nel raggruppamento che vede il Veneto come capofila), abbia criticato molto nettamente l’accordo con la Csl Behring, palesando perplessità totalmente condivise anche dalle altre associazioni, come per esempio AVIS. “Non abbiamo capito dove eravamo quando è andata in scena la gara del Veneto basata per il 90% su prezzo e 10% sulla qualità – ha detto Russo –  perché se si accettano accordi che prevedono che dal plasma si debbano estrarre soltanto tre prodotti, in qualche modo si finisce per penalizzare il dono. Un conto è estrarre dieci prodotti e un contro è estrarne tre. Nella gara NAIP ha avuto troppo peso la parte tecnica, mentre la terza gamba, la parte associativa, è stata trascurata. Ci sono moltissime cose di quel contratto che non ho capito, e quando ho chiesto spiegazioni non mi sono state date. Se vogliamo convincere il donatore a fare un passo in più in base ai criteri dell’appropriatezza (le donazioni dove, come e quando servono), non bisogna considerarlo una mucca com’è successo in Veneto, ma bisogna rispettarlo un po’ di più”.

L’intervento d Russo è stato molto sentito e apprezzato. Anche lo stesso Giancarlo Liumbruno ha auspicato che siano seguiti percorsi diversi per i bandi futuri che saranno formulati dalle altre aggregazioni, affinché si coinvolgano di più le indicazioni dei volontari e quelle del CNS, giacché anche per il CNS stesso, ha detto Liumbruno, ci sono cose del contratto NAIP che “non sono ancora chiare”.

Stesse perplessità arrivano da Claudio Velati (presidente SIMTI e direttore del Centro Regionale Sangue Emilia Romagna), “La nostra impostazione sarà completamente diversa e si baserà sulla massima valorizzazione di ciò che si può estrarre dal dono”, e da Giovanni Musso (vice presidente FIDAS), “bisogna tutelare il gesto della donazione in tutti i modi”.

 Quel che è successo in Veneto, in altre parole, è piaciuto davvero a pochi. Con buona pace del presidente regionale Zaia e dei suoi assessori con i loro proclami prontamente ripresi dai quotidiani locali, che hanno sventolato l’accordo come una svolta governativa all’insegna della buona amministrazione. Talmente “buona” che sarà interessante, a breve, andare a vedere i risultati prodotti effettivamente da questo “storico passaggio”.

 

Velati e il Sistema sangue: “L’apertura del mercato è positiva ma il modello italiano va salvaguardato”

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Oltre all’importanza e alla centralità dei temi riguardanti il sangue che sono stati approfonditi, il seminario FIODS del 24 settembre ha visto impegnati alcuni dei dirigenti principali del sistema sangue italiano e mondiale. C’erano ben 130 operatori internazionali in rappresentanza di 24 paesi.

Per noi di buonsangue.net l’occasione è stata propizia per ascoltare sui temi principali i principali esponenti italiani. Per esempio, la preziosa testimonianza di Claudio Velati, presidente AVIS dell’Emilia Romagna e presidente del SIMTI, la Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia. Ecco la sua posizione su questioni più generali come sicurezza e qualità del sistema trasfusionale italiano, e su temi di stringente attualità come il nuovo NAIP del raggruppamento capitanato dal Veneto, che come sappiamo ha generato ben sei ricorsi, prestando quindi il fianco a dubbi, critiche e opposizioni.

Dott. Velati, quali sono secondo lei i punti forti e quali invece gli aspetti su cui il Sistema sangue nazionale deve crescere e migliorare?

Siamo presenti in tutti gli ospedali e questo è certamente un punto di forza. Abbiamo un’organizzazione di rete molto vicina alle reali necessità dei pazienti, non soltanto teoriche ma soprattutto pratiche. Significa che la terapia trasfusionale viene fatta in linea con le necessità del paziente. Questo vuol dire essere di supporto anche alle altre discipline e integrarsi con i colleghi e riuscire a lavorare al meglio. Il punto debole è il rovescio della medaglia, nel senso che proprio perché siamo presenti negli ospedali, la tendenza è stata di fare tutte le attività trasfusionali con lo stesso criterio, cioè molto decentrate. Questo ha portato alcune difficoltà organizzative per tutte le attività produttive, quindi lavorazione del sangue, validazione, i test, eccetera. Che fatti in piccola dimensione in realtà non sono buoni dal punto di vista qualitativo anche se ormai tutto si svolge con procedure molto automatizzate. Diciamo che dal punto di vista delle economie di scala questo aspetto è perfettibile. Ed è quello che si sta facendo negli ultimi anni. Rispetto alla situazione internazionale il nostro grande vantaggio è proprio il radicamento ospedaliero.

Di recente c’è stato il caso del raggruppamento generale capitanato dal Veneto: le multinazionale estere sono entrate a tutti gli effetti a operare nel sistema sangue nazionale. Secondo lei è un bene o è un male? Quali sono i pro e i contro?

Noi usciamo da un periodo nel quale in effetti c’era un monopolio in Italia, una multinazionale italiana (la toscana Kedrion, ndb), con la quale abbiamo creato un modello assolutamente buono che viene guardato dall’estero con interesse, che è il conto lavorazione. Diamo il plasma dei donatori, l’azienda lo lavora, noi paghiamo, e l’azienda restituisce a noi, cioè alle regioni, i prodotti lavorati. Un modello molto efficiente e virtuoso che vorremmo mantenere. È chiaro che oggi il discorso del monopolio non ha più senso e ci sono leggi che lo proibiscono. La competizione è positiva, ma di certo questa è una fase di transizione importante per riflettere sulle cose da migliorare, ma soprattutto non bisogna perdere le cose fatte bene fino ad ora. Il Veneto ha fatto questo bando che alla fine ha prodotto ben 6 ricorsi, per cui adesso dovremmo aspettare i tempi lunghi di questi ricorsi. Ora con gli altri raggruppamenti stiamo lavorando: Emilia Romagna, Toscana e Lombardia sono le ragioni di riferimento. Con loro proveremo a essere ben coordinati.

Il sistema del sangue può essere coordinato su scala europea, oppure è meglio lavorare ancora per ottimizzare i sistemi nazionali?

L’argomento del sangue è da sempre di fortissimo interesse europeo. Ci sono direttive ormai consolidate che sono state recepite in Italia e con provvedimenti legislativi espressi dalla UE. L’Europa è molto attenta alle garanzie di sicurezza, perché la logica è che il cittadino europeo debba essere trattato in maniera omogenea su tutto il territorio dell’Unione. Sulla materia del sangue, per tutte le implicazione passate (si pensi ai guai successi in Francia negli anni 80), c’è sempre stata una forte integrazione sull’obiettivo della sicurezza.

Che voto darebbe, in una scala da 1 (minimo) a 5 (massimo) al livello di qualità e sicurezza del sistema sangue italiano?

Sicuramente 5. Sono convinto che il nostro sistema sia davvero molto buono.