Plasma anti-covid: dopo l’infelice uscita di Ricciardi, è opportuno ascoltare Briola (Avis) e Liumbruno (Cns)

Ricciardi

Ieri su Buonsangue abbiamo riportato le dichiarazioni – per noi alquanto superficiali – che Walter Ricciardi membro dell’esecutivo dell’Oms e consulente del ministero della Salute, ha rilasciato a PresaDiretta a proposito della terapia anti – Covid 19 attualmente in studio negli ospedali lombardi, e basata sulle proprietà del plasma dei pazienti guariti e presumibilmente ricco di anticorpi: “I plasmaderivati sono qualcosa che poi in passato ha riservato delle brutte sorprese”, si è lasciato sfuggire Ricciardi, mettendo a rischio tanti anni di informazione sui grandi passi avanti negli ultimi decenni sul piano della sicurezza trasfusionale.

Con puntualità, ci è arrivata la precisazione di Gianpietro Briola, presidente nazionale Avis, da noi intervistato sulla situazione del sistema sangue in piena emergenza Coronavirus solo pochi giorni fa, il 23 marzo. Ecco le parole di Briola. “Il plasma raccolto, così come il sangue e tutti gli emocomponenti, vengono sottoposti a rigidi controlli che rispettano i più elevati standard di qualità e sicurezza. Per questo, non ci sono rischi derivanti dalla loro somministrazione ai pazienti. Il prof. Ricciardi si riferisce ad un’epoca passata nella quale non vi erano test per le malattie trasmissibili e non vi erano tecnologie adeguata all’inattivazione virale del plasma.  Per quanto riguarda, invece, la possibilità di curare le persone affette da Coronavirus con il plasma di individui guariti, si tratta al momento di terapie sperimentali e bisogna, quindi, procedere con cautela prima di poter affermare con certezza la loro assoluta e comprovata validità. Diamo il tempo a ricercatori, clinici e scienziati di compiere gli studi necessari per arrivare ad una strategia e possibilità terapeutica certa”.

Sullo stesso tema, sempre Avis, peraltro, già il 19 febbraio aveva pubblicato un’intervista a Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue, che spiega in modo chiaro e pertinente le ragioni per cui il protocollo di studi sul plasma avrà bisogno di essere testato.  Ecco il passaggio in questione: “Seppur già sperimentata nel 2016 per debellare Ebola, questa tecnica non deve però disorientare. Come ha spiegato il direttore del Centro nazionale sangue, Giancarlo Liumbruno, «si tratta di terapie empiriche che ogni tanto vengono riproposte non tanto a livello sperimentale, ma proprio perché non si sa bene in quale direzione muoversi». Quello su cui punta l’attenzione Liumbruno è l’impossibilità di considerare definitivo un intervento simile: «Le limitazioni sono molte ed è anche piuttosto scarsa l’evidenza dei risultati. È vero che i pazienti guariti, in questo caso da Coronavirus, hanno sviluppato anticorpi specifici, ma è altrettanto vero che il loro plasma potrebbe riportare valori non proprio ottimali per una somministrazione, motivo per cui non si può considerare come una terapia efficace per qualsiasi tipo di infezione».

Un peso specifico diverso, con concetti che non rimandano a ragioni irrealistiche o a periodi culturalmente superati, ma indicano criticità concrete di valore medico-scientifico. In pieno rispetto del pubblico e della verità.

Il sangue manca nonostante gli appelli, bisogna ribadire con forza che donare non è un’azione a rischio

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Purtroppo, nonostante gli appelli della settimana scorsa, a proposito dei quali cui su Buonsangue abbiamo provato a dare tutte le informazioni, già da venerdì 6 marzo dal Centro nazionale sangue e dalle principali associazioni italiane riunite in CIVIS sono arrivate notizie non positive sull’effettiva normalità della raccolta sangue.

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Fig. 1

Il calo generalizzato in tutto il paese, lo ripetiamo, non è assolutamente motivato: le donazioni sono sicure ed è sufficiente per i donatori che avvertano qualche sintomo influenzale praticare lo stop precauzionale di 2 settimane, ma non ci sono assolutamente controindicazioni per la salute nell’andare a donare. Va ribadito con tutta l’energia.

L’assenza di sangue nel sistema trasfusionale, come ben sa chi legge Buonsangue, può creare enormi problemi per la cura di molte categorie di pazienti il cui accesso agli emocomponenti può essere vitale, ovvero può realmente fare la differenza tra la vita e la morte.  Interrompere le normali abitudini di dono per colpa di una paura irrazionale nel compiere un gesto assolutamente sicuro può avere quindi conseguenze davvero negative.

Il calo è generalizzato in tutta Italia, ma come spesso accade sono le regioni del sud a entrare prima delle altre in stato di emergenza, ed ecco alcune notizie delle ultime ore.

In Sicilia, per esempio, Avis invita a donare a Marsala, ricordando a tutti che la situazione in regione non è ottimale

In Puglia, specie dopo i rientri dal nord del fine settimana e le parole del governatore Michele Emiliano, la sanità si prepara a uno sforzo maggiore e le donazioni di sangue saranno assicurate regolarmente, nel tentativo di prevenire carenze, mentre saranno sospese tutte le attività non urgenti.

In Basilicata la richiesta di Avis Regionale è quella di implementare le raccolte, proprio per non mettere a rischio le attività che dipendono dal dono, mentre dalla Campania, infine, il coordinatore provinciale di Italia Viva a Napoli, Barbara Preziosi, chiede di rinunciare ai pregiudizi e non evitare i centri trasfusionali, affinché sia evitata una carenza sangue ancora più grave di quella che già si sta registrando.

La speranza è che fin dalla giornata di oggi, l’afflusso dei donatori possa crescere.

 

 

I primi dati sulla raccolta plasma del 2020: durante l’ultimo gennaio crescita dello 0,7% rispetto al 2019

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Inizia l’ultima stagione che seguirà la programmazione stabilita nel Piano nazionale plasma 2016-2020, e l’obiettivo del sistema trasfusionale italiano in termini di raccolta plasma da conferire alle industrie per il frazionamento e la produzione di farmaci plasmaderivati è sempre lo stesso: migliorare, avvicinarsi il più possibile a un livello di autosufficienza e promuovere una crescita chirurgica soprattutto nelle regioni storicamente meno performative, in modo da poter gestire un flusso di raccolta ben armonizzato sul territorio.

Come abbiamo visto di recente attraverso l’analisi di Buonsangue, il 2019 si è concluso con una crescita nazionale nella raccolta dell’1,4% sul 2018, e con la maggior parte delle regioni italiane in grado di migliorare il dato della stagione precedente. Ma cosa è successo in questo inizio di 2020, anno che, lo ricordiamo ancora, vedrà l’organizzazione italiana per l’attesissima Giornata mondiale del donatore di sangue che cade come sempre il 14 giugno?

L’inizio, lo diciamo subito, è stato positivo.

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Fig.1

In assoluto, su scala nazionale, la raccolta di gennaio 2020 (Fig.1) è cresciuta dello 0,7% rispetto all’identico periodo del 2019. Scendendo nel dettaglio delle regioni, invece, in positivo si fanno notare le performance delle regioni del sud come Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, tutte in crescita, e delle regioni più popolate al nord come Lombardia e Piemonte. Bene anche la Liguria, e al centro Abruzzo e Molise. Meno buoni i dati di raccolta in regioni storicamente difficili come Lazio e Sardegna, e quelli della Toscana. Ma ci sarà tempo per recuperare.

In figura 2, invece, possiamo controllare i dati regionali in chilogrammi, e notare, per esempio, come la Lombardia rappresenti sempre la regione guida sul territorio nazionale superando nettamente i 10 mila chilogrammi di raccolta in un mese.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018 (4)

Fig. 2

Se l’inizio è dunque incoraggiante, le premesse per l’ennesima stagione positiva sul piano dei risultati sul plasma ci sono tutte, a patto di non mollare la presa. Campagne, sensibilizzazione, supporto dei media, programmazione saranno tutti aspetti decisivi per compiere altri passi importanti verso quell’autosufficienza dal mercato che si pone sempre più come obiettivo strategico per qualsiasi nazione moderna.

 

Ecco i dati completi sulla raccolta plasma nel 2019. Una stagione positiva che consente di proseguire il cammino verso l’autosufficienza

 

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Il Centro nazionale sangue ha divulgato i dati definitivi sulla raccolta plasma del 2019, dati che consentono di capire se gli obiettivi del Piano nazionale plasma per l’anno in corso sono stati effettivamente raggiunti oppure no. Noi su Buonsangue abbiamo seguito l’andamento della raccolta mese per mese raccontando tutti i momenti, quelli di crescita e quelli più complessi nei periodi storicamente difficili, e continueremo a farlo.

A livello nazionale, per quel che riguarda la quantità di plasma raccolta e inviata alle industrie convenzionate per la produzione di farmaci plasmaderivati, nel 2019 la raccolta è cresciuta dell’1,4% rispetto al 2018, e come si può vedere in figura 1 la maggior parte delle regioni ha vissuto un’annata positiva ed è riuscita ad accrescere le proprie quantità. Notevoli i miglioramenti in Molise (+8,3%), in Emilia Romagna (+5%), Umbria (+ 4,1), Friuli Venezia Giulia (+6,3%) e Calabria (+3,3%). Soltanto Valle d’Aosta (-6,9%), Lombardia (-0,7%), Marche (-1,6%) e Sicilia (-1,3%) hanno peggiorato la raccolta rispetto all’annata 2018.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018

Fig. 1

E se in figura 2 tabella 3 si possono analizzare questi stessi dati tradotti in chilogrammi fotografando a pieno quanta percentuale dell’obiettivo prefissato sia stata raggiunta, in figura 3 è possibile constatare quanto sia cresciuta la raccolta del plasma da destinare al frazionamento negli ultimi 19 anni, dal 2000 al 2019. Il fatto altamente positivo è che in generale si è passati dai 462 mila chili circa conferiti nel 2000, agli 856 mila di quest’anno, e che solo tra il 2013 e il 2014 c’è stata un’interruzione della crescita.

Un lavoro costante e ben organizzato che dovrà continuare nei prossimi anni, verso un livello di raccolta il più vicino possibile a quello dell’autosufficienza, che, ricordiamo, non è solo un numero. Ma un fatto concreto che incide fortemente sulla vita di tutti i pazienti.

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Fig. 2

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Fig. 3

Il Coronavirus minaccia l’Europa, ecco le misure italiane per donatori utili a evitare i contagi

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La minaccia del Coronavirus è già transitata sui mezzi di comunicazione di massa saltellando tra informazione e allarmismi. Ieri, per esempio, sul Fatto Quotidiano è arrivata l’informativa sul primo volo atterrato a Fiumicino dalla città di Wuhan, epicentro del virus: nell’aeroporto romano scanner speciali hanno vagliato la temperatura corporea dei passeggeri in arrivo, e nessun caso è risultato sospetto.
Cosa sono i Coronavirus? Appartengono a una famiglia di virus che possono trasmettere diversi tipi di malattie, dal raffreddore comune a malattie complicate da affrontare come MERS (o Sindrome respiratoria mediorientale da Coronavirus) o SARS (Sindrome acuta respiratoria grave). Quando si parla di nuovo Coronavirus si intende un ceppo prima d’ora mai entrato in contatto con gli esseri umani.

Secondo gli scienziati, l’origine dei virus del nostro tempo sarebbe quasi sempre l’asia per colpa dei mercati, i cosiddetti “wet markets”, mercati bagnati dove gli animali vengono macellati vivi, mentre i liquidi biologici si mischiano e vengono “lavati” via con l’acqua. Nel caso del Coronavirus una delle ipotesi più accreditate è che l’origine siano i pipistrelli, ma che la trasmissione all’uomo dipenda dai serpenti.

E mentre nelle principali città cinesi per evitare il contagio collettivo vengono smantellati i festeggiamenti per il tradizionale Capodanno, in Italia il Ministero della Salute e il Centro nazionale sangue hanno già diffuso il comunicato con le misure preventive anti epidemia.

Ecco il comunicato, pubblicato sul portale DonaIlsangue:

“Sono attive le misure speciali di prevenzione per scongiurare la diffusione trasfusionale del nuovo Coronavirus individuato nella provincia di Hubei, in Cina, e responsabile di una serie di casi di polmonite. La Circolare inviata dal Centro Nazionale Sangue a tutte le strutture di raccolta locali e alle associazioni di donatori arriva a seguito della segnalazione, il cosiddetto Rapid Risk Assessment, dell’ECDC, lo European Centre Disease and Control, delle informazioni fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che sta monitorando sul campo la situazione, e delle indicazioni della Direzione Generale per la salute e la qualità del Cibo – DG Santé della Commissione Europea.  

Le raccomandazioni in questione arrivano anche se ad oggi non sono state documentate trasmissioni del virus denominato 2019-nCoV mediante la trasfusione di emocomponenti labili e il rischio di trasmissione trasfusionale non sia attualmente noto. Si tratta di semplici misure di sicurezza messe in atto ogni volta che il focolaio di una malattia potenzialmente pericolosa viene individuato.

Ma quali sono le misure attivate in Italia?

  1. Sospensione dalla donazione di 21 giorni dal rientro per tutti i donatori che abbiano soggiornato nell’area interessata
  2. Sospensione di 28 giorni dalla donazione a partire dalla risoluzione dei sintomi o dalla fine dell’eventuale terapia in caso di anamnesi positiva, ovvero in caso si riscontri una sintomatologia compatibile con quella del virus.

Insomma: il dono del sangue e l’attività trasfusionale purtroppo sono sempre interessate ai queste notizie, ed ecco perché è molto importante che le istituzioni, e in particolar modo il corpo medico, possa entrare in possesso di tutte le informazioni su sintomi compatibili con quelli del Coronavirus, grazie all’aiuto dei donatori di sangue, tenuti dunque a informare il medico responsabile del processo di donazione su tutti i propri viaggi. Solo così è possibile evitare la diffusione dei virus, in un mondo in cui l’enorme massa di spostamenti quotidiani è tale da creare spirali assolutamente imprevedibili e incontrollabili.

Raccolta plasma, ottobre positivo. Confermato il trend positivo, ora continuità fine a fine anno per raggiungere gli obiettivi 2019

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Il rientro dalle vacanze estive, sul piano della raccolta plasma, è sempre un momento decisivo. Dopo il calo endemico di agosto parte l’ultimo terzo dell’anno, in cui è fondamentale il lavoro capillare per arrivare a raggiungere gli obiettivi prefissati dal Piano nazionale plasma. Così, dopo lo scorso settembre davvero positivo che aveva fatto registrare un crescita sullo stesso periodo del 2018 del 7,3%, un dato davvero molto importante, anche ottobre fa registrare un lusinghiero +4,9% sullo stesso mese di riferimento del 2018, come si vede in figura 1. Significa che il sistema funziona e che probabilmente si riuscirà a stare nei programmi.

Entrando nel dettaglio, positive le performance in alcune regioni del sud, come la Sicilia (+ 45,5%) e la Calabria (+34,3%), ma molto bene anche la raccolta in regioni importanti e molto popolari come Toscana (+11,6%), Piemonte (+17,2%) ed Emilia Romagna (+17%). In recupero la Lombardia che non aveva iniziato bene l’anno: a ottobre crescita dell’1,4% rispetto a ottobre 2018.

Purtroppo, invece, non buone le performance in alcune regioni storicamente poco solide nella raccolta, come Lazio (- 20%) e Campania (-16,4%). Stesso discorso per la Sardegna, che cala del – 41,6% pur avendo necessità interne particolari.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018

Fig. 1

In figura 2, invece, tabella 3, ecco i dati sulla raccolta complessiva in chilogrammi, gennaio – ottobre 2019 vs gennaio – ottobre 2018. Il dato complessivo, soddisfacente, vede circa 17 mila kg in più, con buone performance annuali complessive in Campania, nonostante l’ottobre negativo, in Sicilia, in Puglia e in Emilia Romagna. Buono il recupero della Lombardia, mentre nessuna regione è sotto la raccolta dello scorso anno in modo particolarmente significativo. Un buon segnale anche questo.

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Fig. 2

Il trend, dunque, lascia ben sperare per il futuro, a patto di continuare su questa strada e di consolidare il lavoro di comunicazione e informazione sul dono del plasma e sulle virtù della plasmaferesi. Da quel che sappiamo, è proprio ciò che sta accadendo, come dimostra la campagna Avis 2019-20 di cui parleremo nei prossimi giorni.

Il West Nile Virus spesso occupa la scena ma attenzione anche alla malaria, specie dopo alcuni casi autoctoni nella vicina Grecia

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Nei media l’attenzione se la prende soprattutto il West Nile Virus. Ha un nome esotico, colpisce in modo più subdolo e frequente, si diffonde più facilmente, e nella stragrande maggioranza dei casi provoca un’influenza debilitante ma passeggera. Eppure esiste un’altra malattia infettiva che si trasmette a causa delle zanzare, su cui il Centro nazionale sangue, con le istituzioni preposte, opera una monitoraggio costante: si tratta della malaria.

La malaria, quando colpisce l’uomo, è una malattia molto pericolosa che può anche provocare la morte, ed è generata da protozoi parassiti trasmessi da zanzare femmine infette, del genere “anofele” (Anopheles), ovvero un insetto molesto che colpisce soprattutto al tramonto e nelle ore notturne nei cosiddetti paesi endemici, ovvero in Africa, nel Sud est Asiatico, in Asia centrale, talvolta in Medio Oriente e in America centrale. In altre parole nelle zone tropicali e subtropicali.

Per l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la malaria è “una malattia seria, prevenibile e curabile se diagnosticata tempestivamente e trattata con farmaci adeguati”, quindi la monitorizzazione continua è molto importante. I casi in Italia sono legati nella stragrande maggioranza al turismo nelle zone sopra indicate come endemiche, ma l’ultimo comunicato in merito che risale a qualche giorno fa, al 14 novembre, testimonia di alcuni casi in Grecia che meritano attenzione, anche perché sono autoctoni.

Riguardano, nel dettaglio, le municipalità di Tychero e Feres, nella provincia di Evros, e la municipalità di Echedoros in provincia di Salonicco. Perché è importante segnalarli? Naturalmente, la vicinanza della Grecia, la frequenza degli spostamenti di persone tra Grecia e Italia, sono fattori che spingono ad accrescere la sorveglianza ematologica, con le seguenti raccomandazioni per i donatori di sangue:

1) effettuazione di un’adeguata sorveglianza anamnestica dei donatori che hanno viaggiato nelle aree interessate;

2) sospensione di 6 mesi per chi ha soggiornato nelle aree interessate e non ha manifestato sintomi febbrili, con riammissione dopo esito negativo la test;

3) sensibilizzazione dei donatori nel segnalare eventuali sintomi febbrili di non facile identificazione o sintomatologie compatibili con la malaria;

Il comunicato completo si può consultare a questo link del Centro nazionale sangue, che costantemente, come sappiamo, offre ai cittadini le informazioni anche su altre malattie minacciose, come Dengue, Chikungunya, e Zika Virus.

Ridurre l’intervallo di tempo tra donazioni? Uno studio inglese indica pro e contro, ma dal Centro nazionale sangue arriva il “no” per il nostro paese

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L’aumento della raccolta sangue è un obiettivo costante del sistema trasfusionale, specie in ottica di un ricambio generazionale che appare sempre più necessario. Campagne, politiche sul piano nazionale e locale, investimenti nella formazione dei giovani da parte delle realtà associative, puntano proprio a garantire un roseo futuro a medio e a lungo termine ai pazienti che avranno bisogno di sangue, plasma e terapie trasfusionali, attraverso la conferma di quei livelli di autosufficienza che oggi, almeno per il sangue intero, nel nostro paese sono già stati raggiunti.

Nel resto d’Europa e del mondo tuttavia, dove la donazione non sempre può contare su una stratificazione di valori etici che trova le sue fondamenta associative in quasi 100 anni di storia, e su una volontà di perseguire qualità e sicurezza nel servizio ormai da diversi decenni, si pensa a come ovviare alle eventuali carenze. E così dall’Inghilterra, e in particolare dall’università di Cambridge, è arrivato lo studio INTERVAL, condotto per quattro anni da un ‘equipe di studiosi su circa 40 mila donatori poi ridotti a 20 mila nel secondo biennio, allo scopo di indagare la possibilità di ridurre l’intervallo minimo tra donazioni per ciascuno donatore; intervallo minimo che, lo ricordiamo, a oggi per legge è di 90 giorni per gli uomini e 180 per le donne.

Il tema non è banale, perché spesso e volentieri sono gli stessi donatori ad avere dubbi su questi margini temporali, visto che si sentono bene e ritengono di poter donare prima dei limiti prestabiliti, proprio come ha spiegato Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue, in un intervento breve ma molto preciso sul sito dell’Agenzia giornalistica italiana.

Ma quali sono i risultati di questi studi, che sono stati appena pubblicati sulla rivista di settore Lancet Haematology?

I partecipanti uomini hanno sostenuto donazioni a intervalli di 12, 10 oppure 8 settimane, mentre le donne hanno intensificato le chiamate ogni 16, 12 oppure 10 settimane, e al termine dei 4 anni la raccolta complessiva è cresciuta dell’11% negli uomini e del 6% nelle donne. Tutto positivo quindi? Nient’affatto. La maggior frequenza ha portato anche effetti negativi. “Questi risultati – segnala infatti l’equipe di studio – suggeriscono che i centri di raccolta del sangue possono in sicurezza usare intervalli di donazione più brevi per affrontare carenze, ad esempio in periodi di domanda elevata. Tuttavia, lo studio mostra che l’aumento della frequenza fa sì che ci siano più sospensioni temporanee dei donatori per emoglobina bassa e che si abbassino il tasso di emoglobina e di ferritina medi, oltre a far aumentare il numero di sintomi riconducibili alla donazione soprattutto negli uomini”.

Liumbruno, per l’Italia non vede di buon occhio questa riduzione, e noi siamo con lui. Se le conseguenze negative, accettabili, del restringimento dell’intervallo tra donazioni, possono essere accettate come rischio in luoghi in cui la raccolta sangue è più problematica, in Italia i numeri e le statistiche richiedono altre strategie. E in particolare, come si accennava all’inizio, favorire il ricambio generazionale che è il vero obiettivo principale a medio e lungo termine del sistema sangue, e rafforzare la crescita delle donazioni in plasmaferesi. L’autosufficienza sul piano della raccolta plasma al fine di produrre plasmaderivati e farmaci salvavita, decisivi per le sorti dei pazienti, è infatti ancora lontana, e troppo spesso anche tra i donatori la plasmaferesi è considerata una donazione meno necessaria, oltre che più macchinosa e lunga. Cambiare tale percezione, e far capire l’importanza della raccolta plasma anche a dispetto di una donazione logisticamente più impegnativa, è la vera sfida culturale dei prossimi anni.

Il World Blood Donor Day 2020 organizzato dall’Italia? Aperto agli sponsor, un’idea interessante con delle zone d’ombra

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Il prossimo World Blood Donor Day, in programma il 14 giugno 2020, sarà organizzato dall’Italia, e come annunciato durante lo scorso convengo internazionale Fiods svoltosi a Roma lo scorso 25 ottobre, i grandi preparativi sono già in corso. Con una novità: il Centro nazionale sangue, con un comunicato stampa pubblicato sul sito, ha annunciato che per raccogliere fondi da mettere a disposizione degli eventi, ha creato un bando per accogliere sponsorizzazioni da parte di imprese interessate.

Nel nostro tempo creare sinergie tra le attività no profit e il mondo delle imprese a vocazione commerciale, è una strada ancora poco battuta, per quanto necessaria. Nel grande flusso mediatico che ogni giorno mischia notizie ed eventi locali, nazionali o globali,, non sono molti gli eventi di portata internazionale come Il World Blood Donor Day, che per l’appunto si celebra ogni anno il 14 giugno, eventi che dunque vantano un grande potenziale sul piano della comunicazione, della visibilità che convogliano, che si tratti di pubblicità sui media tradizionali come televisione, radio o giornali, o che si tratti di condivisioni sponsorizzate e spontanee sui social media. Poggiarsi sul desiderio di partecipazione degli utenti non è semplice, ma i grandi momenti che riportano a senso di solidarietà e alle buone azioni ci riescono quasi sempre.

Temi come il dono del sangue, o come la battaglia delle grandi istituzioni o dei medici per il miglioramento delle condizioni di salute medie in tutte le zone del mondo, dalle più sviluppate alle più povere, sono molto sentiti da enormi porzioni di pubblico, che anche per pochi minuti non si lasciano scappare l’occasione di interessarsi, commentare e informarsi su chi contribuisce materialmente a generare progressi. Per questo investire i soldi già stanziati nei budget di comunicazione in progetti di ispirazione sociale non può che trasformarsi in un importante ritorno in termine di visibilità e reputazione per ogni singolo marchio.

II bando stilato dal centro nazionale sangue, apre a collaborazioni sia di natura finanziaria che tecnica, “che prevedano cioè l’erogazione diretta di servizi o la fornitura di beni, oppure sponsorizzazioni miste, che prevedano entrambe le forme”.

Ecco la griglia alla quale potranno accedere le aziende interessate che vorranno candidarsi, con un impegno differente in base alla tipologia di sponsorizzazione:

– Platinum Sponsor, qualora garantiscano un finanziamento o un cambio merce superiore ai 40.000 €;

– Golden Sponsor, qualora garantiscano un finanziamento o un cambio merce tra i 20.000 e 40.000 €;

– Silver Sponsor, qualora garantiscano un finanziamento o un cambio merce tra i 10.000 e 20.000 €;

– Media Partner, qualora garantiscano visibilità all’evento sui canali e mezzi del candidato.

L’occasione è dunque ghiotta, e le possibilità di incidere sono pensate su misure diversa rispetto alle capacità di ogni singola impresa.

E le controindicazioni? Come sempre, quando si apre a commistioni di natura commerciale, il rischio è lo spostamento dei confini, e alla lunga la possibilità di ingerenze. Anche se i principi di questo bando sono chiari, il giorno in cui la sponsorizzazione di eventi come il WBDD sarà diventata prassi abitudinaria potrebbe risultare difficile gestire le ingerenze e il desiderio di influenza di finanziatori molto munifici, nel medio o nel lungo periodo, specie se le cifre stanziate proverranno da aziende molto vicine al settore medico o al sistema trasfusionale.

Ci auguriamo quindi di vedere un manifesto di presentazione del World Blood Donor Day pieno di loghi, a riprova di un desiderio di partecipazione alla battaglia dell’autosufficienza non solo da parte degli individui, ma con le aziende in primissima linea e pronte a restituire alla cittadinanza parte di quel valore aggiunto che per i gruppi è arrivato dal mercato globalizzato e dalle politiche liberiste. E al contempo ci auguriamo una cesura netta, nel presente e nel futuro, tra i benefici in visibilità che gli investitori potranno legittimamente ottenere, e gli spazi d’influenza di parte che il denaro porta spesso con sé.

Il dono “non remunerato” una nozione che può essere equivocata. E la commissione internazionale che ne ha chiarito i confini

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Come abbiamo scritto nel nostro resoconto completo dello scorso 28 ottobre, uno dei momenti più sostanziali dell’importante convegno Fiods svoltosi a Roma venerdì 25 ottobre è stato il dibattito sulle tipologie di donazione, e sull’ambiguità della definizione “donazione non remunerata”.

Sappiamo bene che in Italia la cultura associativa in voga da ormai moltissimi anni, e la particolare situazione interna grazie a cui il 78% dei donatori italiani sono periodici e più del 90% sono associati garantisce una condivisione totale dei principi etici sulla donazione, che è contemplata soltanto come donazione gratuita, anonima, volontaria, associata e organizzata. Ma sappiamo anche che a livello internazionale non sempre e così. In America per esempio, come chi legge il blog sa molto bene, la raccolta plasma a pagamento è una pratica molto utilizzata, tanto che il New York Times vi ha dedicato una lunga inchiesta che abbiamo analizzato e sviscerato a fondo.

Ma è proprio sulla definizione di “donazione non remunerata” utilizzata anche dalla World Healt Organization che è necessario soffermarsi, perché naturalmente si tratta di una definizione non immune ad alcune interpretazioni ambigue che sono oggetto di dibattito internazionale. Come hanno spesso ricordato nel corso di questi anni gli ambienti associativi, o molte autorità del sistema sangue italiano come Giancarlo Liumbruno direttore del Centro nazionale sangue, Maria Rita Tamburrini o Claudio Velati, ormai le voci dissonanti sul concetto di donazione etica completamente gratuita hanno guadagnato spazio in modo più aggressivo, e provano a interpretare gli eventuali punti deboli del sistema basato sulla non remunerazione come spazi per insinuare la dicotomia tra disponibilità di sangue e maggior sicurezza, insistendo sul fatto che se portare i donatori nei centri trasfusionali dovesse risultare in futuro sempre più difficile, allora evitare la donazione a pagamento potrebbe risultare difficile, con in gioco la tutela dei pazienti.

Come già accennato, inoltre, sotto osservazione è il concetto di donazione “non remunerata”, un’espressione che lascia intendere la possibilità che ai donatori venga concesso almeno un rimborso o qualche altro riconoscimento in valore. Al convengo di Roma è stata nominata, per esempio, la giornata di lavoro retribuita in caso di riposo quando si va a donare, che in Italia è legge, un diritto al quale i donatori italiani – ha specificato Giancarlo Liumbruno ­– hanno praticamente rinunciato da tempo, perché vanno a donare in massa nei giorni di festa. La posizione delle istituzioni, che si tratti di associazioni di donatori o di professionisti, insomma, rimane molto netta: nessuna apertura a forme di rimborso, a remunerazioni mascherate, o a premi, anche perché ogni breccia alla gratuità significherebbe iniziare un cammino pieno di insidie.

Per definire meglio la donazione “non remunerata” le istituzioni internazionali hanno però istituito una commissione, che a partire dall’articolo 21 della Convezione di Oviedo per la protezione dei Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazioni della biologia e della medicina, aveva il compito di ampliare e definire più nel dettaglio il senso della “non remunerazione”.

Il lavoro della commissione, nella quale per l’Italia era designato Carlo Petrini dell’Istituto superiore di sanità, ha generato alcuni punti chiave per dare le linee guida.

Eccoli qui:

  1. La donazione del sangue deve essere volontaria e non deve essere accompagnata da nessuna forma di pagamento. La nozione di “non remunerazione” non esclude la possibilità di elargire legittimi rimborsi ai donatori. Occorre stabilire un preciso confine tra legittime forme di rimborso (per spese sostenute o per mancati guadagni) per i donatori e qualsiasi beneficio (non solo finanziario) associato alla donazione. Il rimborso deve essere rigorosamente limitato ai costi sostenuti o ai mancati guadagni direttamente associati alla donazione. Non si deve escludere la possibilità di indennizzo per eventuali danni attribuibili alla donazione.
  1. Non sono ammissibili, in nessuna forma, compensi per “inconveniences” correlate alla donazione. La nozione di “inconveniences” potrebbe mascherare un reclutamento di volontari in caso di carenze e di conseguenza uno sfruttamento di gruppi vulnerabili.
  1. Eventuali ricompense non devono mascherare forme di pagamento. Pertanto non devono avere valore monetario e non devono essere trasferibili ad altre persone.
  1. Agevolazioni (commerciali, tariffarie, culturali, ricreative, sportive, turistiche, sanitarie) elargite in connessione all’attività della donazione sono incompatibili con i criteri di gratuità e assenza di profitto. Premi e riconoscimenti associativi per i volontari al fine di rafforzarne il legame associativo e di riconoscere l’impegno teso alla realizzazione degli obiettivi sono ammissibili purché di valore modico e non connessi in alcun modo a un singolo atto di donazione.

 

I confini, pertanto, sono abbastanza netti. E come hanno specificato i molti rappresentati del sistema trasfusionale italiano presenti a Roma, dovranno essere rispettati. L’approccio in questo caso è tutto: è sbagliato pensare che disponibilità e sicurezza (valore quest’ultimo garantito dalla donazione gratuita, periodica e volontaria) siano obiettivi alternativi. La sfida per il futuro semmai sarà di ottenerli insieme attraverso lavoro, sensibilizzazione e impegno condiviso.