“La trasfusione è un farmaco”. Gli specialisti dell’AMCLI (Associazione Microbiologi Clinici Italiani) ribadiscono che la sicurezza è un valore fondamentale del sistema sangue

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Il tema della sicurezza nelle trasfusioni di sangue, e di conseguenza durante le donazioni, comprende anche un punto di osservazione di cui si parla poco ma che certamente non è di scarsa rilevanza: si tratta del campo d’azione dei medici microbiologi trasfusionisti, organizzati nell’AMCLI (Associazione Microbiologi Clinici Italiani) e dal 10 al 13 novembre 2018 riuniti in convegno nazionale a Rimini, per discutere di un argomento attualmente al centro dell’attenzione di molte categorie di professionisti: le malattie emergenti, alle quali è dedicata una pagina intera sul sito del Ministero della Salute.

Secondo i microbiologi “la trasfusione costituisce a tutti gli effetti un farmaco. Pertanto se ne deve garantire un livello assoluto di sicurezza”, motivo per il quale diventano sempre più importanti strumenti come il questionario del donatore di sangue (spesso mal sopportato da molti donatori occasionali per l’invasione nella privacy), o come i test specifici capaci di individuare i virus di epatite, HIV, sifilide e di altri agenti patogeni anche durante il cosiddetto “periodo finestra” ovvero il tempo durante il quale la ricerca degli anticorpi dà esito negativo anche se l’agente infettante è presente nell’organismo.

In Italia attualmente i test di qualificazione biologica sono obbligatori per legge e sono effettuati sui donatori ad ogni donazione così come indicato dal DM 2 novembre 2015, e consistono nella ricerca dei marcatori sierologici e del genoma virale per l’infezione da virus dell’epatite B, dell’epatite C e dell’HIV, e dalla ricerca del marcatore sierologico della lue.

Tali test per i donatori hanno un’efficacia vicina al 100% sui soggetti infetti che hanno già compiuto la fase della sieroconversione, ovvero il passaggio dallo stato di sieronegatività (quello in cui si registra l’assenza di anticorpi nel plasma del soggetto infetto), allo stato di sieropositività (quella in cui invece si registra la presenza di anticorpi nel plasma del soggetto infetto).

Da quando esiste il test NAT, basato su tecniche di biologia molecolare, la durata del periodo finestra è di molto diminuito, e corrisponde a una settimana per epatite C e HIV, e a circa venti giorni per l’epatite B, ma questo non significa che tale periodo finestra debba essere sottovalutato, perché, secondo gli specialisti AMCLI, la scarsa attenzione o qualche criticità imprevista potrebbero “determinare il rischio di trasmissione tramite le trasfusioni o la somministrazione di emoderivati”, come possiamo leggere nel report del convegno AMCLI su Tiscali Salute.

Anche il SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia), e noi lo abbiamo scritto il 29 ottobre scorso, ha di recente fortificato la propria offerta formativa sul tema sicurezza, proprio allo scopo di prevenire qualsiasi necessità futura:

Al SIMTI un novembre all’insegna della formazione: parola d’ordine “sicurezza”

una scelta precisa, a testimonianza del fatto che l’attenzione delle associazioni di donatori e di tutti gli operatori istituzionali del sistema sangue su temi come l’eticità del dono di sangue e plasma, o la valorizzazione del sistema italiano basato sul conto lavoro per la produzione dei farmaci plasmaderivati segnati dal pittogramma etico in seguito a dono anonimo, gratuito, associato e organizzato, è una risposta concreta e reale alle esigenze di qualità e sicurezza del sistema intero, che si parli di prodotto finali o dei pazienti. A dispetto di qualsiasi ragione economica o di abitudini discutibili come la raccolta del plasma a pagamento, già in voga e divenute prassi del tutto normalizzate in altre parti del mondo.