La donazione differita: una modalità da ottimizzare che nasce da qualche spreco di troppo

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La donazione differita è un tipo di donazione in uso da qualche anno in Italia, che prevede, per un potenziale aspirante donatore, una valutazione preliminare di tipo anamnestica, clinica e diagnostica di laboratorio, per stabilirne l’effettiva idoneità alla donazione.

Vi è quindi una leggera differenza con i donatori alla prima donazione non differita, cioè chi vuole donare (o che ha effettuato l’ultima donazione da oltre 24 mesi), e completa direttamente la donazione senza affidarsi a un percorso diagnostico più rigido (da laboratorio appunto), ma soltanto dopo un giudizio di idoneità in linea con le norme vigenti, ovvero dopo il test preliminare e il questionario.

Le differenze d’approccio, dunque, sono essenzialmente legate a fattori diversi, tutti con un certo peso specifico:

1) Questioni di natura culturale: anche il dono, come moltissimi altri aspetti della vita di comunità, è sottoposto a un dibattito ampio circa modalità, regole di sicurezza, principi di organizzazione e ottimizzazione, differenze di approccio filosofico, come più volte abbiamo spiegato su Buonsangue (una dicotomia su tutte è, ad esempio, la questione del dono gratuito o a pagamento).

a) Nel caso della donazione differita, i fautori sostengono che tale modalità contribuisca in modo sostanziale a promuovere cultura del dono e consapevolezza nei nuovi donatori; a creare nel tempo una certa fidelizzazione che contrasta e attenua l’incidenza dei fattori emozionali che portano al dono in caso di tragedie e o catastrofi naturali, rivelandosi molto meno efficaci per sopperire al bisogno periodico di risorse. Inoltre, a favore di questo tipo di donazione, entrano motivazioni legittime sulla crescita culturale del soggetto donante, destinato a conoscere meglio il proprio livello di salute e il paniere di controindicazioni legate ai comportamenti a rischio, e infine, ragioni di natura tecnico-sanitaria, giacché la donazione differita offre l’opportunità di separare i percorsi di popolazioni a prevalenza di sieropositività differente.

b) Ragionevoli tuttavia anche le motivazioni di chi, sul piano culturale, vede nella prima donazione differita anche dei problemi congeniti: problemi da collegare soprattutto al rischio forte di demotivare chi si approccia al dono e si vede proiettato in un iter burocratico più lungo del previsto, finendo per rinunciare a presentarsi una seconda volta per il prelievo. Addirittura, vi sarebbero in ballo anche fattori legati al mero utilitarismo, ovvero la possibilità per il cittadino di fingere interesse per la donazione soltanto allo scopo di fare delle analisi e proteggersi dai propri comportamenti a rischio.

2) Sul piano organizzativo invece, è piuttosto intuitivo comprendere come scelte differenti sul piano di quale tipologia di donazione promuovere, siano legate soprattutto al grado di efficienza ed eccellenza organizzativa effettiva:

a) Regioni già a un livello avanzato sul fronte della chiamata organizzata e altamente performative sul piano della raccolta ottimizzata di emocomponenti, possono senza ombra di dubbio percorrere la strada della donazione differita con una certa serenità.

b) Regioni che hanno percentuali di raccolta minori, maggiori falle sul piano organizzativo e necessità di rispondere a carenze croniche più stringenti.

Insomma: spesso e volentieri, anche in un sistema trasfusionale di alta qualità e giunto a un livello di sicurezza estremamente valido come quello italiano, a favorire certi tipi di scelte o approcci particolari, interviene anche la contingenza. Come per esempio, la volontà di ridurre al minimo qualsiasi possibilità di spreco. Non è un caso, probabilmente, che le prime regioni a sviluppare sul piano culturale un discorso più sistematico sulla donazione differita siano state la Toscana e la Sicilia (quest’ultima, nell’ambito dell’autonomia che il sistema sanitario nazionale concede alle regioni è l’unica che prevede una normativa stringente sulla prima donazione differita): in Toscana, infatti, nel 2013 furono bloccati due lotti di plasma positivo da epatite C http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/2013/08/10/932894-plasma-epatite-regione-farmaci.shtml, un’evenienza rarissima e con nessunissimo pericolo di trasmissione del virus ai malati, perché i lotti furono individuati entro le normali procedure di controllo durante la fase del frazionamento industriale così come riporta Repubblica di Firenze  http://firenze.repubblica.it/cronaca/2013/08/12/news/e_stato_prelevato_nel_2011_il_plasma_infetto-64641314/, lotti poi naturalmente smaltiti.

Anche in Sicilia, nel 2011, era accaduta sostanzialmente la stessa cosa con un lotto di plasma smaltito, http://www.canicattiweb.com/2011/08/07/sangue-infetto-negli-emoderivati-la-sicilia-identifica-plasma-sospetto/, circostanze che nell’ottica della valorizzazione massima del dono sono in controcorrente e non dovrebbero mai accadere.

Del resto, l’abbattimento degli sprechi è uno dei punti chiave del Piano Nazionale Plasma 2016-2020, fino a scendere sotto la soglia del 2% complessivo http://www.buonsangue.net/politiche/approvato-il-piano-nazionale-plasma-pnp-2016-2020-i-principi-guida-verso-lobiettivo-dellautosufficienza/.

In assoluto, quindi, è positivo che esistano delle diversità di approccio legate ai contesti e alle diverse situazioni da affrontare, ma a patto che esista un progetto a lunga visione di omogeneità sistematica che possa permettere, nel medio/lungo periodo, la garanzia dell’autosufficienza ematica nazionale, così come una crescita sempre maggiore e progressiva sul piano dell’efficienza organizzativa, della sicurezza, e della qualità complessiva dei servizi.

 

 

 

 

 

 

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