I mass-media e l’informazione sui temi della salute: si può fare di più e di meglio

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Una crescita di tutti gli operatori, in fatto di qualità del lavoro e di riconoscimento delle proprie responsabilità.

È stato questo il proposito condiviso da tutti gli operatori presenti al convegno su “Il sistema trasfusionale e le maxi-emergenze” svoltosi a Roma il 2 febbraio scorso. Ma se istituzioni sanitarie, corpo medico, volontari e imprese hanno (potenzialmente) tutte le occasioni per un confronto costante e “interno” per coordinarsi tra loro con lo scopo di un aumento di qualità costante, un discorso a parte meritano gli operatori mediatici, investiti del ruolo importantissimo, se non decisivo, di informare e formare l’opinione pubblica su temi di interesse collettivo come la salute pubblica.

Come accennato qualche giorno fa nel nostro report completo e dettagliato di tutti i temi affrontati durante il convegno (http://www.buonsangue.net/eventi/dai-terremoti-agli-attentati-terroristici-in-francia-come-si-gestisce-una-maxi-emergenza/) la valutazione di come si comportano i media principali rispetto alle notizie che riguardano i temi della salute è abbastanza discutibile, giacché la salute è uno di quei campi che si prestano ben più di altri a un trattamento “emotivo” delle notizie, sulla leva di paura, allarmismo e preoccupazione.

Il rischio di diffondere post-verità, o quantomeno notizie inesatte con lo scopo dell’ampia diffusione, è dunque altissimo anche quando si tratta di sangue.

Cos’è una post verità, lo si può leggere in modo chiaro su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Post-verit%C3%A0#L.27Accademia_della_Crusca:

Il neologismo post-verità, derivante dall’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.

Nella post verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi effettiva sulla veridicità o meno dei fatti reali. In una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi, chiaramente accertati, sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli a emozioni e convinzioni personali.

Un’osservazione fondamentale: se il ricorso alla post-verità o all’informazione deficitaria, richiama soprattutto a problemi di ordine etico e culturale se si parla di calcio o di argomenti leggeri come il gossip, e perfino di politica dove i meccanismi di engagement sono molto forti, l’informazione irresponsabile e inesatta nel campo della salute comporta costi sociali molto gravi.

I casi dello scontro dei treni in Puglia del 12 luglio e del terremoto ad Amatrice dello scorso 24 agosto, in tal senso, sono stati archetipici: l’approccio di tutti i media, sia quelli generalisti e “ufficiali” sia quelli dall’effetto cascata come i social network, è stato contraddistinto dai continui appelli al dono, ripetuti e non concordati con le autorità di controllo. Da sottolineare, inoltre, l’impatto negativo dei sottopancia nei telegiornali, che richiamavano al bisogno di sangue anche molto tempo dopo gli interventi chiarificatori delle istituzioni informate sullo stato reale dei bisogni.

Tali errori in serie hanno rischiato di ingolfare le strutture di raccolta, e soprattutto di provocare eccessi di scorte con il conseguente spreco di materia biologica, in totale opposizione a uno dei punti d’onore condiviso da tutti gli operatori di sistema e dalle associazioni di donatori, ovvero la valorizzazione massima del dono di cui ha parlato di recente il direttore del Centro nazionale Sangue Giancarlo Liumbruno, proprio su Buonsangue: http://www.buonsangue.net/interviste/giancarlo-liumbruno-obiettivo-la-massima-valorizzazione-del-dono-per-il-bene-del-paziente/.

Non è tutto: anche quando non ci sono di mezzo emergenze o eventi tragici, la tendenza dei media generalisti è quella di parlare di sangue soltanto in caso di carenza, rinunciando completamente sia alla sensibilizzazione sui temi della donazione costante e programmata, sia sull’importanza di donare anche per se stessi con il relativo benessere psicofisico, sia sul valore intrinseco della risorsa sangue e sull’assoluta sicurezza del dono.

Cosa fare allora?

Oltre agli appelli sul senso di responsabilità di ciascun operatore e sul rispetto dell’etica e della deontologia professionale, sarebbe utile aprire un vero e proprio tavolo di confronto tra istituzioni, operatori sanitari, associazioni di donatori e giornalisti, a scopo formativo. Noi di Buonsangue proviamo allora a lanciare una vera e propria proposta: un convegno ad ampia partecipazione su salute e informazione.

Per compiere passi avanti, insieme, verso una maggiore consapevolezza condivisa su temi così importanti.

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