Chi scherza con il sangue dei donatori italiani Multinazionali, politici e tecnici: una brutta partita

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Che cosa sta succedendo nel Sistema del sangue e del plasma italiano?

In occasione della Giornata mondiale del donatore (15 giugno) è una domanda che è giusto porsi e alla quale è opportuno provare a dare pure qualche risposta. Dopotutto è una domanda né retorica né peregrina, se all’improvviso in Italia ciò che sembrava vero e condiviso fino a poco tempo fa – cioè l’autosufficienza del sistema nazionale – non sembra più così importante.

ITALIA CASO VIRTUOSO

Oggi, ciò che veniva visto come un valore fortissimo – ovvero la solidità di un sistema basato su donazioni volontarie e anonime con l’obiettivo primario di dare al Paese una sostanziale indipendenza da altri sistemi e altri paesi – all’improvviso rischia di non essere più una priorità. Con la conseguenza che verso i donatori sta partendo un messaggio del tipo: c’è un mercato internazionale sul quale il plasma può essere comprato, né più né meno come una qualsiasi altra merce. Perciò le attuali regole sulla circolazione del plasma devono essere riviste. Infine, c’è una comunità internazionale alle cui regole dobbiamo adeguarci: questo è il mantra che (spesso in malafede) viene propagato, e nessuno che si chieda se – in questo caso – non dovrebbero essere gli altri, per una volta, a imparare da noi ed essere loro ad “adeguarsi”. Ma il mercato è il mercato. E magari si risparmia pure. Già, il risparmio.

LA SPROPORZIONE TRA QUALITA’ E COSTO

Non è un caso che al Simti di Genova di qualche giorno fa, questo messaggio sia arrivato dagli stessi funzionari del Veneto (Antonio Breda, per esempio) grandi sostenitori della campagna di risparmio della Regione Veneto di cui il governatore leghista Luca Zaia si è fregiato con bei titoloni sui compiacenti quotidiani locali. Ora, noi sappiamo bene che i proclami a marchio Lega spaziano dal ricacciare indietro i migranti fino a una mirabolante politica economica di cui aspettiamo con ansia di vedere i risultati. Ma intanto, il Veneto a trazione leghista, ha affidato la raccolta e il frazionamento del sangue dei suoi donatori a una multinazionale australiana (la Csl Behring) facendo fuori l’italianissima Kedrion, in nome di un proclamato risparmio che ha avuto come premessa un bando di gara i cui i criteri sono stati i seguenti: 90% prezzo, 10% qualità. Che cosa significa? E’ presto detto: in nome del risparmio (il prezzo) è stato quasi azzerato il criterio qualitativo sul lavoro dato in appalto agli australiani.

L’ALLARME DEI DONATORI

La decisione del Veneto ha creato non poco allarme nel mondo dei donatori e anche in quello dei pazienti, e noi di Buonsangue ne abbiamo dato conto registrando puntualmente critiche e difese. E’ un fatto che, sbirciando nel “portafoglio prodotti” garantiti dal Naip (Veneto e altre otto regioni collegate), si scopre che l’offerta Csl di prodotti emoderivati risulta inferiore a quella proposta dai concorrenti italiani e di altri paesi. Concorrenti che però, nel confronto con i potentissimi australiani, sono usciti battuti con tanto di sentenza del Consiglio di Stato. Il tutto con grande soddisfazione di Zaia, di Breda e dei cantori che a ogni occasione inneggiano all’oculatissima politica leghista.

LA SCELTA DIVERSA DI TOSCANA ED EMILIA-ROMAGNA

Che ci sia qualcosa di obiettivamente strano nella scelta del Veneto, lo dimostra il fatto che quando è venuto il turno dell’Emilia Romagna e della Toscana, le due Regioni hanno indetto gare in cui il criterio qualitativo è risultato rispettivamente del 60 e 70, con il parametro-prezzo ridimensionato rispettivamente a 40 e 30. In più sono stati confermati una serie di criteri rispondenti al rispetto della legge che regola la circolazione del plasma (per esempio non si può lavorare il plasma italiano in paesi che fanno del plasma una materia di lucro). Quindi visioni assai diverse su una materia che, invece, vista la sua delicatezza e la sua portata strategica, dovrebbe vedere una politica unica e oltretutto, realmente, di “interesse nazionale”.

OPERAZIONE “CAMBIAMO LA LEGGE”

Ma a questo punto che cosa è successo? Semplice: se c’è una legge che ostacola determinate manovre, quella legge si può sempre cambiare. Ed ecco che è partita un’operazione a tenaglia con l’intento di modificare il quadro normativo all’interno del quale, oggi, sono fissati una serie di criteri etici che, in definitiva, rappresentano il vero baluardo del sistema italiano. Sistema il cui obiettivo finale è proteggere l’autosufficienza da ingerenze e appetiti stranieri. Perché al di là dello scontro tra aziende del settore, e al di là degli ambigui personalismi di politici e burocrati, il vero punto è esattamente questo: quanto sta avvenendo rischia di minare alle basi il sistema dell’autosufficienza basato sulla partecipazione dei cittadini (volontari) e sulla loro adesione a un’idea che ha sempre avuto dentro principi etici, morali e pratici che sono poi il vero collante della comunità. Se il messaggio che passa è “il plasma è una merce reperibile ovunque”, è molto probabile che il numero dei donatori non aumenti ma anzi, continui nel trend negativo di cui il Cns ha pubblicato i dati (allarmanti) proprio in questi giorni.

LIBERA CONCORRENZA MA SOLO IN ITALIA

Il tema dell’autosufficienza è centrale e ne sono ben consapevoli i grandi player internazionali ghiotti di sangue italiano, visto che nei loro rispettivi paesi sono monopolisti e iperprotetti da qualsiasi possibile ingresso di concorrenti stranieri. Provate, per esempio, ad avvicinarvi ai confini australiani della Csl Behring, e vedrete quale sarà l’accoglienza che vi riserveranno quando manifesterete l’intenzione di entrare nel “libero mercato” locale. Ma in Italia, e nel Veneto in particolare, la Lega che ha vinto le elezioni strillando “prima gli italiani”, ha cambiato il motto in “prima gli australiani”. Interessante, no? Eppure non c’è un solo notista politico dei giornaloni italiani che abbia colto questo singolare aspetto. Nessuno che abbia indagato. Nessuno che si sia fatto delle domande su questa singolare eccezione nella filosofia politica del Carroccio.

“PRIMA GLI AUSTRALIANI”

La ragione ufficiale del “prima gli australiani”, come detto, è quella di un risparmio tanto sbandierato che però, adesso, dovrebbe anche essere dimostrato, cominciando per esempio a spiegare quanti e quali costi la Regione dovrebbe sostenere – se non vi fosse il cosiddetto meccanismo della compensazione – per comprare i prodotti mancanti dall’offerta di Csl: il fattore VIII, tanto per dire, o le immunoglobuline sottocute, non sembrano essere una spesuccia da niente.

AUTOSUFFICIENZA IN PERICOLO

In tutta questa complessa partita, il punto vero è che politici, tecnici e multinazionali stanno giocando una partita in cui il ruolo dei donatori italiani – marginalizzati rispetto a un mercato del plasma internazionale – rischia di essere compromesso in maniera irreparabile e con esso l’intero sistema dell’autosufficienza. Un sistema che – ricordiamolo – con le sue grandi associazioni di donatori (Avis, Fidas, Fratres e altre) rappresenta un unicum nel quadro mondiale ed è forse uno dei pochi autentici elementi di orgoglio di un Paese che fatica sempre di più a darsi un’immagine di efficienza e di modernità.

DOVE FINISCE IL PLASMA ITALIANO?

I due milioni di donatori italiani hanno il diritto di sapere a chi va il loro sangue e il loro plasma. Devono sapere che percorsi fa e a che cosa serve. Devono sapere se finisce in mani straniere e con quali finalità. E’ davvero tutto così chiaro e trasparente? E’ davvero tutto nell’interesse della comunità nazionale, dei pazienti, delle migliaia di volontari che ogni giorno compiono un gesto anonimo e disinteressato?

CHI CONTROLLA I CENTRI SVIZZERI?

Se è realmente così, i responsabili del Centro nazionale sangue e dei centri regionali, spieghino perché ogni Regione capofila ha adottato criteri diversi nell’appaltare la raccolta e il frazionamento del sangue. Spieghino perché ci sono stati ricorsi e controricorsi con sentenze ancora appese. Spieghino, infine, perché il sangue e il plasma dei donatori italiani viene portato all’estero in centri di lavorazione (la Svizzera per esempio) dove il nostro Paese non ha alcun potere di controllo, di intervento e di decisione. L’impressione – ma è ben più di un’impressione – è che qualcuno stia scherzando col sangue. Con quali conseguenze è difficile dirlo, ma certamente tutt’altro che positive per il Paese e per tutti noi.

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