In Trentino accordo tra Avis e azienda sanitaria per ampliare le finestre per la donazione: una strategia che sarebbe bello replicare ovunque

Centro-trasfusionale

Volontà di compensare il problema del ricambio generazionale con delle finestre di donazione più ampie e dunque andare incontro alle esigenze dei più giovani: ecco le motivazioni alla base dell’accordo tra Avis provinciale di Trento e l’azienda sanitaria locale, che hanno da poco firmato un protocollo per consentire la donazione anche al pomeriggio e al sabato e alla domenica.

Tale impostazione, proprio in questi giorni, è stata poi adottata in Trentino Alto Adige ed è divenuta concreta, come è stato ampiamente raccontato sul Giornale Trentino.

Una misura utile, sacrosanta, che sarebbe bello fosse imitata e predisposta anche nelle altre regioni italiane, specie alle porte dell’estate quando la raccolta sangue vive il suo calo strutturale. Occorrono fondi e formazione, senza dubbio: ma la posta in gioco, l’autosufficienza ematica nazionale, è di quelle sufficienti a motivare ogni sforzo.

La donazione di sangue, lo diciamo sempre, non è un gesto che va pensato e considerato in modo astratto, avulso dall’epoca e dal contesto sociale in cui avviene. Il suo valore positivo assoluto, la sua importanza per la comunità sono indiscutibili, ma quando si traduce in azione concreta il dono va pensato e organizzato secondo esigenze concrete e in base a problematiche reali. Questo approccio, naturalmente, non chiama in causa soltanto i donatori, cioè coloro che il gesto solidale lo devono compiere, ma riguarda l’intera filiera, ovvero tutte e tre le gambe che compongono il sistema sangue: associazioni, professionisti (infermieri e corpo medico) e istituzioni.

Il contesto odierno e in continuo mutamento. Rispetto a qualche decennio fa, quando lo zoccolo duro dei donatori oggi attivi si è formato per diventare un vero e proprio “esercito”, i valori condivisi sono cambiati, la tecnologia ha totalmente accelerato e cambiato le abitudini di vita, e con esse sono mutati anche i ritmi delle giornate, la frenesia e la quantità degli impegni. Il lavoro è divenuto ormai per moltissimi una attività difficilmente scindibile dal tempo libero. La maggior parte dei lavori si fondano su orari dilatati, la flessibilità spesso significa soltanto maggiore impegno mentale e giornate caratterizzate da maggiori imprevisti: ed ecco perché anche mentalmente è molto più difficile organizzare per tempo e programmare una donazione di sangue, specie se il primo centro trasfusionale non è proprio a portata di mano.

Quello degli orari, peraltro, è un tema già da tempo molto discusso tra i vertici associativi, e per esempio è stato uno degli argomenti principali già ampiamente toccati e sviluppati da Gianpietro Briola, presidente di Avis Nazionale, nella sua prima intervista rilasciata dopo il suo insediamento, proprio su Buonsangue: già allora, a luglio 2018, l’idea di ampliare gli orari per il dono e aprire la donazione ai fine settimana era stata paventata e proposta come intento programmatico:

Gianpietro Briola, neo presidente Avis. “Vogliamo una plasmalavorazione che rispetti al massimo le potenzialità della materia biologica e farmaci provenienti dal dono etico”

L’importanza di facilitare l’accesso dei donatori nei centri trasfusionali, adeguando gli orari alle nuove abitudini di vita è diventato dunque un tema delicato che gli attori di sistema non possono e non devono più trascurare: solo andando incontro alle abitudini comportamentali delle masse di donatori e tarando l’organizzazione della raccolta sangue sui criteri pratici il più possibile realistici e vicini alla vita delle famiglie è possibile mantenere lati i livelli di partecipazione e reclutare nuovi donatori.

 

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