A Roma giornata importante per combattere la malattia emolitica del feto e del neonato (MEFN): un convegno internazionale tra passato presente e futuro

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È un periodo intenso per le istituzioni del sangue italiano. Dopo la premiazione a Francoforte di qualche giorno fa per l’impegno italiano nello sviluppo del Patient Blood Management di cui abbiamo parlato qui, il direttore del Centro Nazionale Sangue Giancarlo Liumbruno, nella mattinata di oggi 5 aprile, era a Roma all’Istituto della Sanità, in aula Pocchiari, per coordinare come responsabile scientifico il convegno internazionale “Fifty years of Rh disease prophylaxis looking back, looking forth”, incontro tra esperti di tutto il mondo invitati a discorrere sulla profilassi anti-Rh(D), ovvero la terapia nata 50 anni fa per combattere la malattia emolitica del feto e del neonato (MEFN) che colpiva l’1% dei neonati e causava la morte di un bambino ogni 2.200 nati.

L’approccio terapeutico con la somministrazione di immunoglobuline anti-Rh(D), in questi decenni ha fortemente ridotto la gravità di questa malattia soprattutto in Canada, Europa e Stati Uniti, ma è importante aggiungere che ci sono ancora grandi margini di miglioramento specie nei paesi in via di sviluppo, laddove l’immunoprofilassi non è ancora una pratica utilizzabile in modo sistematico a causa di sistemi ospedalieri non modernizzati, di contesti socio economici difficili o di calamità persistenti come guerre e povertà diffusa.

La MEFN, è bene ricordarlo, è una patologia molto grave che spesso addirittura fatale per il feto o il neonato, e in grado di provocare disabilità permanenti anche quando non si rivela mortale. La MEFN si contrae quando esiste una discordanza di tra il sangue Rh negativo della madre e quello Rh positivo del nascituro, situazione che genera reazioni di rifiuto del sistema immunitario con conseguenze devastanti.

La Profilassi con somministrazione di immunoglobuline anti-Rh(D) nel corso della gravidanza, scoperta cinquant’anni fa grazie alla ricerca della Columbia University di New York, ha abbattuto il tasso di mortalità, ma come accennato sopra l’accesso alle immunoglobuline anti-Rh(D) è purtroppo ancora limitato in molti sistemi sanitari; secondo le statistiche sono addirittura 250mila i neonati in tutto il mondo che muoiono o nascono con un grave deficit cerebrale.

Il convegno di oggi a Roma inaugura dunque una stagione importante per quel che riguarda la diffusione della cultura sull’argomento: sia per la presenza di studiosi di fama internazionale come Steven Spitalnik, Professore di Patologia e Biologia cellulare, e co-direttore dei Laboratori di Medicina trasfusionale alla Columbia University e Presbiterian Hospital di New York, sia perché la giornata è inerente a una campagna di sensibilizzazione di ampia portata voluta fortemente, come si legge sul Sole24Ore, dalla stessa Columbia University, dalla Federazione internazionale ginecologi e ostetrici (Figo) e del Centro nazionale sangue (Cns), con il supporto non condizionante dell’azienda biofarmaceutica italiana Kedrion Biopharma, produttrice di immunoglobuline anti-Rh(D) in più di 60 paesi nel mondo.

L’impresa di abbattere la forbice di efficienza tra qualità e sicurezza delle cure che esiste tra paesi sviluppati e resto del mondo, passa anche e soprattutto da giornate come queste.

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