Pfas in Veneto, il numero dei cittadini colpiti cresce mentre le istituzioni locali e nazionali faticano a lavorare in sinergia

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Una vicenda che sembra senza fine e senza soluzione, con un danno pubblico per le comunità coinvolte davvero impagabile. Parliamo dell’inquinamento da Pfas in Veneto, un caso che seguiamo ormai da moltissimo tempo cercando sempre di informare su tutti i suoi sviluppi.

C’eravamo lasciati lo scorso primo marzo, quando, secondo una ricerca condotta dall’Università di Padova e guidata dal professor Carlo Foresta, era emerso che gli Pfas (qui la spiegazione esatta di cosa sono), oltre a inquinare il sangue dei cittadini colpiti, hanno un altro gravissimo effetto collaterale: tenderebbero infatti a ostacolare il corretto funzionamento degli ormoni femminili, provocando “alterazioni del ciclo mestruale, endometriosi, difficoltà dell’endometrio ad accogliere l’embrione”: in altre parole complicano e mettono a rischio la fertilità.

In questi giorni si aggiunge un capitolo nuovo, che riguarda il numero dei cittadini colpiti dall’inquinamento chimico, giacché secondo l’ultimo report pubblicato dalla Regione Veneto e aggiornato a marzo 2019, il numero dei cittadini contaminati con concentrazioni elevate di Pfas nel sangue, da luglio a oggi sono addirittura raddoppiati, passando da 7.716 a 16.400.  E non è tutto: delle 47.213 persone chiamate a partecipare allo screening di monitoraggio, non tutte hanno aderito, per cui i numeri potrebbero crescere. L’adesione corrisponde a circa il 60% dei chiamati e sono già disponibili gli esiti di tutti gli esami effettuati per 25.288 persone.

Una dato che preoccupa molto, anche perché il sedimentarsi degli Pfas è un processo che si realizza nel tempo, e nei mesi che verranno il numero dei cittadini interessati dall’inquinamento, soprattutto nelle province di Vicenza, Padova e Verona potrebbe crescere, in attesa di misure governative che possano occuparsi del problema.

Finora, come avevamo già scritto lo scorso 20 dicembre 2017, le misure d’intervento ipotizzate della giunta regionale chiamano in causa la cosiddetta plasmaferesi terapeutica, cioè una vera e propria “pulizia” del sangue degli individui colpiti, un procedimento su cui è in corso una sorta di ping-pong tra istituzioni regionali e nazionali. Il problema è che questo metodo non è ancor accreditato dal punto di vista scientifico, e non si può praticare a cuor leggero.

Il rischio, come sempre in questi casi, è che l’impasse e l’inazione si trasformino in condizioni permanenti, come conseguenza al rimbalzo di responsabilità. Proprio ieri, il governatore del Veneto Luca Zaia ha rivolto un nuovo appello al Governo, commentando i numeri e chiamando in causa uno solo degli aspetti del problema, ovvero i limiti di scarico Pfas consentiti alle industrie: “E’ la conferma che la questione Pfas è una primaria questione ambientale nazionale e interessa tutto il Paese – ha detto Zaia – e per questo motivo è necessario che il Governo intervenga fermamente, ponendo limiti zero. Invitiamo il ministero dell’Ambiente a muoversi sulla linea già tracciata dalla nostra Regione, agendo il più rapidamente possibile. Ciò a tutela della popolazione non solo delle aree interessate da questo tipo di inquinamento in Veneto, ma di tutti i cittadini del nostro Paese”.

 

 

 

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