In Liguria la carenza sangue continua, al Gaslini rimandato un intervento complesso. Come incrementare la forza del messaggio culturale del dono

ThumbJpeg

La carenza sangue in Liguria non si è ancora arrestata, e come avevamo paventato sul blog qualche giorno fa raccontando questa situazione da affrontare e risolvere al più presto, all’ospedale Gaslini di Genova è stato necessario rimandare un intervento chirurgico complesso per la prima volta dopo sedici anni.

Per lamentarsene, con un certo grado di afflizione, è intervenuto sulle colonne di Repubblica di Genova anche Gino Tripodi, direttore del Centro Trasfusionale del polo ospedaliero genovese, considerato il più importante e avanzato d’Italia nel settore pediatrico.

Ma le parole di Tripodi non devono essere scambiate per lamentele fini a se stesse, giacché contengono anche un appello alla comunità, affinché annullamenti come quello avvenuto nelle ultime ore non debbano ripetersi.

Tripodi ha chiesto ai suoi corregionali di “cambiare abitudini e diventare donatori”, in linea con quanto avevano fatto nei giorni scorsi, tra gli altri, il dottor Paolo Strada già direttore del Centro Regionale Sangue, che aveva parlato di quanto è importante motivare i giovani, e dal consigliere regionale e capogruppo della Lega Franco Senarega, che ha ribadito quanto sia necessario l’intervento di ogni cittadino in grado di aiutare il sistema trasfusionale con la propria donazione.

Le parole di Tripodi tuttavia hanno toccato un altro punto importante degno di essere preso in considerazione.

Rivolgendo lo sguardo al passato, il direttore del Centro Trasfusionale dell’ospedale Gaslini ha ricordato come, anni addietro, fabbriche come la Ansaldo o l’Italsider fossero un vero e proprio serbatoio costante di donatori, poiché riunivano migliaia di lavoratori compattati sotto il medesimo approccio politico e da una consolidata coscienza civica. Funzionando come vere e proprie istituzioni, le fabbriche garantivano quindi un forte peso specifico in ambiti delicati come la raccolta sangue.

E oggi? È così vero i cambiamenti della società dell’ultimo ventennio abbiano contribuito a sperperare quel patrimonio di senso comune citato da Tripodi?

A nostro parere, non necessariamente. Forse, alla prova empirica è così. La compattezza identitaria di alcuni gruppi sociali di un tempo, come la classe operaia o la media borghesia legata a una formazione democratico cristiana non esistono più; ma di contro è vero anche che la tecnologia attuale, se ben utilizzata, consente in via potenziale l’alimentazione di reti infinitamente meno limitate e circoscritte di quelle che era possibile creare nel passato. L’importante è trovare le modalità d’adattamento, analizzare e agire, riformulare i messaggi sulla base delle necessità dei media attuali.

Se non è più possibile fidelizzare il dono soltanto sulla base di un concetto di bene comunitario inteso come immaginario comune, bisogna allora valorizzare i suoi aspetti di contorno ma non meno importanti, come il beneficio psicofisico innegabile per chi compie il gesto, o come l’importanza dello scambio anonimo tra donatore e ricevente. Forse bisogna raccontare sempre con maggior entusiasmo e puntualità le storie di chi dona, così come quelle di chi – grazie a un gesto gratuito, anonimo e volontario – vede incrementare in modo non commensurabile la propria qualità della vita.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *