A Ferrara l’Avis entra in moschea: un’iniziativa da replicare ovunque possibile

Fuori dai toni strumentali, riottosi e stupidi della politica di prima fascia, quella che presenzia sui media tutti i giorni (come se fosse regolata da un benché minimo principio di realtà, mentre è solo spettacolo della politica), l’integrazione tra diverse etnie è spesso qualcosa di concreto, un beneficio a lungo termine che si costruisce con le azioni e lo scambio umano vero, con il contatto fisico, e naturalmente con il dono del sangue.

Ecco perché una notizia come quella che arriva da Ferrara, dove l’Avis locale ha iniziato il 2018 coinvolgendo nelle attività di raccolta la moschea cittadina e la comunità che la frequenta attraverso l’informazione, non può che essere considerata favorevolmente, con l’auspicio che venga replicata ovunque vi sia una moschea.

Ovviamente sui media nazionali la notizia non è transitata, perché il gioco mediatico generalista dell’anticultura non prevede mai la narrazione complessa degli accadimenti che possono aiutare a comprendere quanto la realtà di un grande paese sviluppato come l’Italia possa essere sfaccettata e complessa. Ciò che genera è invece il dualismo stolido di chi è a favore e di chi è contro, privo di sfumature. Ma questo è un altro discorso che magari affronteremo in un’occasione diversa da questa.

Donare sangue, chi legge Buonsangue lo sa molto bene, è un’azione vera, fattuale, gratuita, che viene da donatori anonimi, e non può essere strumentalizzata. Ecco perché, in base alla compatibilità medico-sanitaria, coinvolgere nelle attività trasfusionali le comunità straniere non può che produrre cultura condivisa, benefici collettivi e senso di responsabilità diffuso.

Su Buonsangue, nel 2017, abbiamo trattato l’argomento del dono dei cittadini stranieri in più occasioni, sia attraverso interviste con i dirigenti associativi nazionale come il presidente Avis Alberto Argentoni, o regionali come il presidente di Avis Toscana Adelmo Angelucci, sia raccontandovi quello che a oggi è l’unico studio esistente sull’argomento, portato avanti, per Fidas, da Simone Benedetto, giovane donatore Fidas laureato in medicina, che ha rintracciato aspetti cardine e criticità legate al dono dei migranti.

Ciò che conta tuttavia, è che le associazioni di donatori come Avis, Fidas e Fratres abbiano già iniziato a tradurre in fatti concreti le idee e le strategie più volte discusse nel 2017. A testimonianza del fatto che nell’ambito associativo, pur con miglioramenti possibili e problemi da risolvere, esiste una volontà ferrea di portare avanti le politiche individuate come necessarie per salvaguardare il valore decisivo dell’autosufficienza ematica nazionale, in un sistema sanitario che riconosca i cittadini che vivono, lavorano e costruiscono il proprio percorso sul territorio italiano come cittadini della stessa serie, con identiche responsabilità, e identici diritti e doveri.

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