Quando una donazione si scambia con il cibo: il caso di una campagna a Bangui, in Repubblica Centrafricana

 

9065a62927ab0be0b624893cfd9b9916

Dal mondo arriva una notizia che ci ha profondamente colpito, e che spiega con enorme precisione e con la potenza che solo i fatti nudi e crudi posseggono, quanto sia delicata, importante e degna di attenzione mediatica la questione della raccolta sangue organizzata secondo criteri di trasparenza, sicurezza e qualità del servizio sanitario.

Succede infatti che a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, il sangue sia una risorsa importantissima, e che il servizio sanitario nazionale non abbia la capacità necessaria di fondi per promuovere campagne sulla donazione di sangue, anche a causa dell’assenza di associazioni di volontariato come quelle italiane, in grado di svolgere l’importante lavoro sul campo.

Così, come leggiamo sul Globalist, avviene che Emergency, assieme al CNTS locale (Centre national de transfusion sanguine) sostiene una campagna efficace incentrata sullo “scambio”: a raccontarlo alla testata on-line è Alessandro Manno, italiano e responsabile Emergency che ha in cura questa campagna così particolare: “A ogni donatore sono regalate due scatole di sardine, con l’aggiunta di un filoncino di pane e un succo di frutta – ha raccontato Manno – Valgono all’incirca 1.600 franchi, più o meno due euro e mezzo, non così poco in un Paese dove una persona su quattro soffre la fame”.

Cosa ci insegna questa esperienza sul campo? Ci dice che ogni contesto ha bisogno di essere compreso e assecondato da chi lo vive, affinché sia possibile ottenere dei risultati finali in grado di fare il bene delle comunità locali. A Bangui, infatti, questo metodo funziona, e ogni giorno, grazie alla possibilità di ricevere beni di primissima necessità che in molte zone della città non sono di facile accesso per tutti, si riescono a raccogliere anche 40 sacche al giorno da riutilizzare, in modo assolutamente gratuito, in favore di tutti i pazienti che ne hanno bisogno, tra cui moltissimi bambini.

Ovviamente, sono assicurati anche i controlli di qualità e sicurezza, e anche in questa pratica l’Italia ha avuto un ruolo centrale: i reagenti che occorrono per individuare l’epatite b, l’HIV, l’epatite c o la sifilide sono disponibili grazie a un finanziamento di 365 mila euro erogato dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

L’Italia dunque si contraddistingue ancora positivamente nel settore del sangue, con politiche meritorie che funzionano lontano dai riflettori e dai media, troppo spesso impegnati a fomentare dibattiti ben meno significativi o di pubblica utilità. Ma ciò che ci preme sottolineare è soprattutto quanto siano diversi e complessi gli scenari di raccolta sangue e plasma in giro per il mondo, scenari che naturalmente non devono essere né confusi, né tantomeno strumentalizzati. C’è grande differenza, infatti, tra il caso di Bangui che abbiamo appena raccontato, e, per esempio, la raccolta plasma a pagamento “industrializzata” che abbiamo trattato di recente, in seguito a un approfondimento del New York Times.

Raccontare, analizzare, approfondire e restituire le complessità di ogni singola vicenda. Solo così ci pare sia possibile partecipare a una crescita culturale collettiva e a un aumento reale di consapevolezza su un tema che ci riguarda tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *