Al convegno di Roma su Sistema Sangue e maxi-emergenze spazio al confronto internazionale: il case history dell’attentato al Bataclan

PARIS, FRANCE - NOVEMBER 16:  People observe a minute of silence near the Bataclan concert hall on November 16, 2015 in Paris, France. A Europe-wide one-minute silence was held at 12pm CET today in honour of at least 129 people who were killed last Friday in a series of terror attacks in the French capital.  (Photo by David Ramos/Getty Images)

Oltre i mille spunti di grande interesse sul piano del funzionamento del Sistema Sangue in caso di maxi – Emergenze, il convegno di Roma del 2 febbraio a Roma (ampiamente documentato qui http://www.buonsangue.net/eventi/dai-terremoti-agli-attentati-terroristici-in-francia-come-si-gestisce-una-maxi-emergenza/) ha offerto contenuti di grandissimo valore anche sul piano della conoscenza reale e dettagliata di ciò che è accaduto sul piano operativo durante e dopo il case history dell’attentato terroristico al Bataclan, a Parigi, il 13 novembre 2015.

Presenti in sala a render conto della loro esperienza sul campo, Michel Bignand, capo del servizio medico d’urgenza dei pompieri di Parigi, e Sylvain Ausset, capo della Divisione Emergenze dell’Ospedale Militare di Percy. Ecco i passaggi principali delle loro testimonianze, di assoluto valore sul piano del confronto e dello scambio internazionale nel nome della prevenzione e dell’ottimizzazione strategica.

Michel Bignand, capo del servizio medico d’urgenza dei pompieri di Parigi

 La reazione immediata alle esplosioni

“I vigili del fuoco di Parigi assicurano oggi un intervento medico di livello militarizzato. In caso di Piano Rosso, dopo le esperienze di Madrid (Stazione di Atocha, 11 marzo 2004, n.d.r.) e Londra (7 luglio 2015 n.d.r.), siamo in grado di reagire simultaneamente a 4 attacchi, e abbiamo pianificato un nuovo programma: saper aumentare il numero di ambulanze in pochissimo tempo ed evacuare i feriti verso gli ospedali. C’è una gerarchia di zone (gialla, verde, rossa) e i medici li mandiamo nella zona più calda. Al Bataclan fu proprio un medico a dirci che c’erano circa 80 morti. Quella volta avemmo 8 attacchi in 40 minuti, e lo scopo nemico di attaccare lo stadio fu di mobilitare tutti i soccorsi verso la periferia, per poi agire in centro con la maggiore libertà possibile. Per noi non fu facile gestire la logistica e non avemmo accesso a molte zone colpite. Riuscimmo invece a formare ulteriori 21 unità da inviare sui luoghi degli attacchi. I più difficili da gestire sono i primi 30 minuti: bisogna capire come agire per non perdere la guerra. Ci vogliono medici esperti che capiscano quello che sta accadendo e così avevamo decentralizzato il comando per rendere tutti più agili”.

La pianificazione e gli obiettivi primari

“Si tratta di manovre molto complesse: c’è stress, sin dalla fase della localizzazione. Potevamo contare su 6 centri di traumatologia, 1 ospedale militare di ottimo livello e i 52 feriti sono stati ben ripartiti. I fattori di successo sono stati il passare da 7 a 21 squadre operative in pochi minuti e poter contare su una buona pianificazione, che consiste nella preparazione ben effettuata con molte esercitazioni e nel restare molto concentrati sui primi 10 minuti. Inoltre facciamo formazione con i volontari ogni week-end per le pratiche di primo soccorso. Per lo scambio di informazioni tra i vari dipartimenti è molto importante avere denominazioni condivise, perché tutti conoscano i codici. Questo è un dettaglio che se non viene ben curato può essere disastroso. Sul piano del sangue, quella sera avevamo già disponibili le risorse nelle strutture trasfusionali per rispondere alle emorragie gravi, ma con i fondi aggiuntivi stanziati dopo l’attentato abbiamo potuto creare dei kit di primo soccorso molto completi ed efficaci. Gli obiettivi principali sono 3: 1) curare le vittime, 2) non agire senza coordinarsi con la polizia 3) completare le missione attraverso la cooperazione tra servizi. Infine, è decisivo formare le forze delle gendarmerie per essere pronti a curare le emorragie, e studiare l’Isis per conoscere come potranno avvenire gli eventuali attacchi futuri. Ultimo dettaglio: in tutta la Francia, in caso di bisogno, usiamo anche il plasma liofilizzato che viene utilizzato in scenari di guerra e funziona molto bene.”

Sylvain Ausset, capo della Divisione Emergenze dell’Ospedale Militare di Percy

Il ruolo degli ospedali

 “Durante l’attentato la mortalità immediata è stata alta, come in guerra, perché ci fu attacco con armi da fuoco. Con le bombe si uccide meno ma ci sono più feriti e questa è un’informazione importante per le banche del sangue. Esistono giù studi sugli attacchi terroristici multi-sito a patire da Bombay nel 2008. Gli attacchi multipli portano insicurezza e incertezza, e si chiama nebbia di guerra, perché non si sa dove, quando e per quanto si dovrà intervenire. Le ambulanze non potevano rischiare di farsi sparare addosso, e bisogna considerare che l’ondata dei feriti può arrivare in modo molto disordinata, da zone diverse e a più riprese, mettendo a rischio il numero di posti letto in ospedale e la disponibilità delle sale chirurgiche. Per noi è importante, allora, passare da una logica di flusso a una logica di numeri assoluti, per liberare rapidamente le sale operatorie e utilizzare al meglio i posti letto del reparto intensivo. Facciamo bene solo quello che siamo abituati a fare, per cui la formazione è importantissima e bisogna concentrare gli sforzi. Ma bisogna evitare di essere in ritardo, cioè di essere pronti per la guerra precedente e mai per la successiva. Bisogna pensare a tutto: attacchi in provincia, a centri più piccoli, a ospedali, e con armi non convenzionali di tipo chimico e biologico”.

Il problema logistico e le difficoltà principali

“Il problema vero e proprio è in caso di attentati è soprattutto logistico. I feriti possono andare in centri che non sono traumatologici, si crea il problema di conoscere in fretta il gruppo sanguigno, e poi quello di allocare i tecnici di laboratorio disponibili e conoscere il loro numero. Pensiamo a situazioni più gravi con terroristi che si fanno salare allo stadio. Qual è il livello di emovigilanza necessaria? Per non dimenticare il problema delle televisioni che dicono sempre di donare sangue, creando spesso ulteriore caos. Quindi la massima organizzazione è assolutamente vitale. Come avremmo potuto fare meglio? Applicando i criteri di buona medicina e di buona tattica militare. Il primo soccorritore deve essere il combattente stesso, che ha la doppia funzione di dare il primo soccorso e compiere la propria missione.

 L’incontro con le autorità francesi ha suscitato grande slancio emotivo e notevole interesse tra gli addetti ai lavori e i professionisti del settore, e il proposito collettivo è stato di organizzare altri meeting in cui confrontare le esperienze tra paesi.

Il confronto internazionale sul tema dell’organizzazione in caso di attentati o calamità naturali, infatti, non può che essere la strada migliore verso la prevenzione e l’ottimizzazione delle strategie d’intervento su scala internazionale.

 

 

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