Vincenzo Saturni: “Sì alla libera concorrenza, ma solo con aziende che producono in paesi UE dove le donazioni non sono remunerate”

Saturni Avis Ospite

Appropriatezza, centralità del volontariato e ingresso della libera concorrenza nel sistema sangue.

Vincenzo Saturni, presidente AVIS Nazionale, parla dei temi chiave del sistema sangue internazionale. Nelle risposte alle nostre domande, soprattutto un’idea: il rispetto del ruolo chiave del volontariato sia sul piano decisionale sia su quello operativo, l’apposizione del pittogramma e regole certe ed etiche sul piano della libera concorrenza nel frazionamento del plasma.

Dottor Saturni, lei ha tantissima esperienza, pluriennale, come addetto ai lavori nel sistema sangue nazionale. Quali sono i punti forti e dove, invece, si dovrebbe crescere e migliorare?

Il primo punto di forza consiste in una normativa che vede i volontari del sangue organizzati come una risorsa vera: questo permette che ci sia un riconoscimento istituzionale, e che si possa dare un contributo fattivo e pro-attivo alla determinazione di leggi e decreti. Abbiamo l’83% di donatori italiani fidelizzati, abituali, e questo dipende da un volontariato organizzato attivo su tutto il territorio nazionale da 90 anni, in grado di far capire alla gente che la donazione è un atto molto importante. In secondo luogo viene riconosciuto il nostro contributo non solo sulla quantità, ma anche sulla qualità: sangue sicuro, con donatori che sono consapevoli del loro ruolo strategico.

Donazione non remunerata.

Infatti. L’altro aspetto importante è che la donazione non è remunerata, per legge, da sempre. Come sistema complessivo, inoltre, la medicina trasfusionale è inserita nei livelli essenziali di assistenza, e questo significa che tutti cittadini italiani hanno il diritto di ricevere gli stessi livelli di cure. Il sistema è interamente pubblico, e alle associazioni di donatori come AVIS vengono delegati alcuni compiti come la raccolta sangue in convenzione, attraverso il riferimento tecnico della struttura trasfusionale.

Punti di debolezza?

Le criticità potenziali riguardano soprattutto l’età: la popolazione sta invecchiando, se si guardano le curve si scopre che nel 1861 in Italia c’era un vera piramide, c’erano moltissimi giovani e pochi anziani, mentre oggi si è passati alla doppia parentesi: la fascia principale è quella tra 29 e 55 anni, (che è anche la fascia più rappresentata dei donatori), ma poiché la maggior parte dei globuli rossi trasfusi è delle persone sopra i 65 anni, il rischio è che aumenti il fabbisogno per gli anziani, e che ci siano sempre meno donatori giovani da cui attingere. Noi stiamo già lavorando per sviluppare azioni più incisive sulle fasce giovanili, perché ci siano sempre le risorse di sangue. Inoltre è cambiato molto il mondo del lavoro. Assentarsi nelle giornate usuali, da lunedì al venerdì, per il lavoratore diventa complicato. Noi, con i centri trasfusionali, dobbiamo fare in modo di trovare soluzioni. Con AVIS pratichiamo la raccolta soprattutto nel fine settimana, ma copriamo solo il 30% delle donazioni del sistema, ed è necessario che anche i centri trasfusionali vadano incontro ai lavoratori. Ancora, si può migliorare nell’equilibrare lo spontaneismo, che è bellissimo (come hanno dimostrato i recenti casi di cronaca del terremoto e dell’incidente in Puglia), ma bisogna far capire che il sangue è una risorsa viva e quindi scade, per cui sarebbe meglio razionalizzare le donazioni in tutto l’anno e non rispondere con l’emotività del momento.

Del sangue c’è bisogno tutti i giorni, insomma.

Noi ogni giorno, di media, trasfondiamo 1741 pazienti, e dobbiamo far capire a tutti che la donazione è un atto generoso, è vero, ma che i pazienti hanno bisogno di sangue sempre, per cui è molto importante fare le donazioni su chiamata grazie al sistema di volontariato organizzato. Per quanto riguarda il plasma e i plasmaderivati c’è invece da migliorare sul fattore chiave dell’appropriatezza: quindi migliorare i margini di utilizzo di alcuni farmaci plasmaderivati che si potrebbero anche non dare secondo i criteri di aggiornamento medico, perché a volte si va avanti con retaggi di letteratura un po’ datata: farmaci che 20 anni fa si davano e oggi si sa che non sono necessari. Queste sono le criticità principali.                                                                                                                                                                                                  

Di recente c’è stato il caso del raggruppamento generale capitanato dal Veneto: le multinazionali estere sono entrate a tutti gli effetti a operare nel sistema sangue nazionale. Secondo lei è un bene o è un male? Quali sono i pro e i contro?

Siamo sempre stati favorevoli affinché ci fosse un ampliamento della proposta, perché crediamo che se ci sono diverse aziende che possono essere in grado di lavorare, a parità di qualità e sicurezza dei prodotti, è giusto che possano entrare nel sistema. Noi abbiamo però contribuito a mettere dei punti fermi, e cioè che le aziende che ambiscono a entrare nel sistema italiano abbiano gli stabilimenti in paesi della comunità europea, e che non accettino plasma raccolto con donazione remunerata. Inoltre, vogliamo che ci sia sempre il mantenimento del conto lavoro: cioè la raccolta del sangue inviata alle aziende di frazionamento che poi lo lavorano a pagamento, restituendo i farmaci ottenuti dalla lavorazione alle Regioni, che poi, a loro volta, li distribuiscono alle aziende ospedaliere. È fondamentale che si mantenga il dono anonimo, responsabile e gratuito dei donatori italiani, esigenza per la quale abbiamo rivendicato e ottenuto il pittogramma. Dal punto di vista generale siamo stati sempre favorevoli all’ampliamento, perché la concorrenza sulla carta può essere utile. Tuttavia poiché questa è una grossa novità per l’Italia, noi come volontariato stiamo attenti che il dono sia valorizzato al massimo grado, e che ci sia sempre la disponibilità dei plasmaderivati utili per gli ammalati. Per questo che chiediamo con forza che nei raggruppamenti regionali ci sia la rappresentanza dei volontari del sangue, non per criticare o contestare, ma in modo da poter dare il nostro contributo. Perché con l’esperienza maturata sul campo può consentire di partecipare alla discussione, offrire nuove sfaccettature e suggerire cosa inserire nei capitolati di gara. Siamo attenti e criticamente positivi, per fare in modo che sia valorizzato al massimo il dono dei donatori e che siano rispettate le esigenze degli ammalati.

 In termini di autosufficienza, si può già lavorare su scala europea, oppure è meglio lavorare ancora per ottimizzare i sistemi nazionali?

Dopo aver faticato negli anni di recente l’Italia ha fatto molto, e ora siamo tranquilli con gli emocomponenti labili, cioè globuli rossi, piastrine e plasma. Anche la rete di scambi fra Regioni coordinati dal Centro nazionale sangue è ben coordinata, e quindi tutti i pazienti italiani sono garantiti. Tuttavia se consideriamo il tema degli squilibri tra realtà territoriali e tra alcuni periodi dell’anno, non è sempre facile dire “allarghiamoci”, perché ci sono momento in cui siamo lì giusti giusti. In questo momento stiamo affinando progetti con l’Albania, con i Balcani e con la Grecia, e la nostra idea è che non ci siano confini, che tutti gli ammalati del mondo debbano avere gli stessi diritti. Diverso il discorso del plasma: per i plasmaderivati non siamo ancora al 100% di autosufficienza per il discorso dell’appropriatezza migliorabile, ma per alcuni di essi potremmo arrivare anche a degli eccessi. È il caso del fattore VIII della coagulazione, che può essere ottenuto anche attraverso l’ingegneria genetica. Quasi tutti pazienti italiani sono curati con i farmaci ottenuti dalla genetica, e così i surplus possono essere utilizzati in progetti di cooperazione internazionale: noi ne abbiamo uno con l’America Latina, il Salvador, la Bolivia e il Guatemala. Così si può fornire loro il prodotto finito ma anche sensibilizzare la loro cultura trasfusionale nazionale affinché diventino autosufficienti.

 Che voto darebbe, in una scala da 1 (minimo) a 5 (massimo) al livello di qualità e sicurezza del sistema sangue italiano?

Se il massimo è 5 io darei un bel 6.

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3 thoughts on “Vincenzo Saturni: “Sì alla libera concorrenza, ma solo con aziende che producono in paesi UE dove le donazioni non sono remunerate”

  • Alfredo Roccia
    ottobre 4, 2016, 6:09 am

    Interessanti le interviste dei dirigenti Avis, ma sarebbe altrettanto interessante sapere quanto paga lo Stato per ogni donazione che le associazioni dei volontari riescono a realizzare. Niente da dire sul ruolo delle varie associazioni (Avis, Fratres ecc. ecc.) ma la discussione sulla remunerazione dei donatori andrebbe forse inquadrata un po’ meglio: perché va bene il volontariato, ma è anche giusto far sapere ai cittadini che chi paga (lo Stato, cioè NOI) tiene in piedi organizzazioni al cui interno ci sono dirigenti, stipendi, carriere, cordate ecc. ecc. Insomma, il meraviglioso mondo del Volontariato che non si vuole assolutamente insidiare, non è fatto solo di centinaia di migliaia di brave persone che donano gratuitamente, ma anche da sostanziosi finanziamenti che piovono nelle casse delle associazioni. E poiché i loro bilanci dovrebbero essere pubblici, credo che sarebbe una bella operazione di trasparenza e divulgazione se questo blog se ne occupasse.

    • giancarloliv
      ottobre 4, 2016, 2:34 pm

      Gentile Alfredo, su questo tema è meglio fare alcune precisazioni. Le associazioni di volontariato non retribuiscono dirigenti, né al loro interno è possibile rintracciare meccanismi di “carriera”. Il ministero della salute riconosce (per fortuna) nel volontariato organizzato un valore aggiunto e necessario, e per questo stanzia dei contributi pubblici per sostenerlo. Che siano sostanziosi o no, credo che dal di fuori sia difficile giudicarlo, ma il principio di fondo deve restare il fatto indiscutibile che l’organizzazione di alcune mansioni all’interno del sistema trasfusionale devono essere assolutamente organizzate al meglio, come abbiamo potuto vedere studiando il Patient Blood Management. Il sangue, è un bene pubblico, e l’autosufficienza ematica è e deve essere considerato un asset importante della strategia sanitaria nazionale. Discorso a parte è la donazione remunerata, che rischierebbe di inficiare i criteri di sicurezza e qualità faticosamente raggiunti. Grazie, e a presto.

  • Michele Di Foggia
    gennaio 26, 2017, 4:04 pm

    Carissimi, sono il Presidente della FIDAS Emilia-Romagna e il dibattito sulla remunerazione delle donazioni è di mio particolare interesse. Noi associazioni non ci possiamo nascondere dietro un paravento: ogni donazione di un nostro socio ci viene rimborsata dal Servizio Sanitario Regionale per le attività di supporto alla donazione di sangue che la legge italiana prevede come la chiamata dei donatori. In alcuni casi, le associazioni si fanno carico anche della raccolta perchè il Servizio Trasfusionale della propria zona di riferimento non ha il personale o l’organizzazione adatta per farlo e questo comporta un ulteriore rimborso per questa importante attività. Con il denaro pubblico si pagano i medici e gli infermieri che svolgono l’attività di raccolta, l’attività di segreteria per la chiamata e la gestione/prenotazione dei donatori e si coprono i costi per le attività di promozione della donazione (attività negli istituti scolastici di ogni ordine e grado, materiale informativo, annunci pubblicitari sui mezzi di comunicazione e social media). Molte delle nostre associazioni pubblicano il loro bilancio sul sito internet, tutte le altre danno la possibilità ai soci che ne facciano richiesta di averne una copia. In tutte le associazioni c’è un collegio di Sindaci revisori dei conti chiamati a controllare che le spese associative rispettino le finalità degli Statuti associativi. Come sottolineava GiancarloLiv, l’organizzazione può essere ulteriormente migliorata!
    Concludo con questo pensiero: la presenza delle associazioni di donatori ha portato l’Italia ad un primato che in molte nazioni ci invidiano, ovvero l’elevatissima percentuale di donatori periodici (donatori che hanno donato almeno una volta negli ultimi 12 mesi) che si attesta intorno all’85%, uno dei motivi che spiega l’elevata sicurezza del sangue italiano

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