Velati e il Sistema sangue: “L’apertura del mercato è positiva ma il modello italiano va salvaguardato”

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Oltre all’importanza e alla centralità dei temi riguardanti il sangue che sono stati approfonditi, il seminario FIODS del 24 settembre ha visto impegnati alcuni dei dirigenti principali del sistema sangue italiano e mondiale. C’erano ben 130 operatori internazionali in rappresentanza di 24 paesi.

Per noi di buonsangue.net l’occasione è stata propizia per ascoltare sui temi principali i principali esponenti italiani. Per esempio, la preziosa testimonianza di Claudio Velati, presidente AVIS dell’Emilia Romagna e presidente del SIMTI, la Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia. Ecco la sua posizione su questioni più generali come sicurezza e qualità del sistema trasfusionale italiano, e su temi di stringente attualità come il nuovo NAIP del raggruppamento capitanato dal Veneto, che come sappiamo ha generato ben sei ricorsi, prestando quindi il fianco a dubbi, critiche e opposizioni.

Dott. Velati, quali sono secondo lei i punti forti e quali invece gli aspetti su cui il Sistema sangue nazionale deve crescere e migliorare?

Siamo presenti in tutti gli ospedali e questo è certamente un punto di forza. Abbiamo un’organizzazione di rete molto vicina alle reali necessità dei pazienti, non soltanto teoriche ma soprattutto pratiche. Significa che la terapia trasfusionale viene fatta in linea con le necessità del paziente. Questo vuol dire essere di supporto anche alle altre discipline e integrarsi con i colleghi e riuscire a lavorare al meglio. Il punto debole è il rovescio della medaglia, nel senso che proprio perché siamo presenti negli ospedali, la tendenza è stata di fare tutte le attività trasfusionali con lo stesso criterio, cioè molto decentrate. Questo ha portato alcune difficoltà organizzative per tutte le attività produttive, quindi lavorazione del sangue, validazione, i test, eccetera. Che fatti in piccola dimensione in realtà non sono buoni dal punto di vista qualitativo anche se ormai tutto si svolge con procedure molto automatizzate. Diciamo che dal punto di vista delle economie di scala questo aspetto è perfettibile. Ed è quello che si sta facendo negli ultimi anni. Rispetto alla situazione internazionale il nostro grande vantaggio è proprio il radicamento ospedaliero.

Di recente c’è stato il caso del raggruppamento generale capitanato dal Veneto: le multinazionale estere sono entrate a tutti gli effetti a operare nel sistema sangue nazionale. Secondo lei è un bene o è un male? Quali sono i pro e i contro?

Noi usciamo da un periodo nel quale in effetti c’era un monopolio in Italia, una multinazionale italiana (la toscana Kedrion, ndb), con la quale abbiamo creato un modello assolutamente buono che viene guardato dall’estero con interesse, che è il conto lavorazione. Diamo il plasma dei donatori, l’azienda lo lavora, noi paghiamo, e l’azienda restituisce a noi, cioè alle regioni, i prodotti lavorati. Un modello molto efficiente e virtuoso che vorremmo mantenere. È chiaro che oggi il discorso del monopolio non ha più senso e ci sono leggi che lo proibiscono. La competizione è positiva, ma di certo questa è una fase di transizione importante per riflettere sulle cose da migliorare, ma soprattutto non bisogna perdere le cose fatte bene fino ad ora. Il Veneto ha fatto questo bando che alla fine ha prodotto ben 6 ricorsi, per cui adesso dovremmo aspettare i tempi lunghi di questi ricorsi. Ora con gli altri raggruppamenti stiamo lavorando: Emilia Romagna, Toscana e Lombardia sono le ragioni di riferimento. Con loro proveremo a essere ben coordinati.

Il sistema del sangue può essere coordinato su scala europea, oppure è meglio lavorare ancora per ottimizzare i sistemi nazionali?

L’argomento del sangue è da sempre di fortissimo interesse europeo. Ci sono direttive ormai consolidate che sono state recepite in Italia e con provvedimenti legislativi espressi dalla UE. L’Europa è molto attenta alle garanzie di sicurezza, perché la logica è che il cittadino europeo debba essere trattato in maniera omogenea su tutto il territorio dell’Unione. Sulla materia del sangue, per tutte le implicazione passate (si pensi ai guai successi in Francia negli anni 80), c’è sempre stata una forte integrazione sull’obiettivo della sicurezza.

Che voto darebbe, in una scala da 1 (minimo) a 5 (massimo) al livello di qualità e sicurezza del sistema sangue italiano?

Sicuramente 5. Sono convinto che il nostro sistema sia davvero molto buono.

 

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