Anemia, trasfusioni e ferro: la giornata di lavori al Patient Blood Management

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Patient Blood Management: anche nella sessione pomeridiana del convegno che si è svolto a Roma, all’Istituto Superiore di Sanità, c’è stato spazio per interventi ricchi di spunti, nonché multidisciplinari.

Kai Zacharowski, direttore e titolare del dipartimento di anestesia e medicina intensiva dell’University Hospital a Francoforte, è entrato nel merito di un’analisi diretta dei costi che cambiano con l’applicazione dei principi del PBM, e ha raccontato il processo di cambiamento operato su 175 mila pazienti nella rete che comprende il suo ospedale: con l’attuazione del PBM, si sono registrate il 20% in meno di trasfusioni, mentre non è cambiato il livello di complicazioni. Inoltre, è stato quantificato un 10% netto di riduzione dei costi, con una previsione di miglioramento progressivo nel corso degli anni. La messa in pratica del PBM, secondo Zacharowski, è da considerarsi un lavoro di gruppo, secondo il motto giusta trasfusione, con la giusta quantità di sangue al momento giusto.

Altrettanto denso l’intervento di Andrew Klein, dall’università di Cambridge, che ha parlato della gestione del ferro in casi di anemia o assenza di anemia negli interventi chirurgici, e ha confermato che l’anemia nei paesi sviluppati colpisce soprattutto le donne (per via del ciclo mestruale), e i pazienti dai 50 anni in su.

Inoltre, ha sottolineato le ragioni secondo cui l’anemia ha un impatto fortissimo nell’applicazione delle politiche di PBM, a causa del maggior numero di trasfusioni e di giorni trascorsi in ospedale da ciascun paziente. L’anemia nei paesi sviluppati è dunque comune, anzi epidemica, e dipende soprattutto dall’assenza di ferro (sideropenia), che si registra nel 84% dei casi. Infine, il dottor Klein esposto la casistica delle somministrazioni per via orale (quando si ha a disposizione molto tempo per la cura) o per via endovenosa, del ferro, e ha sottolineato come il suo gruppo di lavoro operi sul principio restrittivo, ovvero evitare fin quando è possibile gli interventi chirurgici.

Daniela Rafanelli, direttrice dell’Unità Operativa di Immunoematologia della ASL di Pistoia, ha invece chiarito le modalità di attivazione o sospensione della terapia denominata bridging (terapia ponte) e della gestione delle terapie anticoagulanti, anche in questo caso in ottica PBM.

Molto atteso, infine, l’intervento di Paul Hebert, ricercatore capo al Centro di ricerca del Centro ospedaliero dell’università di Montreal, che ha chiuso la giornata con delle valutazioni sui diversi approcci alla trasfusione di sangue. La domanda di fondo del suo lavoro di ricerca, iniziato nel periodo in cui si verificò il problema sangue contaminato in Usa e in Europa, è stata: esiste una strategia di trasfusione restrittiva? Molti studi in tal senso, hanno dimostrato che spesso non ci sono effetti significativi, né in positivo né in negativo, dopo la riduzione delle trasfusioni. Sono tuttavia ancora moltissimi gli studi tuttora in corso in tutti gli ambiti medici che prevedono le trasfusioni, e spesso le linee guida che si possono dedurre sembrano coincidere.

Le parole finali, brevi ma dirette ed efficaci, sono arrivate da Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro Nazionale Sangue, puntuale, a epilogo di una giornata molto produttiva, nel sancire come l’applicazione del PBM abbia finora offerto riscontri più che positivi sia nel miglioramento dell’outcome dei pazienti, sia nell’effettiva capacità di incidere sulla riduzione dei costi ospedalieri.

 

 

 

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