81esima assemblea generale Avis, seconda giornata di lavori: il confronto intergenerazionale al centro del dibattito

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Quanto è importante il confronto intergenerazionale in una grande associazione come Avis, che conta più di un milione e trecentomila soci di età molto diversa?

Il tentativo di approfondire un tema così centrale in vista della costruzione del futuro dell’associazione attraverso un dibattito molto franco ha catalizzato l’attenzione dei soci Avis presenti al Crown Plaza Hotel a San Donato Milanese, luogo in cui è andata in scena la seconda giornata di lavori dell’assemblea generale di Avis Nazionale.

L’esigenza di gestire al meglio e coltivare senza traumi irreversibili il confronto intergenerazionale è emerso sin dalla mattinata, durante le relazione delle varie delegazioni regionali. Già ad Ancona, nei giorni 4-5 marzo 2017, in un forum convocato allo scopo di unire delegati di tutte le età e provenienti da tutto il territorio nazionale, si era tentato di indagare gli aspetti più o meno positivi dell’interazione tra soci giovani e anziani, chiarendo pregi, difetti e aspettative reciproche sia nelle dinamiche interne, cioè nella vita associativa quotidiana vissuta sul campo, sia in quelle esterne, cioè nei rapporti tra associazioni e strutture sanitarie.

Alice Simonetti e Francesco Marchionni, rappresentanti della consulta giovani, hanno illustrato i risultati di uno studio associativo volto a ricercare dei possibili punti chiave per aumentare il livello di collaborazione intergenerazionale. Il punto di partenza, un caso critico che bisognerà evitare di riaffrontare in futuro: il messaggio anonimo di un giovane avissino deciso a interrompere la vita associativa dopo un periodo negativo troppo pieno, a suo dire, di ostacoli “politici” alla propria crescita.

Da un test concepito internamente e basato sul criterio dell’intervista, con domande identiche rivolte sia a soci giovani che ad associati di lunga data, è emerso che la figura del giovane avissino è percepita dalla maggioranza come fluida, aperta al cambiamento, portatrice di entusiasmo e ricca di capacità d’adattamento, e tuttavia bisognosa di formazione; la figura del socio anziano è invece considerata, nella percezione interna, esperta e in grado di trasmettere conoscenza, pronta a porsi come guida per chi dovrà diventare dirigente in futuro, ma con una tendenza spiccata alla rigidità e a ritenersi insostituibile.

Emerge dunque la necessità di ovviare alla naturale distanza che si crea troppo spesso anche in un contesto in cui lo scopo di fare del bene è assolutamente centrale. In che modo? Su questo gli avissini sembrano condividere gli strumenti d’azione: la chiave è offrirsi qualcosa vicendevolmente, dal proprio tempo qualitativo alle proprie conoscenze specifiche, dalle esperienze maturate in percorsi di anni al rispetto autentico. Affinché, verso il centenario, la voglia di raggiungere insieme gli obiettivi comuni di Avis come associazione dall’altissimo impatto sociale possa superare i particolarismi e la volontà di conservare gelosamente i ruoli.

Molto chiaro, ben argomentato e di ampio respiro è stato l’intervento di Elena Marta, docente di psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Il confronto intergenerazionale all’interno della realtà associativa – ha detto – è simile a quella che avviene in famiglia o nei posti di lavoro. Ciascuno porta se stesso e solo con il confronto si può affrontare questo problema complesso, ma il confronto bisogna volerlo, costruirlo e mantenerlo. È naturale che lo scontro esista, ed è importante capire che le incongruenze sono ambivalenti. Ecco perché bisogna riconoscere che specie nella vita associativa esistono obiettivi più alti di quelli individuali e in quelli bisogna riconoscersi. Esistono due modi degenerativi di gestire il potere, uno basato sul narcisismo, ossia esercitare uno spiccato individualismo che riduce l’importanza del gruppo, e uno basato sull’ideologismo, che invece tende a ridurre le responsabilità individuali nel prendere le decisioni. Bisogna invece imparare, giovani e vecchi, a esercitare una leadership positiva in cui ciascuno è disposto sia a prendersi responsabilità che a condividere conoscenza”.

Enrico Carosio, docente di Formazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha infine posto sotto il riflettore il concetto di fiducia. “La fiducia è ormai diventata una competenza. Bisogna saper dare e ricevere fiducia. Specie in un contesto di lavoro in comune bisogna sapersi accettare e accogliere che sono due processi molto diversi. Saperlo fare significa prendersi cura delle persone e creare contesti di collaborazione in cui tutti trovano se stessi nell’ottica della condivisione degli scopi comuni.”

 

 

 

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