Sicurezza e qualità del sistema trasfusionale, come si costruiscono? E i numeri cosa dicono?

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Qualità nel servizio per i pazienti e sicurezza nelle trasfusioni: su Buonsangue parliamo con grande frequenza di questi due valori fondamentali su cui si basa il sistema trasfusionale italiano, tanto che proprio su tali certezze presenti e obiettivi futuri insistono con grande decisione tutti gli stakeholder di sistema e i dirigenti più autorevoli. Ma al di là dei proclami e delle dichiarazioni di intenti, qual è la situazione nel concreto?

Se sul piano della qualità complessiva del servizio è sicuramente possibile fare di meglio, provando a conformare i livelli tra tutte le strutture trasfusionali nelle diverse regioni italiane e – come abbiamo scritto lo scorso 13 settembre – affrontando il problema della carenza dei medici trasfusionali che secondo il Cns rischia di riguardare nei prossimi anni circa un 30% delle forze in futuro necessarie, sul piano della sicurezza i numeri sembrano essere rassicuranti.

Ecco infatti, in figura 1, i risultati di uno studio commissionato ancora dal Centro nazionale sangue, secondo il quale il rischio di contagio per le principali malattie attraverso le trasfusioni è assolutamente minimo.

CNS

Fig. 1

Come possiamo vedere in infografica, l’ultimo caso di trasfusioni infette risale al 1995, quasi 25 anni fa, e il merito è soprattutto di una filiera che è votata al valore della sicurezza a partire dalla sua impostazione valoriale.

Poter contare su una donazione volontaria, anonima, gratuita, associata e organizzata con più di 1 milione e 800mila donatori periodici consente una grande capacità di prevenzione, perché alla donazione periodica si può arrivare solo attraverso la condivisione e l’attitudine a stili di vita corretti che rimuovono in partenza la maggior parte dei fattori di rischio. Procedimenti informativi come il questionario – che alcuni donatori non amano ma che garantiscono una primissima scrematura – ampliano e fortificano il controllo. Infine, per tutto ciò che non è possibile ottenere in fase preventiva, ecco i test NAT, test molecolari che possono riuscire a scovare i virus anche in caso di presenza minimale nell’organismo.

I test NAT, come sappiamo, consentono anche di non costringere i donatori allo stop forzato dal dono in caso di viaggi in zone colpite da West Nile, Chikungunya o altri virus portati dalle zanzare, e come indica l’infografica in alto sono stati moltissimi i casi di infezioni pericolose riscontrati e neutralizzati grazie ai test: ben 751 di epatite B, 642 di sifilide, 315 di epatite C e 96 di HIV.

“Tutte le sacche di sangue donato – spiega il CNS – vengono sottoposte ai test per la ricerca dei virus HBV, HCV, HIV e del Treponema responsabile della sifilide; in particolari periodi dell’anno, a questi test possono aggiungersi ulteriori analisi per la ricerca di altri virus come il West Nile Virus. Le donazioni verranno utilizzate solo se gli esiti dei test effettuati risulteranno tutti negativi”.

Grazie a questo percorso valoriale e al supporto dei test NAT, di conseguenza, secondo il Centro nazionale sangue le probabilità di infezione da HIV sono comprese tra 1 su due milioni e uno su 45 milioni, a seconda del metodo di calcolo usato, cioè qualcosa di davvero infinitesima se si considera che In ambito scientifico una probabilità inferiore a uno su un milione viene considerata trascurabile, come ha spiegato Giancarlo Maria Liumbruno, direttore generale del Cns.

Questi numeri, sono stati diffusi in occasione della Giornata mondiale contro l’AIDS, che cade ogni anno il 1° dicembre, e ci paiono molto rassicuranti. Sono lontani, e non ripetibili, gli anni in cui l’attenzione generale sulla sicurezza era sottovalutata, come ricorderanno bene i lettori di Sangue Infetto, il libro di Michele De Lucia sulla storia dei casi giudiziari sul sangue da noi recensito nel giugno 2018.

Casi e momenti storici che è sempre meglio ricordare per evitare che si ripropongano in futuro.

 

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