Perché morire rifiutando una trasfusione? Quando è il paziente a vanificare il dono

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È la seconda volta nelle ultime settimane che un caso di cronaca legato al sistema trasfusionale ci colpisce profondamente. Dopo la vicenda di Vimercate in provincia di Milano, che abbiamo approfondito lo scorso 18 settembre e che riguardava il decesso di una donna 84enne a causa di una trasfusione sbagliata su cui sono state aperte delle indagini, da qualche giorno è rimbalzata su molti giornali locali e nazionali una notizia che ha destato scalpore proveniente dalla provincia di Caserta, ed esattamente dall’ospedale civile di Piedimonte Matese.

Il 27 settembre il dottor Gianfausto Iarrodino del reparto Chirurgia dell’ospedale civile, ha infatti pubblicato un post su Facebook in cui denunciava una situazione assolutamente inedita e sorprendente: il rifiuto da parte di una paziente testimone di Geova della trasfusione di sangue che le avrebbe sicuramente salvato la vita.

Ecco il post del medico, che ha creato dibattito e grande interesse da parte del pubblico:

Gianfausto Iarrobino

Della versione pubblicata dal dottore, due aspetti non possono che lasciare stupefatti: 1) il rifiuto della paziente di sottoporsi alla cura che l’avrebbe salvata, e 2) le reazioni orgogliose dei familiari.

Come si apprende su molti media tuttavia, la famiglia della donna rifiuta questa verità e parla di “cure mediche sbagliate” anche se risulta che la donna abbia firmato, per ben due volte il rifiuto ufficiale a ricevere la trasfusione.

Buonsangue non è sicuramente la sede opportuna in cui fare inchieste sommarie, né quella per giudicare i precetti di un credo religioso secondo cui i fedeli non possono accettare sangue dalle altre persone.

Chi vuole approfondire la questione religiosa può farlo, ma a noi fa davvero rabbia pensare che in presenza delle sacche necessarie il salvataggio di un paziente si debba trasformare in un dramma evitabile.

Come sappiamo, l’approvvigionamento delle sacche non è scontato, è il frutto di un sistema ampio e organizzato, a cui compartecipano numerosi attori, ognuno con il proprio ruolo e le proprie funzioni. La trasfusione del sangue donato da donatori anonimi che lo fanno gratuitamente e in modo associato e organizzato è un fattore di comunione civile. Ogni anno si lotta per l’autosufficienza, che è un obiettivo concreto nazionale per le unità di sangue intero, e si può raggiungere in alta percentuale per ciò che riguarda il plasma. Il tutto viene fatto essenzialmente per il bene dei pazienti e per assicurare oro il diritto alla salute, come abbiamo constatato di recente attraverso il racconto delle esperienze di AMAMI, l’associazione italiana malati di anemia mediterranea, e di Erika Todisco testimonial di #avischipuò, con sua figlia malata di leucemia.

A volte i pubblico meno vicino alle questioni del sistema trasfusionale può sottovalutare l’importanza della singola donazione, e il caso di Piedimonte Matese, deve diventare una prova e un monito per tutti. Basta una trasfusione mancata, una sacca di sangue che invece di essere inspiegabilmente rifiutata finisce per mancare e una vita umana può essere spezzata, provocando una sconfitta per tutti: medici, donatori, comunità, pazienti.

Di fronte all’obiettivo finale di salvare una vita, quello superiore, non c’è ragione di altra natura che possa competere.

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