La carenza di medici trasfusionali sottolineata dal Cns è una minaccia per i pazienti, e va prontamente affrontata

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Quando facciamo riferimento alla necessaria collaborazione – per il funzionamento ottimale del sistema trasfusionale – tra le tre “gambe” che lo compongono, ovvero associazioni di donatori, istituzioni sanitarie e personale medico, intendiamo riferirci alla necessaria armonia tra compiti e ruoli di ciascun attore nel proprio ambito di riferimento.

Solo così, attraverso il lavoro comune e la condivisione dei programmi e delle visioni programmatiche sarà possibile, nel medio e nel lungo periodo, continuare ad assicurare quegli alti livelli di cura, di assistenza e di sicurezza ai naturali destinatari di tutti i risultati e gli sforzi, ovvero i pazienti.

Osservando da vicino il sistema trasfusionale giorno dopo giorno, ci sembra che tale comunione d’intenti tra stakeholder esista eccome, ed è per questo che il buon funzionamento del sistema non dovrebbe essere messo a rischio da questioni strutturali. Preoccupa non poco, in questo senso, il dato emerso nei giorni scorsi dal Centro nazionale sangue, che in un report dettagliato e molto puntuale ha fatto il punto sulla delicata questione della carenza medici nei servizi trasfusionali.

Cosa emerge dal recente censimento occupazionale? Che per ottenere il massimo grado di efficienza a oggi manca nei reparti dei servizi trasfusionali circa il 30% del personale medico. Un numero importante, che corrisponde a 470 unità. Una situazione che riguarda tutte le regioni italiane, come possiamo vedere in figura 1.

CNS Comunicato Carenza Medici pdf

Fig. 1

Ma entriamo ancora più in dettaglio:

“Secondo il censimento, al 10 luglio 2019 la dotazione complessiva di medici in servizio presso i circa 270 Servizi trasfusionali italiani, espressa in numero Full Time Equivalent (FTE o equivalente a tempo pieno), risulta di 1.588 unità, in calo dell’8% rispetto allo scorso dicembre, con un trend in discesa che non varia dal 2015. La carenza di 470 medici nell’organico attuale, sottolinea il Cns, nel prossimo triennio è destinata ad aggravarsi ulteriormente a causa del turnover”.

Trend in calo progressivo già dal 2015 e previsioni negative sul prossimo triennio dunque, una situazione che si deve assolutamente risolvere nelle sedi opportune, e con politiche adeguate, affinché lo sforzo delle associazioni già alle prese con criticità non semplici, quali ricambio generazionale dei donatori e raccolta dei livelli necessari di sangue e plasma per plasmaderivati, non siano in parte vanificati.

Il giusto allarme del Centro nazionale sangue si è manifestato attraverso le parole del direttore Giancarlo Liumbruno, che ha anche delineato possibili soluzioni, che non sono immediate. Ovviamente, infatti, il personale dei servizi trasfusionali deve essere formato – svolge infatti un ruolo delicatissimo per i pazienti nei percorsi di assistenza, nel trattamento delle emopatie, e nel supporto alla chirurgia di media e alta specialità e ai trapianti di organi – e ciò che servirebbe è rafforzare energicamente i posti a disposizione nelle scuole di Specializzazione in Ematologia e in Patologia Clinica e Biochimica Clinica. Formare specialisti, insomma. In altre parole investimenti, area su cui ci auguriamo che con una compagine governativa più sensibile su scuola e sanità pubbliche si possa prontamente intervenire senza che vi siano in futuro riduzioni della spesa pubblica destinate a intaccare i servizi fondamentali.

Quanto sia importante per i pazienti un sistema trasfusionale sempre più efficiente è perfino inutile ricordarlo, ma è bene sottolineare che a oggi la rete trasfusionale italiana produce di oltre 7.000.000 di unità di emocomponenti all’anno, e riesce a soddisfare il fabbisogno di sangue ed emocomponenti per la terapia trasfusionale a circa 650.000 pazienti. Inoltre, gli 840.000 litri di plasma raccolti servono, come sappiamo bene, alla produzione dei principali medicinali plasmaderivati: albumina, immunoglobuline, antitrombina e fattori della coagulazione sono sostanze necessarie per curare malattie gravi ed emofilia.

Risultati importanti quindi, in linea con i programmi di autosufficienza, che debbono poter crescere o quantomeno trovare stabilità. E non, al contrario, essere messi a rischio dalla mancata armonia tra necessità del sistema e forza lavoro adeguata a soddisfarle.

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