“Esserci per qualcun altro. Dona il plasma condividi a vita”. A Roma, per il WBDD 2018, un convegno sull’universo plasma che arriva al momento giusto

 

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Cambiare la visione collettiva. Abituare la comunità, e prima ancora gli addetti ai lavori, all’idea che il plasma deve essere assolutamente considerata una risorsa strategica per ogni paese, alla luce degli scenari produttivi del presente e di ciò che potrebbe accadere nel futuro a medio e lungo termine. È questa l’esigenza primaria che è emersa a Roma, al convegno dal titolo “Esserci per qualcun altro. Dona il plasma condividi a vita” svoltosi venerdì 15 giugno all’Istituto Superiore della Sanità, nella settimana del World Blood Donor Day 2018 (come da abitudine il 14). E possiamo dire che il convegno di ieri arriva veramente al momento giusto se pensiamo all’approfondimento pubblicato giovedì 14 su Buonsangue, nel quale abbiamo affrontato gli strani scenari in formazione nel nostro paese. Eppure, ancora una volta, come anche in altre occasioni, tutti i più alti dirigenti del sistema sangue hanno garantito che il modello italiano fondato sul dono volontario, anonimo, gratuito, associato e organizzato non si cambia e tanto meno si discute, perché commerciare plasma corrisponde a commerciare materia biologica che fa parte del corpo umano.

Che il tema del plasma preoccupi, e che in alcune parti del mondo come gli USA il plasma sia visto soprattutto come materia da reperire in ogni modo senza troppa attenzione a questa doppia dinamica, profit e non profit, è indubbio, ed è dimostrato dal fatto che fin dal momento dei saluti, tutti i presenti abbiano toccato, nei loro interventi, questioni sostanziali.
Come Gianfranco Massaro, presidente Fiods. “Vorrei che qualcuno suggerisse uno slogan per la prossima campagna del WBDD – ha detto – Il prossimo anno saremo in Ruanda ma spero che nel 2020 potremo organizzarlo in Italia. Io sono per la donazione etica a 360 gradi e l’ho dimostrato: quando ci fu la Grifols che voleva lanciare la donazione di plasma a pagamento facemmo un comunicato, così come nel 2017, quando in America ci fu il caso dell’italiano D’angelo che aveva bisogno di 300 dollari al mese e li guadagnava donando plasma. Lo ribadisco: no assoluto alla doppia morale, con la donazione etica di sangue intero e quella a pagamento del plasma industriale, anche se credo che servano più donazioni. In primo luogo c’è un problema organizzativo. Basti pensare che in India ci sono centri trasfusionali aperti dalle 8 alle 21.30, mentre da noi non è possibile. Io giro il mondo e quando parlo con i miei colleghi tedeschi, loro mi dicono che non posso fare la morale perché il 20% degli italiani dona con la giornata lavorativa retribuita, anche se non è proprio la stessa cosa. Io voglio che queste situazioni debbano essere discusse insieme, perché siamo una nazione e non ci devono essere fughe in avanti. Io non ce l’ho con il raggruppamento Naip (che di recente ha vinto al Consiglio di Stato pur lavorando parte del plasma italiano proprio in Svizzera e Germania n.d.r.), ma tutte le scelte devono essere condivise e discusse”.

Lo scenario mondiale del plasma

Quanto gli scenari globali del plasma siano oggetto di continua monitorizzazione lo ha invece specificato Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue: “Abbiamo organizzato una settimana con iniziative di promozione per sostenere la donazione volontaria associata e non remunerata del sangue e degli emocomponenti – ha detto – Lo abbiamo fatto con la Fiods che combatte contro la mercificazione della risorsa sangue. In mattina capiremo le dinamiche di mercato che ci inducono a preparare piano quinquennali per reperire la risorsa plasma e produrre i medicinali che da esso derivano. In collaborazione con la Fiods abbiamo in mente un workshop i prossimi 26 e 27 ottobre per analizzare il sistema plasma nel mondo”.
Sinergie dunque, ecco la seconda parola chiave di giornata. Aldo Ozino Caligaris, portavoce Fiods e presidente Fidas, ha ribadito il tema dell’attacco ai valore del sistema italiano e la centralità del paziente: “Oggi oltre al ringraziamento al milione e 800mila donatori, ritengo che sia necessario affrontare le criticità del nostro tempo – ha ribadito – Ne abbiamo affrontate tante, ma oggi ce ne sono di nuove. Se parliamo di materiale biologico destinato alla cura dei cittadini, ribadisco che il principio della gratuità non è scontato, e anzi va difeso come ha detto Gianfranco Massaro, perché il sistema trasfusionale italiano oggi rischia un attacco a 360 gradi. Dopo l’evento di ottobre celebreremo la funzione del volontariato. Dobbiamo necessariamente affrontare in maniera sinergica queste problematiche: regioni associazioni ministero e Cns: vogliamo un volontariato responsabile e autorevole. Non bisogna portare avanti per inerzia ciò che abbiamo costruito in passato ma dobbiamo essere capaci di rinnovare e ricostruire il sistema. Il fine ultimo è quello di assicurare le terapie ai cittadini che aspettano risposte puntuali nel momento del bisogno”.
Eppure, pur facendo salvi i principi etici che anche su Buonsangue non manchiamo mai di evocare,
è corretto pensare al plasma prima di tutto come risorsa strategica. La maggior parte del plasma mondiale è prodotto in Usa, e poiché nei prossimi anni paesi in via di sviluppo pachidermici e densamente popolati come Cina e India (quasi due miliardi e mezzo di persone) potrebbero amplificare enormemente la richiesta di farmaci plasmaderivati da reperire sul mercato estero, divenire autosufficienti in fatto di plasma e plasmaderivati dovrebbe essere un imperativo categorico di ogni nazione. In vista di crescita esponenziale della domanda, c’è già chi si pone la domanda fatidica. Quanto sarà possibile, un domani, conciliare l’esigenza etica con l’esigenza di soddisfare le richieste dei pazienti?

L’evoluzione futura del mercato

Albert Farrugia, professore all’University of Western Australia, ha provato in video conferenza a rispondere a queste domande, tracciando un’analisi del presente e del futuro dei donatori e l’impatto sul mercato futuro di alcuni prodotti plasmaderivati. “Ringrazio i donatori di tutto il mondo – ha esordito – e le associazioni dei donatori. Sono molto importanti per la missione internazionale dell’autosufficienza degli emoderivati. Il frazionamento del plasma nasce negli anni ‘30 e poi si sviluppa durante la guerra per curare i malati, con la manipolazione attraverso etanolo e la formazione di albumina. Il prossimo driver sarà il fattore ottavo. La disponibilità del fattore ottavo è stato il più grande risultato degli studi sul plasma che ha permesso agli emofilici una vita senza dolore e sofferenza. Nei paesi ricchi si usa più fattore ottavo da ricombinante, mentre nei più poveri è più usato il plasmaderivato quello e c’è il tema aperto su quanto i ricombinanti favoriscano la formazione di inibitori. L’attuale fattore chiave è l’immunoglobulina, e la crescita di volume e di prezzo degli ultimi anni dimostra quanto questo prodotto sia vitale per i pazienti immunodeficienti. Io penso che il settore delle terapie a base di plasma crescerà verso i 25 miliardi di dollari e anche se questi numeri ci fanno girare la testa non bisogna mai perdere di vista il paziente”.
Nell’ottica di comprendere l’uso del plasma come risorsa strategica, l’intervento più significativo è stato quello di Paul Strengers, direttore esecutivo dell’IPFA (International Plasma and Fractionation Association) associazione no-profit, che ha spiegato alcuni punti cardinali per orientarsi nell’universo plasma. “Il plasma è una risorsa strategica di primaria importanza – ha esordito – Molte persone non si rendono conto dei valore dei donatori. L’Ipfa vuole essere un punto di riferimento per i donatori no profit e il prodotto plasma deve essere considerato in maniera univoca e usarlo per avere plasmaderivati economici, cioè prodotti da plasma locale e accessibili a tutti. Ci sarà una richiesta enorme di plasma, anche e perché oggi il 47%dei plasmaderivati è usato dal 4,5 %della popolazione e nel futuro il mercato asiatico offre enormi potenzialità. Gli USA forniscono più del 60% del plasma mondiale e questo non è una cosa positiva. Dobbiamo considerare il plasma come una materia prima importante dal punto di vista economico che rischiamo, da un certo punto in avanti, potrebbero avere forniture interrotta. Il plasma è come acqua, energia o metalli fondamentali. Avere questa risorsa è importantissimo perché le conseguenze della sua assenza sarebbero disastrose”.
Come rendere la raccolta sostenibile?
Ma come ovviare al problema della sostenibilità della raccolta? Patrick Robert, presidente del Marketing Research Bureau, dagli Usa, ha dato esempio di una netta frazione culturale rispetto ai principi del sistema sangue italiano: “Dico la mia sul tema della donazione a pagamento e non pagamento. È arrivato il momento di superare questa visione vecchia – ha spiegato –. Ci sono modi diversi per ringraziare i donatori. In Svezia, Francia e Italia credono che non si debba pagare questa risorsa ma ai pazienti non interessa questa prospettiva. Vogliono solo un prodotto sicuro, nient’altro e noi dovremmo essere più tolleranti verso le nazioni in cui si raccoglie il plasma a pagamento, e smetterla di avere un giudizio negativo. Se un’azienda produce prodotti non sicuri fallisce”.
Pur rispettando la visione di Robert, ci sentiamo di dire che quando si tratta di salute dei cittadini, non ha molto senso aspettare il fallimento di un’azienda prima di prendere contromisure, mentre si ha il dovere di lavorare nel nome della prevenzione dei rischi e sull’organizzazione di un sistema equo, sicuro ed etico. E oltreoceano la pensano così anche in Canada, come ha spiegato Graham Sher, chief executive del Canadian Blood Services, chiamato a raccontare il case history canadese. “Il servizio sangue canadese è un’associazione no-profit che ha raccolto 800mila unità di sangue lo scorso anno – ha raccontato – Il nostro compito è di assicurare la sicurezza per i cittadini canadesi. Cosa stiamo facendo per rispondere alla domanda di plasma e ovviare alle richieste di immunoglobuline? Abbiamo cercato di determinare dai dottori quanti e quali prodotti usano settore per settore, e sulla base di quei dati abbiamo creato una tabella produttiva per i prossimi 5 anni. Ma anche con questi controlli severi la domanda è tanta, e noi non puntiamo al 50% di autosufficienza. In Canada il plasma è sui giornali e in televisione in prima pagina ogni settimana e se ne parla sempre. Le regole che seguiamo sono le buone pratiche di fabbricazione e la riduzione gli sprechi, e da noi le varie regioni hanno idee molto diverse sulla dialettica profit/no profit. In alcune la remunerazione è vietata in altre no, e nelle regioni dove i donatori sono remunerati sono arrivati gli stakeholder del settore privato. Come possiamo combattere il crowding out, ovvero la contaminazione tra settore remunerato e non remunerato? Per noi è importante capire come il settore profit abbia avuto successo e cercare di assorbire capacità e metodi”.

Le questioni italiane

E In Italia? Come si pone il sistema italiano di fronte agli stimoli che arrivano dalle problematiche globali? Lo ha spiegato Pasquale Colamartino, responsabile del Centro regionale sangue dell’Abruzzo, esprimendosi sul tema dell’efficienza e sostenibilità nella raccolta plasma. “Abbiamo visto le dinamiche globali cui il sistema italiano dovrà dare una risposta – ha detto – e la risposta è: efficienza e stabilità all’interno di un sistema pubblico. In Italia c’è troppa variabilità tra regione e regione su raccolta e volume, costi, programmi di raccolta e gestione degli scarti. Se l’obiettivo è aumentare la plasmaferesi è evidentemente che l’organizzazione attuale non aiuta. Non è ammissibile che esista ancora plasma non utilizzato per scadenza. Il trend della produzione di plasma inviato al frazionamento industriale è aumentato ma è diminuita la raccolta. Sembra che il sistema sia progredito ma è importante ricordare che tutto dipende dall’aumento della quantità di ogni singola donazione. L’autosufficienza è un obiettivo a cui arrivare tutti insieme. Il piano plasma quinquennale si deve scontrare con i cambiamenti frequenti della situazione internazionale ma il conto lavoro italiano è un metodo che ha una caratteristica unica, cioè prevede che il plasma e sui derivati restano di proprietà pubblica. Bisogna diffondere modelli virtuosi in tutto il paese”.
Quali debbano essere questi modelli virtuosi è emerso dagli interventi successivi. Giuseppe Cambiè, direttore sanitario di Avis Lombardia, ha parlato degli studi in corso per arrivare a plasmaferesi differenziate per ciascun paziente, sicure e rispettose della salute dei donatori, una base preziosissima per riformulare le regole dei prossimi anni e prevenire i casi avversi.
“L’obiettivo per il 2020 è aumentare del 20% la raccolta di plasma e del 50% la plasmaferesi. In Italia è impossibile raggiungere tali obiettivi senza donatori. Arrivare al raggiungimento degli obiettivi? I problemi, secondo uno studio, sono soprattutto di livello logistico, e riguardano le tempistiche della plasmaferesi e le complicazioni nel raggiungere i centri trasfusionali”.
Come risolvere questi problemi? Se ne parlerà nei prossimi mesi, giacché il plasma, tra i bandi regionali che ancora devono essere rilasciati (a breve è atteso quello del raggruppamento regionale guidato dalla Lombardia), e le riflessioni sui temi emersi al convegno, sarà materia centrale di discussione fino al workshop già in programma a fine ottobre 2018. Sul piano gestionale, l’idea di andare verso un sistema di collaborazione tra strutture pubbliche e associazioni nel management dei centri trasfusionali sembra abbastanza funzionale. A Brescia, questo tipo di collaborazione è andata già in scena offrendo ottimi risultati sulle maggiori criticità, ovvero orari di apertura delle strutture trasfusionali, competenza del personale medico, gestione dei costi e ottimizzazione delle apparecchiature.

Le testimonianze e una domanda cruciale

Intanto il convegno del 15, ispirato dalle istanze del WBDD è stato occasione anche per portare all’attenzione degli addetti ai lavori le testimoniane toccanti di pazienti e donatori. Tra tutte la più emozionate è stata quella di Beppe Castellano, avisino e ed emofilico molto conosciuto nell’ambiente per il suo impegno giornalistico e da attivista. Castellano ha mostrato una fotografia privata nella quale campeggiano molti dei sui compagni che purtroppo non ce l’hanno fatta. “Per il mercato, metà dei compagni malati di emofilia oggi non ci sono più – ha detto – per colpa del sangue importato dall’estero. Faccio parte dei 25% dei malati di emofilia che usa il fattore VIII plasmaderivato e non il ricombinante e mi chiedo perché nella mia regione non si produca fattore VIII dal plasma pubblico”. Una domanda importante, che giriamo ai diretti responsabili.

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