Meeting di specialisti a Roma: per combattere le nuove malattie infettive che possono incidere sulla raccolta sangue, servono prevenzione, ricerca e collaborazione

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Il mondo cambia di continuo, si evolve sotto tutti i punti di vista e non di meno da quello sanitario. Aumentano le possibilità di cura per mali che tempo fa si credevano incurabili e allo stesso tempo emergono nuove malattie, virus che anno dopo anno per cause varie aumentano la loro incidenza nella vita di tutti i giorni.

I sistemi sanitari di paesi moderni come l’Italia, che occupano un posto di rilievo nella gestione della sanità mondiale, devono necessariamente lavorare all’avanguardia sulla prevenzione, ritagliandosi il ruolo di paesi guida e accentando tale responsabilità: ecco perché è stato molto importante, a Roma, il meeting organizzato in sinergia dal Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC) e dal Centro Nazionale Sangue, andato in scena ieri 9 aprile a Roma nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità, dal titolo “Pathogen Inactivation of blood and blood components”

Ricco il parterre, con rappresentanti dei principali stati dell’UE e anche degli Stati Uniti, e ricchi anche i contenuti. Lo scenario scientificamente accertato su cui si è discusso è abbastanza chiaro, e secondo gli esperti tutto parte dai cambiamenti climatici e dai flussi migratori, ovvero i fenomeni più discussi – troppo spesso con enorme superficialità – a livello politico e mediatico: tali fenomeni globali contribuiscono alla diffusione e all’affermazione di insetti prima non presenti in Europa, in grado di colpire un alto numero di persone e di mettere a rischio, dunque, l’attività dei donatori di sangue, col conseguente influsso sull’autosufficienza.

Come reagire? La risposta l’ha data Dragoslav Domanovic dell’ECDC: “La difesa principale è un buon sistema di sorveglianza, in cui i casi vengono trovati appena emergono e la notizia viene condivisa immediatamente con gli altri Stati e con noi, in modo da elaborare una strategia di reazione – ha spiegato l’esperto –  In caso di malattie per cui non ci sono test diagnostici le tecniche di riduzione dei patogeni possono essere una buona strategia per diminuire il rischio che il sangue e gli emoderivati destinati ai pazienti siano contaminati. Queste strategie sono state già raccomandate per il virus Zika e altri focolai di malattie, come Chikungunya, specialmente quando sono avvenuti in aree con un alto numero di potenziali donatori in cui la loro sospensione poteva creare carenze significative nelle scorte di sangue”.

Per quanto riguarda la situazione italiana si è espresso invece Giancarlo Maria Liumbruno, il direttore del Centro nazionale sangue, che ha spiegato in prima battuta come la tecnica di riduzione degli agenti patogeni non sia ancora praticabile in tutte le regioni. Tuttavia la prevenzione e l’approccio strategico esiste su malattie ormai diventate endemiche, come per esempio il West Nile Virus, per il quale anche per il 2019 è stato da pochissimo varato un vero e proprio Piano nazionale integrato di sorveglianza, che si può consultare integralmente a quest indirizzo web:

Piano nazionale integrato di sorveglianza e risposta ai virus West Nile e Usutu – 2019 

Per tutto il 2018, su Buonsangue abbiamo seguito l’evoluzione dei numeri del West Nile: numeri importanti che hanno mostrato come questa malattia sia diventata endemica. Come sempre però, conoscenza e misure di prevenzione, monitoraggio e informazione possono aiutare a limitare i danni. Ecco, a tal proposito, il vademecum del Centro nazionale sangue che spiega come ridurre i rischi di diffusione a livello istituzionale:

West Nile Virus, come ridurre il rischio di diffusione

E’ importante mettere immediatamente in opera gli interventi diretti alla riduzione del rischio di diffusione:

  • azioni di controllo dei vettori
  • azioni di informazione, per prevenire le punture di zanzare, mirate sia alla popolazione che alle persone più a rischio, quali gli anziani, le persone con disordini immunitari, le persone affette da alcune patologie croniche quali tumori, diabete, ipertensione, malattie renali e le persone sottoposte a trapianto
  • corretta gestione del territorio con azioni di risanamento ambientale, per eliminare i siti in cui le zanzare si riproducono e ridurne la densità, sia in aree pubbliche che private.

Gli interventi di risanamento ambientale possono comprendere, fra l’altro:

  • manutenzione delle aree verdi pubbliche.
  • pulizia delle aree abbandonate.
  • eliminazione dei rifiuti per evitare la presenza di contenitori, anche di piccole dimensioni, contenenti acqua.
  • drenaggio.
  • canalizzazione.
  • asportazione o chiusura di recipienti.

A livello personale, invece, bisogna stare attenti soprattutto ai viaggi, e controllare, prima di partire, la pagina dedicata alle malattie infettive sul sito del CNS.

Con Avis e IILA l’Italia protagonista anche in El Salvador: dopo la consegna dei plasmaderivati, continua l’apporto sulla formazione

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Di recente l’Afghanistan, con una imponente fornitura di plasmaderivati, poco prima il Vietnam, allo scopo di ribadire anche nel sud-est asiatico il valore della sicurezza nelle trasfusioni, e ora è il turno di El Salvador. Il sistema sangue italiano, in questo caso rappresentato da Avis Nazionale e dai suoi un milione e 800mila donatori, continua a esportare i suoi valori e le sue specificità organizzative in tutto il mondo.

Nei prossimi 20, 21 e 22 marzo infatti, è prevista la partenza di una delegazione di AVIS Nazionale che raggiungerà El Salvador allo scopo di accrescere la consapevolezza trasfusionale del paese centroamericano, attraverso alcune attività di formazione di natura tecnica e organizzativa dedicate alla raccolta sangue attraverso la donazione volontaria, anonima, gratuita e perché no, associata.

Il titolo dei moduli di formazione pensati per El Salvador è “Assistenza tecnica per la pianificazione e l’esecuzione di attività comunitarie volte alla promozione della donazione volontaria di sangue”, e l’iniziativa nasce dal lavoro dell’IILA, ovvero l’Istituto Italo-Latino Americano: i corsi saranno rivolti al più lato livello dell’organizzazione sanitaria del paese ospitante, ovvero al personale del Ministero della Salute di El Salvador, al personale del Sistema Basico di Salute Integrale – SIBASI (con risorse provenienti da tutte le regioni del Paese) e ad alcuni rappresentanti di ADAS, l’Associazione Salvadoregna dei Donatori Altruisti di Sangue.

Questo progetto in collaborazione tra Avis e IILA è parte integrante di un più ampio progetto che vede impegnato il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione italiana, un progetto volto ad accrescere e ottimizzare i criteri di sicurezza e qualità trasfusionale in paesi che devono ancora fare molta strada nel settore, come Bolivia, Guatemala, e lo stesso El Salvador, un paese che peraltro già nel 2018 era stato al centro di un progetto importante portato avanti da Avis e Fiods, culminato nella consegna di 1,5 milioni di unità di fattore VIII, farmaco plasmaderivato fondamentale per la terapia dell’emofilia, e nella creazione di strutture di sistema ispirate al modello italiano.

Attraverso il Centro Nazionale Sangue, AVIS e Fiods, in altre parole, già nel 2018 era nato il volontariato del sangue, concretizzato con la nascita di Asdas, ovvero l’Asociacion salvadoregna de donantes altruistas de sangre.

In El Salvador, per Avis, oltre all’ufficio stampa Boris Zuccon, ci sarà Alice Simonetti, componente dell’Esecutivo nazionale da noi recentemente intervistata, a conferma del suo affermarsi come giovanissima esperta delle missioni internazionali dell’associazione.

«Abbiamo strutturato un percorso – ha specificato la Simonetti – che prende avvio dalla presentazione del contesto normativo e associativo italiano e che propone anche un focus sul contesto internazionale. Attraverso una proposta formativa strutturata su lezioni frontali e attività di gruppo, approfondiremo temi come la comunicazione, intesa sia dal punto di vista “interno” riferito al gruppo di volontari o professionisti che si occupano della promozione della donazione, sia dal punto di vista “esterno” della divulgazione del messaggio solidaristico del dono del sangue».

L’impegno del sistema sangue italiano del mondo si conferma di altissimo livello. In attesa della prossima missione.

 

Quando una donazione si scambia con il cibo: il caso di una campagna a Bangui, in Repubblica Centrafricana

 

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Dal mondo arriva una notizia che ci ha profondamente colpito, e che spiega con enorme precisione e con la potenza che solo i fatti nudi e crudi posseggono, quanto sia delicata, importante e degna di attenzione mediatica la questione della raccolta sangue organizzata secondo criteri di trasparenza, sicurezza e qualità del servizio sanitario.

Succede infatti che a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, il sangue sia una risorsa importantissima, e che il servizio sanitario nazionale non abbia la capacità necessaria di fondi per promuovere campagne sulla donazione di sangue, anche a causa dell’assenza di associazioni di volontariato come quelle italiane, in grado di svolgere l’importante lavoro sul campo.

Così, come leggiamo sul Globalist, avviene che Emergency, assieme al CNTS locale (Centre national de transfusion sanguine) sostiene una campagna efficace incentrata sullo “scambio”: a raccontarlo alla testata on-line è Alessandro Manno, italiano e responsabile Emergency che ha in cura questa campagna così particolare: “A ogni donatore sono regalate due scatole di sardine, con l’aggiunta di un filoncino di pane e un succo di frutta – ha raccontato Manno – Valgono all’incirca 1.600 franchi, più o meno due euro e mezzo, non così poco in un Paese dove una persona su quattro soffre la fame”.

Cosa ci insegna questa esperienza sul campo? Ci dice che ogni contesto ha bisogno di essere compreso e assecondato da chi lo vive, affinché sia possibile ottenere dei risultati finali in grado di fare il bene delle comunità locali. A Bangui, infatti, questo metodo funziona, e ogni giorno, grazie alla possibilità di ricevere beni di primissima necessità che in molte zone della città non sono di facile accesso per tutti, si riescono a raccogliere anche 40 sacche al giorno da riutilizzare, in modo assolutamente gratuito, in favore di tutti i pazienti che ne hanno bisogno, tra cui moltissimi bambini.

Ovviamente, sono assicurati anche i controlli di qualità e sicurezza, e anche in questa pratica l’Italia ha avuto un ruolo centrale: i reagenti che occorrono per individuare l’epatite b, l’HIV, l’epatite c o la sifilide sono disponibili grazie a un finanziamento di 365 mila euro erogato dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

L’Italia dunque si contraddistingue ancora positivamente nel settore del sangue, con politiche meritorie che funzionano lontano dai riflettori e dai media, troppo spesso impegnati a fomentare dibattiti ben meno significativi o di pubblica utilità. Ma ciò che ci preme sottolineare è soprattutto quanto siano diversi e complessi gli scenari di raccolta sangue e plasma in giro per il mondo, scenari che naturalmente non devono essere né confusi, né tantomeno strumentalizzati. C’è grande differenza, infatti, tra il caso di Bangui che abbiamo appena raccontato, e, per esempio, la raccolta plasma a pagamento “industrializzata” che abbiamo trattato di recente, in seguito a un approfondimento del New York Times.

Raccontare, analizzare, approfondire e restituire le complessità di ogni singola vicenda. Solo così ci pare sia possibile partecipare a una crescita culturale collettiva e a un aumento reale di consapevolezza su un tema che ci riguarda tutti.

I plasmaderivati italiani arrivano in Afghanistan. E salvano vite umane

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Un’attività concreta e caratterizzata da grande costanza negli anni: continuano gli aiuti importantissimi che il sistema trasfusionale italiano dedica a paesi lontani che per ragioni storiche, povertà diffusa o guerre recenti non possono contare su un’organizzazione accettabile sul piano dell’approvvigionamento di plasmaderivati e dei farmaci salvavita.

Dopo la visita in Vietnam, che abbiamo documentato lo scorso 30 gennaio, è arrivata infatti la “missione” in Afghanistan, che per moltissimi malati di emofilia del paese asiatico colpito dalla guerra ormai dal 2001, ha un valore davvero inestimabile. Il sistema sangue italiano, ha inviato in Asia ben 2,1 milioni di unità di Fattore VIII e Fattore IX, naturalmente scorte eccedenti al fabbisogno nazionale, farmaci che come sappiamo bene sono plasmaderivati definiti “salvavita”, perché assolutamente decisivi per la cura dell’emofilia e di altre patologie gravi.

Toccanti le parole del dottor Arif Oryakhail, consulente tecnico per la salute pubblica dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo del Ministero degli Esteri, nel suo racconto personale degli effetti che questa donazione ha prodotto in Afghanistan:

“I genitori – ha detto – appena sono stati informati dell`arrivo della donazione si sono messi in viaggio con i loro figli. I piccoli pazienti accompagnati dai loro genitori sono arrivati da tutte le Regioni dell`Afghanistan. Hanno affrontano il pericolo di un lungo viaggio pur di poter arrivare al Centro per una somministrazione di fattore. I genitori vivono nell’angoscia di non poter dare una terapia ai loro figli. Senza le donazioni non avrebbero nessuna possibilità di accedere alla terapia. I pazienti emofilici di tutto l`Afghanistan, e i loro genitori vi ringraziano con tutto il cuore e vi sono profondamente riconoscenti”.

Molto forte dunque, va ribadito, è l’impatto umanitario di programmi internazionali e operazioni come quella afghana, che consentono al sistema sangue italiano di farsi conoscere come un modello di eccellenza in tutto il mondo, e soprattutto di conoscere nei minimi dettagli le situazioni diverse e complesse che le comunità vivono in altri continenti, perseguendo l’obiettivo, ad oggi ancora utopico, di vedere un giorno un  identico livello di cure sanitarie in tutto il pianeta. Ecco perché, nell’intervista rilasciata a Buonsangue lo scorso 20 febbraio, Alice Simonetti, delegata continentale in Fiods, ha potuto ribadire proprio in diversi passaggi l’importanza del fattore “scambio”, elemento chiave di un altro grande progetto in America Latina.

Un lavoro complesso quello del sistema trasfusionale italiano verso i paesi bisognosi, che va avanti da anni e che si è fortificato, come spiega un comunicato di Avis Nazionale in merito, “nel quadro dell’accordo Stato-Regioni del 7 febbraio 2013 che promuove gli accordi di collaborazione per l’esportazione di medicinali plasmaderivati a fini umanitarie lo sviluppo delle reti assistenziali nei Paesi coinvolti. In questi anni, circa 30 milioni di unità internazionali di fattori della coagulazione sono stati esportati in Afghanistan, Albania, Armenia, India e Serbia. In futuro gli interventi verranno estesi anche a Palestina, Kosovo, Egitto, El Salvador e Bolivia”.

Non solo Europa dunque, ma anche Asia, Sudamerica, Africa e America Centrale. Il sangue italiano come fattore benefico in giro per il mondo, si impone come netta testimonianza del fatto che, lontano dai riflettori, esistono settori del paese che fanno di tutto per funzionare al meglio e preferiscono i fatti ai proclami.

 

Sangue e ricerca scientifica, tantissimi i campi di applicazione ma il ruolo dei donatori non passerà mai di moda

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La ricerca scientifica sul sangue è perseguita nel mondo in modo costante, dai più prestigiosi centri di ricerca. Il sangue, lo sappiamo bene, è il fluido vitale per eccellenza, un liquido all’interno del quale sono trasportate un numero enorme di informazioni sul nostro organismo.

E se già molte volte, in questi anni, abbiamo riportato informazioni sulle ricerche più significative, dal sangue artificiale ai tentativi di curare autismo e problemi cardiaci, o dall’importanza del sangue del cordone ombelicale che contiene le staminali fino ad Ambrosia, l’esperimento piuttosto discusso nato in America per provare a ritardare l’invecchiamento attraverso la trasfusione di plasma giovane, in questa settimana sono arrivati aggiornamenti importanti rispetto a ben tre filoni di ricerca.

In primo luogo, l’Alzheimer: sono molte le testate che hanno ripreso la notizia, da Sky Tg24 al Giornale, e di nuovo c’è che un’equipe internazionale formata da studiosi dell’Università di Washington, del Centro tedesco per le malattie neurodegenerative (Dzne), dell’Istituto Hertie per la ricerca clinica sul cervello (Hih), e dell’Università di Tubinga, piccolo centro non troppo lontano da Stoccarda, ha elaborato un metodo in grado di essere usato, nel prossimo futuro, per prevedere con un certo anticipo i danni cerebrali che provoca una tra le più subdole e complicate malattie che possono colpire l’uomo. La chiave innovativa è la mappatura di una proteina, chiamata Nfl, che si riversa nel liquido cerebrospinale, nel midollo e infine nel sangue in caso di danneggiamento delle cellule cerebrali, consentendo delle previsioni attendibili.

La seconda notizia arriva dall’Italia, e in particolare da Robbio in provincia di Pavia. Come possiamo vedere nel video della testata on-line La provincia Pavese infatti, l’Avis di Robbio è la prima sul territorio nazionale a poter usufruire della tecnologia “Vein Viewer”, un ricercatore di vene a infrarossi che consente di individuare la vena al primo colpo e azzerare il rischio di ematomi per i donatori.

Infine, un’importante approfondimento arriva dall’AGI (Agenzia giornalistica italiana), nel pezzo firmato direttamente da Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue. Oggetto dell’analisi, è la produzione dei vasi sanguigni sintetici, giacché come ci avverte la rivista Nature, prestigiosa rivista scientifica, alcuni ricercatori della University of British Columbia soni i primi studiosi a riuscire nell’impresa di produrli. Una scoperta di certo molto importante, che tuttavia, come spiega lo stesso Liumbruno, non deve far pensare immediatamente e nel breve periodo (così come succede per il sangue artificiale) a un utilizzo per l’uomo su larga scala, visti i costi elevatissimi e le enormi quantità che sarebbe necessario produrre.

Il lavoro dei donatori e la loro attitudine al dono sono e saranno ancora per moltissimo tempo, dunque, valori insostituibili: la ricerca su larga scala dovrà sicuramente proseguire e diventare sempre più efficiente, ma la sua importanza potrà concretizzarsi solo attraverso una crescita altrettanto significativa della sensibilizzazione sul valore del dono anonimo, gratuito, etico e organizzato. Questo non bisogna dimenticarlo.

 

È meno diffuso del West Nile Virus ma è meglio scongiurare ogni forma di diffusione: il Centro nazionale sangue dirama le misure di prevenzione per il virus Dengue

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Il suo impatto sulla raccolta sangue e sulle misure di controllo sanitario non è minimamente paragonabile a quello che, specie nel 2018, ha avuto il West Nile Virus, ma i suoi sintomi sono molto pericolosi, ed è giusto tenere sempre altissima la soglia di attenzione: il virus Dengue (DENV), la cui diffusione è geograficamente collocata soprattutto nelle zone tropicali, nelle ultime settimane si è diffuso fino all’Europa, e per questo il Centro nazionale sangue ha diramato qualche giorno fa, lunedì 7 gennaio 2019, un comunicato che indica quali devono essere le misure precauzionali necessarie per evitare che il Dengue possa raggiungere il nostro paese, anche in minima scala.

Gli ultimi casi rilevati in rodine temporale, in realtà, riguardano la zona dei Caraibi, e in particolare il Dipartimento d’Oltremare della Guadalupa e la Collettività d’Oltremare di Saint Martin (Francia). Zone molto distanti, che tuttavia, specie nel periodo delle festività natalizie, sono diventate possibili località turistiche per molti italiani.

I casi rilevati in Guadalupa e a Saint Martin si devono inoltre sommare a segnalazioni provenienti dal continente europeo, come quelle arrivate nel recente passato dalla Regione di Murcia, dalla provincia di Cadice e dalla Catalogna in Spagna, e dai dipartimenti delle Alpi Marittime, dell’Hérault e di Gard in Francia.

Un riassunto chiaro ed esauriente della situazione, dal punto di vista geografico, è arrivato dalla pagina Facebook dell’IPLA (Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente) del Piemonte, che in regione si occupa della lotta contro i fattori di contagio collegati alle zanzare. Ecco infatti, in figura 1, l’homepage dell’ente, che riporta le zone da cui sono arrivate le più recenti segnalazioni, indicate graficamente in rosso.

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Ma quali sono le misure di controllo per limitare al minimo un virus che, come possiamo leggere su Epicentro (il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica), è in grado di causare febbre duratura a temperature elevate anche per periodi relativamente lunghi (come 5-6 giorni dalla puntura di zanzara), con sintomi d’accompagnamento molto probanti come mal di testa acuti, dolori attorno e dietro agli occhi, forti dolori muscolari e alle articolazioni, nausea, vomito e irritazioni della pelle?

Ecco le istruzioni del Centro nazionale sangue, declinate punto per punto:

  1. Rafforzare le misure di sorveglianza sui possibili casi importati attivando la sorveglianza anamnestica del donatore di sangue per viaggi nell’area interessata.
  1. Applicare il criterio di sospensione temporanea di 28 giorni dal rientro per i donatori che abbiano soggiornato nell’area interessata.
  1. Applicare il criterio di sospensione temporanea di 120 giorni dalla risoluzione dei sintomi per i donatori con anamnesi positiva per infezione da Dengue DENV (infezione documentata oppure comparsa di sintomatologia compatibile con infezione da DENV).
  1. Sensibilizzare i donatori ad informare il Servizio trasfusionale di riferimento in caso di comparsa di sintomi compatibili con infezione da Dengue DENV oppure in caso di diagnosi d’infezione da DENV nei 14 giorni successivi alla donazione (post donation information).

Misure nette e molto semplici che, ci auguriamo, dovrebbero consentire un monitoraggio sul virus completo ed efficace, in modo da evitare qualsiasi minima forma di diffusione incontrollata attraverso la donazione di sangue.

Sul sistema sangue un approfondimento ampio ed esaustivo: e un allarme che non va sottovalutato

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Nel nostro tempo votato alla teologia della velocità che investe tutti i campi, e troppo spesso vittima alla conseguente superficialità nell’affrontare temi di grande importanza per la vita collettiva, è sempre più importante segnalare approfondimenti seri, ampi ed esaurienti, in grado di dare notizie e sciogliere nodi oscuri: è questo il caso, per esempio, di un lungo articolo pubblicato mercoledì 19 dicembre sul portale DonatoriH24, dedicato alle “dieci cose” che qualsiasi cittadino dovrebbe conoscere a proposito del sistema sangue.

Naturalmente per i lettori assidui di Buonsangue molti dei punti affrontati da DonatoriH24 sono piuttosto familiari – nel pezzo si spazia dalla differenza tra la donazione di sangue intero e la plasmaferesi alla funzione e all’utilizzo farmaceutico dei plasmaderivati, dall’analisi del concetto di autosufficienza alle caratteristiche pressoché uniche del sistema sangue italiano – ma in particolare è secondo noi degna di nota l’analisi puntuale, e ricca di informazioni inedite nonché di primissima mano, su come di qui a pochi anni potranno cambiare gli scenari della plasma-lavorazione.

L’apertura al libero mercato, che dal 2014 ha cambiato letteralmente i connotati alla produzione italiana di plasmaderivati, non ha prodotto almeno per ora i vantaggi tanto attesi. Su Buonsangue, come i lettori sanno, abbiamo seguito molto da vicino tutte le fasi del primo bando per la plasma-lavorazione del nuovo corso, quello che ha coinvolto il raggruppamento regionale NAIP (Nuovo accordo interregionale plasma con il Veneto capofila più Abruzzo, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Trentino, Umbria, Valle d’Aosta, Province di Trento e Bolzano), un case history che ha riguardato la gestione di circa 185mila kg di sangue e che ha mostrato sin dall’inizio tutti i rischi e le difficoltà di una liberalizzazione senza paletti rigidi, che è sembrata più legata alla volontà ideologica di seguire le politiche dominanti del mercato senza preoccuparsi troppo degli interessi comuni, che il frutto di una vera e propria valutazione seria, e ponderata, di ciò che l’apertura alle multinazionali (a patto che abbiano gli impianti di lavorazione nel territorio dell’UE), avrebbe potuto comportare in termini di qualità e sicurezza, e di conseguenza, in termini di uniformità del servizio. Criterio, quest’ultimo, che come è stato ribadito qualche settimana fa durante la celebrazione dei quarant’anni della legge 833 del 1978 fondativa del moderno Sistema Sanitario Nazionale, è da valutare basico e inalienabile.

Come giustificare, per esempio, un’assegnazione (quella alla CSL Behring) basata sulla netta sperequazione tra qualità 10% e costo 90%, offerta che non sarebbe nemmeno rientrata nel nuovo codice unico degli appalti che vieta espressamente di accettare l’offerta a maggior ribasso?

E come giustificare la necessità di tornare sul mercato a procurarsi i prodotti plasmaderivati mancanti rispetto ai tre (soltanto tre) inseriti nel bando come obbligatori? Già nel 2016, queste decisioni provocarono la reazione della comunità emofilica veneta, piuttosto scontenta della nuova situazione, quando ancora non si era a conoscenza del lungo ginepraio legale di ricorsi e controricorsi che hanno interessato praticamente tutti i bandi regionali già conclusi, innescando lunghi contenziosi legali a volte giustificati (si pensi ancora una volta alla Behring aggiudicataria del bando NAIP, che pur avendo i laboratori in Svizzera dove non sono vigenti le regole UE, ha vinto il ricorso al Tar), ma a volte puramente strategici.

In quanto al problema dell’uniformità del servizio su scala nazionale, va da sé che è molto difficile assicurarla in presenza di bandi molto diversi tra loro (per fortuna i raggruppamenti regionali guidati da Emilia Romagna e Toscana hanno impostato le loro gare su un bilanciamento diverso tra qualità e prezzo, assestandosi rispettivamente su un rapporto 60%/40% e 70%/30%), e basati su tempistiche molto discordanti, come dimostra il fatto che il bando dell’ultimo raggruppamento, quello guidato dalla Lombardia, non è ancora stato pubblicato. Diversità forti, secondo le testimonianze, sono inoltre intercorse su altri punti chiave, come il coinvolgimento dei donatori nei processi decisionali: alto nel caso dei gruppi guidati da Toscana ed Emilia, praticamente inesistente nei gruppi con capofila Veneto e Lombardia. Insomma, una situazione piuttosto frammentata, complessa, con ampie zone di incertezza.

Infine l’allarme più grande: il mercato del plasma varrà 20.67 miliardi di dollari nel 2021, con una previsione di crescita quinquennale del 6,7% in media ogni anno: sono questi i numeri giganteschi su scala internazionale secondo gli studi più autorevoli, ed è chiaro che cifre come queste attireranno sempre più soggetti internazionali, enormi e diramati come per esempio Shire, macchine mondiali in grado, com’è ben spiegato su DonatoriH24, di nascondere la propria ombra in compagini produttive di difficile lettura, frutto di fusioni e acquisizioni, e potenzialmente in grado di operare produttivamente – una volta acquisite le fette di mercato desiderate – secondo una geografia interna che nessuna autorità o garante potrà mai controllare.

Più volte dal mondo dei donatori è emersa la paura che vi sia la forte ambizione, da parte delle multinazionali estere, a sfruttare ogni opportunità al fine di liberalizzare il sistema sangue in modo estremamente marcato, senza escludere, per intenderci, la possibilità di una raccolta plasma a pagamento come già avviene in America: e se per fortuna a oggi questo rischio appare ancora lontano, grazie alle zone di protezione esistenti e il presidio delle associazioni su una raccolta fortemente legata al dono etico di forte matrice valoriale  (e dunque anonimo, gratuito e volontario), è comunque fondamentale che a livello politico si tenga conto del contesto internazionale oggi in continuo divenire, e proteggere i fattori etici e l’assoluta peculiarità del sistema sangue italiano a vocazione pubblica attraverso qualsiasi decisione futura.

 

 

 

 

 

 

Tre modi esemplari di trasmettere la cultura del dono, ma gli esempi potrebbero essere infiniti

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Tre storie meritevoli di essere raccontate, tre modi diversi di donare e trasmettere al prossimo la voglia di fare altrettanto.

Cominciamo dal nord, e in particolare da Verona, dove la continuità in questo gesto di valore per la comunità intera si materializza in un rapporto padre figlia

http://www.larena.it/territori/est/val-d-alpone/il-padre-dona-il-sangue-per-la-150esima-volta-la-figlia-con-lui-per-fare-la-prima-1.6830946

Un padre, l’avisino Ervino Piubello di 64 anni festeggia la sua donazione numero 150, record che gli consente di ottenere il titolo di super donatore dell’Avis di Brognoligo-Costalunga (VE). Evento notevole in questa dimensione comunale (tanto che il presidente di sezione Umberto Panarotto ha voluto sottolineare il momento accompagnando Piubello a donare e festeggiandolo con una targa), e proprio in questa occasione avviene un bel passaggio di testimone: Ervino porta sua figlia Valeria a compiere la prima donazione. Avis così ha guadagnato una nuova donatrice periodica che seguirà le orme paterne, e anche se sarà difficile superare il record, la continuità è assicurata.

Più a sud, a Montesilvano, Abruzzo, provincia di Pescara, è invece la street-art l’elemento di congiuntura tra la cultura del dono e la comunità intera. Da molti anni infatti la cultura della street-art si è imposta come bellezza che travalica una semplice idea di performance momentanea ed è diventata nei diversi tessuti urbani una vera e propria presenza costante di energia, forza creativa e immaginario. Ecco il murales di Montesilvano:

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http://www.notiziedabruzzo.it/politica-abruzzo/street-art-un-murales-per-invitare-alla-donazione-di-sangue-a-montesilvano.html

Chi dona è Superman o Wonder Woman? Sì, aggiungiamo noi, l’accostamento donatore/supereroe è un messaggio che funziona, e che come ogni messaggio ha principalmente il ruolo di farsi notare e ricordare: ma questo messaggio è ottimo soprattutto come anticamera di una seconda fase più matura, alla quale speriamo di poter arrivare presto; ovvero quella del dono come gesto “normale” radicato nella coscienza e nelle abitudini di ogni cittadino, e non come un’impresa speciale o un exploit nei momenti del bisogno.

Infine a Caserta, Campania, risalta agli occhi il successo dell’iniziativa voluta fortemente dalla Direzione Generale della Sanità Militare e dalla Regione Campania, che hanno portato a donare gli allievi della Scuola Specialisti dell’Aeronautica Militare.

Conclusa la donazione di sangue alla Scuola Specialisti dell’Aeronautica Militare: raccolte 300 sacche di sangue in quattro mesi

Due sole sedute di dono, una a giugno e una lo scorso venerdì 12 ottobre e ben 300 sacche raccolte, a testimonianza che l’esempio delle istituzioni nel dono del sangue potrebbe e dovrebbe essere uno strumento di azione e comunicazione molto importante. Non solo attraverso l’impegno delle forze dell’ordine, ma su un piano più ampio e generale che potrebbe tirare in causa istituzioni politiche, scuola e ordini professionali.

I giovani donatori organizzati e provenienti da tutto il mondo si riuniscono ad Aveiro (Portogallo) con la Fiods. Il futuro della risorsa sangue passa (anche) da qui

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Una grande festa per i giovani di tutto il mondo, all’insegna della condivisione delle esperienze e della necessità, nell’era del mondo globalizzato, di percepire la risorsa sangue e il suo utilizzo come un tema politico di rilevanza internazionale: si parlerà di questo e altro durante il prossimo Forum Internazionale Giovani della FIODS, (Federazione Internazionale delle Organizzazioni di Donatori di Sangue), che si terrà ad Aveiro, in Portogallo, dal 23 al 26 agosto 2018.

L’edizione portoghese, che segue quella del 2017 svoltasi a Kaunas, in Lituania, avrà come claim “Share life, join the tribe! Blood donors, a gift to the community”, ovvero “Condividi la vita, entra a far parte della tribù! Donatori di sangue, un regalo per la comunità”: una vera e propria esortazione che richiama alla necessità di creare una grande comunità di donatori internazionali entro la quale condividere lo stesso identico approccio al gesto responsabile, ovvero la donazione anonima, gratuita e non remunerata.

Durante lo svolgimento dei lavori, che vedranno impegnati delegazioni provenienti da tutto il mondo, si lavorerà inoltre per individuare le migliori strategie possibili per richiamare al dono le giovani generazioni, quegli under 35 che nei prossimi decenni dovranno assicurare ovunque, in ogni angolo del pianeta, il ricambio generazionale per la raccolta di sangue e plasma.

Promozione, comunicazione, capacità di coinvolgimento attivo: ecco il tris di obiettivi da raggiungere affinché la donazione diventi un gesto abitudinario portato avanti da donatori periodici non limitati dai confini nazionali.

Per il nostro paese parteciperà una delegazione di Avis composta da ben 14 partecipanti, demandati a portare a patrimonio comune l’esperienza del dono etico italiano, che com’è noto ai lettori di Buonsangue, è una vera e propria avanguardia sul piano della sicurezza e della qualità dei servizi trasfusionali, in un tempo in cui la gratuità del dono rischia di essere messa in pericolo dall’ingerenza degli interessi economici.

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Crescono i casi di West Nile Virus in Italia e nell’area mediterranea orientale, dal 18 luglio al 27 ben 8 nuove circolari. Per i viaggiatori, il solito imperativo “prima donare, poi partire”

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Lo scorso 18 luglio abbiamo analizzato su Buonsangue il tema dei virus tropicali che rischiano di arrivare in Italia attraverso i lunghi viaggi d’agosto, per poi diffondersi in modo più o meno invasivo a causa delle zanzare.

In quell’occasione abbiamo spiegato come la situazione debba essere monitorata di continuo, specie per quanto riguarda il West Nile Virus, malattia che fortunatamente si manifesta in modo asintomatico nell’ottanta per cento dei casi e che si chiama così perché è stata isolata per la prima volta nel 1937 nel distretto West Nile, in Uganda.

Dal 18 luglio a oggi lunedì 30, causa rilevazioni, a proposito del West Nile Virus sono arrivate numerosissime circolari dal Centro nazionale sangue, atte ad aggiornare le misure di prevenzione necessarie per contrastare la diffusione del virus, che, lo ricordiamo, consistono nello screening preventivo per mezzo del test Nat, o nella sospensione temporanea del dono di 28 giorni per tutti coloro che hanno soggiornato anche per una sola notte nelle zone interessate.

Nella tabella sinottica da noi ripresa dal CNS il 16 luglio, come possiamo vedere in figura 1, le province colpite in Italia erano soprattutto quelle del nord-est: Emilia Romagna intorno al fiume Po, Lombardia est, Veneto e Friuli Venezia Giulia; mentre all’estero i paesi già colpiti erano Grecia in alcune zone specifiche (Attica, Salonicco e Beozia), Serbia e Austria.

West-Nile-Virus-2018-Centro-Nazionale-Sangue

Fig.1

Oggi, solo dodici giorni dopo, sono arrivate ben otto nuove circolari. Il 18 luglio 2018 si è aggiunta alla lista dei luoghi sotto misure preventive la provincia di Vercelli, il 19 è toccato ai distretti di Braila e Olt in Romania e alla provincia di Parma , il 20 a nuove zone in Grecia (Atene), ai distretti di Srednje-Banatski e Sremski in Serbia e alla provincia di Fejer in Ungheria, oltre alle province di Pavia, Torino e Novara.

Il 23 luglio rilevamenti West Nile nella provincia di Veszprém (Ungheria), mentre il 25 sono arrivate le segnalazioni per distretti di Dolj e Iasi in Romania. Infine, il 27 luglio, nuovi rilevamenti nei distretti del Piero e delle isole di Eubea e di Emazia in Grecia, e in quello di Hajdù-Bihar in Ungheria.

In figura 2 ecco la tabella sinottica più aggiornata. Per chiunque debba raggiungere tutte le zone elencate per lavoro o per le vacanze estive, l’imperativo è il solito, prima donare poi partire. Nel periodo estivo, il più difficile per la raccolta sangue, anche il semplice stop di 28 giorni può rappresentare un danno grave per l’obiettivo dell’autosufficienza.

Tabella sinottica WNV 27.07.2018

Fig.2