La situazione PFAS in Veneto: s’inasprisce la battaglia politica mentre Report mostra situazione difficili in altre zone d’Italia

PFAS_Water_Cycle_631266_7-pdf

In Veneto continua ormai da molti anni a imperversare la questione dei PFAS, sostanze chimiche rilasciate nell’ambiente dal comparto industriale che secondo gli studi scientifici creano effetti enormemente negativi per l’ambiente – inquinamenti della terra e delle falde acquifere – e di conseguenza gravi criticità potenziali per la salute di larghi strati di popolazione nelle zone colpite, e in particolar modo per le donne (danni all’apparato riproduttivo) e per i bambini (molto più soggetti all’accumulo di queste sostanze cancerogene nel sangue).

Su Buonsangue abbiamo seguito il caso sin dal principio, raccontando gli effetti malsani delle sostanze, quali sono le zone in Veneto particolarmente inquinate, e descrivendo le strategie della Regione Veneto per cercare di contenere gli effetti disastrosi una criticità che potrebbe detonare nei prossimi anni.

Ecco le puntate precedenti:

Pfas in Veneto, il numero dei cittadini colpiti cresce mentre le istituzioni locali e nazionali faticano a lavorare in sinergia

 

Situazione PFAS in Veneto, studi dimostrano danni all’apparato riproduttivo in donne e uomini. La Regione ci riprova con la plasmaferesi pulitrice

Nuovo capitolo per il caso PFAS in Veneto: la plasmaferesi terapeutica serve oppure no?

Inquinamento da PFAS in Veneto, plasmaferesi per monitorare e ripulire migliaia di ragazzi

In particolare, la regione Veneto ha iniziato tempo fa un processo di ripulitura del sangue attraverso plasmaferesi che a oggi risulta l’unica misura adottata, e per di più in via sperimentale. Quali potranno essere gli effetti positivi di questi cicli, e su che percentuale di cittadini sapranno incidere, è ancora difficile stabilirlo, ma sul piano degli effetti che l’inquinamento da PFAS può provocare sul sistema trasfusionale, il problema è evidente: si rischia di intaccare il serbatoio di donatori nel presente, e di ridurlo sensibilmente nel futuro.

Intanto però ci sono alcune novità che bisogna registrare, e che sono di doppia natura. In primo luogo è un fatto delle ultime ore l’inasprirsi della battaglia politica sul territorio, con le dichiarazioni del consigliere regionale Cristina Guarda (Civica per il Veneto), che ha accusato la giunta veneta capitanata da Zaia di non occuparsi del problema, dopo aver chiesto tempo fa di applicare il divieto di consumo di acqua incontaminata per donne e bambini. “Vedremo se dopo esser stata cieca e sorda a quattro anni di denunce in Consiglio Veneto e sette di cittadinanza attiva – ha detto la Guarda – la Giunta leghista prenderà finalmente sul serio le conseguenze dei Pfas sulla fertilità femminile e sullo sviluppo dei bambini. Sappiamo che il dottor Foresta gode di maggiore stima in Regione e nell’intera comunità scientifica internazionale e perciò auspichiamo venga davvero ascoltato, o avremmo l’ennesima conferma dell’inconsistenza di questa maggioranza, assente sul versante della prevenzione alla salute e della responsabilità politica”.

In secondo luogo, è da sottolineare l’ampliamento del problema PFAS ad altre zone di territorio nazionale, come si è potuto riscontrare attraverso la nota trasmissione televisiva Report, che ha parlato di emissioni di molto fuori dalla norma (e poi ritoccate nel tempo secondo le esigenze delle aziende inquinanti) per fabbriche in Toscana, a Rosignano Solvay, e in Piemonte. Una situazione delicata che dovrebbe diventare ancora più centrale nel dibattito mediatico e politico, visto che in gioco c’è la salute pubblica.

Di recente abbiamo parlato di prevenzione di stili di vita corretti per favorire il dono del sangue, la salute pubblica e la sanità nazionale. Di certo se vengono a mancare le tutele dello stato sull’inquinamento ambientale, ottimizzare il livello della prevenzione rischia di diventare un’operazione decisamente più complessa.

Il West Nile Virus spesso occupa la scena ma attenzione anche alla malaria, specie dopo alcuni casi autoctoni nella vicina Grecia

malaria-combate-enfermedad-660x345

Nei media l’attenzione se la prende soprattutto il West Nile Virus. Ha un nome esotico, colpisce in modo più subdolo e frequente, si diffonde più facilmente, e nella stragrande maggioranza dei casi provoca un’influenza debilitante ma passeggera. Eppure esiste un’altra malattia infettiva che si trasmette a causa delle zanzare, su cui il Centro nazionale sangue, con le istituzioni preposte, opera una monitoraggio costante: si tratta della malaria.

La malaria, quando colpisce l’uomo, è una malattia molto pericolosa che può anche provocare la morte, ed è generata da protozoi parassiti trasmessi da zanzare femmine infette, del genere “anofele” (Anopheles), ovvero un insetto molesto che colpisce soprattutto al tramonto e nelle ore notturne nei cosiddetti paesi endemici, ovvero in Africa, nel Sud est Asiatico, in Asia centrale, talvolta in Medio Oriente e in America centrale. In altre parole nelle zone tropicali e subtropicali.

Per l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la malaria è “una malattia seria, prevenibile e curabile se diagnosticata tempestivamente e trattata con farmaci adeguati”, quindi la monitorizzazione continua è molto importante. I casi in Italia sono legati nella stragrande maggioranza al turismo nelle zone sopra indicate come endemiche, ma l’ultimo comunicato in merito che risale a qualche giorno fa, al 14 novembre, testimonia di alcuni casi in Grecia che meritano attenzione, anche perché sono autoctoni.

Riguardano, nel dettaglio, le municipalità di Tychero e Feres, nella provincia di Evros, e la municipalità di Echedoros in provincia di Salonicco. Perché è importante segnalarli? Naturalmente, la vicinanza della Grecia, la frequenza degli spostamenti di persone tra Grecia e Italia, sono fattori che spingono ad accrescere la sorveglianza ematologica, con le seguenti raccomandazioni per i donatori di sangue:

1) effettuazione di un’adeguata sorveglianza anamnestica dei donatori che hanno viaggiato nelle aree interessate;

2) sospensione di 6 mesi per chi ha soggiornato nelle aree interessate e non ha manifestato sintomi febbrili, con riammissione dopo esito negativo la test;

3) sensibilizzazione dei donatori nel segnalare eventuali sintomi febbrili di non facile identificazione o sintomatologie compatibili con la malaria;

Il comunicato completo si può consultare a questo link del Centro nazionale sangue, che costantemente, come sappiamo, offre ai cittadini le informazioni anche su altre malattie minacciose, come Dengue, Chikungunya, e Zika Virus.

Torna in pista Ambrosia, che vende trasfusioni di plasma giovane per clienti che non vogliono invecchiare. Un caso che spiega i rischi della commercializzazione

vampirefinal_2x

Vi ricordate Ambrosia, la start- up californiana nata per vendere trasfusioni di plasma proveniente da persone d’età compresa tra i 16 e i 25 anni, allo scopo di “ringiovanire” gli acquirenti del trattamento? Su Buonsangue ne avevamo parlato negli anni scorsi, prima per raccontare la sua esistenza, e poi per fotografare gli utilizzi prepotentemente commerciali – e dal nostro punto di vista evitabili – di una risorsa biologica importantissima per produrre farmaci salvavita decisivi per la salute dei pazienti. Ora, dopo un periodo di sospensione del servizio, Ambrosia è tornata a funzionare. Ma cosa è accaduto?

A inizio del 2019, la società americana aveva deciso di interrompere la fornitura del trattamento, in seguito a un annuncio della Food and Drugs Administration, l’istituzione statunitense che si occupa di vigilare sulla salute dei consumatori e di licenziare cosmetici e farmaci; annuncio che sconsigliava vivamente i cittadini americani di acquistare il prodotto offerto da Ambrosia, perché assolutamente inconsistente dal punto di vista dei benefici reali.

Di recente, il nuovo inizio.

Jesse Karmazin, il Ceo e amministratore delegato di Ambrosia, è tornato alla carica, dichiarando in un’intervista al network OneZero che la sua società tornerà a far tornare giovani i propri clienti. In realtà, nei mesi di apparente stop dovuto all’intervento della FDA che smentiva qualsiasi beneficio comprovato scientificamente delle trasfusioni di plasma giovane, Karmazin aveva fondato una seconda società, la Ivy Plasma, che offriva la stessa tipologia di prodotto senza specificare che il plasma in vendita proveniva da persone di età compresa tra 16 e 25 anni.

Il nuovo tariffario di Ambrosia, che come ha specificato lo stesso Karmazin “ha un nome e servizi che piacciono molto al pubblico”, prevede una spesa di ottomila dollari per le trasfusioni di un litro e dodicimila dollari per le trasfusione da due litri, servizi destinati a clienti da trenta a novant’anni fiduciosi di poter così ringiovanire il proprio organismo o quantomeno ritardare l’invecchiamento.

Aldilà del caso di attualità e del grado di impostura contenuto nel servizio venduto da Ambrosia, tuttavia, la notizia è un ottimo esempio per far capire quali possono essere i rischi di uno sdoganamento delle donazioni di plasma retribuite, e di liberare la raccolta della materia biologica da vincoli di natura etica che in Europa resistono ancora e che, per esempio in USA, sono già assenti da tempo.

Il plasma del resto è un business in grande crescita, così come spiegano le ricerche di settore, e nei prossimi anni il giro d’affari mondiale del plasma supererà i 21 miliardi di dollari. Pensare all’utilizzo industrializzato di donatori giovani da arruolare nelle zone più depresse del paese affinché il loro plasma finisca nelle vene di adulti abbienti che vogliono ringiovanire, di certo non rientrerebbe nel codice del dono non remunerato discusso di recente a Roma durante il convegno internazionale voluto da Fiods come pietra miliare del confronto internazionale in vista della prossima giornata mondiale del donatore.

Una commercializzazione aperta del plasma al consumatore, romperebbe ogni forma di controllo e abolirebbe l’articolo principale della convenzione di Oviedo secondo cui non è pensabile trarre profitto da componenti del corpo umano. Per non parlare dei rischi sulla sicurezza di moltissime persone soggette a trasfusioni difficilmente controllabili. In Italia siamo al riparo da esperienze di questo genere, ma è sempre meglio tenere gli occhi aperti.

 

 

Plasma irregolare per interventi di chirurgia plastica: da Sky TG24 una notizia che apre a riflessioni

Prp-hand-rejuvenation-ama-regenerative-medicine

È notizia fresca che arriva da Sky TG 24 la chiusura di numerose cliniche private che, in modo assolutamente illecito erano solite offrire trattamenti di bellezza basati sull’utilizzo di plasma PRP, ovvero plasma ricco di piastrine, in grado, secondo i chirurghi plastici indagati e fermati, di apportare enormi benefici alla vitalità dei tessuti epidermici.

Di ampio raggio il blitz dei Nas che hanno chiuso numerose cliniche a Milano, Bologna e Firenze, sospeso medici a Roma, e sequestrato cosmetici in Emilia Romagna e Puglia.

Questo caso di cronaca ci restituisce piuttosto bene la misura di quanto sia fondamentale, decisiva, e inalienabile la gestione di una risorsa come il plasma su base pubblica per il fattore sicurezza, con una piena e continua collaborazione tra gli stakeholder del sistema sangue: istituzioni, industria della plasma-lavorazione (in coordinamento con le stesse istituzioni) e donatori, attraverso una prassi come la lavorazione in conto terzi, nata in Italia e in grado di tracciare la risorsa che arriva poi all’utente finale attraverso ogni tracciatura e in piena sicurezza, con il plasma che resta pubblico dalla raccolta fino alla distribuzione.

Quando parliamo dei rapporti tra plasma e mercato non manchiamo mai di ricordare quanto siano importanti le stime degli esperti sul valore di questo mercato negli anni che verranno.

Più di venti miliardi di dollari nel 2021, con una crescita annuale vicina al 7% secondo gli esperti: e se si pensa all’enorme fabbisogno mondiale dei farmaci salvavita e all’imminente sviluppo di mercati di utenti finali estremamente ricchi come India, Cina e Sud America, è facile capire il perché.

È altrettanto importante ricordare che quando si parla di sangue e di plasma – risorse biologiche assolutamente primarie del nostro organismo – la ricerca scientifica investe i piani più disparati, che vanno da serissime ricerche sui tumori e sull’enorme quantità di informazioni che il nostro sangue è in grado di trasportare, fino al plasma come fonte per l’eterna giovinezza e come elisir di bellezza eterna.

Poiché spesso ricerca e mercato hanno scopi diversi e soprattutto tempi di attesa per i rispettivi risultati decisamente incompatibili, bisogna stare molto attenti alle attività illecite che si fondano su un uso indiscriminato delle risorse.

Cosa potrebbe accadere infatti in caso di una progressiva liberalizzazione, e senza freni agli utilizzi commerciali del plasma più spregiudicati? Di certo si incentiverebbe la raccolta del plasma a pagamento in territori difficili, come ha testimoniato una ricerca del New York Time di cui si è parlato in tutto il mondo.

Tutti temi che le associazioni di donatori conoscono molto bene, e che non vanno mai sottovalutati. Proprio alle associazioni e ai dirigenti del sistema sangue il compito di bilanciare con la diffusione della cultura del dono e la corretta informazione, le pressioni sulla deregulation che non di rado arrivano da alcuni grandi gruppi farmaceutici internazionali.

 

Meeting di specialisti a Roma: per combattere le nuove malattie infettive che possono incidere sulla raccolta sangue, servono prevenzione, ricerca e collaborazione

Final-Cycle-wTitle-transparent

Il mondo cambia di continuo, si evolve sotto tutti i punti di vista e non di meno da quello sanitario. Aumentano le possibilità di cura per mali che tempo fa si credevano incurabili e allo stesso tempo emergono nuove malattie, virus che anno dopo anno per cause varie aumentano la loro incidenza nella vita di tutti i giorni.

I sistemi sanitari di paesi moderni come l’Italia, che occupano un posto di rilievo nella gestione della sanità mondiale, devono necessariamente lavorare all’avanguardia sulla prevenzione, ritagliandosi il ruolo di paesi guida e accentando tale responsabilità: ecco perché è stato molto importante, a Roma, il meeting organizzato in sinergia dal Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC) e dal Centro Nazionale Sangue, andato in scena ieri 9 aprile a Roma nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità, dal titolo “Pathogen Inactivation of blood and blood components”

Ricco il parterre, con rappresentanti dei principali stati dell’UE e anche degli Stati Uniti, e ricchi anche i contenuti. Lo scenario scientificamente accertato su cui si è discusso è abbastanza chiaro, e secondo gli esperti tutto parte dai cambiamenti climatici e dai flussi migratori, ovvero i fenomeni più discussi – troppo spesso con enorme superficialità – a livello politico e mediatico: tali fenomeni globali contribuiscono alla diffusione e all’affermazione di insetti prima non presenti in Europa, in grado di colpire un alto numero di persone e di mettere a rischio, dunque, l’attività dei donatori di sangue, col conseguente influsso sull’autosufficienza.

Come reagire? La risposta l’ha data Dragoslav Domanovic dell’ECDC: “La difesa principale è un buon sistema di sorveglianza, in cui i casi vengono trovati appena emergono e la notizia viene condivisa immediatamente con gli altri Stati e con noi, in modo da elaborare una strategia di reazione – ha spiegato l’esperto –  In caso di malattie per cui non ci sono test diagnostici le tecniche di riduzione dei patogeni possono essere una buona strategia per diminuire il rischio che il sangue e gli emoderivati destinati ai pazienti siano contaminati. Queste strategie sono state già raccomandate per il virus Zika e altri focolai di malattie, come Chikungunya, specialmente quando sono avvenuti in aree con un alto numero di potenziali donatori in cui la loro sospensione poteva creare carenze significative nelle scorte di sangue”.

Per quanto riguarda la situazione italiana si è espresso invece Giancarlo Maria Liumbruno, il direttore del Centro nazionale sangue, che ha spiegato in prima battuta come la tecnica di riduzione degli agenti patogeni non sia ancora praticabile in tutte le regioni. Tuttavia la prevenzione e l’approccio strategico esiste su malattie ormai diventate endemiche, come per esempio il West Nile Virus, per il quale anche per il 2019 è stato da pochissimo varato un vero e proprio Piano nazionale integrato di sorveglianza, che si può consultare integralmente a quest indirizzo web:

Piano nazionale integrato di sorveglianza e risposta ai virus West Nile e Usutu – 2019 

Per tutto il 2018, su Buonsangue abbiamo seguito l’evoluzione dei numeri del West Nile: numeri importanti che hanno mostrato come questa malattia sia diventata endemica. Come sempre però, conoscenza e misure di prevenzione, monitoraggio e informazione possono aiutare a limitare i danni. Ecco, a tal proposito, il vademecum del Centro nazionale sangue che spiega come ridurre i rischi di diffusione a livello istituzionale:

West Nile Virus, come ridurre il rischio di diffusione

E’ importante mettere immediatamente in opera gli interventi diretti alla riduzione del rischio di diffusione:

  • azioni di controllo dei vettori
  • azioni di informazione, per prevenire le punture di zanzare, mirate sia alla popolazione che alle persone più a rischio, quali gli anziani, le persone con disordini immunitari, le persone affette da alcune patologie croniche quali tumori, diabete, ipertensione, malattie renali e le persone sottoposte a trapianto
  • corretta gestione del territorio con azioni di risanamento ambientale, per eliminare i siti in cui le zanzare si riproducono e ridurne la densità, sia in aree pubbliche che private.

Gli interventi di risanamento ambientale possono comprendere, fra l’altro:

  • manutenzione delle aree verdi pubbliche.
  • pulizia delle aree abbandonate.
  • eliminazione dei rifiuti per evitare la presenza di contenitori, anche di piccole dimensioni, contenenti acqua.
  • drenaggio.
  • canalizzazione.
  • asportazione o chiusura di recipienti.

A livello personale, invece, bisogna stare attenti soprattutto ai viaggi, e controllare, prima di partire, la pagina dedicata alle malattie infettive sul sito del CNS.

Con Avis e IILA l’Italia protagonista anche in El Salvador: dopo la consegna dei plasmaderivati, continua l’apporto sulla formazione

16003948891_9eac3741af_b

Di recente l’Afghanistan, con una imponente fornitura di plasmaderivati, poco prima il Vietnam, allo scopo di ribadire anche nel sud-est asiatico il valore della sicurezza nelle trasfusioni, e ora è il turno di El Salvador. Il sistema sangue italiano, in questo caso rappresentato da Avis Nazionale e dai suoi un milione e 800mila donatori, continua a esportare i suoi valori e le sue specificità organizzative in tutto il mondo.

Nei prossimi 20, 21 e 22 marzo infatti, è prevista la partenza di una delegazione di AVIS Nazionale che raggiungerà El Salvador allo scopo di accrescere la consapevolezza trasfusionale del paese centroamericano, attraverso alcune attività di formazione di natura tecnica e organizzativa dedicate alla raccolta sangue attraverso la donazione volontaria, anonima, gratuita e perché no, associata.

Il titolo dei moduli di formazione pensati per El Salvador è “Assistenza tecnica per la pianificazione e l’esecuzione di attività comunitarie volte alla promozione della donazione volontaria di sangue”, e l’iniziativa nasce dal lavoro dell’IILA, ovvero l’Istituto Italo-Latino Americano: i corsi saranno rivolti al più lato livello dell’organizzazione sanitaria del paese ospitante, ovvero al personale del Ministero della Salute di El Salvador, al personale del Sistema Basico di Salute Integrale – SIBASI (con risorse provenienti da tutte le regioni del Paese) e ad alcuni rappresentanti di ADAS, l’Associazione Salvadoregna dei Donatori Altruisti di Sangue.

Questo progetto in collaborazione tra Avis e IILA è parte integrante di un più ampio progetto che vede impegnato il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione italiana, un progetto volto ad accrescere e ottimizzare i criteri di sicurezza e qualità trasfusionale in paesi che devono ancora fare molta strada nel settore, come Bolivia, Guatemala, e lo stesso El Salvador, un paese che peraltro già nel 2018 era stato al centro di un progetto importante portato avanti da Avis e Fiods, culminato nella consegna di 1,5 milioni di unità di fattore VIII, farmaco plasmaderivato fondamentale per la terapia dell’emofilia, e nella creazione di strutture di sistema ispirate al modello italiano.

Attraverso il Centro Nazionale Sangue, AVIS e Fiods, in altre parole, già nel 2018 era nato il volontariato del sangue, concretizzato con la nascita di Asdas, ovvero l’Asociacion salvadoregna de donantes altruistas de sangre.

In El Salvador, per Avis, oltre all’ufficio stampa Boris Zuccon, ci sarà Alice Simonetti, componente dell’Esecutivo nazionale da noi recentemente intervistata, a conferma del suo affermarsi come giovanissima esperta delle missioni internazionali dell’associazione.

«Abbiamo strutturato un percorso – ha specificato la Simonetti – che prende avvio dalla presentazione del contesto normativo e associativo italiano e che propone anche un focus sul contesto internazionale. Attraverso una proposta formativa strutturata su lezioni frontali e attività di gruppo, approfondiremo temi come la comunicazione, intesa sia dal punto di vista “interno” riferito al gruppo di volontari o professionisti che si occupano della promozione della donazione, sia dal punto di vista “esterno” della divulgazione del messaggio solidaristico del dono del sangue».

L’impegno del sistema sangue italiano del mondo si conferma di altissimo livello. In attesa della prossima missione.

 

Quando una donazione si scambia con il cibo: il caso di una campagna a Bangui, in Repubblica Centrafricana

 

9065a62927ab0be0b624893cfd9b9916

Dal mondo arriva una notizia che ci ha profondamente colpito, e che spiega con enorme precisione e con la potenza che solo i fatti nudi e crudi posseggono, quanto sia delicata, importante e degna di attenzione mediatica la questione della raccolta sangue organizzata secondo criteri di trasparenza, sicurezza e qualità del servizio sanitario.

Succede infatti che a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, il sangue sia una risorsa importantissima, e che il servizio sanitario nazionale non abbia la capacità necessaria di fondi per promuovere campagne sulla donazione di sangue, anche a causa dell’assenza di associazioni di volontariato come quelle italiane, in grado di svolgere l’importante lavoro sul campo.

Così, come leggiamo sul Globalist, avviene che Emergency, assieme al CNTS locale (Centre national de transfusion sanguine) sostiene una campagna efficace incentrata sullo “scambio”: a raccontarlo alla testata on-line è Alessandro Manno, italiano e responsabile Emergency che ha in cura questa campagna così particolare: “A ogni donatore sono regalate due scatole di sardine, con l’aggiunta di un filoncino di pane e un succo di frutta – ha raccontato Manno – Valgono all’incirca 1.600 franchi, più o meno due euro e mezzo, non così poco in un Paese dove una persona su quattro soffre la fame”.

Cosa ci insegna questa esperienza sul campo? Ci dice che ogni contesto ha bisogno di essere compreso e assecondato da chi lo vive, affinché sia possibile ottenere dei risultati finali in grado di fare il bene delle comunità locali. A Bangui, infatti, questo metodo funziona, e ogni giorno, grazie alla possibilità di ricevere beni di primissima necessità che in molte zone della città non sono di facile accesso per tutti, si riescono a raccogliere anche 40 sacche al giorno da riutilizzare, in modo assolutamente gratuito, in favore di tutti i pazienti che ne hanno bisogno, tra cui moltissimi bambini.

Ovviamente, sono assicurati anche i controlli di qualità e sicurezza, e anche in questa pratica l’Italia ha avuto un ruolo centrale: i reagenti che occorrono per individuare l’epatite b, l’HIV, l’epatite c o la sifilide sono disponibili grazie a un finanziamento di 365 mila euro erogato dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

L’Italia dunque si contraddistingue ancora positivamente nel settore del sangue, con politiche meritorie che funzionano lontano dai riflettori e dai media, troppo spesso impegnati a fomentare dibattiti ben meno significativi o di pubblica utilità. Ma ciò che ci preme sottolineare è soprattutto quanto siano diversi e complessi gli scenari di raccolta sangue e plasma in giro per il mondo, scenari che naturalmente non devono essere né confusi, né tantomeno strumentalizzati. C’è grande differenza, infatti, tra il caso di Bangui che abbiamo appena raccontato, e, per esempio, la raccolta plasma a pagamento “industrializzata” che abbiamo trattato di recente, in seguito a un approfondimento del New York Times.

Raccontare, analizzare, approfondire e restituire le complessità di ogni singola vicenda. Solo così ci pare sia possibile partecipare a una crescita culturale collettiva e a un aumento reale di consapevolezza su un tema che ci riguarda tutti.

I plasmaderivati italiani arrivano in Afghanistan. E salvano vite umane

plasma

Un’attività concreta e caratterizzata da grande costanza negli anni: continuano gli aiuti importantissimi che il sistema trasfusionale italiano dedica a paesi lontani che per ragioni storiche, povertà diffusa o guerre recenti non possono contare su un’organizzazione accettabile sul piano dell’approvvigionamento di plasmaderivati e dei farmaci salvavita.

Dopo la visita in Vietnam, che abbiamo documentato lo scorso 30 gennaio, è arrivata infatti la “missione” in Afghanistan, che per moltissimi malati di emofilia del paese asiatico colpito dalla guerra ormai dal 2001, ha un valore davvero inestimabile. Il sistema sangue italiano, ha inviato in Asia ben 2,1 milioni di unità di Fattore VIII e Fattore IX, naturalmente scorte eccedenti al fabbisogno nazionale, farmaci che come sappiamo bene sono plasmaderivati definiti “salvavita”, perché assolutamente decisivi per la cura dell’emofilia e di altre patologie gravi.

Toccanti le parole del dottor Arif Oryakhail, consulente tecnico per la salute pubblica dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo del Ministero degli Esteri, nel suo racconto personale degli effetti che questa donazione ha prodotto in Afghanistan:

“I genitori – ha detto – appena sono stati informati dell`arrivo della donazione si sono messi in viaggio con i loro figli. I piccoli pazienti accompagnati dai loro genitori sono arrivati da tutte le Regioni dell`Afghanistan. Hanno affrontano il pericolo di un lungo viaggio pur di poter arrivare al Centro per una somministrazione di fattore. I genitori vivono nell’angoscia di non poter dare una terapia ai loro figli. Senza le donazioni non avrebbero nessuna possibilità di accedere alla terapia. I pazienti emofilici di tutto l`Afghanistan, e i loro genitori vi ringraziano con tutto il cuore e vi sono profondamente riconoscenti”.

Molto forte dunque, va ribadito, è l’impatto umanitario di programmi internazionali e operazioni come quella afghana, che consentono al sistema sangue italiano di farsi conoscere come un modello di eccellenza in tutto il mondo, e soprattutto di conoscere nei minimi dettagli le situazioni diverse e complesse che le comunità vivono in altri continenti, perseguendo l’obiettivo, ad oggi ancora utopico, di vedere un giorno un  identico livello di cure sanitarie in tutto il pianeta. Ecco perché, nell’intervista rilasciata a Buonsangue lo scorso 20 febbraio, Alice Simonetti, delegata continentale in Fiods, ha potuto ribadire proprio in diversi passaggi l’importanza del fattore “scambio”, elemento chiave di un altro grande progetto in America Latina.

Un lavoro complesso quello del sistema trasfusionale italiano verso i paesi bisognosi, che va avanti da anni e che si è fortificato, come spiega un comunicato di Avis Nazionale in merito, “nel quadro dell’accordo Stato-Regioni del 7 febbraio 2013 che promuove gli accordi di collaborazione per l’esportazione di medicinali plasmaderivati a fini umanitarie lo sviluppo delle reti assistenziali nei Paesi coinvolti. In questi anni, circa 30 milioni di unità internazionali di fattori della coagulazione sono stati esportati in Afghanistan, Albania, Armenia, India e Serbia. In futuro gli interventi verranno estesi anche a Palestina, Kosovo, Egitto, El Salvador e Bolivia”.

Non solo Europa dunque, ma anche Asia, Sudamerica, Africa e America Centrale. Il sangue italiano come fattore benefico in giro per il mondo, si impone come netta testimonianza del fatto che, lontano dai riflettori, esistono settori del paese che fanno di tutto per funzionare al meglio e preferiscono i fatti ai proclami.

 

Sangue e ricerca scientifica, tantissimi i campi di applicazione ma il ruolo dei donatori non passerà mai di moda

blood-75302_960_720

La ricerca scientifica sul sangue è perseguita nel mondo in modo costante, dai più prestigiosi centri di ricerca. Il sangue, lo sappiamo bene, è il fluido vitale per eccellenza, un liquido all’interno del quale sono trasportate un numero enorme di informazioni sul nostro organismo.

E se già molte volte, in questi anni, abbiamo riportato informazioni sulle ricerche più significative, dal sangue artificiale ai tentativi di curare autismo e problemi cardiaci, o dall’importanza del sangue del cordone ombelicale che contiene le staminali fino ad Ambrosia, l’esperimento piuttosto discusso nato in America per provare a ritardare l’invecchiamento attraverso la trasfusione di plasma giovane, in questa settimana sono arrivati aggiornamenti importanti rispetto a ben tre filoni di ricerca.

In primo luogo, l’Alzheimer: sono molte le testate che hanno ripreso la notizia, da Sky Tg24 al Giornale, e di nuovo c’è che un’equipe internazionale formata da studiosi dell’Università di Washington, del Centro tedesco per le malattie neurodegenerative (Dzne), dell’Istituto Hertie per la ricerca clinica sul cervello (Hih), e dell’Università di Tubinga, piccolo centro non troppo lontano da Stoccarda, ha elaborato un metodo in grado di essere usato, nel prossimo futuro, per prevedere con un certo anticipo i danni cerebrali che provoca una tra le più subdole e complicate malattie che possono colpire l’uomo. La chiave innovativa è la mappatura di una proteina, chiamata Nfl, che si riversa nel liquido cerebrospinale, nel midollo e infine nel sangue in caso di danneggiamento delle cellule cerebrali, consentendo delle previsioni attendibili.

La seconda notizia arriva dall’Italia, e in particolare da Robbio in provincia di Pavia. Come possiamo vedere nel video della testata on-line La provincia Pavese infatti, l’Avis di Robbio è la prima sul territorio nazionale a poter usufruire della tecnologia “Vein Viewer”, un ricercatore di vene a infrarossi che consente di individuare la vena al primo colpo e azzerare il rischio di ematomi per i donatori.

Infine, un’importante approfondimento arriva dall’AGI (Agenzia giornalistica italiana), nel pezzo firmato direttamente da Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue. Oggetto dell’analisi, è la produzione dei vasi sanguigni sintetici, giacché come ci avverte la rivista Nature, prestigiosa rivista scientifica, alcuni ricercatori della University of British Columbia soni i primi studiosi a riuscire nell’impresa di produrli. Una scoperta di certo molto importante, che tuttavia, come spiega lo stesso Liumbruno, non deve far pensare immediatamente e nel breve periodo (così come succede per il sangue artificiale) a un utilizzo per l’uomo su larga scala, visti i costi elevatissimi e le enormi quantità che sarebbe necessario produrre.

Il lavoro dei donatori e la loro attitudine al dono sono e saranno ancora per moltissimo tempo, dunque, valori insostituibili: la ricerca su larga scala dovrà sicuramente proseguire e diventare sempre più efficiente, ma la sua importanza potrà concretizzarsi solo attraverso una crescita altrettanto significativa della sensibilizzazione sul valore del dono anonimo, gratuito, etico e organizzato. Questo non bisogna dimenticarlo.

 

È meno diffuso del West Nile Virus ma è meglio scongiurare ogni forma di diffusione: il Centro nazionale sangue dirama le misure di prevenzione per il virus Dengue

14761559216_33bdeefb1c_b

Il suo impatto sulla raccolta sangue e sulle misure di controllo sanitario non è minimamente paragonabile a quello che, specie nel 2018, ha avuto il West Nile Virus, ma i suoi sintomi sono molto pericolosi, ed è giusto tenere sempre altissima la soglia di attenzione: il virus Dengue (DENV), la cui diffusione è geograficamente collocata soprattutto nelle zone tropicali, nelle ultime settimane si è diffuso fino all’Europa, e per questo il Centro nazionale sangue ha diramato qualche giorno fa, lunedì 7 gennaio 2019, un comunicato che indica quali devono essere le misure precauzionali necessarie per evitare che il Dengue possa raggiungere il nostro paese, anche in minima scala.

Gli ultimi casi rilevati in rodine temporale, in realtà, riguardano la zona dei Caraibi, e in particolare il Dipartimento d’Oltremare della Guadalupa e la Collettività d’Oltremare di Saint Martin (Francia). Zone molto distanti, che tuttavia, specie nel periodo delle festività natalizie, sono diventate possibili località turistiche per molti italiani.

I casi rilevati in Guadalupa e a Saint Martin si devono inoltre sommare a segnalazioni provenienti dal continente europeo, come quelle arrivate nel recente passato dalla Regione di Murcia, dalla provincia di Cadice e dalla Catalogna in Spagna, e dai dipartimenti delle Alpi Marittime, dell’Hérault e di Gard in Francia.

Un riassunto chiaro ed esauriente della situazione, dal punto di vista geografico, è arrivato dalla pagina Facebook dell’IPLA (Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente) del Piemonte, che in regione si occupa della lotta contro i fattori di contagio collegati alle zanzare. Ecco infatti, in figura 1, l’homepage dell’ente, che riporta le zone da cui sono arrivate le più recenti segnalazioni, indicate graficamente in rosso.

Lotta alle zanzare in Piemonte IPLA Post

Fig.1

Ma quali sono le misure di controllo per limitare al minimo un virus che, come possiamo leggere su Epicentro (il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica), è in grado di causare febbre duratura a temperature elevate anche per periodi relativamente lunghi (come 5-6 giorni dalla puntura di zanzara), con sintomi d’accompagnamento molto probanti come mal di testa acuti, dolori attorno e dietro agli occhi, forti dolori muscolari e alle articolazioni, nausea, vomito e irritazioni della pelle?

Ecco le istruzioni del Centro nazionale sangue, declinate punto per punto:

  1. Rafforzare le misure di sorveglianza sui possibili casi importati attivando la sorveglianza anamnestica del donatore di sangue per viaggi nell’area interessata.
  1. Applicare il criterio di sospensione temporanea di 28 giorni dal rientro per i donatori che abbiano soggiornato nell’area interessata.
  1. Applicare il criterio di sospensione temporanea di 120 giorni dalla risoluzione dei sintomi per i donatori con anamnesi positiva per infezione da Dengue DENV (infezione documentata oppure comparsa di sintomatologia compatibile con infezione da DENV).
  1. Sensibilizzare i donatori ad informare il Servizio trasfusionale di riferimento in caso di comparsa di sintomi compatibili con infezione da Dengue DENV oppure in caso di diagnosi d’infezione da DENV nei 14 giorni successivi alla donazione (post donation information).

Misure nette e molto semplici che, ci auguriamo, dovrebbero consentire un monitoraggio sul virus completo ed efficace, in modo da evitare qualsiasi minima forma di diffusione incontrollata attraverso la donazione di sangue.