“Sangue infetto” di Michele De Lucia, opera dettagliata e attenta che rilegge la storia dei processi sul sangue con ampia documentazione ed equidistanza, senza giustizialismo e sensazionalismo

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Una materia difficile, controversa, complessa, che contiene in sé l’ambiguità della vita stessa, con grandi scoperte salvifiche e tante vicende dolorose. L’utilizzo della risorsa sangue, le trasfusioni, è uno dei grandi temi del nostro secolo, tema che in Italia come spesso accade è stato trattato a livello mediatico in modo discutibile, più sensibile alle esigenze della grande macchina dello spettacolo che allo scopo ben più alto di stabilire, per tutti gli attori interessati, un grado accettabile di verità sui fatti. Che ormai sono accertati. Le trasfusioni di sangue nel nostro paese hanno salvato vite innumerevoli, ma vi sono stati anche molti errori e vittime innocenti, talvolta per imperizia, e in molti casi perché la ricerca scientifica non aveva ancora raggiunto quel grado di efficienza tale da scongiurare ogni rischio. E se in tanti anni di processi sono stati individuate le responsabilità di alcuni, c’è anche chi dopo decenni di gogna mediatica, è stato riconosciuto innocente, come è accaduto, per esempio, alla famiglia Marcucci, operatori del settore tra i più colpiti dall’ondata di giustizialismo che, come approfondiremo più avanti, derivò dall’onda emotiva di Tangentopoli.

Di tutto questo e di molto altro racconta il giornalista Michele De Lucia, classe 1972, già attento osservatore, nei suoi libri passati, di alcuni dei più popolari casi d’attualità italiani (come la parabola berlusconiana analizzata sotto molteplici aspetti e il caso dei finanziamenti statali alla Fiat). De Lucia, nel suo ampio, muscolare e dettagliato ultimo volume intitolato Sangue Infetto (Mimesis Edizioni, 2018), si spinge molto in profondità nei casi giudiziari sul sangue citati negli strilli in copertina che tra gli anni Ottanta e Novanta sconvolsero l’opinione pubblica, ma non si limita a quello e restituisce l’ampiezza dell’universo sangue come vicenda pubblica tracciando una vera e propria storia internazionale di come il sangue è stato utilizzato come bene collettivo, merce, materia salvifica o agente distruttivo. Storia controversa, quindi, e di grandissimo interesse.

È ampio e dettagliato il materiale di ricerca a cui De Lucia attinge. Bibliografia tematica, archivi giornalistici, interviste e naturalmente sentenze (alcune pubblicate in appendice al volume stesso), tutto materiale utile a ricostruire con esattezza e precisione l’avvicendarsi di colpi di scena e casi italiani e internazionali che oggi fanno parte della memoria collettiva e anche dell’immaginario comune.

Il viaggio di De Lucia è davvero onnicomprensivo. Si parte dai casi dei giovanissimi emofilici Carlo Marcati e Vincenzo Russo (entrambi nel 1954) che colpirono l’emotività collettiva e furono salvati dalla mobilitazione internazionale (addirittura, nel caso di Russo, da una spedizione di fattori della coagulazione dagli USA grazie all’interessamento dell’ambasciatrice statunitense in italia Clara Booth Luce), e si approda all’analisi dei sistemi trasfusionali nei principali paesi del mondo, passando per alcune delle principali questioni ancora d’oggi d’attualità, che come sa bene chi legge Buonsangue, vertono su storiche dicotomie di pensiero rispetto alla gestione di risorse biologiche decisive come il sangue e il plasma.

Come si è arrivati all’odierna concezione dei diversi approcci profit/no profit, alla percezione della sicurezza, all’opposizione tra sangue come merce e sangue come bene comune da donare e condividere?

Ci si arriva proprio attraverso la storia dei grandi casi nazionali e internazionali, e delle tante, tantissime vicende sorprendenti che De Lucia racconta, e affronta, allo stesso tempo, con alta vocazione politica e morale e conoscenza delle logiche di realpolitik, sfoggiando ottima capacità di contestualizzazione e un’ampiezza di respiro tale da garantire il lettore sulle finalità della sua opera, sempre chiara in pagine in cui l‘autore non cerca mai d’imporre una tesi precostituita semplificatoria o un facile scandalismo, ma insegue l’ambiziosa ricerca del maggior grado di verità possibile.

Quali sono, dunque, i casi fondamentali entro cui De Lucia scava alla ricerca di tracce che servano a disegnare un quadro generale il più possibile complesso e verosimile?

Il plasma killer

Dopo aver tracciato un quadro storico del dono del sangue in tempo di guerra, De Lucia arriva agli anni del boom economico. I succitati casi di emofilia rilevano l’inadeguatezza del sistema trasfusionale italiano nel dopoguerra (con l’Avis di Formentano da ricostruire dopo i disastri del fascismo) e nel 1967, dopo moltissimi anni di stallo, il governo con al ministero della Sanità il socialista Mariotti approva una riforma per il sistema trasfusionale che come atto principale introduce la schedatura dei cosiddetti datori professionali, ovvero donatori a pagamento, tollerati per le difficoltà legate alla situazione concreta di carenza che segue a decenni di stallo amministrativo. La riforma però è subito messa a nudo nella sua inadeguatezza da cinque casi di plasma killer (infettato dal batterio proteus rettegeri) riscontrati all’ospedale di Brescia, casi che producono un processo basato su imputazioni gravissime per i gestori del centro trasfusionale poi risolto in un nulla di fatto. La riforma si rivela inadeguata e troppo burocratica, e la situazione resta molto bloccata per circa un decennio, durante il quale, la stessa Avis osteggiò la pratica della plasmaferesi (oggi finalmente sdoganata come la metodologia migliore per produrre plasmaderivati senza troppi sprechi, con la massima sicurezza e con donazioni più frequenti) con l’idea che potesse favorire la privatizzazione di un settore a vocazione pubblica come il dono.

L’età dell’oro tra dono e merce

Secondo Avis, la legge del 1967 favoriva o instillava la pratica del dono a pagamento, e proprio mentre si inizia ad apprendere dell’esistenza di personaggi abbastanza incredibili come il napoletano Vincenzo ‘o vampiro, protagonista assoluto del mercato nero del sangue ancora a quei tempi molto diffuso nel Paese, si afferma tra la comunità scientifica internazionale il volume dello studioso inglese di politiche sociali Richard Titmuss, che nel volume La relazione del dono: dal sangue umano alla politica sociale, spiega l’importanza comunitaria del dono gratuito, anonimo e volontario (criteri assolutamente centrali anche nella concezione odierna), convinzioni che emergono come il risultato scientifico del confronto tra sistema trasfusionale inglese, pubblico e volontario, e quello americano, nel quale la raccolta del plasma a pagamento da parte delle industrie farmaceutiche era già una pratica altamente diffusa. Il mondo sperimenta il periodo dell’età dell’oro della raccolta di sangue e plasma con criteri discutibili, al punto che s’iniziano a diffondere casi di epatite proveniente da donatori remunerati con conseguenti restrizioni sul piano delle politiche laissez faire e un forte aumento negli investimenti per pastorizzare gli emoderivati e ridurre i rischi di epatite per i pazienti politrasfusi come gli emofilici. Ma ben presto arriveranno altri nemici.

Il caso Aids

Ampia e ben fatta, a tal proposito, è la parte di Sangue infetto dedicata all’Aids e alla sua diffusione colpevole nella comunità emofilica internazionale (e non solo) negli anni ottanta, avvenuta tra stalli amministrativi, assoluta irresponsabilità governativa in molti paesi e in particolare nell’America di Ronald Reagan (disinteresse ideologico e pesanti tagli alla ricerca e al settore sanitario pubblico nonostante proprio gli Usa fossero il focolaio del virus), e oggettive difficoltà da parte di corpo medico e scienziati nell’affrontare un morbo così difficile.

In Italia la paura per l’Aids e la cronica assenza di emoderivati vanno di pari passo, e poiché la maggior parte di essi vengono importati dagli Stati Uniti (come accennato il paese con il più alto concentrato di malati di Aids) la preoccupazione è molto alta.

Il caso di Rock Hudson, star del cinema internazionale colpita dall’Aids, riporta la malattia al centro del dibattito mediatico nei paesi occidentali, nei quali dal primi anni ottanta fino al 1988 l’informazione scientifica era stata intermittente e poco coerente, anche a causa della scarsa efficacia nella ricerca. Solo nel 1988, proprio l’immunologo italiano Fernando Aiuti (che peraltro firma la prefazione di Sangue Infetto), con il quale si schiera la comunità internazionale, annuncia che gli unici fattori attraverso cui l’Aids si può trasmettere sono il sangue e lo sperma.

È la fine di tante speculazioni e inesattezze.

Gli anni precedenti erano stati molto difficili, tra le dichiarazioni abbastanza incredibili e moraleggianti dell’allora ministro della sanità Donat Cattin “L’Aids se lo prende chi lo va a cercare” (1987) e le ammissioni della nota casa farmaceutica tedesca Bayer, che sempre nel 1987 riconosce che un proprio farmaco contenete fattore VIII per emofilici potrebbe aver contribuito a diffondere il morbo fino al 1985. La questione si allarga agli Usa e anche al nostro Paese, giacché è impossibile risalire a ciò che accadeva nelle trasfusioni di sangue compiute prima del 1985 (data in cui è stato messo a punto il test per gli anticorpi anti HIV), dopo che si è scoperto che parte del plasma americano era infetto e che i concentrati di Fattore VIII erano veicolo di trasmissione, e si sono adottate efficaci contromisure.

Tra decreti legge che impongono il test sierologico, altre dichiarazioni arroganti di Donat Cattin, e le accuse della Croce Rossa Italiana sulle altissime percentuali di sangue sprecato a causa della disorganizzazione di sistema (80%), Fernando Aiuti accusa fortemente la politica di aver contribuito con lassismo e superficialità ai 1500 casi di Aids conclamati e ai 200 mila sieropositivi (ovvero i portatori sani) del nostro Paese. Siamo nel 1988, a due anni dalla prima legge sul sistema sangue che contempli un piano nazionale sangue emanata nel 1990, ventitré anni dopo la precedente.

La nuove legge del 1990 immette nel sistema una volta per tutte i principi di volontarietà, anonimato e gratuità del dono, abolisce i donatori a pagamento e regolamenta i rapporti tra sistema sanitario nazionale e aziende farmaceutiche dando vita alla lavorazione per conto, ovvero la pratica tuttora in voga secondo cui le regioni forniscono alle industrie il plasma da lavorare che torna di proprietà pubblica sottoforma di emoderivati. È una rivoluzione, anche se i tempi di attuazione della legge 107 del 1990 sono lunghissimi, e ci vorranno ben quattro anni per avere un piano nazionale sangue davvero operativo. C’è il tempo tuttavia per assistere alla morte di Freddy Mercury, il celebre cantante leader dei Queen colpito dall’Aids, e per affrontare un nuovo nemico delle trasfusioni: l’epatite C.

Il morbo killer

Dagli anni 70 in poi era stato accertato che le trasfusioni a base di concentrati di fattore della coagulazione trasmettono l’epatite, che tuttavia è considerata dal corpo medico una malattia molto più facilmente gestibile dell’emofilia grave, che rischia di provocare emorragie invalidanti o mortali. L’epatite non-A e non-B (poi epatite C) si considera non troppo problematica, ma di colpo si scopre che in pazienti seguiti per più di sei anni può provocare la cirrosa epatica e il cancro.

Arrivano misure dirette a contrastare il rischio di infezioni, misure che tuttavia verranno applicate sulle singole unità di sangue e di plasma raccolte in Italia ma non sui derivati del sangue importati.

Il “famigerato” Duilio Poggiolini, re della “mani pulite” farmacologica (dal 1981 divenne il rappresentante italiano nell’Organizzazione mondiale della sanità per il programma sui farmaci essenziali, e dal 1991  presidente della Commissione per i prodotti farmaceutici della CEE), poi   condannato in Cassazione nel 2012 a pagare 5.164.569 euro allo Stato per i reati di corruzione o concussione, spiega che interrompendo l’importazione dagli Stati Uniti si rischierebbe una “grave carenza di prodotti” a causa della dipendenza italiana dall’estero per l’approvvigionamento di plasmaderivati, una scelta che avrà pesanti conseguenze. Si crea un forte dibattito con posizioni contrastanti, fino a che il parlamento, in anticipo sull’Organizzazione mondiale della sanità, su iniziativa del ministro De Lorenzo introdurrà il vaccino obbligatorio per l’epatite B.

Il sangue infetto in Europa

Siamo nel 1992, alle porte di Mani Pulite, il preludio ai processi sul sangue infetto che occupano la terza parte del libro, anche in questo caso contraddistinta da una grande dovizia documentale. Il ministro della salute De Lorenzo viene accusato di voto di scambio, e nel pieno della tormenta che colpisce la classe politica spuntano come funghi casi di Aids ed epatite in seguito a trasfusioni di sangue infetto somministrato dagli ospedali da nord a sud del Paese. Arrivano le rassicurazioni dell’Istituto Superiore della Sanità che snocciola numeri sulle trasfusioni positive assolutamente contenuti, in mezzo a eclatanti disservizi organizzativi che provocano vittime e casi di malasanità.

Poi una mazzata arriva dalla Francia, dove secondo il quotidiano Le Monde l’Istituto Mérieux, grande industria farmaceutica francese, avrebbe venduto in Europa, Africa e Medio Oriente 3,2 milioni di unità di Fattore VIII prodotte senza trattamento al calore anti Aids. In tutta Europa emergono casi di contagi da sangue infetto e danni gravi alla comunità emofilica In Grecia, Svizzera, Danimarca e Germania, dove gli emofilici morti sono diverse centinaia, e dove molte aziende farmaceutiche sono incalzate dalle autorità sanitarie.

In Italia scatta la Tangentopoli dei farmaci in seguito alle dichiarazioni da pentito di Giovanni Marone, segretario dell’ex ministro della sanità De Lorenzo, che parla di tangenti e versamenti al ministro e ai partiti versate per creare un contesto amministrativo il più possibile favorevole ai profitti. Sono coinvolti gruppi farmaceutici italiani importanti come il gruppo Zambon, la Schiapparelli e Fidia, oltre che alcune multinazionali straniere come la ISF Zambeletti. Sopra tutti, il già citato Duilio Poggiolini, che guida la Commissione nazionale unica sui farmaci e che, quando è nominato, è al tempo stesso uno studioso di fama internazionale e un tesserato della loggia massonica P2, e che quando è arrestato, a Losanna nel 1993, è possessore di un tesoro del valore di 39 miliardi di lire tra lingotti d’oro, gioielli, quadri, diamanti e 10 miliardi in titoli di stato.

La sua linea difensiva, negli anni successivi, ammetterà la corruzione e negherà le responsabilità da pluriomicida, appellandosi a decisioni prese avallando i pensieri di una commissione formata da 30 membri e in linea con le direttive internazionali. Poggiolini sotto processo confessa tutto facendo emergere uno scandalo di malasanità di proporzioni enormi, che distruggerà la credibilità dell’industria farmaceutica.

L’inchiesta della procura di Trento

Ma le inchieste non si fermano qui. A Trento, l’ex magistrato antimafia Carlo Palermo, denuncia ampi materiali su un eventuale “Commercio Illecito di sangue ed emoderivati nella provincia di Trento”.

Alcuni bilanci sanitari dubbi (troppo esigue entrate a fronte di una buona raccolta sangue, e uscite spropositate alla voce di acquisizione di plasma ed emoderivati), mettono nell’occhio del ciclone le aziende del Gruppo Marcucci (Farma Biagini, Sclavo, Nuovi Lavoratori Farma Biagini), le sole che in base al decreto del 12 febbraio 1993 sono autorizzate a stipulare convezioni con le Regioni per la lavorazione del plasma.

Tra accuse, intercettazioni, esposizione mediatica dei “mostri” Poggiolini e De Lorenzo (quest’ultimo parzialmente riabilitato da un’intervista del grande immunologo Aiuti), sequestri e perquisizioni di sacche potenzialmente infette, si scatena un vero e proprio tsunami mediatico, che come principale controindicazione in attesa delle sentenze giudiziarie, porta il calo dei donatori e la carenza di sangue, grave almeno quanto la circolazione di sangue infetto. Il sequestro di un carico di plasma ritenuto sospetto da parte dei Nas a Siena, induce il gruppo Marcucci a inviare un telegramma al Ministero della Sanità in cui si preavvisa la necessaria interruzione dei lavori per la trasformazione del plasma in plasmaderivati, mentre la procura di Trento emette avvisi di garanzia per nove esponenti del gruppo Marcucci (tra cui Guelfo e i figli Paolo e Maria Lina, allora proprietaria del canale televisivo Videomusic).

Su La Stampa, Guelfo Marcucci si oppone a tutte le accuse ed espone le forti controindicazioni delle inchieste giustizialiste, che penalizzano soprattutto i malati, mentre di fronte a nuove irruzioni da parte dei Nas negli stabilimenti del gruppo è il figlio di Guelfo, Paolo, a esprimersi, sempre attraverso La Stampa, sulla trasparenza del lavoro fatto. Si passa alle perizie, che devono dimostrare se il plasma sequestrato sia contaminato da Aids ed epatite, ma i dati sono contrastanti.

Aiuti dubita sui numeri ottenuti dalla procura “dati che non rientrano nella letteratura scientifica, percentuali simili nemmeno in Uganda”, mentre il gruppo Marcucci contesta il tipo di test utilizzato non previsto dalla legge italiana. Siamo nel pieno di una lunghissima battaglia processuale che passa attraverso vendite di stabilimenti (il Gruppo Marcucci che decide di cedere alla Bayer lo stabilimento di Rosia, in provincia di Siena, e lo stabilimento di Rieti venduto a Immuno) e un lento accumularsi di accuse, con un grande interrogativo: perché i giudici di Trento decidono di occuparsi del filone sul sangue infetto relativo alle aziende italiane (che nel 1985 detengono il 7% del mercato nazionale del Fattore VIII) senza attendere la conclusione del filone attivo sulle multinazionali estere (Bayer, Immuno-Baxter, ecc.) che insieme detengono più del 70% del mercato? Ricerca del mostro da sbattere in prima pagina?

La grande macchina accusatoria di Trento si traduce in un nulla di fatto.

Già nel 2002, arriva il non luogo a procedere verso i Marcucci per i fatti accaduti dopo il 1992, con la caduta delle accuse di epidemia dolosa consumata (presunzione di reato non suffragata da elementi di prova), di epidemia dolosa tentata (accusa che non sta in piedi), e di epidemia colposa, giacché per il giudice Flaim, sebbene siano state commesse delle “violazioni formali talvolta clamorose”, le stesse non hanno prodotto alcuna epidemia. Per i fatti precedenti al 1992, invece, l’assoluzione arriva nel 2004, perché in tutto il quadro accusatorio non si trova la prova dell’evento epidemia, per il sostanziale epilogo di un caso che ha visto gli ultimi strascichi processuali arrivare fino al 2016, senza alcun risultato favorevole all’accusa. Per i componenti più in vista della famiglia Marcucci, una dolorosa gogna mediatica lunga quasi trent’anni che tuttavia non ha impedito loro di lavorare e investire in Italia e nel mondo, facendo crescere una delle realtà industriali più importanti del Paese.

Il calvario delle vittime

De Lucia chiude con riflessioni interessanti sul discutibile atteggiamento dello Stato italiano restio a concedere gli indennizzi, sebbene in ultima istanza la decisione finale sia stata, come ricorda Aiuti nella prefazione, di indennizzare tutti coloro i quali sono stati vittime di trasfusioni infette, secondo il principio di non consapevolezza, anche quando non si avevano a disposizione gli strumenti scientifici per individuare i virus incriminati o i test necessari a scovarli.

In questa chiave in Sangue Infetto è riportata una sentenza della Corte di Cassazione emessa nel 2005, nella quale i limiti di non consapevolezza sono individuati nel 1978 per l’infezione da epatite B, nel 1985 per il virus dell’Aids-Hiv, e del 1988 per l’epatite C, in quanto, secondo la corte “non si può essere responsabili di qualcosa che si ignorava perché la scienza non ci è ancora arrivata”.

De Lucia sembra condividere appieno questa tesi “garantista”, e vi è sempre nel suo testo, in ogni pagina, il senso di una comunità scientifica che lavora nel rischio di sbagliare, e di una responsabilità istituzionale che deve cimentarsi su questioni profondamente ambigue nella loro stessa essenza, e nel loro stesso divenire. Sospendere o continuare la raccolta durante i periodi di ricerca o di incertezza de test? Scegliere per un paziente l’utilizzo di una sacca “dubbia” per contrastare un’emorragia durante un intervento chirurgico o lasciarlo in balia del destino? C’è un aspetto che non viene mai considerato: a fronte di pochissimi casi “problematici”, quanti altri pazienti hanno la possibilità di vivere una vita migliore senza fare notizia?

Questioni complesse che troppe volte vengono ignorate nei racconti ex post, nei quali la complessità del reale è sacrificata alle esigenze dello spettacolo. De Lucia non cade mai, in ognuna delle quasi cinquecento pagine che compongono Sangue infetto, in questa tentazione.

E tanto basta per fare di Sangue Infetto un’operazione culturale di alto livello a tutti gli effetti, destinata a restare nel tempo come la ricerca per eccellenza sul tema del sangue e del suo utilizzo come risorsa collettiva, che alla prova della storia si è rivelato talvolta discutibile, quasi sempre meritorio. Ciò che risuona con forza, è la lezione da imparare dal passato. Non abbassare mai la guardia, dal momento che, un nuovo “cigno nero” ovvero l’evento imponderabile, prima o poi arriverà ancora.