Alberto Argentoni, nuovo presidente di Avis Nazionale: “Che cosa faremo per migliorare la raccolta”.

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Un lungo percorso associativo che lo ha visto impegnato in tutte le dimensioni, dalla provinciale alla nazionale, e un impegno costante nella vita pubblica. Alberto Argentoni ha 58 anni, in passato è stato anche il sindaco di Eraclea (Venezia) ed è medico di medicina generale: è lui l’uomo scelto dal consiglio nazionale di Avis per traghettare l’associazione di donatori più grande d’Italia, che quest’anno festeggia i suoi 90 anni, verso il centenario. Per Avis tratta di una scelta in continuità con il lavoro svolto dal presidente uscente Vincenzo Saturni, giacché Argentoni nel vecchio esecutivo era stato vice presidente dal 2013. Saranno molte le sfide da affrontare nel prossimo mandato, e noi di Buonsangue abbiamo chiesto ad Argentoni il suo pensiero su temi chiave per il sistema sangue, come autosufficienza ematica, frazionamento del plasma e rapporti tra associazioni e istituzioni. Ecco che cosa ci ha detto.

Dottor Argentoni, per cominciare congratulazioni e un sincero “In bocca al lupo” per la sua nuova carica. Ho potuto seguire molto da vicino le attività di Avis negli ultimi mesi della gestione del dottor Saturni, e ho constatato quanto sia bella e difficile la missione di un’associazione di volontari così vasta. Lei viene da un lungo e proficuo percorso in Avis: mi può descrivere cosa significa per lei farne parte, e oggi, dirigerla?

Sono in Avis da moltissimo tempo grazie all’influenza di mio padre, con un legame molto forte, e dopo aver occupato tutti i ruoli, dalla presidenza provinciale a Venezia (dal 1999 al 2004 n.d.r.) a quella regionale in Veneto (dal 2005 al 2013 n.d.r.) passando per i quattro anni da vice presidente (dal 2013 al 2017 n.d.r.), ora sono arrivato al ruolo di presidente nazionale. Ci troviamo a lavorare con una realtà grandissima, basti pensare che circa il 70% della raccolta associata in Italia passa per Avis. Dopo così tanta esperienza e dopo essere passato per tutti i livelli delle sedi decisionali, diciamo che conosco i meccanismi, e speriamo di poter lavorare al meglio in vista dei principali obiettivi programmatici.

Entriamo nel vivo dei temi programmatici: l’autosufficienza ematica è un asset strategico importante per qualsiasi Paese. In Italia va mantenuta sul piano degli emoderivati e migliorata sul piano della raccolta del plasma: come si ottengono questi obiettivi?

Ci dobbiamo lavorare tutti i giorni. L’autosufficienza dei globuli rossi non va mai data per acquisita e va ottenuta attraverso molta attenzione per ciò che riguarda governabilità e programmazione, ma la situazione è sotto controllo e abbiamo la capacità di governarla anche nel futuro. Per quello che riguarda il plasma ci troviamo di fronte a un asset importantissimo e bisogna lavorare in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Plasma 2020 (http://www.buonsangue.net/politiche/approvato-il-piano-nazionale-plasma-pnp-2016-2020-i-principi-guida-verso-lobiettivo-dellautosufficienza/). Ad alcune regioni, sul piano della raccolta del plasma saranno chiesti dei miglioramenti cospicui e sforzi notevoli per raggiungere aumenti piuttosto ambiziosi (anche del 40% n.d.r.). In questo senso, per la raccolta, un’associazione come Avis deve dare molto, e lo sforzo comune dovrà essere quello di oliare alcuni meccanismi e di lavorare molto anche sul piano della promozione della cultura del dono.

Avis ha molto a cuore l’obiettivo di aiutare i donatori che lavorano, soprattutto giovani, a trovare spazi per il dono che non si sovrappongano con gli orari lavorativi. Quanto è importante migliorare l’organizzazione del sistema sotto tale aspetto?

 In quest’ottica ci sono alcuni aspetti da chiarire. Abbiamo purtroppo dei vincoli organizzativi per l’accesso ai centri di raccolta che impegnano il personale sanitario. Ci sono problemi di accessibilità ai centri per questioni di laboratorio e per la copertura dell’assistenza sanitaria alle trasfusioni. Anche il trasporto degli emoderivati è un fattore di organizzazione che presenta alcuni problemi logistici. Poi c’è anche un problema culturale che in una certa misura, facendo autocritica, è una nostra responsabilità: c’è una tendenza diffusa nel donare sempre al mattino, e quindi – nonostante le aperture pomeridiane nei centri trasfusionali – l’affluenza media è troppo bassa. Così, anche quando s’iniziano esperimenti di questo tipo con aperture allargate, finiscono per durare troppo poco perché non si può garantire una giusta affluenza.

Come si superano questi problemi?

Con un incremento della cultura del dono, dell’informazione, con una migliore organizzazione logistica e con l’applicazione delle regole di Patient Blood Management. All’estero, in alcuni Paesi, si dona dalla mattina alla sera e poi le persone si recano normalmente al lavoro. In Italia c’è invece, per fortuna, un’attenzione massimale alla sicurezza post-trasfusionale, tanto che la legge italiana prevede il riposo dalla giornata lavorativa dopo la donazione, che è un criterio di salvaguardia della salute pubblica come bene comune.

 Passiamo alla situazione dei cittadini migranti. Sono una risorsa importante per il sistema trasfusionale?

Per i cittadini migranti la possibilità di donare è anche un fatto simbolico, una dimostrazione di integrazione per famiglie che hanno scelto l’Italia come secondo paese e che cominciano a mettere al mondo figli italiani. È molto bello anche per noi, come associazione, contribuire al fattore integrazione attraverso la donazione del sangue. Poi naturalmente ci sono i fattori sanitari di cui bisogna tener conto. In primo luogo la capacità dei cittadini stranieri di comprendere ciò che chiediamo nei nostri questionari affinché siano mantenuti sempre altissimi gli standard di sicurezza, per esempio sul piano dell’anamnesi e dei criteri di autoesclusione; è importante anche che sappiano esprimere al meglio gli eventuali disagi e i comportamenti a rischio. Infine ci sono i criteri di idoneità, giacché molti dei cittadini migranti che arrivano vengono da situazioni delicate, e sempre per problemi di sicurezza, passa del tempo prima che possano donare.

Lei è veneto, quindi conoscerà bene la questione che si è sollevata nel sistema sangue italiano rispetto al bando NAIP del raggruppamento guidato dalla Regione Veneto per il frazionamento del plasma in conto-lavoro, con le polemiche legate soprattutto al rapporto abnorme tra prezzo e qualità della gara, addirittura 90% a 10%. Cosa pensa di quel bando così criticato dalla maggior parte dei donatori?

 Il 10% della qualità è relativo, non farei un collegamento così immediato. Sulla strategia che si è scelta nel raggruppamento regionale veneto non sta a me giudicare, ma quello che posso dire è che sono rimasti fuori alcuni prodotti che sicuramente erano importanti nell’ottica dell’autosufficienza regionale, e questo è sicuramente un dispiacere. L’ente pubblico deve garantire a tutti i pazienti i prodotti per le cure, e non è un bene mettere a rischio un’autosufficienza che negli anni era ormai consolidata, anche perché di certo l’autosufficienza potrà avere qualche problema se non ci sarà una totale armonia tra i quattro bandi diversi dei vari raggruppamenti regionali.

Il bando lanciato dal raggruppamento regionale con a capo l’Emilia Romagna ha principi totalmente differenti, più equilibrati, e comprende anche la valutazione del pittogramma. È quella la direzione in cui procedere, secondo lei, anche per i bandi dei raggruppamenti mancanti con a capo Lombardia e Toscana?

 È da vedere che tipo di risultati arriveranno. Delle due gare, una, quella veneta, è acquisita. L’atra è ancora in corso. In Veneto si è scelto di puntare soprattutto su tre prodotti e di privilegiare l’aspetto economico, in Emilia c’è stato più equilibrio nel considerare tutti i fattori. Da un lato sono tranquillo che in nessuna regione mancherà mai nulla ai pazienti, ma quello che bisognerà capire è quali sono i metodi e le strategie migliori per raggiungere determinati obiettivi, cioè valorizzare al meglio la risorsa nazionale.

Nulla di quanto viene donato deve essere sprecato, giusto?

Va capito quanto vale ciascuna strategia andando oltre la questione dei costi, perché la priorità è valorizzare la raccolta della risorsa sangue e la materia biologica donata al 100% e a 360 gradi. Va aggiunto che quello del frazionamento in conto-lavorazione con i nuovi bandi di gara è uno scenario abbastanza all’inizio, e ci vorrà tempo per valutare le scelte diverse.

Mancano ancora i bandi di due raggruppamenti…

Io sono abbastanza contento che i bandi regionali stiano arrivando progressivamente, con gradualità, a distanza di tempo, perché così le regioni che vengono dopo possono coordinarsi con i bandi precedenti per regolarsi sul lavoro fatto da altri.

Per un sistema trasfusionale che funzioni, il rapporto costruttivo tra le “tre gambe” (donatori, istituzioni, professionisti del settore) è importantissimo. Ogni tanto le dichiarazioni del ministro Lorenzin in questo senso lasciano sconcertati (come quando definì i plasmaderivati una fonte di pericolo per i donatori http://www.buonsangue.net/news/plasmaderivati-fonte-pericolo-pazienti-cosi-la-ministra-lorenzin-seppellisce-mondo-dei-donatori/), ma collaborare con settori come l’istruzione e lo sport può essere importante per incrementare la raccolta. Cosa farà Avis in questa direzione?

Abbiamo in atto da tempo dei protocolli con il ministero dell’Istruzione e collaboriamo attivamente con il mono dello sport. È un asset consolidato. Abbiamo avuto collaborazioni proficue con molte federazioni e con la Lega Calcio, e di certo faremo altre iniziative sul piano nazionale e anche su quello locale. Sicuramente sport e dono sono mondi in sinergia che possono contare sulla condivisione di valori comuni come solidarietà, generosità, altruismo e responsabilità nel lavoro di squadra che si ritrovano a pieno nell’atto del dono del sangue. Inoltre lo sport è un veicolo perfetto per la promozione di una cultura sui corretti stili di vita per l’idoneità a donare e per convogliare i giovani.

Adelmo Agnolucci alla guida di Avis Toscana: “Giovani e migranti sono il futuro della donazione”

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Aretino di nascita, e noto sul territorio per il suo impegno nella vita pubblica e nel settore sociale, Adelmo Agnolucci è il nuovo presidente di Avis Toscana, una delle regioni chiave per il sistema trasfusionale, sia come capofila di uno dei raggruppamenti regionali (il Planet, con Lazio, Marche e Campania n.d.r.), sia per una lunga tradizione come centro di diffusione della cultura del dono. Per conoscer più in dettaglio il lavoro di Avis Toscana sul territorio, e in vista delle nuove sfide che la Toscana dovrà affrontare in futuro sul piano dell’autosufficienza locale e di sistema, noi di Buonsangue lo abbiamo intervistato. Ecco cosa ci ha detto.

 Presidente Agnolucci, arriva il mandato da presidente. Da quanti anni porta avanti la sua esperienza associativa, e che sensazioni le offre?

 Vengo da una militanza ormai di lunga data perché sono in Avis da trent’anni. Ho fatto parte del consiglio regionale per molto tempo, poi lo scorso anno, per una ragione statutaria, sono subentrato come presidente da vicepresidente vicario, e infine è arrivata l’elezione di maggio. Arrivo in un momento particolare per la vita associativa, con la riforma del terzo settore che comporterà molti cambiamenti, come il dover rivedere gli statuti, e con le novità in termini di natura giuridica, per esempio l’equiparazione di profit e non profit. In Avis abbiamo eletto il nuovo consiglio nazionale, che il 18 di giugno avrà il suo piccolo conclave da cui scaturirà il nuovo presidente nazionale, con i candidati della Sicilia Domenico Alfonzo, del Piemonte Giorgio Groppo e del Veneto Alberto Argentoni. Forse ci sarà qualche altra novità, come per esempio una possibile candidatura dalla Lombardia che non è stata ancora formalizzata. C’è da capire allora come si compatterà Avis dopo tutte queste novità, perché ora siamo in sospeso. Dal modo in cui saranno impostate le cose sul piano nazionale ci saranno poi ricadute anche sul piano regionale. Noi siamo un’associazione di associazioni e quindi non potremo discostarci da tutti i rapporti di sistema, con Avis Nazionale, con il Centro Nazionale Sangue, con la Conferenza Stato – Regioni e con le nuove convenzioni. Poi è chiaro che ogni regione ha delle caratteristiche più o meno accentuate. In Toscana il cambiamento nella sanità ha interessato anche il mondo trasfusionale. Prima avevamo 12 realtà con cui parlare, considerando anche le ASL provinciali, ora abbiamo 3 macro-aree con un solo responsabile. Siamo quindi in un momento particolare, perché quando si cambia si sa da dove si parte ma non dove si arriva. Speriamo di avere le risposte migliori per arrivare agli obiettivi, ma bisogna stare attenti.

 Parliamo di futuro. Quali sono gli obiettivi di Avis Toscana per i prossimi anni?

 Abbiamo in cantiere molte cose interessanti. Il futuro è un scommessa per tutti e sarà legato alle nuove generazioni e al mondo dei migranti. Su di loro abbiamo fatto degli studi, che ci dicono che gli immigrati sono cresciuti del 22% in pochi anni e sono il 4% sul totale dei nostri donatori. L’obiettivo è di coinvolgere sempre di più sia loro che i giovani, e renderli partecipi della cultura del dono per arrivare all’autosufficienza regionale. Bisognerà tenere conto di un piccolo cambiamento di tendenza: cala la richiesta di sangue intero o di globuli rossi e aumenta quella di plasma, che come si sa bene si può ottenere in aferesi. Questo comporta il bisogno di innovazione nella cultura del dono. I nostri donatori quasi sorridevano vedendo un liquido giallo anziché rosso, come se si trattasse di una donazione di serie b. ma in realtà il plasma è importantissimo e da esso vengono estratti molti medicinali importanti. Poi ci sono tutte le nuove metodologie di Patient Blood Management che permettono di ottimizzare le risorse e mantenere le scorte e anche su questo bisognerà lavorare, pianificando la donazione programmata, su prenotazione. Così si può offrire un servizio migliore a chi ha bisogno e lavorare meglio come sistema, andando a richiedere i gruppi che servono quando servono.

 Per quel che riguarda le iniziative di Avis Toscana per promuovere la cultura del dono, che cosa avete in programma?

 La nostra idea è quella di entrare nei social e di sfruttare quel canale, perché oggi è il modo migliore per arrivare ai giovani. Poi abbiamo il “Cartoon School”, una bellissima iniziativa che consente di andare nelle scuole e preparare dei cartoni animati legati al mondo della donazione. È un lavoro di squadra, guidato da degli esperti. Così i ragazzi possono disegnare, sceneggiare, musicare i cartoni. In questo modo si coinvolgono centinaia di bambini che al tempo stesso sono i protagonisti e fanno da tramite, perché poi i bambini trascinano i genitori. Altro strumento importante è quello del servizio civile: abbiamo dei progetti importanti sul piano nazionale e regionale che permettono di cooptare tanti giovani nelle nostre sedi, e di portare nelle scuole i discorsi sulla donazione del plasma e del sangue. Quando è possibile intervengono anche i dirigenti associativi, e così copriamo il territorio. Abbiamo notato che poi moltissimi di quelli che iniziano con il servizio civile restano nel mondo del volontariato e per noi è una grossissima risorsa. Noi facciamo formazione e li inseriamo in progetti ben definiti. Le ricadute sono tante e toccano decine di migliaia di studenti. Il mondo dei giovani dev’essere sollecitato e informato. Non è vero che i giovano sono sordi ai problemi sociali. Noi chiediamo qualcosa d’importante, basti pensare al discorso dell’ago che a volte spaventa. Una curiosità a tal proposito: nel mondo dei giovani abbiamo ancora più riscontri tra le donne che dagli uomini, forse perché solo loro partoriscono e grazie all’esperienza del parto sono più coraggiose.

 Tra poco ci sarà il bando per il conto-lavoro del plasma anche per il raggruppamento regionale che ha la Toscana come regione guida. All’assemblea generale di Avis a San Donato abbiamo sentito gli avisini veneti lamentare il mancato coinvolgimento di chi ha ideato e portato a compimento il bando di gara poi vinto dalla CSL Behring. In Toscana cosa dobbiamo aspettarci?

 In Toscana abbiamo guardato molto a quello che successo in giro. A volte essere i pionieri non è la cosa migliore. Oggi ci dobbiamo confrontare anche con le regole europee e questo può comportare alcune difficoltà non solo per il plasma ma anche sul piano degli standard informatici. La regione Toscana è la capofila del consorzio regionale che si chiama Planet, e assieme a noi abbiamo Lazio, Marche e Campania. Oggi è stato costituito un collegio di persone chiamate a creare il capitolato e dentro ci sono anche persone delle associazioni. La regione Toscana, grazie al direttore del CRS e all’assessorato, è partita molto bene e forse le esperienze fatte da altri possono aiutare a non cadere in errori, com’è accaduto con la gara del Veneto che aveva 90% di attenzione al prezzo e 10% alla qualità. Speriamo che il lavoro fatto molto attentamente sin dall’inizio, e che ha visto la collaborazione tra istituzione e associazioni, porti i suoi frutti.

 Quanto è importante il Meteo del Sangue per monitorare e gestire le necessità di sacche sul territorio? Quando arriverà nelle altre regioni?

Il Meteo del Sangue per noi è importante. Con il Meteo del Sangue sappiamo esattamente che gruppi servono in ogni momento. Attraverso il sistema possiamo arrivare a una migliore programmazione. È come dire “vediamo che tempo fa prima di uscire, se prendere l’ombrello oppure no”. Ciò vale anche per quanto riguarda gli spostamenti tra strutture trasfusionali, e questa è un’ottima garanzia per tutti. Il metodo è applicabile anche alle altre regioni, ma naturalmente dipende di metodi gestionali di ciascuno. Anche il Centro Nazionale Sangue potrebbe adottarlo, se tutte le regioni lavorassero in un certo modo, anche perché proprio da loro è arrivato uno strumento importante come il protocollo per la gestione delle grandi emergenze. Tutti ricordiamo le file per donare dopo i terremoti, ma bisogna considerare che se si dona in massa in quei momenti, poi, se serve sangue per momenti di scarsità quegli stessi donatori non si possano chiamare per tre mesi. Bisogna sapere che il sangue intero ha una vita e dura 40 giorni, per cui donare solo quando c’è un’emergenza è sbagliato. È importantissimo stare tutti dentro al sistema perché le risposte siano quelle che devono essere. Noi donatori siamo un’unica famiglia, da Bolzano a Canicattì.

 

 

Fidas e il Giro d’Italia, un sodalizio iniziato nel 2015

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Sport e volontariato del sangue s’incontrano spesso, stringendo matrimoni all’insegna del concetto di vita sana e del senso di comunità. Non di rado grandi campioni dello sport nazionale hanno abbracciato come testimonial il mondo della donazione, ma quest’anno Fidas ha scelto di legarsi a una della più importanti e amate manifestazioni della storia sportiva italiana: il Giro d’Italia, giunto alla 100esima edizione. 3615 km totali, che una carovana Fidas percorrerà insieme ai ciclisti per diffondere la cultura del dono per tutte le strade d’Italia, dalla Sicilia alle Alpi. A raccontarci l’iniziativa è intervenuto Cristiano Lena, responsabile della comunicazione di Fidas Nazionale.

 Cristiano, Fidas e Il Giro d’Italia, insieme. Quando e come nasce questa collaborazione, e che obiettivi di comunicazione si propone?

L’idea di collaborare con il Giro d’Italia è nata nel 2015 su proposta dell’allora vicepresidente nazionale della FIDAS Alessandro Biadene. Dopo due anni in cui avevamo fatto il giro d’Italia prima in barca a vela (2013, FIDAS Coast to Coast) e poi in camper (2014 FIDAS On the Road), abbiamo scelto le due ruote all’interno della più grande manifestazione ciclistica del Paese. Ovviamente il primo obiettivo è stato quello di acquisire sempre maggiore visibilità, attraversando l’Italia per oltre 3000 km anche in zone dove non sono presenti delle associazioni Federate. La prima esperienza, caratterizzata dal claim FIDASaround, è stata davvero positiva anche se per noi totalmente nuova. Ci ha permesso di far conoscere sempre più l’attività che svolgiamo e di sensibilizzare la popolazione sulla donazione di sangue e di emocomponenti. Ma abbiamo voluto legare questa avventura anche all’idea che donazione e sport sono un binomio inscindibile: per entrambi è fondamentale seguire corretti stili di vita e il buono stato di salute proprio dello sportivo è requisito di base per poter donare sangue. Il Giro, inoltre, è una bella metafora della donazione: in entrambi i casi occorre fare un lavoro di squadra, affrontare con grinta le salite e non perdere di vista la meta anche quando si è in volata.

Così siamo stati nuovamente presenti nella Carovana del Giro nel 2016, con il claim “Il sangue non è acqua”.

Raccontaci delle iniziative che ci saranno lungo tutto il percorso, fino all’ultima tappa a Milano il 28 maggio.

Sarà compito delle Associazioni federate sfruttare questa opportunità per diffondere il valore del dono. E ogni realtà si è organizzata secondo la propria sensibilità e, soprattutto, secondo le risorse a disposizione. Per cui lungo il precorso del Giro ci saranno i volontari delle associazioni FIDAS con il proprio stand che distribuiranno materiale informativo, come pure sono previsti momenti di aggregazione e di accoglienza dei nostri due giovani alla guida del mezzo FIDAS. Certamente sarà importante centrare il messaggio visto che il passaggio della Carovana è piuttosto veloce e per questo occorre lanciare un input che speriamo che il pubblico raccolga. Quest’anno abbiamo scelto il claim “prima di partire”: programmando vacanze e viaggi, è bene programmare, con l’associazione di riferimento e con i Servizi Trasfusionali, anche un gesto di solidarietà in modo da evitare i periodi di criticità che spesso caratterizzano i mesi estivi. Per ricordarlo distribuiranno delle targhette per le valigie, così #primadipartire tutti potranno ricordarsi dell’importanza di un gesto volontario, anonimo, gratuito e responsabile come la donazione del sangue.

Lo sport, con i suoi campioni, la passione che suscita, è probabilmente il miglior veicolo promozionale per iniettare nei giovani la cultura della donazione. Sei d’accordo? Si può provare a coinvolgere di più il Coni e le varie leghe nazionali per stingere un rapporto sport – dono del sangue duraturo e in grado di avere risultati nel lungo periodo?

Da sempre FIDAS crede nella sinergia tra sport e donazione di sangue. In passato atleti di diverse discipline hanno indossato la maglia della FIDAS sostenendo l’importanza di uno stile di vita sano, di cui lo sport è una componente essenziale. Per questo abbiamo sempre lavorato a fianco di istituzioni, enti e associazioni che promuovono lo sport. Ma in prima linea sono stati gli atleti a raccogliere il nostro invito, come i campioni delle Fiamme Oro Gran Fondo della Polizia di Stato, o i Carabinieri dei Gruppi sportivi, o ancora gli atleti delle Fiamme Gialle. E ancora Rosalba Forciniti, bronzo nel judo alle olimpiadi di Londra 2012 o Aglaia Pezzato finalista nella staffetta 4×100 stile libero alle olimpiadi di Rio.  Inoltre sono in cantiere altre collaborazioni come ad esempio i camp che partiranno a giugno con AIC (Associazione Italiana Calcio) volta ad un educazione dei giovanissimi allo sport e ai valori della solidarietà.

FIDAS esce da un periodo importante in fatto di dialogo interno. Cosa è emerso dal congresso di Milano? In cosa può migliorare la vita associativa, e in generale il sistema sangue?

Il 56° Congresso nazionale che si è svolto a Bergamo ha contribuito ad un confronto costruttivo tra le oltre 70 Federate che complessivamente raccolgono oltre 450mila donatori in 18 Regioni. Il 2016 per molti aspetti è stato un anno difficile: i nuovi requisiti di qualità e sicurezza del sangue, presentati con il DM 2 novembre 2015, hanno richiesto un’attività di informazione nei confronti dei donatori; inoltre la riorganizzazione della Rete trasfusionale, in particolare in alcune Regioni, ha comportato una flessione nei dati a livello nazionale. Infine l’entrata in vigore delle Convenzioni, predisposte secondo il nuovo schema tipo, comporta fondamentalmente un maggior impegno delle Associazioni per rispondere, in modo costante e responsabile, alle necessità programmate dei bisogni trasfusionali regionali, concordati con le Strutture regionali di Coordinamento secondo una programmazione condivisa in fase di predisposizione, di attuazione e di verifica.

Certamente alle Associazioni e Federazioni dei donatori di sangue è richiesta la capacità di stare al passo con i cambiamenti necessari ad un sistema in continuo divenire. È necessario rispondere alla logica della programmazione e dell’utilizzo corretto delle risorse, non dimenticando le motivazioni che spingono i volontari a lavorare per il meglio, superando il modello spontaneistico che oggi non è più attuabile.

In tutto questo non possiamo dimenticare che le associazioni hanno bisogno di un continuo ricambio generazionale e all’interno del Congresso FIDAS è emersa in maniera evidente come la componente giovanile stia crescendo bene, trovando il proprio ruolo all’interno della Federazione.

 E quando il Giro sarà finito? È in programma qualche altra campagna di comunicazione per tenere alta l’attenzione sul dono anche per l’estate? Cosa avete in programma?

A giugno l’appuntamento è con la giornata mondiale del donatore di sangue, il 14. In quell’occasione, insieme agli altri attori del Sistema Trasfusionale, vivremo un momento istituzionale al Ministero della Salute con il ministro Lorenzin. A luglio poi torneremo a sfidare le acque dello stretto di Messina con la Traversata della Solidarietà, mentre a fine agosto celebreremo la decima edizione della 24 Ore del Donatore a Caldiero, in provincia di Verona e quest’anno vogliamo superare tutti i record, già positivi, degli anni precedenti.

 

 

 

 

 

Intervista a Luciano Verdiani, presidente Fratres Toscana: “Plasmaman l’idea giusta per portare i giovani al dono”

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Una presenza costante sul territorio e molte iniziative originali per trasmettere “di vena in vena” la cultura del dono: è questo il compito delle associazioni di volontariato.

Così, dopo aver discusso di tutti i temi più centrali e attuali del sistema sangue con il presidente di Avis Nazionale Vincenzo Saturni (http://www.buonsangue.net/interviste/intervista-vincenzo-saturni-presidente-avis-nazionale-pittogramma-un-valore-aggiunto-importante-valorizzare-sin-dai-bandi-gara/), abbiamo raggiunto Luciano Verdiani, presidente di Fratres Toscana, per parlare con lui di territorio, promozione del dono, ricambio generazionale, e naturalmente, del pittogramma da poco annunciato dalla regione Toscana su tutti i farmaci plasmaderivati.

Presidente Verdiani, è recentissima la notizia che la Regione Toscana ha formalizzato l’utilizzo del pittogramma etico sui farmaci prodotti con il plasma raccolto sul territorio. Cosa ne pensano i volontari associati?

Per noi è un risultato eccellente. Il nostro lavoro è servito e abbiamo reso l’idea che i donatori devono avere uno stile di vita corretto, consono all’attività del dono, e questa perizia corrisponde all’ottenimento di un plasma massimamente sicuro. La Regione ha accolto le nostre istanze e questo per noi è motivo di vanto, un riconoscimento per tutti i donatori responsabili, anonimi, consapevoli e gratuiti.

 Chiederete che abbia un peso nel bando per il frazionamento del plasma che è in via di definizione?

Bisogna vedere, ancora non siamo arrivati a questo passaggio, e non posso dire nulla. È prematuro ma sicuramente ci siederemo a un tavolo e parleremo.

 Di recente è salito alle cronache Le Business du Sang, un documentario sulla raccolta del plasma a pagamento in USA. Cosa ne pensa?

In generale non condividiamo affatto, noi siamo per la gratuità e sollecitiamo i donatori per arrivare a una autosufficienza garantita per tutto l’anno, visto che poi possono esserci dei periodi più difficili, com’è avvenuto quest’anno a gennaio, con una serie di coincidenze negative e contemporanee quali l’influenza e il maltempo. Poi ci sono le classiche difficoltà del periodo estivo, quando le persone partono per le vacanze. Grazie al lavoro di tutti, in Toscana in generale siamo autosufficienti, e in più abbiamo istituito un servizio giornaliero, il meteo del sangue, che ci dice in tempo reale quali sono le esigenze più immediate e su quali gruppi sanguigni dobbiamo insistere. Non è facile andare da un donatore e dirgli quando deve donare, perché serve un gruppo sanguigno diverso dal suo, e che magari deve aspettare e andare dopo 15 giorni. Spesso si dona in base alle condizioni dei lavoro e agli impegni della vita personale, eppure noi riusciamo a coordinare.

 Fratres Toscana è molto attiva sul territorio. Ci racconta la collaborazione con il Lucca Film Festival?

Nasce tutto dall’idea che si debba fortificare la promozione sul territorio. A Lucca noi siamo molto presenti ed è nata la possibilità di collaborare con il Lucca Film Festival. Poi, parlando con il responsabile che è una persona molto creativa è venuta fuori l’idea di inventare una vera e propria mascotte, per aiutare il dono all’insegna della fantasia. La mascotte si chiama Plasmaman. Nasce un nuovo supereroe che non avrà paura di nulla e magari non avrà super poteri o ragnatele come Spider-Man, ma aiuterà a reclutare giovani donatori. Per noi è un bel risultato perché il Lucca Film Festival è una manifestazione di respiro internazionale e collaborare con loro ci dà un certo orgoglio.

 Cosa bisogna fare per aiutare il ricambio generazionale in fatto di donatori?

Al ricambio generazionale stiamo lavorando già da qualche anno, perché l’età media dei donatori si sta alzando. Noi riusciamo a entrare nelle scuole e a convincere i giovani, ma poi arrivano le difficoltà, cioè riuscire a entrare nelle vite personali. In media, perdiamo donatori nella fascia tra i 18 e i 30 anni, quello è un periodo in cui le vite si costruiscono, si inizia a lavorare, si fanno dei figli, e a volte è molto difficile pensare anche a un piccolo gesto come il dono. Abbiamo fatto degli studi per capire come avvicinare i giovani e fidelizzarli. Fondamentale è soprattutto parlare ai giovani attraverso i giovani. Un conto è se del dono parlano gli adulti, ben altra cosa che giovani parlino ad altri giovani della propria esperienza personale, che è molto più efficace. Nel consiglio regionale ho un gruppo di giovani che si spostano insieme e che fanno dei meeting in luoghi e in eventi con tante persone, come la Giostra del Saracino ad Arezzo, dove si può incidere davvero e avere una buona visibilità. Qualcuno non ci pensa, ma parliamoci chiaro, il sangue serve a tutti, può sempre servire a tutti. Senza contare che i benefici del dono del sangue riguardano anche il donatore, che può controllarsi di frequente e monitorare sempre con largo anticipo l’evoluzione della propria salute.

Intervista a Vincenzo Saturni (presidente Avis Nazionale). “Il pittogramma un valore aggiunto importante da valorizzare sin dai bandi di gara sul plasma

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Erano molti i temi d’attualità sul sistema sangue che meritavano un ulteriore approfondimento dopo gli eventi di queste ultime settimane.

L’arrivo del pittogramma sui plasmaderivati prodotti in Toscana, il documentario Le business du sang che ha fatto parlare di sé in tutto il mondo, le recenti ricerche sul sangue artificiale salutate dai media di tutto il mondo con eccessivo ottimismo: di tutto questo, e naturalmente anche delle fasi cruciali nella filiera del plasma, abbiamo parlato con Vincenzo Saturni, presidente di Avis Nazionale, per conoscere le sue opinioni a largo raggio nella duplice veste di medico e di volontario.

Ecco, tema per tema, cosa ci ha detto.

 Dottor Saturni, parliamo della filiera del plasma. Quali sono le fasi cruciali?

La fonte originale di raccolta è duplice: da un lato c’è la scomposizione da sangue intero, processo da cui si ottengono gli emocomponenti tra cui il plasma, che deve avere delle caratteristiche previste dal decreto ministeriale anche in termini di congelamento, per evitare che sia interdetto l’effetto dei fattori labili. Oppure ci può essere la plasmaferesi, che è un processo leggermente più lungo. Dopodiché il percorso è uguale: avviene il congelamento e il mantenimento in specifiche frigoemoteche a temperature inferiori a meno 30 gradi, che consentono la conservazione fino a due anni. Dopodiché il plasma viene utilizzato direttamente sui pazienti bisognosi oppure viene inviato alle industrie per il frazionamento. Come sappiamo, in Italia esiste il metodo del conto-lavoro basato sulle convenzioni tra regioni e industrie: si firmano accordi sul plasma che deve essere consegnato per il frazionamento e sulle quantità di farmaci che poi devono ritornare alle regioni. Dal frazionamento industriale si ottengono i plasmaderivati, che sono: albumina (che è molto abbondante nel nostro plasma e offre una buona resa industriale), i fattori della coagulazione, le immunoglobuline aspecifiche polivalenti, e il complesso protrombinico, che è una miscela di fattori della coagulazione. L’obiettivo del frazionamento deve essere quello di valorizzare al meglio le quantità di plasma che vengono consegnate. Questo è il giro classico, ma esiste anche la possibilità di produrre anche immunoglobuline specifiche contro determinati virus (come epatite B e tetano), che avrebbero bisogno di un percorso produttivo un po’ più complicato, basato cioè sulla ricerca di pazienti che grazie a cure o vaccini effettuati possono avere nel loro plasma anticorpi specifici.

 

Cosa avviene nelle fasi intermedie, cioè congelamento e trasporto?

Il congelamento è a carico delle strutture trasfusionali, e avviene attraverso una procedura di convalida che serve ad assicurare che tutto venga fatto secondo criteri scientifici: occorre bloccare il prima possibile la degradazione delle proteine. Bisogna essere molto rapidi per salvaguardare i fattori labili della coagulazione, per cui tutto il processo deve essere eseguito con strumentazioni e apparecchiature specifiche. Ecco perché le strutture trasfusionali hanno l’onere di raccogliere e congelare il plasma. Se poi il plasma viene usato dai pazienti, anche lo scongelamento è effettuato dalle strutture trasfusionali. Se invece il plasma verrà passato all’industria, l’accordo prevede che siano direttamente le industrie a ritirarlo, in modo da poter controllare i flussi di approvvigionamento e lavorazione.

Cosa pensa del documentario di cui abbiamo molto parlato su Buonsangue, Le business du sang, e dei metodi di raccolta del plasma a pagamento in voga negli Stati Uniti?

Certe pratiche – se dimostrato che sono vere – fanno inorridire, perché laddove non c’è una consapevolezza del donatore e un’aderenza al dono che passa attraverso la gratuità del gesto, emerge l’aspetto della mercificazione finalizzata al profitto. Raccogliere più plasma, nel più breve tempo possibile, per il massimo risultato economico, è una pratica che va contro le idee dei volontari, dei trasfusionisti, e di tutto la cultura italiana del dono.

 Ma ci sono rischi concerti nella raccolta effettua in queste modalità? Vale la regola che il rischio 0 non esiste?

Bisogna specificare. Per il donatore, se pensiamo a soggetti che donano per bisogno, e che quindi possono essere in condizioni fisiche non ottimali, è chiaro che il dono così frequente non è una situazione consigliabile, perché anche nella donazione di plasma si disperdono piccole quantità di globuli rossi, e l’intensità del numero di prelievi può essere altamente stressante e debilitante. È altrettanto evidente che anche sul piano del prodotto raccolto, se pensiamo ancora a soggetti che donano in condizioni poco ottimali e debilitati, che non hanno stili di vita consoni alla donazione per come la concepiamo noi in Italia, è chiaro che potremo trovarci di fronte a un plasma non così ricco di proteine come sarebbe opportuno. Per quanto riguarda la sicurezza per il paziente che assume plasmaderivati, le aziende sostengono che tutti i test di laboratorio portano appunto a una percentuale di rischio vicina allo 0. Secondo noi naturalmente avere dei donatori responsabili, volontari, gratuiti e consapevoli riduce ancora il fattore di rischio, ma le aziende sanno di essere sotto osservazione e stanno molto attente. Va ribadito però che sfruttare qualcuno che è in difficoltà, da un punto di vista etico non è il massimo. Noi abbiamo ribadito queste posizioni davanti al parlamento europeo e speriamo che queste pratiche diminuiscano, anche se ne dubito.

Sempre richiamandoci all’attualità, cosa dobbiamo pensare sulle notizie recenti riguardo le ricerche sulla produzione di sangue artificiale?

Sul sangue artificiale ci sono stati moltissimi studi, che però non sono riusciti a ottenere un risultato ottimale. L’emivita delle sostanze chimiche è breve, nel lungo periodo finiscono per accumularsi nel fegato e in altri organi. Inoltre non possono aiutare i pazienti cronici. Di recente invece si parla della produzione di sangue da cellule staminali emopoietiche, e di stimolarle a produrre globuli rossi che abbiano certe caratteristiche orientate, per avere una disponibilità di sangue maggiore in situazioni di gruppi rari, o per superare problematiche dal punto di vista immunoematologico. Il problema per adesso è che le cellule staminali sono cose straordinarie, ma isolarle, differenziarle, e “addomesticarle” perché producano tutti gli emocomponenti che servono è difficile ed è molto costoso. A brevissimo raggio, non credo proprio che il sangue da staminali possa sostituire tutte le unità di sangue che servono. In Italia ogni giorno vengono trasfusi circa 1700 pazienti e più di 8600 emocomponenti. Speriamo che per i 100 anni di Avis si possa ottenere risultati sempre migliori.

Di recente la Regione Toscana ha formalizzato l’uso del pittogramma etico. Cosa pensano le associazioni in proposito?

Devo dire che il pittogramma è arrivato anche grazie a noi. Abbiamo scritto a tutti gli europarlamentari italiani, al nostro ministero, all’AIFA, dicendo che secondo noi bisognava andare verso il pittogramma, ovvero verso una certificazione dei farmaci prodotti da plasma italiano e da fonte etica. Siamo contenti, quindi, che poi si sia arrivati al bando per la creazione del segno grafico oggi apposto sui farmaci, un valore aggiunto in un sistema virtuoso come quello italiano. Siamo felici che la regione Toscana e la Kedrion, che attualmente fraziona il plasma per quel raggruppamento regionale, abbiano accolto il simbolo e le nostre sollecitazioni in modo formale. So che qualcuno è meno felice di noi, ma fa parte del gioco.

L’apposizione del pittogramma avrà quindi un peso anche nelle gare per il frazionamento dei raggruppamenti regionali che ancora stanno impostando i loro bandi?

Certamente dal nostro punto di vista il pittogramma deve essere sempre considerato un valore aggiunto. Valorizzare questo aspetto sin dal momento in cui si stipulano le convenzioni è importantissimo e ci teniamo, visto che è stata una nostra battaglia.

 

Raccolta plasma negli Usa; un documentario accusa Octapharma. Sangue a rischio? L’opinione di Gianfranco Massaro, presidente Fiods

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Anche la grande stampa italiana ogni tanto si occupa della raccolta del plasma e della filiera industriale .

Qualche giorno fa, su Repubblica, a firma di Franco Zantonelli, è arrivato un articolo sul caso di Octapharma, la multinazionale Svizzera con sede a Lachen, nel Canton Svitto, che in USA spinge l’acceleratore sull’acquisto di plasma direttamente dai donatori, pagando fino a 60 dollari a settimana per un totale di due donazioni.

Qui è possibile leggere il pezzo di Repubblica: http://www.repubblica.it/economia/2017/03/02/news/octapharma_un_azienda_farmaceutica_trasforamtasi_in_vampiro-159533572/

La notizia per noi di Buonsangue non è nuova. Repubblica riporta infatti una delle storie raccontate  nel documentario Le Business du sang, realizzato dalla televisione nazionale svizzera e trasmesso sul prestigioso canale francese Arté, da noi segnalato lo scorso 25 febbraio: http://www.buonsangue.net/uncategorized/in-italia-e-nel-mondo-tutto-sul-sangue-cronaca-ricerca-scientifica-e-un-documentario-di-cui-si-parlera/.

La questione del plasma retribuito è al centro dell’attenzione del FIODS (International Federation of Blood Donor Organizations), che si occupa, tra le molte attività, di affermare l’idea del dono gratuito, anonimo e consapevole. Ecco allora le parole del Presidente FIODS Gianfranco Massaro sull’argomento, molto delicato e degno di approfondimento:

  1. Gianfranco Massaro, finalmente la grande stampa italiana inizia a o occuparsi del sistema sangue e della questione legata all’approvvigionamento del plasma nel mondo. Come presidente Fiods cosa pensa dell’acquisizione del plasma in zone degradate degli Stati Uniti?

Sono molto contento che la stampa si stia occupando di questo tema. Ritengo che occorrerebbe un approfondimento serio e oculato qualora si desideri sviscerare la questione. Tengo molto ad evidenziare il fatto che i primi ad essere coinvolti sono i pazienti, non va mai dimenticato, e credo si debba loro infinito rispetto e, soprattutto, dar loro garanzia di qualità e sicurezza dei farmaci che, per alcuni, sono davvero indispensabili. Per questo motivo ritengo quasi pericoloso occuparsi di queste questioni in modo approssimativo, o parzialmente documentato, rischiando di creare panico e allarme in coloro che poi ne devono necessariamente fare uso. Quello che posso dire è che, in Italia e in Europa, i requisiti di qualità e sicurezza sono una priorità assoluta. In particolare, negli ultimi anni, sono stati compiuti passi importantissimi in tema di sicurezza, basti pensare al lavoro che i centri trasfusionali italiani hanno compiuto e stanno ancora compiendo per raggiungere i requisiti qualitativi europei. Oggi mi sento tranquillo nel dire che i farmaci che derivano dal plasma sono sicuri.

  1. Eravate a conoscenza di ciò che viene detto nel documentario Le Business du sang, ovvero che la Croce Rossa svizzera venderebbe il plasma all’industria del frazionamento?

Ne ho sentito parlare, ma non in modo documentato dalle autorità competenti. Se questo fosse vero sarebbe un fatto grave. Immagino e mi auguro che ci siano approfondimenti in corso da parte delle autorità.

  1. Che rischi si corrono acquisendo il plasma nelle zone più depresse d’America? È solo un problema etico o anche di sicurezza dei farmaci prodotti?

Si correrebbero rischi seri se il plasma non venisse sottoposto ai numerosi test imposti dalle leggi.

  1. Il fatto che le grandi multinazionali (tutte presenti a Cleveland e citate nel documentario) siano entrate nel mercato italiano partecipando alle gare, e in certi casi vincendo come la CSL in Veneto, è un fattore di rischio? La CSL ha laboratori in proprio in Svizzera, e poi in Germania, dove la retribuzione del plasma è legale…

Come ho dichiarato in varie occasioni, sono rimasto un po’ stupito rispetto alla gara del Veneto, per il discorso dei 10 punti alla qualità e dei 90 al prezzo. Tuttavia sono sicuro che dal punto di vista della sicurezza non sussista alcun fattore di rischio. Ho fiducia nel nostro Sistema Sangue e delle normative che ad esso fanno capo. Inoltre in Italia abbiamo una “cabina di regia”, il CNS (Centro Nazionale Sangue, n.d.r.), che sono certo, svolga al meglio la funzione a tutela e garanzia del rispetto della legge 219 del 21 ottobre 2005. Sappiamo che in quella legge sono contenuti i criteri di individuazione degli stabilimenti di frazionamento, e che nel decreto 12 aprile 2012 (Modalità per la presentazione e valutazione delle istanze volte ad ottenere l’inserimento tra i centri e le aziende di produzione di medicinali emoderivati autorizzati alla stipula delle convenzioni con le Regioni e le Province Autonome per la lavorazione del plasma raccolto sul territorio nazionale, n.d.r.), si dice che il processo di frazionamento del plasma deve essere effettuato in stabilimenti ubicati in paesi dell’Unione Europea in cui il plasma raccolto non sia oggetto di cessione a fini di lucro e sia lavorato in regime di libero mercato compatibile con l’ordinamento comunitario.  Ecco quindi il punto che tengo a sottolineare: dato che le aziende individuate per la lavorazione del plasma in Italia sono state selezionate con valutazione degli organi competenti AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco, n.d.r.) e CNS, do per scontato che in Svizzera il plasma non venga ceduto a fini di lucro. In altre parole: che il plasma non sia venduto alle aziende farmaceutiche con l’intento di farlo entrare nel circuito dei prodotti commerciali, cosa che per noi donatori sarebbe ed è inammissibile. Se così non fosse, occorrerebbe tempestivamente riprendere in considerazione l’intera situazione italiana.

Cristiano Lena, responsabile comunicazione FIDAS: “Il dono è un’azione sociale, bisogna puntare sull’altruismo”

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Come si pensa una campagna efficace sul dono? Come si rende appassionate?

Dopo l’analisi delle campagne Avis (http://www.buonsangue.net/interviste/intervista-claudia-firenze-responsabile-comunicazione-avis-nazionale-pubblicita-mi-cambiato-la-vita/), continua l’approfondimento di Buonsangue sulla comunicazione sociale: è la volta di entrare più da vicino nel lavoro di Fidas (Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue), che con 73 associazioni federate e più di 460 mila soci di cui 1/3 donne, è una realtà di grande peso specifico nel volontariato del sangue in Italia.

Per farci raccontare le attività di Fidas, la loro visione sistematica e le future attività di comunicazione abbiamo intervistato Cristiano Lena, classe 1971 e donatore dal 2009, in Fidas dal 2010, prima come responsabile di segreteria, poi come responsabile della comunicazione e dell’ufficio stampa.

 Comunicare il dono del sangue è un lavoro delicato, che ha l’esigenza di raggiungere degli obiettivi concreti. Come nasce una campagna a favore del dono?

È un lavoro piuttosto complesso che prende il via dalla definizione del contesto di riferimento del dono del sangue individuando innanzitutto i soggetti interessati, gli atteggiamenti, le abitudini e i comportamenti ad esso legati, le varie dimensioni del fenomeno, nonché le variabili psicologiche dei soggetti coinvolti e le variabili sociali e di contesto.

La donazione del sangue non è solo un “fatto individuale”, ma si identifica come una vera e propria “azione sociale” determinata, in buona parte dall’idea che ne hanno i singoli. Nel nostro Paese cittadini donatori e non, hanno una rappresentazione positiva del dono del sangue, anche se in pochi sono a conoscenza degli usi del sangue prelevato e della reale necessità di sangue ed emocomponenti. Non essendo diffusa una “decisione di non donare” (a parte qualche rara eccezione), ciò che alla fine differenzia i donatori dai non donatori è il reale “passaggio all’atto” che si concretizza con il gesto della donazione. Per elaborare una campagna bisogna quindi capire quali possono essere le motivazioni alla base della scelta di non donare, puntando sulla motivazione principale a farlo: l’altruismo. A questo punto nasce la necessità di definire in modo specifico il target di riferimento, il tono da utilizzare, l’insight, ossia di quell’illuminazione legata alla vita reale del destinatari, e i mezzi che si vogliono utilizzare per la diffusione della campagna. Il tutto non trascurando il cosiddetto contesto competitivo, ossia valutando le campagne che già sono state prodotte dalle istituzioni o da altre realtà associative.

 Informare, emozionare, sensibilizzare, giocare. Qual è l’approccio migliore per una campagna sul dono del sangue?

Sono tutti quanti approcci positivi, che vanno valutati sulla base degli obiettivi che si vogliono raggiungere, del territorio in cui si opera e del target di riferimento. Penso che tutte le componenti siano indispensabili: l’emozione ci spinge all’azione, ma necessita di un supporto ulteriore per non disperdersi in poco tempo. È fondamentale essere informati in modo completo e corretto su tutto quanto ruota intorno alla donazione di sangue. È inutile fornire indicazioni che rischiano di creare aspettative che poi vengono deluse, come è inutile agire solo sull’onda emotiva, in quanto si rischia l’effetto che si è avuto in occasione di alcune emergenze: in molti rispondono ad un appello alla solidarietà (lanciato spesso dai media in modo inopportuno), vanno a donare, ma non fanno della donazione una scelta, un vero e proprio habitus. Proprio per questo FIDAS sta investendo molto sull’informazione, in quanto riteniamo che alla base di una scelta consapevole ci debba essere una corretta conoscenza della realtà del dono. Ma allo stesso tempo ci piace “giocare” e nelle ultime campagne abbiamo utilizzato molto l’ironia che ci sembra sempre un’arma vincente.

Sistema sangue e mass-media. Fuori dal discorso pubblicitario cosa funziona bene nella rappresentazione mediatica dell’universo sangue e cosa invece bisogna migliorare?

In generale qualsiasi tipo di comunicazione nell’ambito della salute ancora deve essere percepita come servizio: si tende a amplificare un evento o una giornata particolare, piuttosto che educare alla consapevolezza. Ad esempio il 14 giugno si celebra la Giornata mondiale del donatore di sangue: va bene cogliere l’occasione per ricordare l’importanza del gesto, ma si rischia di concentrare l’attenzione in una data legata al ricordo positivo, rischiando di trascura l’attività quotidiana che si svolge nel resto dell’anno.

Comunicare adeguatamente tutti gli aspetti che riguardano la salute del cittadino è un dovere delle istituzioni e degli enti che hanno nella propria mission la sensibilizzazione verso determinati aspetti legati alla salute. Ritengo che il discorso sia valido anche per la donazione del sangue e degli emocomponenti.  La donazione del sangue non è un diritto, piuttosto è un dovere civico. Perché contribuisce alle terapie di pazienti che necessitano di trasfusioni o di emocomponenti, alla cura di pazienti talassemici, o di malati oncologici; centinaia di kg di plasma raccolto da donatori volontari servono a produrre medicinali plasmaderivati indispensabili per alcune terapie.

Occorre, inoltre, migliorare il feedback, ossia l’analisi del riscontro di quanto operato. Per comprendere quanto il messaggio sia stato recepito, occorre monitorare gli effetti della comunicazione analizzando quello che resta della comunicazione ufficiale e quale sia l’efficacia del brand.

Nelle campagne sul dono del sangue personalmente preferisco evitare la commiserazione, sottolineando l’aspetto punitivo, la colpevolizzazione e l’eccessivo buonismo. Come ricordava spesso Gloria Pravatà, responsabile della Comunicazione del Centro nazionale sangue, “occorre abbandonare l’idea del volontariato buono. Ognuno di noi rivendica il proprio diritto a non essere buono, ma non per questo non può compiere un gesto volontario di solidarietà”.

Ritengo utile, infine, selezionare il target in maniera funzionale, facendo leva sugli argomenti che possano interessare un determinato tipo di pubblico, evitando di “sparare sulla massa”, rischiando in questo modo di non colpire nessuno.

 FIDAS punta moltissimo sul coinvolgimento dei giovani e sul loro ruolo di futuri protagonisti dell’azione sociale. Cosa si deve fare per creare una coscienza di gruppo, cementare i rapporti tre persone e coinvolgere i giovani? Eventi? Formazione?

Faccio mio un motto nato alla fine del secolo scorso nel mondo salesiano, nei confronti del quale sono debitore per la mia formazione: “Giovani per i giovani”. Per coinvolgere altri giovani servono i giovani che hanno già fatto la scelta di donare, anche se all’inizio le loro idee non coincidono con quelle dei responsabili associativi. I giovani, lo conferma anche una ricerca portata avanti l’estate scorsa da FIDAS, hanno voglia di impegnarsi attivamente e allo stesso tempo hanno voglia di fare. Per questo vanno coinvolti attraverso eventi locali e nazionali, ma vanno anche formati, motivo per cui FIDAS ogni anno dedica una tre giorni alla formazione dei volontari su diversi aspetti dell’associazionismo del dono e agli appuntamenti formativi i giovani sono sempre più presenti.

Torniamo alla pubblicità. C’è qualche vecchia campagna di Fidas che ricordi particolarmente e ti sembra ben riuscita?

In realtà ce ne sono due, che sono legate dallo stesso fil rouge. All’inizio del 2012, a partire dei risultati di una ricerca commissionata alla Fondazione Censis che evidenziava alcune categorie come assenti dal mondo della donazione di sangue, FIDAS ha lanciato la campagna di comunicazione “Basta scuse” rivolta in maniera specifica a giovani, donne e nuovi cittadini, ossia a quei soggetti risultanti meno coinvolti. La campagna multisoggetto “Basta scuse” presentava appunto le scuse avanzate dai rappresentanti delle tre categorie risultate assenti, o per lo meno poco presenti, dal panorama della donazione di sangue: giovani, donne e nuovi italiani nella campagna “Basta scuse” adducono alcune delle frequenti motivazioni utilizzate per sottrarsi alla donazione: “Tanto lo dona un altro”, “È troppo doloroso” e “Sono troppo impegnato, non ho tempo”.  A tre anni di distanza ho voluto riprendere l’idea della scusa ribaltandola completamente con la campagna “Oggi dono”. Se prima, infatti, di fronte all’invito a donare sangue i protagonisti della campagna avanzavano delle scuse, in seguito la donazione del sangue è divenuta “la scusa” da utilizzare di fronte a una serie di richieste che fanno parte della routine ordinaria. Non si tratta di situazioni che implicano una grande responsabilità, ma di piccole bugie, quelle che spesso quotidianamente siamo abituati ad usare per evitare un impegno.

Raccontaci quali sono le iniziative mediatiche di Fidas per i mesi che verranno. Sono in programma nuove campagne pubblicitarie?

I prossimi mesi saranno decisamente intensi per la federazione. Dal 24 al 26 marzo ci sarà il Meeting nazionale Giovani FIDAS che si terrà a Caltanissetta: tre giorni di formazione e confronto per i donatori under 28 anni che avranno la possibilità di approfondire tematiche relative al reclutamento e alla fidelizzazione del donatore, ma anche di portare nel capoluogo siciliano quell’entusiasmo che caratterizza le nuove generazioni.

A fine aprile ci sarà il 56° Congresso nazionale a Bergamo che si concluderà a Milano con la Giornata del donatore: in migliaia arriveranno da tutta Italia per l’appuntamento centrale della vita federativa.

A maggio saremo nella Carovana del Giro d’Italia: in occasione dell’edizione n° 100 della manifestazione rosa su due ruote abbiamo voluto essere nuovamente presenti per attraversare tutto il Belpaese ricordando l’importanza del dono. Ed infine i due appuntamenti estivi: la Traversata della Solidarietà a Reggio Calabria l’ultima domenica di luglio e la 24Ore del donatore giunta alla 10° edizione: a Caldiero, in provincia di Verona, in tanti si alterneranno nella piscina olimpionica per ricordare che il bisogno di sangue non si ferma mai.

In tutto questo stiamo lavorando anche ad una nuova campagna, ma è ancora presto per svelare quanto bolle in pentola.

 

 

Intervista a Claudia Firenze, Responsabile Comunicazione Avis Nazionale: “Una pubblicità mi ha cambiato la vita”

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Claudia Firenze è la responsabile comunicazione dell’esecutivo nazionale di Avis (Associazione Volontari Italiani Sangue) dal 2013.

A spingerla ad avvicinarsi al volontariato del sangue, mentre ancora frequentava le scuole superiori, è stata una pubblicità in televisione, un dettaglio che dimostra l’importanza di campagne penetranti e ben riuscite. L’esperienza in associazione di Claudia inizia ancora prima: nel 2010 fu eletta coordinatrice nazionale dei giovani avissini e oggi ha già 62 donazioni all’attivo. Visto il suo ruolo, la sua esperienza sul campo e la sua preparazione teorica (nel 2015 ha anche frequentato un master in comunicazione sociale), il suo è un prezioso contributo: ecco come ha raccontato a Buonsangue come si crea una campagna per la donazione, e quali sono i progetti futuri di Avis per far arrivare il suo messaggio al grande pubblico.

Comunicare il dono del sangue è un lavoro delicato, che ha l’esigenza di raggiungere obiettivi concreti. Come nasce una campagna a favore del dono? 

 Per me una campagna nasce da un’emozione. Non può essere altrimenti. Ritengo fondamentale progettare campagne coinvolgenti, dallo stile positivo, magari anche ironico che raccontino la bellezza del dono, che mostrino la meraviglia di poter salvare una vita col sorriso sulle labbra. Una volta individuata l’emozione di partenza e sviluppata l’idea iniziale si definisce il messaggio e lo si declina nello spazio e nel tempo. Coinvolgere è fondamentale per promuovere un gesto, quello del dono, che è insieme concreto e altamente simbolico, semplice e prezioso. La nostra campagna #laprimavolta aveva proprio questo filo conduttore: ci sono molte prime volte che cambiano la vita e donare il sangue può essere una di quelle. Tutta la promozione di questi ultimi 3 anni è stata ricondotta a questo concetto: dal nostro messaggio di amore (in senso lato) con “la prima volta che ami” al testimonial come Tiziano Ferro con “la prima volta che cambi il mondo”, dai ragazzi del servizio civile “la prima volta che scegli”, alla campagna natalizia “la prima volta che ti meravigli”, da Telethon “la prima volta che abbracci il futuro” alla campagna estiva “la prima volta che guardi il sole”.

Informare, emozionare, sensibilizzare, giocare. Qual è l’approccio migliore? 

Mi piace l’approccio che racchiude un mix di tutti questi elementi, che però non devono andare in ordine sparso. Abbiamo il giornale “storico” Avis Sos accanto alla web radio (www.radiosiva.it), e il manifesto cartaceo ha la stessa importanza della app, ma i pubblici di riferimento possono essere anche molto diversi. Tale ricchezza di possibilità comporta la necessità di un’attenta programmazione, perché diventa fondamentale veicolare messaggi coerenti a destinatari differenti con strumenti, linguaggi e persino orari diversi. Insomma una bella sfida! Personalmente prediligo uno stile allegro, perché si può essere seri senza essere seriosi, ma sono altrettanto consapevole di rappresentare una delle più grandi e radicate associazioni di volontariato in Italia dove messaggi e rapporti istituzionali hanno il loro peso.

Sistema sangue e mass-media. Fuori dal discorso pubblicitario, cosa funziona bene nella rappresentazione mediatica dell’universo sangue e cosa invece bisogna migliorare?

Un soggetto composito come il sistema sangue italiano può avere difficoltà ad agire in maniera omogenea. La persona comune non ne conosce l’organizzazione, non ne comprende la complessità. Spesso la bufala è dietro l’angolo, il rischio di una cattiva informazione è molto concreto. Non si sa bene quali siano le fonti ufficiali e si rischia che venga fuori di tutto: appelli più o meno indiscriminati, catene diffuse su WhatsApp, malainformazione. Questa difficoltà ha spinto però i diversi attori a lavorare insieme in modo ancora più coordinato di prima: Quando Ministero, Regioni, CNS e Centri regionali sangue, Associazioni e federazioni del dono, Asl e autorità sanitarie lavorano insieme, le risposte sono tempestive e i risultati positivi.

So che a breve è in programma a Verona un grande concerto evento di Avis per festeggiare i 90 anni. Quanto è importante l’evento pubblico, anche spettacolare, per creare una coscienza di gruppo, cementare i rapporti tre persone e coinvolgere i giovani?

Quanto è importante te lo dirò dopo il 30 aprile, data dell’Arena. Scherzi a parte, un evento del genere è certamente molto ambizioso per un’associazione come la nostra. L’idea alla base è quella di non stare sempre e solo tra di noi, ma di aprirci al resto del mondo, anche a chi ancora non dona, magari solo perché non ci ha riflettuto abbastanza. E poi è un’occasione per fare solidarietà concreta: il ricavato di Avis&friends per il Centro Italia sarà infatti devoluto alle popolazioni così duramente colpite dal terremoto dei mesi scorsi. Da queste premesse si capisce che per noi l’Arena è un po’ un sogno ma noi siamo un sognatori sin dalle origini. Il nostro fondatore Vittorio Formentano sognava infatti un mondo diverso proprio 90 anni fa, quando il sangue in Italia si vendeva e solo i più ricchi se lo potevano permettere. Per questo si “inventò” l’Avis, dove un piccolo gruppo di volontari (17 per la precisione) decisero di fondare un’associazione di persone che donassero il proprio sangue gratuitamente, anche per chi non poteva comprarlo. Anche grazie ai loro sogni oggi l’Italia è un paese migliore.

Torniamo alla pubblicità. C’è qualche vecchia campagna di Avis che ricordi particolarmente e ti sembra ben riuscita?

“A me la vita l’ha cambiata una pubblicità in televisione. Ebbene sì, niente di più e niente di meno. Sedici anni o poco più, studentessa di liceo scientifico, una vita normale da adolescente piuttosto sensibile e parecchio impacciata, cresciuta a pane e tv. Ma veniamo al “famoso” spot, che è ambientato in un ospedale. Protagonisti sono un uomo adulto e un ragazzo piuttosto impaurito che gli domanda dove si dona il sangue. La scena cambia, i due si incontrano dopo aver effettuato la donazione e il ragazzo ammette la propria paura. L’uomo più adulto se ne esce con una frase semplice ma, per me, rivoluzionaria: «Mai aver paura di aiutare gli altri». Il ragazzo, colpito, commenta: «Io l’ho fatto per Mario» e il signore gli risponde sorridendo: «Anch’io l’ho fatto per Mario». «Perché, lo conosce?» «No!». Boom! Un’illuminazione e le lacrime agli occhi. Il far qualcosa per gli altri senza aver niente in cambio, in maniera gratuita e disinteressata. Voglio farlo Anch’io. Da allora ho donato il sangue molte volte e ho fatto anche di più: ho cominciato con il volontariato attivo, la mia vera scuola di vita, e sperimentato una presenza attiva in associazioni di diverso genere e istituzioni pubbliche. Senza nemmeno rendermene conto i giorni, i mesi, gli anni si sono dipanati in una vita complessa e stratificata, con tante cose da fare, rapporti da tenere, progetti da portare avanti e con ritmi spesso poco sostenibili. E il nocciolo della questione, per me, è sempre lo stesso: il rendermi utile dando il mio contributo per cambiare il mondo, un passo per volta, una persona per volta. Non male per una pubblicità. Aggiungo: di belle campagne Avis ce ne sono molte, mi era piaciuta molto quella dell’80 anniversario “Ci sono date che cambiano il destino degli uomini”. Ma anche quella (un po’ controversa) della madonnina “non aspettiamo miracoli”. #laprimavolta non fa testo, perché è una mia “creatura” e son di parte.

Raccontaci quali sono le iniziative mediatiche di Avis per i mesi che verranno. Sono in programma nuove campagne pubblicitarie? 

Certo che sì! Per i nostri #90avis ne abbiamo in programma ben 3. La prima campagna istituzionale 90 anni insieme l’abbiamo presentata il primo dicembre alla Camera. Riprende i nomi dei fondatori insieme ai nomi di tutte le persone che hanno fatto l’Avis in questi 90 anni. E’ una campagna stampa che voleva celebrare i donatori di ieri e di oggi e anche quelli che lo diventeranno in futuro. E se oggi siamo un milione e 300 mila, tutti coloro che sono stati in Avis almeno per un po’ in questi 90 anni sono veramente tantissimi. La seconda campagna, che presenteremo in Senato il 14 marzo, è quella dei dialetti solidali. Abbiamo selezionato attraverso un contest dei proverbi dialettali che contenessero la parola sangue e abbiamo girato degli spot con nostri 13 testimonial provenienti da diverse parti d’Italia. Si tratta di campagna audio, video e stampa. Infatti, oltre ai 90 anni di storia un altro elemento che ci caratterizza è una diffusione territoriale capillare con oltre 3400 sedi in tutta Italia. Le differenze territoriali sono una bella risorsa, e nonostante le peculiarità e i mille modi di dire sangue quello che siamo uniti in un’unica grande missione: quella di promuovere il dono del sangue e la cultura della solidarietà.La terza campagna, multimediale, è l’alfabeto della solidarietà che si svilupperà on line e off line e accoglierà a Milano i partecipanti all’assemblea nazionale che si svolgerà dal 19 al 21 maggio, ma questa ve la sveleremo un po’ più in là, altrimenti che gusto c’è?

Giancarlo Liumbruno. “Obiettivo la massima valorizzazione del dono, per il bene del paziente”

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Figura centrale all’interno del Sistema Sangue, il dottor Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro Nazionale Sangue, è stato tra i protagonisti del convegno sulle maxi-emergenze dello scorso 2 febbraio a Roma. Per Buonsangue l’occasione è stata propizia per intervistarlo a largo raggio, sui temi del convegno e sui bandi per la plasmaderivazione, argomento di grande attualità e di grande interesse per il pubblico.

 Dottor Liumbruno, il sangue è una risorsa pubblica decisiva in caso di una maxi-emergenza. Quali sono i punti chiave del convegno che riguardano il sistema trasfusionale?

Questa giornata è legata soprattutto alla discussione su aspetti tecnici e organizzativi, su tutti i livelli, con interventi importanti sul piano istituzionale e sul ruolo del volontariato. Per quel che riguarda il sistema sangue, eventi come questo sono utili perché è importantissimo aumentare i livelli di consapevolezza sulle strategie organizzative in tutto il mondo trasfusionale, in modo da saper gestire non solo la routine ma anche e soprattutto le emergenze. Molto importante sul piano tecnico e scientifico anche la possibilità di rapportarsi con l’esperienza di Parigi, luogo in cui si sono dovute gestire delle emergenze assai gravi come l’attentato terroristico al Bataclan e gli altri fatti di sangue nella capitale.

La comunicazione a livello mediatico è molto importante in caso di gestione di una maxi-emergenza. Cosa fare per migliorare il livello di informazione e renderlo più maturo?

È importantissimo far passare il concetto che il sangue è un bene pubblico, un bene che è a disposizione di tutti. L’Italia è autosufficiente e continuerà a esserlo. Ci possono essere picchi transitori in alto o in basso con eccessi o carenza di produzione momentanea, ma normalmente siamo autosufficienti e continueremo a esserlo anche nell’emergenza, specie se chi dona la materia prima continuerà a farlo in base a un attività programmata con il mondo del volontariato e con le strutture regionali che coordinano l’attività trasfusionale.

In che modo e con quali ruoli le “tre gambe” che formano il sistema sangue possono contribuire al meglio per riuscire a far funzionare l’apparato in caso di maxi-emergenza?

La cosa più importante è la condivisione delle informazioni. Bisogna far sì che tutte le informazioni giungano ai livelli più periferici. Noi sappiamo che il mondo del volontariato ha una diffusione molto capillare ed è per questo che è importante coinvolgerlo, affinché la circolazione delle informazioni sia ottimale. Stesso discorso per i professionisti, che devono essere perfettamente coscienti dei protocolli organizzativi in ogni situazione. La diffusione delle informazioni è importantissima anche a livello delle strutture ospedaliere che devono essere pronte e coscienti che in caso di maxi-emergenze sia a livello locale che nazionale, si deve poter ricorrere all’uso del plasma e del sangue.

Passiamo invece a un argomento di grande attualità all’interno del sistema sangue. Di recente è stato pubblicando il bando per la plasmaderivazione relativo al raggruppamento regionale che ha l’Emilia Romagna a far da capofila. È un bando che la soddisfa? Da prendere a modello anche per quelli futuri dei raggruppamenti mancanti?

Mi sembra prematuro esprimermi con giudizi pro o contro direttamente sul bando di gara emiliano. Credo che l’apertura del mercato della plasmaderivazione sia in generale un fattore positivo e un momento di crescita, semplicemente perché può contribuire ad aumentare il paniere di medicinali plasmaderivati a disposizione dei pazienti. La cosa importante, l’obiettivo che noi dobbiamo prefiggerci, è la massima utilizzazione del dono e della materia biologica: ovvero prendere dal plasma tutto quanto è ricavabile in favore del paziente.

Facendo un confronto tra le due gare per la plasmaderivazione già note, quella vinta da Csl Behring nel raggruppamento del Veneto e quella in corso che riguarda il raggruppamento emiliano, lei ha delle preferenze?

Non posso esprimermi nel merito rilevando una preferenza o meno. Vedremo cosa ci diranno i risultati a breve termine.

 

 

 

 

Gianfranco Massaro: “Nei bandi sul frazionamento del plasma il fattore qualitativo è il più importante”

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Gianfranco Massaro, Presidente di AVIS Molise e Presidente FIODS (la Federazione internazionale delle associazioni dei donatori) è tra i dirigenti più longevi, esperti e autorevoli del sistema sangue italiano. Ha da poco superato il traguardo ragguardevole delle 100 donazioni (siamo a 101) in 42 anni di attività di volontariato. Buonsangue l’ha intervistato su temi d’attualità, come i bandi interregionali per il frazionamento del plasma, e sugli scenari futuri che riguardano l’organizzazione e il miglioramento dell’intero movimento.

Dottor Massaro, siamo in un momento molto importante per il settore della plasmaderivazione in Italia. Dopo la gara in Veneto, che ha fatto molto discutere, siamo nel pieno della gara in Emilia i cui esiti sono attesi a breve. Poi toccherà a Toscana e Lombardia (raggruppamento di cui fa parte anche il suo Molise). In più ci sono i ricorsi al Tar. Potrebbe fotografare il quadro della situazione? Cosa si deve aspettare il cittadino?

Fortunatamente i cittadini italiani sono tutelati grazie al fatto che in Italia il Sistema Sanitario Nazionale, per quanto soggetto a continui dibattiti, è uno dei migliori in Europa. Inoltre La Legge 21 ottobre 2005, n. 219 all’Art. 5 definisce i livelli essenziali di assistenza sanitaria (LEA) in materia di attività trasfusionali, affida inoltre a specifici Accordi in sede di Conferenza permanente per i Rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano la responsabilità della uniforme erogazione dei LEA trasfusionali nel territorio nazionale (Art. 6 Legge 219/2005). Tutto questo rappresenta una forte garanzia per tutti i cittadini.

 Molti addetti ai lavori hanno criticato l’accordo tra Veneto e CSL Behring. Solo due prodotti obbligatori, scarsa consultazione con gli altri operatori del settore, un rapporto qualità prezzo troppo sbilanciato sul prezzo. Qual è la sua valutazione in proposito?

Come ho spesso sottolineato, dare valore all’aspetto qualitativo è importante almeno quanto l’aspetto economico. Fare valutazioni solo in base all’aspetto economico crea uno sbilanciamento che apre inevitabilmente accesi dibattiti. Dobbiamo tener conto di quanto è stato fatto fino ad oggi per raggiungere traguardi di eccellenza nel sistema trasfusionale. Le associazioni di donatori hanno investito molto e molto ancora investiranno per implementare ulteriormente e garantire alti standard di qualità. Le associazioni di donatori sono parte integrante del sistema trasfusionale e per questo motivo trovo sia importante il loro coinvolgimento sia nei momenti in cui si delineano le strategie che nei momenti di discussione. Non sfugga infatti che circa il 50 per cento della raccolta viene effettuato nei centri gestiti dalle associazioni.

 Il Fattore VIII per esempio, è uno dei plasmaderivati più importanti nella cura dell’emofilia, e in Veneto risulta nei prodotti accessori. Il Dottor Ezio Zanon, in controtendenza con il Piano Nazionale Plasma che sancisce una crescita di Fattore VIII plasmatico, nella sua intervista su Buonsangue (http://www.buonsangue.net/interviste/ezio-zanon-e-la-cura-dellemofilia-la-qualita-dei-ricombinanti-e-ottima-ma-il-costo-e-piu-elevato/) ha sottolineato la qualità dei ricombinanti, a dispetto di un prezzo maggiore rispetto al plasmatico. Lei cosa pensa su questo argomento?

In questi ultimi due anni abbiamo avuto la pubblicazione di molti documenti importanti, come Il Piano Plasma 2016 – 2020 che servono come linee guida da seguire. Non essendo un medico non posso e non voglio entrare nel merito delle terapie. Però mi guardo intorno e vedo, ad esempio, la Germania dove l’impiego di Fattore VIII plasmatico corrisponde al 50 per cento. Sicuramente è una scelta che contribuisce a dare valore ad ogni singola donazione. Auspico che i clinici italiani aprano una riflessione al riguardo.

 Da pochissimi giorni, come già accennato, è invece disponibile la strategia di gara del bando per il frazionamento in conto lavoro che ha come capofila l’Emilia-Romagna. Come le sembra il bando di questa nuova gara che è uscito il 22 dicembre? Cambia del tutto il rapporto qualità prezzo rispetto al Veneto. Non si è andati un po’ troppo in fretta se si pensa ai ricorsi in atto che potrebbero scombussolare il quadro delle aziende idonee al frazionamento?

 Sono soddisfatto di aver appreso dalla pubblicazione del bando di gara l’attribuzione di 60 punti alla qualità e 40 punti al prezzo da parte del raggruppamento cui fa da capofila l’Emilia Romagna. Credo che dare valore all’aspetto qualitativo sia molto importante pur non sottovalutando l’impatto economico. Difficile valutare la questione dei ricorsi, spero solo che alla fine a trarne beneficio sia il sistema sangue nazionale.

 In che modo dovrebbero collaborare le cosiddette tre gambe del sistema trasfusionale, per garantire il massimo funzionamento di sistema sin dalle fase dei bandi?

 Sicuramente le parole chiave sono collaborazione e condivisione. Sono sicuro che il Centro Nazionale Sangue, dal punto di vista del sistema sangue, sia il giusto soggetto coordinatore. Come ho detto precedentemente, sono stati compiuti molti passi importanti dal punto di vista normativo ed in termini di linee guida. Le associazioni hanno la possibilità e l’opportunità di avere i propri rappresentanti nelle sedi istituzionali favorendo quindi l’interazione con le istituzioni, che io ritengo necessarie.

 Che passi si stanno compiendo per coordinare il sistema sangue su scala europea? Quanto c’è da lavorare per ottimizzare al meglio i sistemi nazionali?

Il sistema trasfusionale italiano sta terminando un percorso di allineamento agli standard europei. Come tutti i percorsi, questo, ha richiesto e richiede uno sforzo da parte di tutti gli attori (istituzioni, donatori, addetti ai lavori…). Quando i bandi di gara per la lavorazione del plasma saranno tutti pubblicati e assegnati si potrà dire concluso il percorso di europeizzazione del sistema trasfusionale italiano. Nel frattempo è importantissimo continuare a lavorare e a monitorare le evoluzioni. La fotografia in Europa non è sicuramente omogenea. Ci sono però nazioni che hanno fatto scelte di salvaguardia dei modelli nazionali. Dobbiamo domandarci quali siano le scelte più opportune per l’Italia per perseguire la salvaguardia di quello che ho definito un sistema di eccellenza che ritengo debba essere preservato a tutela del, forse oggi, unico sistema sanitario universalistico in Europa. FIODS ha l’obiettivo di mantenere costantemente aperto il dialogo ed il confronto con le realtà europee ed internazionali. Il nostro impegno punta a creare sempre più occasioni di dibattito attraverso l’organizzazione di momenti di incontro fra i diversi protagonisti europei per favorire l’interscambio di esperienze.