Dono, formazione e scuola, patto d’acciaio per il futuro. Mimmo Nisticò, responsabile Avis Nazionale Scuola e Formazione: “Esempi e giusta informazione, così i giovani rispondono bene

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Dono, formazione, scuola.

Tre parole dal peso specifico decisamente rilevante, che si compenetrano tra loro fino a diventare complementari e interscambiabili. Dalla capacità associativa di entrare nelle scuole e comunicare alle nuove generazioni quanto è bello il valore della solidarietà, passa una gran fetta della raccolta sangue futura, e di conseguenza la continuità nazionale sul piano dell’autosufficienza ematica.

Ecco perché negli ultimi mesi Avis nazionale ha portato avanti, insieme al Miur, diverse iniziative molto efficaci per trasferire il bagaglio valoriale dell’universo dono ai donatori che verranno, pensando a un fumetto “Il Colore della Vita” sulla vita del fondatore di Avis Vittorio Formentano, e a un programma televisivo per i più piccini, Rosso Sorriso, iniziative di cui abbiamo parlato diffusamente nei giorni scorsi.

Per conoscere meglio il legame profondo tra l’associazione di donatori più grande del paese, con più di un milione e 300 mila iscritti, abbiamo intervistato Domenico Nisticò, Mimmo per gli amici, responsabile di Avis nazionale per le attività Scuola e Formazione, che ci ha parlato con passione degli obiettivi da raggiungere in questo settore strategico così importante e del grande ritorno, anche sul piano della felicità e della soddisfazione personale, che si può riscontrare attraverso l’attenzione per il prossimo.

Mimmo Nisticò, donazione e giovani. Quanto è importante in questo momento storico raccordare in anticipo il mondo dei valori sociali come il dono del sangue e il mondo giovanile?

Intanto il momento storico è molto particolare, i giovani hanno bisogno di riferimenti importanti che via via si sono perduti, come la famiglia e le istituzioni sociali. Noi lavoriamo nel mondo della scuola, settore decisivo affinché i giovani possano riavvicinarsi a valori come dono e solidarietà. Con la nostra esperienza ci siamo resi conto che i giovani rispondono bene se informati bene, e allora spetta a noi riuscire a fornire gli strumenti. Proprio di recente, con Avis Calabria, abbiamo organizzato un incontro con l’università per parlare di comunicazione. Anche noi dirigenti dobbiamo essere sempre aggiornati per lavorare nel modo più efficace possibile.

Oltre alle campagne promozionali, quanto sono importanti i contenuti e le opere per far appassionare i giovani alla donazione? 

I giovani hanno bisogno di riferimenti. Glielo dico in modo sintetico ed elementare, i giovani non hanno bisogno di parole ma di esempi. Io l’ho sperimentato con i miei figli: ne ho tre, oramai diventati adulti, il maggiore ne ha 34 e il più giovane 25, e tutti hanno seguito il mio esempio tra l’attività di donazione e gli scout.  Ho sempre detto “non fate come dico ma fate come faccio”. Poi, naturalmente, per sviluppare solidarietà altruismo servono anche le giuste compagnie, e in questo senso il mondo del dono a 360 gradi e del volontariato è molto importante perché chi lo prova poi ne riceve un grande beneficio, e anche personalità molto borderline spesso trovano l’occasione per recuperarsi.

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Mimmo Nisticò al dono

Avis e il mondo della scuola vanno a braccetto da tempo. Cosa le sta insegnando questo ruolo di responsabile per le attività scuola e formazione, e che obiettivi si propone? 

Sono contentissimo perché la Calabria è nuovamente in esecutivo. Una regione che prima era considerata una Cenerentola ha di nuovo un ruolo centrale. Vuol dire che abbiamo lavorato bene, e c’è da dire che la collaborazione tra Avis e scuola nasce grazie al professore Domenico Comi, docente di latino che negli anni ottanta ha creato questo canale, introducendo nella scuola l’educazione alla salute. Gli obiettivi sono quelli di continuare il lavoro dei miei predecessori e valorizzare il settore dell’alternanza scuola-lavoro. Sono moltissimi i ragazzi che dagli istituti vengono da noi per imparare tecnica di segreteria e ragioneria. È importate fornire questa offerta formativa per consentire ai ragazzi di entrare preparati e in anticipo nel mondo del lavoro. La scuola è il bacino più grosso che ci consente di passare dalle parole ai fatti, ed entrando nelle scuole superiori con le nostre autoemoteche gli studenti iniziano ad assaporare i valori del dono. Poi, al compimento dei diciotto anni, quando hanno uno stile di vita sano e compatibile, diventano donatori anche per i trent’anni successivi. A volte succede che i ragazzi che noi prepariamo vanno all’università al nord e magari vanno a donare nelle Avis del nord, ma va benissimo così, soprattutto per i pazienti bisognosi. La cosa importante è che i valori del dono, non solo di sangue ma anche di organi e di midollo, si diffondano sempre di più. Ora il flusso verso il nord dei nostri giovani è un po’ diminuito, ma ben venga se questi valori circolano.

Di recente sono stati presentati progetti di rilievo come il fumetto “Il colore della vita” e “rosso sorriso”. Come sono nati? Ce ne sono altri in cantiere?

Il fumetto “Il colore della vita” ha fatto furore, è stata una felicissima intuizione, un’idea meravigliosa già tradotta in inglese e spagnolo. “Rosso sorriso”, che con l’attore Castagna è arrivato all’edizione 2.0 già quest’anno, è in evoluzione. Stiamo programmando l’edizione 3.0 che punta a coinvolgere le famiglie. L’idea è questa: il ragazzo che ha conosciuto i contenuti a scuola poi li porta in famiglia e fa da stimolo, e questo accade a tutti i livelli, a tutte le età. Spronati dai figli molti genitori capiscono che il dono è un gesto molto importante, ne riconoscono il valore per la collettività, e così vanno a donare e tornano insieme ai figli, diventando donatori periodici.

 

 

Valeria Turelli e Stefano Caverni, della Consulta giovani Fratres: “Formazione, promozione, coesione: le tre parole chiave per il nostro futuro”

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Giorni intensi e dibattiti in grado di arricchire al 4° Meeting dei giovani associati Fratres a Montecatini Terme in provincia di Pistoia. In scena il futuro della Fratres, una delle principali associazioni di donatori di sangue del nostro Paese, attraverso un convegno che nello scorso week-end, il 14 e il 15 ottobre, ha visto la partecipazione di più di 100 giovani provenienti da tutto il territorio nazionale.

L’energia con cui Avis, Fidas e Fratres stanno lavorando per formare le nuove generazioni di donatori e posizionarle al centro dell’azione con ruoli sempre più da protagonisti, è sicuramente una buona notizia, e proprio per sentire le voci più fresche e autentiche dei dirigenti donatori del futuro, su Buonsangue abbiamo intervistato Valeria Turelli, del Gruppo Fratres di Nicolosi (CT), referente Giovani Fratres della Sicilia e Coordinatrice Nazionale Giovani Fratres, e Stefano Caverni, appartenente al Gruppo Fratres Fucecchio (FI) e referente Giovani Fratres della Toscana, tra i principali artefici di questa bella occasione di confronto. A loro il compito di raccontarci i giorni di Montecatini e gli obiettivi futuri dei giovani associati Fratres.

 Valeria e Stefano, quali sono stati i temi approfonditi dai giovani Fratres in questo meeting importante di Montecatini Terme?

Ogni meeting è caratterizzato da un tema fondamentale che viene sviluppato nella sessione formativa del sabato. L’argomento che abbiamo scelto quest’anno è la comunicazione intergenerazionale, ed è per questo che abbiamo deciso di intitolare l’evento “#GenerAzioni in BuOna collABorazione”.
La nostra esperienza, infatti, ci ha più volte mostrato come sia difficile per volontari “junior” e “senior” comunicare tra loro, in quanto i reciproci pregiudizi spesso sminuiscono la collaborazione tra coloro che hanno esperienza e chi invece di esperienza ne ha meno, ma dovrà portare avanti l’associazione e la sua missione nel futuro. Per fare questo, con la guida di una strepitosa esperta di comunicazione, la dott.ssa Anna Pellegrino, abbiamo organizzato un’introduzione all’argomento che è stata propedeutica per la successiva attività dei lavori di gruppo, durante la quale i ragazzi partecipanti al meeting e alcuni componenti del Consiglio nazionale Fratres si sono confrontati, alla pari, rispondendo a tre domande chiave: “Che cos’è per te la Fratres?”, “Comunicazione tra volontari di diverse generazioni: a che punto siamo?” e “Che cosa puoi fare concretamente, fin da subito, per rendere efficace la comunicazione tra le diverse generazioni?”. Il successivo dibattito che ne è scaturito e che ha coinvolto tutti è stato assolutamente coinvolgente e appassionante, e ha prodotto numerosi spunti di riflessione su come superare realmente le barriere comunicative in modo da rendere il messaggio più efficace. In definitiva possiamo senz’altro dire che, di sicuro, abbiamo centrato l’obiettivo dell’incontro.
Cogliamo l’occasione per ringraziare il presidente nazionale, Sergio Ballestracci, e gli altri componenti del Consiglio, che oltre a sostenere sin dall’inizio la nostra iniziativa, si sono resi disponibili a mettersi in gioco con noi!
Il meeting di Montecatini ha, inoltre, rappresentato l’occasione per festeggiare il decimo anniversario della Consulta nazionale Giovani, l’organismo che coordina e gestisce a livello nazionale le iniziative dei giovani volontari di tutta la Fratres. Grazie all’entusiasmante intervento del Funzionario nazionale Fratres, Christian Basagni, abbiamo brevemente ricordato la storia della nostra Associazione e la nascita della Consulta, evidenziando come negli anni la fondamentale collaborazione di tutti abbia permesso la crescita dell’intero movimento.

Quali sono i progetti associativi per i giovani della Fratres?

I progetti sono chiaramente variegati e personalizzati in base alle esigenze di ciascun territorio, ma fondamentalmente i principi guida che ispirano la nostra azione sono sintetizzabili in tre parole chiave:
1) formazione: è necessario se non obbligatorio che i nuovi volontari siano adeguatamente istruiti su tutti gli aspetti della donazione, sia quelli più tecnici (per esempio, saper spiegare molto in modo semplice la compatibilità tra i gruppi sanguigni, oppure gli intervalli di tempo tra i differenti tipi di donazione), ma anche quelli pratici e gestionali, nonché la storia della propria associazione; per questo nelle varie realtà territoriali sono organizzati periodicamente dei corsi di formazione, spesso proposti dai ragazzi stessi, che si  rivolgono a tutti i volontari, sia “senior” che “junior”.

2) promozione: compito fondamentale di un volontario donatore di sangue è far conoscere alla popolazione quanto sia importante questo autentico gesto di altruismo, ma soprattutto cercare di superare i pregiudizi e le paure ad esso legate; inoltre, poiché oggettivamente la Fratres è un’associazione di donatori di sangue non molto conosciuta, il nostro obiettivo è anche quello di promuovere il “brand”; per questo su tutto il territorio dove la Fratres è presente i giovani partecipano e spesso organizzano eventi con elevata partecipazione di pubblico, siano esse feste paesane oppure eventi di rilevanza nazionale o internazionale (Carnevale di Viareggio (LU), di Acireale (CT) e di Putignano (BA), Lucca Comics & Games, Notte della Taranta nel Salento e molti altri).

3) coesione: questo è un aspetto fondamentale per i nuovi volontari: il fatto di sentirsi parte di una famiglia, di fare amicizia, di conoscerci e scambiare esperienze; gli eventi che proponiamo, come per esempio i meeting, hanno anche l’obiettivo di permettere l’aggregazione e la fidelizzazione dei ragazzi.

È sempre più importante avvicinare al dono le nuove generazioni. Secondo voi quali sono i metodi più efficaci?

Crediamo che innanzitutto si debba puntare sulla concretezza della donazione del sangue. Spiegandoci meglio: siamo costantemente bombardati da messaggi che invitano a donare in qualsiasi forma, specialmente con denaro, a sostegno di numerose e nobili cause. I ragazzi, che spesso sono critici e disillusi, non hanno bisogno dell’ennesimo messaggio di questo tipo: noi preferiamo spiegare che la donazione del sangue è un’autentica forma di amore e di aiuto verso il prossimo, in quanto si dà (materialmente) una parte di noi stessi a persone che effettivamente ne hanno bisogno. A meno di problemi tecnici, non è ipotizzabile che la donazione di sangue sia utilizzata per un fine diverso se non quello, in un modo o nell’altro, di curare una persona ammalata.
Parallelamente dobbiamo far capire quanto sia importante donare il sangue, per questo spesso, quando andiamo nelle scuole, cerchiamo di portare con noi dei testimonial, ovvero persone che hanno sconfitto una malattia o comunque vivono grazie alle donazioni.
Crediamo che questo approccio sia assolutamente quello più efficace: solo delle testimonianze vive e dirette riescono a fare “breccia” nella sensibilità di un giovane; i giovani non sono menefreghisti (cosa di cui alcuni volontari senior sono convinti), basta solo saperli avvicinare con i giusti strumenti. Se l’approccio è veramente efficace, è molto plausibile riuscire a combattere il fattore che più allontana dalla donazione del sangue: la paura dell’ago. È chiaro che essere punti non è piacevole, ma se pensiamo (e capiamo, appunto grazie alle testimonianze) al bene che facciamo con questo gesto, ogni paura potrà essere ampiamente stemperata e superata.
Pertanto compito dei Giovani Fratres è quello di promuovere la cultura della solidarietà e del dono: dono inteso non soltanto come dono del sangue e degli emocomponenti, ma proprio come dono di sé, del proprio tempo, delle proprie emozioni, del proprio entusiasmo, creando iniziative per diffondere lo spirito autentico del volontariato.

Valeria e Stefano, parlateci di voi e del vostro percorso associativo. Quando e perché avete pensato di diventare donatori? Che vita interiore avete sviluppato intorno a questo gesto?  

La risposta di Valeria Turelli

Definirei la mia storia con la Fratres “una bellissima storia d’amore nata tra i banchi di scuola” che, lentamente, senza neanche accorgermene, ha completamente rapito il mio cuore.
Conosco questa associazione sin da bambina perché il gruppo Fratres del mio paese, Nicolosi (Catania), è sempre stato un gruppo molto attivo e presente sul territorio, soprattutto con progetti rivolti alle scuole.
Ho spesso partecipato ad iniziative organizzate dalla Fratres ma, ad essere sincera, diventata ormai maggiorenne, per diverso tempo non sono mai riuscita a donare a causa della mia paura dell’ago!
Però allo stesso tempo sentivo che quei valori di “solidarietà” e di “donazione” che i volontari cercavano di trasmettere durante le loro giornate di promozione erano dei valori in grado di dare un senso alla vita in quanto fondati sulla considerazione del prossimo e quindi alla base di una società civile. E così, finalmente, nel periodo di Natale del 2002 ho deciso di fare il dono più bello che potessi fare in quel momento: recarmi presso il centro di raccolta temporaneo gestito da quello che da quel giorno in poi sarebbe stato a tutti gli effetti il gruppo di mia appartenenza ed effettuare la mia prima donazione! Ricordo ancora l’emozione nel vedere scorrere il mio sangue, pieno di energia, pronto ad essere di aiuto per chi ne avesse di bisogno!
Da qui il passo successivo: il desiderio di prendere parte anche alla vita associativa. E così è stato un susseguirsi di esperienze da giovane volontaria a segretaria di gruppo, e poiché la Fratres è in primis promozione, sensibilizzazione e formazione, ecco che ho anche investito gran parte delle mie energie nell’area giovani prima a livello provinciale, in qualità di referente provinciale dei Giovani Fratres di Catania, poi come referente regionale della Sicilia fino a diventare coordinatrice nazionale. In tutti questi anni ho avuto l’opportunità di lavorare insieme a persone speciali, che sanno veramente cosa significa donarsi in tutto e per tutto mettendoci il cuore, con le quali abbiamo condiviso “gioie e dolori”, creato nuovi stimoli e nuove relazioni, fino a costruire un’importante risorsa anche per il futuro della nostra associazione.
Da volontaria ogni giorno mi rendo conto che, purtroppo, c’è ancora molta strada da fare per diffondere la cultura della solidarietà e della carità attraverso la donazione del sangue, in quanto spesso ci imbattiamo nella disinformazione e nell’egoismo, ma d’altra parte tra i nostri compiti di volontari Fratres c’è proprio quello di abbattere il muro dell’indifferenza. E donare sangue è un dovere morale ed un atto di carità cristiana, un qualcosa per cui valga veramente la pena lavorare con entusiasmo e convinzione!

La risposta di Stefano Caverni

Sinceramente mi sono posto molto spesso questa domanda… A dire la verità, non c’è un motivo preciso: non sono stato mosso dalla necessità di contribuire ad aiutare una persona a me vicina che aveva bisogno, oppure un amico o un parente che mi abbia convinto. Semplicemente, credo di aver maturato dentro di me, lentamente, la consapevolezza dell’importanza di questo gesto; ricordo che volevo trovare un modo per aiutare concretamente qualcuno e per arricchire la mia persona, per rendermi un vero cittadino attivo. Tutte queste riflessioni mi hanno portato ad effettuare la mia prima donazione nell’estate del 2011, all’età di 25 anni. Ho scelto Fratres perché nella mia cittadina, Fucecchio (Firenze), il gruppo ha una storia ormai pluricinquantennale, ha contribuito a plasmare il tessuto sociale del paese, ma soprattutto mi ha pienamente convinto il messaggio di carità cristiana e di autentico aiuto verso il prossimo che contraddistingue il nostro movimento associativo.
Vedendo tutto il buono che l’associazione fa per gli altri, decisi poco tempo dopo di aumentare in modo ulteriore il mio contributo alla causa, diventando un volontario anziché essere solo un donatore. Partendo da semplice “partecipante” alle iniziative, col tempo sono arrivato all?attuale ruolo di referente Giovani Fratres della Toscana. Sono la passione e l’essere circondato da amici meravigliosi i fattori che mi spingono ad andare avanti anche di fronte alle numerose difficoltà che d’altra parte di manifestano in un qualsiasi rapporto umano. Fratres mi ha veramente fatto crescere, come persona. Ho capito quanto sia bello donare in modo del tutto disinteressato, con il conseguente arricchimento di sentimenti e pensieri positivi. Fare volontariato a un certo livello ti permette (forse ti costringe) a misurarti con te stesso e combattere quelle piccole paure che altrimenti, probabilmente, non avresti mai affrontato. Il confrontarsi con numerose persone diverse tra loro fa affinare quelle doti di pazienza, diplomazia, ma talvolta anche fermezza e risolutezza, che sono necessarie per diventare una persona matura. Per tutti questi motivi mi auguro sinceramente di poter continuare, il più a lungo possibile, di vivere nella Fratres e contribuire a diffondere e sviluppare il suo importante e fondamentale messaggio.

 

 

 

 

Caso Avis Campania, il presidente di Avis Nazionale Argentoni in esclusiva per Buonsangue: “Nessuna volontà di insabbiare, il bene dell’associazione è al primo posto”

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A poche ore di distanza dal servizio trasmesso a Le Iene Show sul caso di Avis Campania, su cui ieri abbiamo pubblicato un ampio resoconto, in esclusiva per Buonsangue ecco l’intervista al presidente Avis Nazionale Alberto Argentoni, che entra nel merito dei fatti accaduti.

Presidente Argentoni, Avis Nazionale ha agito prontamente, accettando le dimissioni del vice presidente Pecora inseguito al caso raccontato in tv a Le Iene. Qual è la sua posizione sull’accaduto?

È quella che abbiamo riassunto nel comunicato inviato appena dopo la puntata a tutti gli organi d’informazione e a tutte le nostre sedi. Siamo molto dispiaciuti perché la denuncia di questi episodi può danneggiare l’immagine dell’intera associazione e gettare ombre sulla sua attività. Ribadiamo l’assoluta correttezza e onesta dei dirigenti associativi e dei donatori associati e periodici, a partire proprio da quelli campani. Siamo determinati a fare la massima chiarezza e a prendere i necessari provvedimenti per il buon nome di Avis.

Su Buonsangue abbiamo specificato che non bisogna assolutamente generalizzare né perdere fiducia nelle associazioni. Avis offre un servizio fondamentale alla raccolta sangue in Italia da 90 anni, ma è chiaro che un maggiore controllo interno doveva esserci. Sul piano nazionale stavate già gestendo l’anomalia dei pochi centri “fissi” a vantaggio delle autoemoteche, e dei centri di ricezione Avis ancora senza autorizzazione?

Il percorso di accreditamento ha visto impegnate per diversi anni tutte le nostre sedi, con grande impegno di tempo e di volontari, e sempre nell’ottica della maggior qualità e sicurezza per il paziente ricevente e per il donatore. Le autoemoteche, per essere accreditate, devono avere i medesimi requisiti dei punti fissi. Non c’è nessuna minore qualità e sicurezza.
Occorre ribadire che l’accreditamento non è un atto che dipende dalla singola Associazione, ma spetta alle Regioni e alle strutture regionali di coordinamento.

In termini generali, di principio, non sarebbe meglio evitare troppa concentrazione familiare nei ruoli esecutivi?

L’Avis ha adottato un proprio Codice Etico che è molto chiaro, sia dal punto di vista dei legami di parentela sia del possibile conflitto d’interessi di natura economica. Tutti sono chiamati a rispettarlo. In tema di opportunità e di trasparenza, la situazione denunciata si presta a supposizioni e dubbi, ma non vogliamo dare dei giudizi sommari e, pertanto, verificheremo le situazioni denunciate. Ricordo comunque che ogni nostra realtà associativa possiede autonomia gestionale e ha organismi di controllo propri che devono tutelare associazione e soci. Purtroppo possono anche non essere stati efficaci, e Avis Nazionale, proprio in virtù di questa autonomia territoriale, non ha adeguati strumenti di intervento. Uno degli obiettivi della prossima riforma statutaria è proprio ripristinare questa possibilità di intervento a garanzia del patto associativo.

Presidente Argentoni, in base alle procedure interne all’associazione, quali saranno i prossimi passaggi sul piano operativo?

Abbiamo deferito i nostri soci al Giurì Nazionale, a tutela dell’onorabilità dell’Associazione e di loro stessi. Particolare non di poco conto, il consigliere nazionale interessato da questi fatti ha rassegnato le dimissioni da vice-presidente nazionale, da componente dell’Esecutivo nazionale e si è auto-sospeso dall’incarico di consigliere nazionale.

Presto verrà fatta chiarezza. Ma intanto possiamo essere certi in Avis che non vi siano situazioni simili a quella della Campania? 

Ribadisco che in Avis le persone oneste e generose che si impegnano per gli ammalati e per i soci sono praticamente la totalità e così è anche per Avis Campania. Non posso escludere che ci siano altre situazioni da chiarire in ambito nazionale, ma non ne abbiamo conoscenza diretta se non per quei casi che vengono portati al nostro Collegio dei Probiviri. Non c’è comunque alcuna volontà di insabbiare o coprire: il bene dell’associazione è al primo posto per tutti noi.

Ha un messaggio preciso che vuole mandare ai donatori italiani?  

Anche io sono rammaricato e arrabbiato come tutti voi! Non sono queste le notizie per cui Avis deve essere messa all’attenzione del pubblico. AVIS Nazionale farà chiarezza ma la nostra volontà deve essere sempre e solo quella di lavorare con ancora più impegno, passione e sacrificio nell’interesse esclusivo degli oltre 1.200.000 donatori periodici associati avisini e di tutti quei malati che ogni giorno ricevono oltre 8.000 unità di sacche ed emocomponenti.

 

 

Matteo Bagnoli e una donazione che salva la vita. Dal sangue al midollo, nello spirito di aiutare il prossimo

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Le storie legate al dono del sangue possono emozionare, sorprendere, anche commuovere. Ma hanno sempre un principio comune, che è una solidarietà profonda e la capacità di alcuni singoli individui di vedere il prossimo non solo come uno strumento, ma soprattutto come un interlocutore o un’occasione di scoperta o miglioramento: umanità altra a cui offrire una parte di sé stessi. Quello che è accaduto a Matteo Bagnoli, 33 anni, presidente della sezione Avis di Livorno, è un’esperienza unica che merita di essere raccontata, come proprio lo stesso Matteo ha fatto qualche giorno fa sul sito di Admo Italia, l’Associazione Donatori di Midollo Osseo. Iscritto all’Admo da ormai sette anni, Matteo non era stato mai chiamato: poi c’è stato l’arrivo della convocazione per un caso di compatibilità del 100%, naturalmente in una situazione molto delicata per la salute del ricevente. In altre parole, per Matteo si è concretizzata davvero, e a portata di mano, la possibilità di salvare una vita. Su Buonsangue, lo abbiamo intervistato per conoscere le sue sensazioni da donatore di sangue con 60 donazioni all’attivo tra sangue e plasma, e come esperto di vita associativa.

Matteo, raccontaci com’è andata, cosa ti ha colpito di questa tua esperienza?

La cosa particolare della vicenda è che donare il midollo è capitato proprio a me che sono coinvolto in maniera attiva nel mondo della donazione. Io sono iscritto Admo dal 2010 e facevo attività di promozione andando nelle scuole, e chiedendo ai giovani di iscriversi all’Admo, perché naturalmente bisogna esser in tanti giacché le compatibilità sono molto difficili. Ecco perché io dicevo ai ragazzi di ricordarsi, al primo prelievo, di chiedere un prelievo in più e l’iscrizione al registro italiano dei possibili donatori di midollo osseo. È molto importante. Solo una persona su 100 mila risulta compatibile con chi ha bisogno di un trapianto di midollo. Io infatti sono iscritto da sette anni e non ero stato mai chiamato. Poi è arrivata la telefonata che ha confermato la compatibilità totale con il richiedente. Non ho mai esitato un secondo e sono andato.

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Matteo Bagnoli, 33 anni, presidente Avis Livorno

La donazione del midollo osseo è più invasiva di quella del sangue. In cosa consiste?

La donazione di midollo osseo si fa con due metodi: nel primo caso l’ago si inserisce nella zona lombare in un punto ad alto contenuto di cellule staminali. Da una trentina d’anni poi c’è la donazione di midollo osseo da sangue periferico. In circolo tutti abbiamo una quantità di staminali, cellule che creano altre cellule. L’intervento è leggermente più invasivo del plasma perché nei giorni precedenti si devono prendere dei fattori di crescita che stimolano la produzione di cellule staminali. Io li ho presi da cinque giorni prima: si tratta di cellule progenitrici. In quei primi giorni si possono sentire, specie all’inizio, dei piccoli dolori facilmente sostenibili, passati poi con il quarto e il quinto giorno. Dopodiché avviene la donazione vera e propria che è come una donazione di plasma moltiplicata per quattro, perché si tratta di quattro ore a doppio ingresso venoso. C’è stato un minimo di stanchezza ma è normale, specialmente all’ultima ora. Poi ho fatto tutti gli esami che sono andati molto bene. Ho provato una grande, una grandissima gioia per averlo fatto. Quando ti chiamano è proprio perché c’è un paziente che aspetta te, è una cosa one to one importantissima perché si azzera il midollo del richiedente per inserire il tuo, un intervento che è assolutamente salvifico. È stato davvero bello, sono strafelice, quando ti chiamano percepisci che non è una passeggiata, che si tratta di un bel passo, c’è anche un po’ di paura ma è normale. Si ha la facoltà di rinunciare fino al giorno stesso, ma io sono andato avanti. Penso di essere quasi un predestinato, in pochi mesi prima la presidenza e poi questa magnifica esperienza. Le testimonianze personali sono molto importanti perché creano empatia, e infatti raccontandole sui social ci sono moltissime reazioni.

E nel tuo lavoro associativo in Avis che programmi ci sono? Tu sei un presidente molto giovane, ti sei chiesto come si possono portare i giovani al dono?

Noi siamo superattivi ma i numeri sono un po’ in calo. È un trend generale, si va sotto del due o tre per cento ogni anno. Bisogna invertire il trend ma questa stagione ci sono stati degli episodi che ci sono venuti contro. Per esempio la zanzara West Nile: per tutti i donatori di Livorno che oggi arrivano al centro trasfusionale non c’è lo stop dei 28 giorni ma solo un ulteriore test per l’eventuale esclusione, mentre se si è stati a Roma nelle zone a rischio o ad Anzio c’è l’esclusione dei 28 giorni. Questi accadimenti, se non c’è la giusta informazione, finiscono per scoraggiare. Tuttavia a volte si crea un po’ di confusione a livello mediatico. Comunque in questo periodo bisognava essere ancora più solidali e tutti si sono mossi per andare incontro alle emergenze, e anche se non è stato facile ormai è tutto a posto. Io spero di portate sempre più giovani a donare sangue, e ci chiediamo tutti i giorni, anche a livello regionale, cosa si può fare. Stiamo lavorando per formare un gruppo di soci giovani di Avis Livorno dai 18 a 30 anni che si impegneranno direttamente per fare eventi e promozione lavorando con i loro coetanei e coinvolgendoli. Non c’è mai stato un approccio del genere a Livorno e io ho spinto parecchio per iniziare. Nel 2018 faremo un primo evento di apertura. Realtà vicine a noi hanno gruppi così strutturati e funzionano molto bene. Sono molto fiducioso.

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Cristiano Lena (Fidas) sulle donazioni: “Lavorare tutti insieme, questa è l’unica strada”

FIDAS Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue

Un evento nazionale, un giorno da condividere per tutti gli associati Fidas allo scopo di richiamare tutti i donatori all’importanza dei percorsi futuri da compiere nel nome degli obiettivi associativi: il primo ottobre 2017 è stata la VIII giornata nazionale Fidas http://Fidas.it/domenica-1-ottobre-lviii-giornata-nazionale-Fidas/, e su Buonsangue, per conoscere più a fondo lo spirito dell’iniziativa e capire meglio la filosofia di Fidas su punti chiave come il reclutamento giovanile, abbiamo intervistato Cristiano Lena, responsabile comunicazione della seconda associazione italiana di donatori organizzata per numero di iscritti.  Ecco le sue parole sui temi più d’attualità, dall’evento appena trascorso a come si può migliorare il racconto del sangue sui media generalisti.

Cristiano, domenica scorsa è stata la VIII giornata nazionale della Fidas. Come nasce questa iniziativa e qual è il ritorno di un evento che ha chiamato in causa 450 mila donatori Fidas divisi in 1200 sezioni in tutta Italia?

Nel 2009 Fidas ha voluto istituire la “Giornata nazionale Fidas” per esprimere con entusiasmo ed orgoglio l’appartenenza delle Associazioni federate alla Federazione nazionale, nonché per conseguire insieme una sempre maggiore visibilità attraverso i mezzi di comunicazione. Uno dei punti di forza della Federazione, infatti, è l’autonomia delle 74 associazioni federate che operano su tutto il territorio nazionale. Ma c’è un rovescio della medaglia. Proprio questa autonomia permette alle diverse realtà locali, articolate in quasi 1200 sezioni, di mantenere il proprio nome originario. Perciò è nata l’esigenza di celebrare, la prima domenica di ottobre, l’appartenenza alla Federazione, attraverso momenti di sensibilizzazione e coinvolgimento ed adottando un claim comune. Quindi da una parte la “fidelizzazione”, ma dall’altra la volontà di sottolineare come si stia lavorando per un unico obiettivo nonostante le differenze del nome. E non ultimo il desiderio di ringraziare gli oltre 450mila donatori di sangue ed emocomponenti che fanno parte della famiglia Fidas.

Cristiano Lena, responsabile comunicazione Fidas

Della donazione si parla molto, ma la mia sensazione è che spesso avvenga in mondi che ancora faticano a parlare tra loro con costrutto. Mi riferisco soprattutto ai media che si occupano solo delle carenze, e fanno pochissima formazione e in-formazione. Da responsabile della comunicazione Fidas cosa si può fare sul piano della giusta percezione del pubblico di un gesto come il dono e della sua importanza?

Sollevi una questione complessa, ma che negli ultimi anni ha visto un evidente cambio di rotta. Per tanto tempo i media si sono occupati di sangue solo in maniera marginale e solamente in casi in cui la notizia era legata a particolari criticità. Proprio nel febbraio 2010 il presidente nazionale Fidas Aldo Ozino Caligaris si era rivolto direttamente agli organi di stampa sottolineando questa carenza (http://Fidas.it/perche-non-ci-fate-parlare-di-donazione-di-sangue-una-domanda-agli-organi-di-stampa/). Ma la situazione è nettamente cambiata anche grazie al fatto che il volontariato del dono del sangue ha rafforzato il proprio status di fronte all’opinione pubblica. Se per tanto tempo le stesse realtà associative hanno svolto il ruolo di Cenerentola, negli ultimi anni, ritrovata la scarpetta di cristallo, Cenerentola ha smesso di lucidare pavimenti, e ha cominciato a presentarsi con un look adeguato. Ovviamente non è tutto così semplice, occorre lavorare su più fronti: innanzitutto comunicando correttamente la propria identità, ricordando che per il mondo del volontariato non è prioritario il “marchio di fabbrica” quanto il “prodotto” che si vuole pubblicizzare, ossia la mission dell’associazione. Ritengo che i media si siano accorti che la mission delle diverse realtà del dono sia la medesima e lì dove Federazioni e Associazioni dei donatori di sangue lavorano in sinergia, si vedono i risultati sul piano della visibilità.

Il recente caso del Lazio ha chiamato in causa la solidarietà dei donatori. In Fidas come vi siete mossi? Esistono delle prassi consolidate per reagire ai momenti di emergenza?

La Conferenza Stato Regioni del 7 luglio 2016 ha approvato il “Piano strategico nazionale per il supporto trasfusionale alle maxi-emergenze” e purtroppo diversi episodi hanno già collaudato la validità dello stesso. La diffusione del Chikungunya è sicuramente un’emergenza trasfusionale che ha richiesto l’intervento di tutti gli attori del Sistema Sangue. Fidas, come pure Avis, Fratres e Croce Rossa, si sono attivate secondo le indicazioni del Centro Nazionale Sangue incrementando le attività di raccolta nelle zone non interessate dal virus e contribuendo a fornire sul territorio le corrette informazioni. In questo modo, e grazie alla compensazione interregionale, si sta tenendo sotto controllo la situazione dimostrando che il Sistema sangue nazionale funziona, anche se è ancora perfettibile.

Cosa si potrebbe fare, secondo te, per avvicinare sempre di più i giovani al gesto della donazione periodica? Quanto è importante il racconto diretto di chi dal dono ha ricevuto maggiore salute e benessere?

Rispondendo da professore, posso confermarti che la domanda è una di quelle “difficili”. Da una parte ritengo che i giovani abbiano sempre più bisogno di creare nuovi legami sociali e che sia importante il riferimento associativo, la condivisione di ciò che si fa con altri coetanei. Ovviamente gli strumenti che utilizziamo devono parlare il loro linguaggio, altrimenti si perdono solamente tempo ed energie, per questo è importante l’utilizzo qualificato dei social. Ma penso che ci siano due dimensioni irrinunciabili: la prima è la componente familiare. Generalmente i genitori che donano il sangue riescono a trasmettere, quasi con il latte materno ai propri figli, il valore del dono e l’importanza di contribuire con un gesto semplice al benessere degli altri. La seconda componente è la testimonianza diretta di chi ha ricevuto la vita grazie alla generosità dei donatori. Per questo nella nostra comunicazione cerchiamo di ricordare sempre, grazie alla voce dei beneficiari, dove va a finire il sangue.

 

 

 

Alberto Argentoni, nuovo presidente di Avis Nazionale: “Che cosa faremo per migliorare la raccolta”.

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Un lungo percorso associativo che lo ha visto impegnato in tutte le dimensioni, dalla provinciale alla nazionale, e un impegno costante nella vita pubblica. Alberto Argentoni ha 58 anni, in passato è stato anche il sindaco di Eraclea (Venezia) ed è medico di medicina generale: è lui l’uomo scelto dal consiglio nazionale di Avis per traghettare l’associazione di donatori più grande d’Italia, che quest’anno festeggia i suoi 90 anni, verso il centenario. Per Avis tratta di una scelta in continuità con il lavoro svolto dal presidente uscente Vincenzo Saturni, giacché Argentoni nel vecchio esecutivo era stato vice presidente dal 2013. Saranno molte le sfide da affrontare nel prossimo mandato, e noi di Buonsangue abbiamo chiesto ad Argentoni il suo pensiero su temi chiave per il sistema sangue, come autosufficienza ematica, frazionamento del plasma e rapporti tra associazioni e istituzioni. Ecco che cosa ci ha detto.

Dottor Argentoni, per cominciare congratulazioni e un sincero “In bocca al lupo” per la sua nuova carica. Ho potuto seguire molto da vicino le attività di Avis negli ultimi mesi della gestione del dottor Saturni, e ho constatato quanto sia bella e difficile la missione di un’associazione di volontari così vasta. Lei viene da un lungo e proficuo percorso in Avis: mi può descrivere cosa significa per lei farne parte, e oggi, dirigerla?

Sono in Avis da moltissimo tempo grazie all’influenza di mio padre, con un legame molto forte, e dopo aver occupato tutti i ruoli, dalla presidenza provinciale a Venezia (dal 1999 al 2004 n.d.r.) a quella regionale in Veneto (dal 2005 al 2013 n.d.r.) passando per i quattro anni da vice presidente (dal 2013 al 2017 n.d.r.), ora sono arrivato al ruolo di presidente nazionale. Ci troviamo a lavorare con una realtà grandissima, basti pensare che circa il 70% della raccolta associata in Italia passa per Avis. Dopo così tanta esperienza e dopo essere passato per tutti i livelli delle sedi decisionali, diciamo che conosco i meccanismi, e speriamo di poter lavorare al meglio in vista dei principali obiettivi programmatici.

Entriamo nel vivo dei temi programmatici: l’autosufficienza ematica è un asset strategico importante per qualsiasi Paese. In Italia va mantenuta sul piano degli emoderivati e migliorata sul piano della raccolta del plasma: come si ottengono questi obiettivi?

Ci dobbiamo lavorare tutti i giorni. L’autosufficienza dei globuli rossi non va mai data per acquisita e va ottenuta attraverso molta attenzione per ciò che riguarda governabilità e programmazione, ma la situazione è sotto controllo e abbiamo la capacità di governarla anche nel futuro. Per quello che riguarda il plasma ci troviamo di fronte a un asset importantissimo e bisogna lavorare in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Plasma 2020 (http://www.buonsangue.net/politiche/approvato-il-piano-nazionale-plasma-pnp-2016-2020-i-principi-guida-verso-lobiettivo-dellautosufficienza/). Ad alcune regioni, sul piano della raccolta del plasma saranno chiesti dei miglioramenti cospicui e sforzi notevoli per raggiungere aumenti piuttosto ambiziosi (anche del 40% n.d.r.). In questo senso, per la raccolta, un’associazione come Avis deve dare molto, e lo sforzo comune dovrà essere quello di oliare alcuni meccanismi e di lavorare molto anche sul piano della promozione della cultura del dono.

Avis ha molto a cuore l’obiettivo di aiutare i donatori che lavorano, soprattutto giovani, a trovare spazi per il dono che non si sovrappongano con gli orari lavorativi. Quanto è importante migliorare l’organizzazione del sistema sotto tale aspetto?

 In quest’ottica ci sono alcuni aspetti da chiarire. Abbiamo purtroppo dei vincoli organizzativi per l’accesso ai centri di raccolta che impegnano il personale sanitario. Ci sono problemi di accessibilità ai centri per questioni di laboratorio e per la copertura dell’assistenza sanitaria alle trasfusioni. Anche il trasporto degli emoderivati è un fattore di organizzazione che presenta alcuni problemi logistici. Poi c’è anche un problema culturale che in una certa misura, facendo autocritica, è una nostra responsabilità: c’è una tendenza diffusa nel donare sempre al mattino, e quindi – nonostante le aperture pomeridiane nei centri trasfusionali – l’affluenza media è troppo bassa. Così, anche quando s’iniziano esperimenti di questo tipo con aperture allargate, finiscono per durare troppo poco perché non si può garantire una giusta affluenza.

Come si superano questi problemi?

Con un incremento della cultura del dono, dell’informazione, con una migliore organizzazione logistica e con l’applicazione delle regole di Patient Blood Management. All’estero, in alcuni Paesi, si dona dalla mattina alla sera e poi le persone si recano normalmente al lavoro. In Italia c’è invece, per fortuna, un’attenzione massimale alla sicurezza post-trasfusionale, tanto che la legge italiana prevede il riposo dalla giornata lavorativa dopo la donazione, che è un criterio di salvaguardia della salute pubblica come bene comune.

 Passiamo alla situazione dei cittadini migranti. Sono una risorsa importante per il sistema trasfusionale?

Per i cittadini migranti la possibilità di donare è anche un fatto simbolico, una dimostrazione di integrazione per famiglie che hanno scelto l’Italia come secondo paese e che cominciano a mettere al mondo figli italiani. È molto bello anche per noi, come associazione, contribuire al fattore integrazione attraverso la donazione del sangue. Poi naturalmente ci sono i fattori sanitari di cui bisogna tener conto. In primo luogo la capacità dei cittadini stranieri di comprendere ciò che chiediamo nei nostri questionari affinché siano mantenuti sempre altissimi gli standard di sicurezza, per esempio sul piano dell’anamnesi e dei criteri di autoesclusione; è importante anche che sappiano esprimere al meglio gli eventuali disagi e i comportamenti a rischio. Infine ci sono i criteri di idoneità, giacché molti dei cittadini migranti che arrivano vengono da situazioni delicate, e sempre per problemi di sicurezza, passa del tempo prima che possano donare.

Lei è veneto, quindi conoscerà bene la questione che si è sollevata nel sistema sangue italiano rispetto al bando NAIP del raggruppamento guidato dalla Regione Veneto per il frazionamento del plasma in conto-lavoro, con le polemiche legate soprattutto al rapporto abnorme tra prezzo e qualità della gara, addirittura 90% a 10%. Cosa pensa di quel bando così criticato dalla maggior parte dei donatori?

 Il 10% della qualità è relativo, non farei un collegamento così immediato. Sulla strategia che si è scelta nel raggruppamento regionale veneto non sta a me giudicare, ma quello che posso dire è che sono rimasti fuori alcuni prodotti che sicuramente erano importanti nell’ottica dell’autosufficienza regionale, e questo è sicuramente un dispiacere. L’ente pubblico deve garantire a tutti i pazienti i prodotti per le cure, e non è un bene mettere a rischio un’autosufficienza che negli anni era ormai consolidata, anche perché di certo l’autosufficienza potrà avere qualche problema se non ci sarà una totale armonia tra i quattro bandi diversi dei vari raggruppamenti regionali.

Il bando lanciato dal raggruppamento regionale con a capo l’Emilia Romagna ha principi totalmente differenti, più equilibrati, e comprende anche la valutazione del pittogramma. È quella la direzione in cui procedere, secondo lei, anche per i bandi dei raggruppamenti mancanti con a capo Lombardia e Toscana?

 È da vedere che tipo di risultati arriveranno. Delle due gare, una, quella veneta, è acquisita. L’atra è ancora in corso. In Veneto si è scelto di puntare soprattutto su tre prodotti e di privilegiare l’aspetto economico, in Emilia c’è stato più equilibrio nel considerare tutti i fattori. Da un lato sono tranquillo che in nessuna regione mancherà mai nulla ai pazienti, ma quello che bisognerà capire è quali sono i metodi e le strategie migliori per raggiungere determinati obiettivi, cioè valorizzare al meglio la risorsa nazionale.

Nulla di quanto viene donato deve essere sprecato, giusto?

Va capito quanto vale ciascuna strategia andando oltre la questione dei costi, perché la priorità è valorizzare la raccolta della risorsa sangue e la materia biologica donata al 100% e a 360 gradi. Va aggiunto che quello del frazionamento in conto-lavorazione con i nuovi bandi di gara è uno scenario abbastanza all’inizio, e ci vorrà tempo per valutare le scelte diverse.

Mancano ancora i bandi di due raggruppamenti…

Io sono abbastanza contento che i bandi regionali stiano arrivando progressivamente, con gradualità, a distanza di tempo, perché così le regioni che vengono dopo possono coordinarsi con i bandi precedenti per regolarsi sul lavoro fatto da altri.

Per un sistema trasfusionale che funzioni, il rapporto costruttivo tra le “tre gambe” (donatori, istituzioni, professionisti del settore) è importantissimo. Ogni tanto le dichiarazioni del ministro Lorenzin in questo senso lasciano sconcertati (come quando definì i plasmaderivati una fonte di pericolo per i donatori http://www.buonsangue.net/news/plasmaderivati-fonte-pericolo-pazienti-cosi-la-ministra-lorenzin-seppellisce-mondo-dei-donatori/), ma collaborare con settori come l’istruzione e lo sport può essere importante per incrementare la raccolta. Cosa farà Avis in questa direzione?

Abbiamo in atto da tempo dei protocolli con il ministero dell’Istruzione e collaboriamo attivamente con il mono dello sport. È un asset consolidato. Abbiamo avuto collaborazioni proficue con molte federazioni e con la Lega Calcio, e di certo faremo altre iniziative sul piano nazionale e anche su quello locale. Sicuramente sport e dono sono mondi in sinergia che possono contare sulla condivisione di valori comuni come solidarietà, generosità, altruismo e responsabilità nel lavoro di squadra che si ritrovano a pieno nell’atto del dono del sangue. Inoltre lo sport è un veicolo perfetto per la promozione di una cultura sui corretti stili di vita per l’idoneità a donare e per convogliare i giovani.

Adelmo Agnolucci alla guida di Avis Toscana: “Giovani e migranti sono il futuro della donazione”

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Aretino di nascita, e noto sul territorio per il suo impegno nella vita pubblica e nel settore sociale, Adelmo Agnolucci è il nuovo presidente di Avis Toscana, una delle regioni chiave per il sistema trasfusionale, sia come capofila di uno dei raggruppamenti regionali (il Planet, con Lazio, Marche e Campania n.d.r.), sia per una lunga tradizione come centro di diffusione della cultura del dono. Per conoscer più in dettaglio il lavoro di Avis Toscana sul territorio, e in vista delle nuove sfide che la Toscana dovrà affrontare in futuro sul piano dell’autosufficienza locale e di sistema, noi di Buonsangue lo abbiamo intervistato. Ecco cosa ci ha detto.

 Presidente Agnolucci, arriva il mandato da presidente. Da quanti anni porta avanti la sua esperienza associativa, e che sensazioni le offre?

 Vengo da una militanza ormai di lunga data perché sono in Avis da trent’anni. Ho fatto parte del consiglio regionale per molto tempo, poi lo scorso anno, per una ragione statutaria, sono subentrato come presidente da vicepresidente vicario, e infine è arrivata l’elezione di maggio. Arrivo in un momento particolare per la vita associativa, con la riforma del terzo settore che comporterà molti cambiamenti, come il dover rivedere gli statuti, e con le novità in termini di natura giuridica, per esempio l’equiparazione di profit e non profit. In Avis abbiamo eletto il nuovo consiglio nazionale, che il 18 di giugno avrà il suo piccolo conclave da cui scaturirà il nuovo presidente nazionale, con i candidati della Sicilia Domenico Alfonzo, del Piemonte Giorgio Groppo e del Veneto Alberto Argentoni. Forse ci sarà qualche altra novità, come per esempio una possibile candidatura dalla Lombardia che non è stata ancora formalizzata. C’è da capire allora come si compatterà Avis dopo tutte queste novità, perché ora siamo in sospeso. Dal modo in cui saranno impostate le cose sul piano nazionale ci saranno poi ricadute anche sul piano regionale. Noi siamo un’associazione di associazioni e quindi non potremo discostarci da tutti i rapporti di sistema, con Avis Nazionale, con il Centro Nazionale Sangue, con la Conferenza Stato – Regioni e con le nuove convenzioni. Poi è chiaro che ogni regione ha delle caratteristiche più o meno accentuate. In Toscana il cambiamento nella sanità ha interessato anche il mondo trasfusionale. Prima avevamo 12 realtà con cui parlare, considerando anche le ASL provinciali, ora abbiamo 3 macro-aree con un solo responsabile. Siamo quindi in un momento particolare, perché quando si cambia si sa da dove si parte ma non dove si arriva. Speriamo di avere le risposte migliori per arrivare agli obiettivi, ma bisogna stare attenti.

 Parliamo di futuro. Quali sono gli obiettivi di Avis Toscana per i prossimi anni?

 Abbiamo in cantiere molte cose interessanti. Il futuro è un scommessa per tutti e sarà legato alle nuove generazioni e al mondo dei migranti. Su di loro abbiamo fatto degli studi, che ci dicono che gli immigrati sono cresciuti del 22% in pochi anni e sono il 4% sul totale dei nostri donatori. L’obiettivo è di coinvolgere sempre di più sia loro che i giovani, e renderli partecipi della cultura del dono per arrivare all’autosufficienza regionale. Bisognerà tenere conto di un piccolo cambiamento di tendenza: cala la richiesta di sangue intero o di globuli rossi e aumenta quella di plasma, che come si sa bene si può ottenere in aferesi. Questo comporta il bisogno di innovazione nella cultura del dono. I nostri donatori quasi sorridevano vedendo un liquido giallo anziché rosso, come se si trattasse di una donazione di serie b. ma in realtà il plasma è importantissimo e da esso vengono estratti molti medicinali importanti. Poi ci sono tutte le nuove metodologie di Patient Blood Management che permettono di ottimizzare le risorse e mantenere le scorte e anche su questo bisognerà lavorare, pianificando la donazione programmata, su prenotazione. Così si può offrire un servizio migliore a chi ha bisogno e lavorare meglio come sistema, andando a richiedere i gruppi che servono quando servono.

 Per quel che riguarda le iniziative di Avis Toscana per promuovere la cultura del dono, che cosa avete in programma?

 La nostra idea è quella di entrare nei social e di sfruttare quel canale, perché oggi è il modo migliore per arrivare ai giovani. Poi abbiamo il “Cartoon School”, una bellissima iniziativa che consente di andare nelle scuole e preparare dei cartoni animati legati al mondo della donazione. È un lavoro di squadra, guidato da degli esperti. Così i ragazzi possono disegnare, sceneggiare, musicare i cartoni. In questo modo si coinvolgono centinaia di bambini che al tempo stesso sono i protagonisti e fanno da tramite, perché poi i bambini trascinano i genitori. Altro strumento importante è quello del servizio civile: abbiamo dei progetti importanti sul piano nazionale e regionale che permettono di cooptare tanti giovani nelle nostre sedi, e di portare nelle scuole i discorsi sulla donazione del plasma e del sangue. Quando è possibile intervengono anche i dirigenti associativi, e così copriamo il territorio. Abbiamo notato che poi moltissimi di quelli che iniziano con il servizio civile restano nel mondo del volontariato e per noi è una grossissima risorsa. Noi facciamo formazione e li inseriamo in progetti ben definiti. Le ricadute sono tante e toccano decine di migliaia di studenti. Il mondo dei giovani dev’essere sollecitato e informato. Non è vero che i giovano sono sordi ai problemi sociali. Noi chiediamo qualcosa d’importante, basti pensare al discorso dell’ago che a volte spaventa. Una curiosità a tal proposito: nel mondo dei giovani abbiamo ancora più riscontri tra le donne che dagli uomini, forse perché solo loro partoriscono e grazie all’esperienza del parto sono più coraggiose.

 Tra poco ci sarà il bando per il conto-lavoro del plasma anche per il raggruppamento regionale che ha la Toscana come regione guida. All’assemblea generale di Avis a San Donato abbiamo sentito gli avisini veneti lamentare il mancato coinvolgimento di chi ha ideato e portato a compimento il bando di gara poi vinto dalla CSL Behring. In Toscana cosa dobbiamo aspettarci?

 In Toscana abbiamo guardato molto a quello che successo in giro. A volte essere i pionieri non è la cosa migliore. Oggi ci dobbiamo confrontare anche con le regole europee e questo può comportare alcune difficoltà non solo per il plasma ma anche sul piano degli standard informatici. La regione Toscana è la capofila del consorzio regionale che si chiama Planet, e assieme a noi abbiamo Lazio, Marche e Campania. Oggi è stato costituito un collegio di persone chiamate a creare il capitolato e dentro ci sono anche persone delle associazioni. La regione Toscana, grazie al direttore del CRS e all’assessorato, è partita molto bene e forse le esperienze fatte da altri possono aiutare a non cadere in errori, com’è accaduto con la gara del Veneto che aveva 90% di attenzione al prezzo e 10% alla qualità. Speriamo che il lavoro fatto molto attentamente sin dall’inizio, e che ha visto la collaborazione tra istituzione e associazioni, porti i suoi frutti.

 Quanto è importante il Meteo del Sangue per monitorare e gestire le necessità di sacche sul territorio? Quando arriverà nelle altre regioni?

Il Meteo del Sangue per noi è importante. Con il Meteo del Sangue sappiamo esattamente che gruppi servono in ogni momento. Attraverso il sistema possiamo arrivare a una migliore programmazione. È come dire “vediamo che tempo fa prima di uscire, se prendere l’ombrello oppure no”. Ciò vale anche per quanto riguarda gli spostamenti tra strutture trasfusionali, e questa è un’ottima garanzia per tutti. Il metodo è applicabile anche alle altre regioni, ma naturalmente dipende di metodi gestionali di ciascuno. Anche il Centro Nazionale Sangue potrebbe adottarlo, se tutte le regioni lavorassero in un certo modo, anche perché proprio da loro è arrivato uno strumento importante come il protocollo per la gestione delle grandi emergenze. Tutti ricordiamo le file per donare dopo i terremoti, ma bisogna considerare che se si dona in massa in quei momenti, poi, se serve sangue per momenti di scarsità quegli stessi donatori non si possano chiamare per tre mesi. Bisogna sapere che il sangue intero ha una vita e dura 40 giorni, per cui donare solo quando c’è un’emergenza è sbagliato. È importantissimo stare tutti dentro al sistema perché le risposte siano quelle che devono essere. Noi donatori siamo un’unica famiglia, da Bolzano a Canicattì.

 

 

Fidas e il Giro d’Italia, un sodalizio iniziato nel 2015

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Sport e volontariato del sangue s’incontrano spesso, stringendo matrimoni all’insegna del concetto di vita sana e del senso di comunità. Non di rado grandi campioni dello sport nazionale hanno abbracciato come testimonial il mondo della donazione, ma quest’anno Fidas ha scelto di legarsi a una della più importanti e amate manifestazioni della storia sportiva italiana: il Giro d’Italia, giunto alla 100esima edizione. 3615 km totali, che una carovana Fidas percorrerà insieme ai ciclisti per diffondere la cultura del dono per tutte le strade d’Italia, dalla Sicilia alle Alpi. A raccontarci l’iniziativa è intervenuto Cristiano Lena, responsabile della comunicazione di Fidas Nazionale.

 Cristiano, Fidas e Il Giro d’Italia, insieme. Quando e come nasce questa collaborazione, e che obiettivi di comunicazione si propone?

L’idea di collaborare con il Giro d’Italia è nata nel 2015 su proposta dell’allora vicepresidente nazionale della FIDAS Alessandro Biadene. Dopo due anni in cui avevamo fatto il giro d’Italia prima in barca a vela (2013, FIDAS Coast to Coast) e poi in camper (2014 FIDAS On the Road), abbiamo scelto le due ruote all’interno della più grande manifestazione ciclistica del Paese. Ovviamente il primo obiettivo è stato quello di acquisire sempre maggiore visibilità, attraversando l’Italia per oltre 3000 km anche in zone dove non sono presenti delle associazioni Federate. La prima esperienza, caratterizzata dal claim FIDASaround, è stata davvero positiva anche se per noi totalmente nuova. Ci ha permesso di far conoscere sempre più l’attività che svolgiamo e di sensibilizzare la popolazione sulla donazione di sangue e di emocomponenti. Ma abbiamo voluto legare questa avventura anche all’idea che donazione e sport sono un binomio inscindibile: per entrambi è fondamentale seguire corretti stili di vita e il buono stato di salute proprio dello sportivo è requisito di base per poter donare sangue. Il Giro, inoltre, è una bella metafora della donazione: in entrambi i casi occorre fare un lavoro di squadra, affrontare con grinta le salite e non perdere di vista la meta anche quando si è in volata.

Così siamo stati nuovamente presenti nella Carovana del Giro nel 2016, con il claim “Il sangue non è acqua”.

Raccontaci delle iniziative che ci saranno lungo tutto il percorso, fino all’ultima tappa a Milano il 28 maggio.

Sarà compito delle Associazioni federate sfruttare questa opportunità per diffondere il valore del dono. E ogni realtà si è organizzata secondo la propria sensibilità e, soprattutto, secondo le risorse a disposizione. Per cui lungo il precorso del Giro ci saranno i volontari delle associazioni FIDAS con il proprio stand che distribuiranno materiale informativo, come pure sono previsti momenti di aggregazione e di accoglienza dei nostri due giovani alla guida del mezzo FIDAS. Certamente sarà importante centrare il messaggio visto che il passaggio della Carovana è piuttosto veloce e per questo occorre lanciare un input che speriamo che il pubblico raccolga. Quest’anno abbiamo scelto il claim “prima di partire”: programmando vacanze e viaggi, è bene programmare, con l’associazione di riferimento e con i Servizi Trasfusionali, anche un gesto di solidarietà in modo da evitare i periodi di criticità che spesso caratterizzano i mesi estivi. Per ricordarlo distribuiranno delle targhette per le valigie, così #primadipartire tutti potranno ricordarsi dell’importanza di un gesto volontario, anonimo, gratuito e responsabile come la donazione del sangue.

Lo sport, con i suoi campioni, la passione che suscita, è probabilmente il miglior veicolo promozionale per iniettare nei giovani la cultura della donazione. Sei d’accordo? Si può provare a coinvolgere di più il Coni e le varie leghe nazionali per stingere un rapporto sport – dono del sangue duraturo e in grado di avere risultati nel lungo periodo?

Da sempre FIDAS crede nella sinergia tra sport e donazione di sangue. In passato atleti di diverse discipline hanno indossato la maglia della FIDAS sostenendo l’importanza di uno stile di vita sano, di cui lo sport è una componente essenziale. Per questo abbiamo sempre lavorato a fianco di istituzioni, enti e associazioni che promuovono lo sport. Ma in prima linea sono stati gli atleti a raccogliere il nostro invito, come i campioni delle Fiamme Oro Gran Fondo della Polizia di Stato, o i Carabinieri dei Gruppi sportivi, o ancora gli atleti delle Fiamme Gialle. E ancora Rosalba Forciniti, bronzo nel judo alle olimpiadi di Londra 2012 o Aglaia Pezzato finalista nella staffetta 4×100 stile libero alle olimpiadi di Rio.  Inoltre sono in cantiere altre collaborazioni come ad esempio i camp che partiranno a giugno con AIC (Associazione Italiana Calcio) volta ad un educazione dei giovanissimi allo sport e ai valori della solidarietà.

FIDAS esce da un periodo importante in fatto di dialogo interno. Cosa è emerso dal congresso di Milano? In cosa può migliorare la vita associativa, e in generale il sistema sangue?

Il 56° Congresso nazionale che si è svolto a Bergamo ha contribuito ad un confronto costruttivo tra le oltre 70 Federate che complessivamente raccolgono oltre 450mila donatori in 18 Regioni. Il 2016 per molti aspetti è stato un anno difficile: i nuovi requisiti di qualità e sicurezza del sangue, presentati con il DM 2 novembre 2015, hanno richiesto un’attività di informazione nei confronti dei donatori; inoltre la riorganizzazione della Rete trasfusionale, in particolare in alcune Regioni, ha comportato una flessione nei dati a livello nazionale. Infine l’entrata in vigore delle Convenzioni, predisposte secondo il nuovo schema tipo, comporta fondamentalmente un maggior impegno delle Associazioni per rispondere, in modo costante e responsabile, alle necessità programmate dei bisogni trasfusionali regionali, concordati con le Strutture regionali di Coordinamento secondo una programmazione condivisa in fase di predisposizione, di attuazione e di verifica.

Certamente alle Associazioni e Federazioni dei donatori di sangue è richiesta la capacità di stare al passo con i cambiamenti necessari ad un sistema in continuo divenire. È necessario rispondere alla logica della programmazione e dell’utilizzo corretto delle risorse, non dimenticando le motivazioni che spingono i volontari a lavorare per il meglio, superando il modello spontaneistico che oggi non è più attuabile.

In tutto questo non possiamo dimenticare che le associazioni hanno bisogno di un continuo ricambio generazionale e all’interno del Congresso FIDAS è emersa in maniera evidente come la componente giovanile stia crescendo bene, trovando il proprio ruolo all’interno della Federazione.

 E quando il Giro sarà finito? È in programma qualche altra campagna di comunicazione per tenere alta l’attenzione sul dono anche per l’estate? Cosa avete in programma?

A giugno l’appuntamento è con la giornata mondiale del donatore di sangue, il 14. In quell’occasione, insieme agli altri attori del Sistema Trasfusionale, vivremo un momento istituzionale al Ministero della Salute con il ministro Lorenzin. A luglio poi torneremo a sfidare le acque dello stretto di Messina con la Traversata della Solidarietà, mentre a fine agosto celebreremo la decima edizione della 24 Ore del Donatore a Caldiero, in provincia di Verona e quest’anno vogliamo superare tutti i record, già positivi, degli anni precedenti.

 

 

 

 

 

Intervista a Luciano Verdiani, presidente Fratres Toscana: “Plasmaman l’idea giusta per portare i giovani al dono”

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Una presenza costante sul territorio e molte iniziative originali per trasmettere “di vena in vena” la cultura del dono: è questo il compito delle associazioni di volontariato.

Così, dopo aver discusso di tutti i temi più centrali e attuali del sistema sangue con il presidente di Avis Nazionale Vincenzo Saturni (http://www.buonsangue.net/interviste/intervista-vincenzo-saturni-presidente-avis-nazionale-pittogramma-un-valore-aggiunto-importante-valorizzare-sin-dai-bandi-gara/), abbiamo raggiunto Luciano Verdiani, presidente di Fratres Toscana, per parlare con lui di territorio, promozione del dono, ricambio generazionale, e naturalmente, del pittogramma da poco annunciato dalla regione Toscana su tutti i farmaci plasmaderivati.

Presidente Verdiani, è recentissima la notizia che la Regione Toscana ha formalizzato l’utilizzo del pittogramma etico sui farmaci prodotti con il plasma raccolto sul territorio. Cosa ne pensano i volontari associati?

Per noi è un risultato eccellente. Il nostro lavoro è servito e abbiamo reso l’idea che i donatori devono avere uno stile di vita corretto, consono all’attività del dono, e questa perizia corrisponde all’ottenimento di un plasma massimamente sicuro. La Regione ha accolto le nostre istanze e questo per noi è motivo di vanto, un riconoscimento per tutti i donatori responsabili, anonimi, consapevoli e gratuiti.

 Chiederete che abbia un peso nel bando per il frazionamento del plasma che è in via di definizione?

Bisogna vedere, ancora non siamo arrivati a questo passaggio, e non posso dire nulla. È prematuro ma sicuramente ci siederemo a un tavolo e parleremo.

 Di recente è salito alle cronache Le Business du Sang, un documentario sulla raccolta del plasma a pagamento in USA. Cosa ne pensa?

In generale non condividiamo affatto, noi siamo per la gratuità e sollecitiamo i donatori per arrivare a una autosufficienza garantita per tutto l’anno, visto che poi possono esserci dei periodi più difficili, com’è avvenuto quest’anno a gennaio, con una serie di coincidenze negative e contemporanee quali l’influenza e il maltempo. Poi ci sono le classiche difficoltà del periodo estivo, quando le persone partono per le vacanze. Grazie al lavoro di tutti, in Toscana in generale siamo autosufficienti, e in più abbiamo istituito un servizio giornaliero, il meteo del sangue, che ci dice in tempo reale quali sono le esigenze più immediate e su quali gruppi sanguigni dobbiamo insistere. Non è facile andare da un donatore e dirgli quando deve donare, perché serve un gruppo sanguigno diverso dal suo, e che magari deve aspettare e andare dopo 15 giorni. Spesso si dona in base alle condizioni dei lavoro e agli impegni della vita personale, eppure noi riusciamo a coordinare.

 Fratres Toscana è molto attiva sul territorio. Ci racconta la collaborazione con il Lucca Film Festival?

Nasce tutto dall’idea che si debba fortificare la promozione sul territorio. A Lucca noi siamo molto presenti ed è nata la possibilità di collaborare con il Lucca Film Festival. Poi, parlando con il responsabile che è una persona molto creativa è venuta fuori l’idea di inventare una vera e propria mascotte, per aiutare il dono all’insegna della fantasia. La mascotte si chiama Plasmaman. Nasce un nuovo supereroe che non avrà paura di nulla e magari non avrà super poteri o ragnatele come Spider-Man, ma aiuterà a reclutare giovani donatori. Per noi è un bel risultato perché il Lucca Film Festival è una manifestazione di respiro internazionale e collaborare con loro ci dà un certo orgoglio.

 Cosa bisogna fare per aiutare il ricambio generazionale in fatto di donatori?

Al ricambio generazionale stiamo lavorando già da qualche anno, perché l’età media dei donatori si sta alzando. Noi riusciamo a entrare nelle scuole e a convincere i giovani, ma poi arrivano le difficoltà, cioè riuscire a entrare nelle vite personali. In media, perdiamo donatori nella fascia tra i 18 e i 30 anni, quello è un periodo in cui le vite si costruiscono, si inizia a lavorare, si fanno dei figli, e a volte è molto difficile pensare anche a un piccolo gesto come il dono. Abbiamo fatto degli studi per capire come avvicinare i giovani e fidelizzarli. Fondamentale è soprattutto parlare ai giovani attraverso i giovani. Un conto è se del dono parlano gli adulti, ben altra cosa che giovani parlino ad altri giovani della propria esperienza personale, che è molto più efficace. Nel consiglio regionale ho un gruppo di giovani che si spostano insieme e che fanno dei meeting in luoghi e in eventi con tante persone, come la Giostra del Saracino ad Arezzo, dove si può incidere davvero e avere una buona visibilità. Qualcuno non ci pensa, ma parliamoci chiaro, il sangue serve a tutti, può sempre servire a tutti. Senza contare che i benefici del dono del sangue riguardano anche il donatore, che può controllarsi di frequente e monitorare sempre con largo anticipo l’evoluzione della propria salute.

Intervista a Vincenzo Saturni (presidente Avis Nazionale). “Il pittogramma un valore aggiunto importante da valorizzare sin dai bandi di gara sul plasma

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Erano molti i temi d’attualità sul sistema sangue che meritavano un ulteriore approfondimento dopo gli eventi di queste ultime settimane.

L’arrivo del pittogramma sui plasmaderivati prodotti in Toscana, il documentario Le business du sang che ha fatto parlare di sé in tutto il mondo, le recenti ricerche sul sangue artificiale salutate dai media di tutto il mondo con eccessivo ottimismo: di tutto questo, e naturalmente anche delle fasi cruciali nella filiera del plasma, abbiamo parlato con Vincenzo Saturni, presidente di Avis Nazionale, per conoscere le sue opinioni a largo raggio nella duplice veste di medico e di volontario.

Ecco, tema per tema, cosa ci ha detto.

 Dottor Saturni, parliamo della filiera del plasma. Quali sono le fasi cruciali?

La fonte originale di raccolta è duplice: da un lato c’è la scomposizione da sangue intero, processo da cui si ottengono gli emocomponenti tra cui il plasma, che deve avere delle caratteristiche previste dal decreto ministeriale anche in termini di congelamento, per evitare che sia interdetto l’effetto dei fattori labili. Oppure ci può essere la plasmaferesi, che è un processo leggermente più lungo. Dopodiché il percorso è uguale: avviene il congelamento e il mantenimento in specifiche frigoemoteche a temperature inferiori a meno 30 gradi, che consentono la conservazione fino a due anni. Dopodiché il plasma viene utilizzato direttamente sui pazienti bisognosi oppure viene inviato alle industrie per il frazionamento. Come sappiamo, in Italia esiste il metodo del conto-lavoro basato sulle convenzioni tra regioni e industrie: si firmano accordi sul plasma che deve essere consegnato per il frazionamento e sulle quantità di farmaci che poi devono ritornare alle regioni. Dal frazionamento industriale si ottengono i plasmaderivati, che sono: albumina (che è molto abbondante nel nostro plasma e offre una buona resa industriale), i fattori della coagulazione, le immunoglobuline aspecifiche polivalenti, e il complesso protrombinico, che è una miscela di fattori della coagulazione. L’obiettivo del frazionamento deve essere quello di valorizzare al meglio le quantità di plasma che vengono consegnate. Questo è il giro classico, ma esiste anche la possibilità di produrre anche immunoglobuline specifiche contro determinati virus (come epatite B e tetano), che avrebbero bisogno di un percorso produttivo un po’ più complicato, basato cioè sulla ricerca di pazienti che grazie a cure o vaccini effettuati possono avere nel loro plasma anticorpi specifici.

 

Cosa avviene nelle fasi intermedie, cioè congelamento e trasporto?

Il congelamento è a carico delle strutture trasfusionali, e avviene attraverso una procedura di convalida che serve ad assicurare che tutto venga fatto secondo criteri scientifici: occorre bloccare il prima possibile la degradazione delle proteine. Bisogna essere molto rapidi per salvaguardare i fattori labili della coagulazione, per cui tutto il processo deve essere eseguito con strumentazioni e apparecchiature specifiche. Ecco perché le strutture trasfusionali hanno l’onere di raccogliere e congelare il plasma. Se poi il plasma viene usato dai pazienti, anche lo scongelamento è effettuato dalle strutture trasfusionali. Se invece il plasma verrà passato all’industria, l’accordo prevede che siano direttamente le industrie a ritirarlo, in modo da poter controllare i flussi di approvvigionamento e lavorazione.

Cosa pensa del documentario di cui abbiamo molto parlato su Buonsangue, Le business du sang, e dei metodi di raccolta del plasma a pagamento in voga negli Stati Uniti?

Certe pratiche – se dimostrato che sono vere – fanno inorridire, perché laddove non c’è una consapevolezza del donatore e un’aderenza al dono che passa attraverso la gratuità del gesto, emerge l’aspetto della mercificazione finalizzata al profitto. Raccogliere più plasma, nel più breve tempo possibile, per il massimo risultato economico, è una pratica che va contro le idee dei volontari, dei trasfusionisti, e di tutto la cultura italiana del dono.

 Ma ci sono rischi concerti nella raccolta effettua in queste modalità? Vale la regola che il rischio 0 non esiste?

Bisogna specificare. Per il donatore, se pensiamo a soggetti che donano per bisogno, e che quindi possono essere in condizioni fisiche non ottimali, è chiaro che il dono così frequente non è una situazione consigliabile, perché anche nella donazione di plasma si disperdono piccole quantità di globuli rossi, e l’intensità del numero di prelievi può essere altamente stressante e debilitante. È altrettanto evidente che anche sul piano del prodotto raccolto, se pensiamo ancora a soggetti che donano in condizioni poco ottimali e debilitati, che non hanno stili di vita consoni alla donazione per come la concepiamo noi in Italia, è chiaro che potremo trovarci di fronte a un plasma non così ricco di proteine come sarebbe opportuno. Per quanto riguarda la sicurezza per il paziente che assume plasmaderivati, le aziende sostengono che tutti i test di laboratorio portano appunto a una percentuale di rischio vicina allo 0. Secondo noi naturalmente avere dei donatori responsabili, volontari, gratuiti e consapevoli riduce ancora il fattore di rischio, ma le aziende sanno di essere sotto osservazione e stanno molto attente. Va ribadito però che sfruttare qualcuno che è in difficoltà, da un punto di vista etico non è il massimo. Noi abbiamo ribadito queste posizioni davanti al parlamento europeo e speriamo che queste pratiche diminuiscano, anche se ne dubito.

Sempre richiamandoci all’attualità, cosa dobbiamo pensare sulle notizie recenti riguardo le ricerche sulla produzione di sangue artificiale?

Sul sangue artificiale ci sono stati moltissimi studi, che però non sono riusciti a ottenere un risultato ottimale. L’emivita delle sostanze chimiche è breve, nel lungo periodo finiscono per accumularsi nel fegato e in altri organi. Inoltre non possono aiutare i pazienti cronici. Di recente invece si parla della produzione di sangue da cellule staminali emopoietiche, e di stimolarle a produrre globuli rossi che abbiano certe caratteristiche orientate, per avere una disponibilità di sangue maggiore in situazioni di gruppi rari, o per superare problematiche dal punto di vista immunoematologico. Il problema per adesso è che le cellule staminali sono cose straordinarie, ma isolarle, differenziarle, e “addomesticarle” perché producano tutti gli emocomponenti che servono è difficile ed è molto costoso. A brevissimo raggio, non credo proprio che il sangue da staminali possa sostituire tutte le unità di sangue che servono. In Italia ogni giorno vengono trasfusi circa 1700 pazienti e più di 8600 emocomponenti. Speriamo che per i 100 anni di Avis si possa ottenere risultati sempre migliori.

Di recente la Regione Toscana ha formalizzato l’uso del pittogramma etico. Cosa pensano le associazioni in proposito?

Devo dire che il pittogramma è arrivato anche grazie a noi. Abbiamo scritto a tutti gli europarlamentari italiani, al nostro ministero, all’AIFA, dicendo che secondo noi bisognava andare verso il pittogramma, ovvero verso una certificazione dei farmaci prodotti da plasma italiano e da fonte etica. Siamo contenti, quindi, che poi si sia arrivati al bando per la creazione del segno grafico oggi apposto sui farmaci, un valore aggiunto in un sistema virtuoso come quello italiano. Siamo felici che la regione Toscana e la Kedrion, che attualmente fraziona il plasma per quel raggruppamento regionale, abbiano accolto il simbolo e le nostre sollecitazioni in modo formale. So che qualcuno è meno felice di noi, ma fa parte del gioco.

L’apposizione del pittogramma avrà quindi un peso anche nelle gare per il frazionamento dei raggruppamenti regionali che ancora stanno impostando i loro bandi?

Certamente dal nostro punto di vista il pittogramma deve essere sempre considerato un valore aggiunto. Valorizzare questo aspetto sin dal momento in cui si stipulano le convenzioni è importantissimo e ci teniamo, visto che è stata una nostra battaglia.