La Carica dei 101. Dal 24 al 26 novembre a Roma, il laboratorio di formazione Fidas per i dirigenti del futuro

FidasLab_banner_fidas_it-1

Un week-end molto intenso attende il mondo Fidas (Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue), un week-end (dal 24 al 26 novembre) interamente dedicato alla formazione, ovvero uno dei momenti più belli tra i tanti che appartengono al modo associativo.

Perché è soprattutto attraverso la formazione dei dirigenti del futuro che è possibile instaurare una continuità valoriale in equilibrio tra passato, presente e anni che verranno, pensando e ripensando alle visioni collettive da cui scaturiranno, conseguentemente, le politiche e le azioni congiunte da attuare nell’attività sul campo.

Ecco perché i 101 responsabili delle associazioni di donatori di sangue che confluiscono in Fidas si riuniranno a Roma per l’annuale sessione del FidasLab, il laboratorio di formazione interno, per 5 corsi dal profilo specifico dedicati alle varie attività che si svolgono in associazione, completati da una parentesi assolutamente centrale dedicata alla comunicazione visiva. Nell’era contemporanea, l’immagine è senza dubbio il mezzo più immediato ed efficace per connettere sempre più, e sempre meglio, l’universo ricco di stimoli della donazione associata, anonima, volontaria, gratuita e periodica, con il mondo giovanile.

Un approccio che sarà approfondito grazie al contributo di Tommaso Sardelli, docente di teorie e tecniche dell’immagine alla Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’Università Pontificia Salesiana di Roma.

Avere dirigenti qualificati e pronti a svolgere una doppia funzione, intellettuale e di visione strategica da un lato, e più legata all’organizzazione e gestione delle esigenze pratiche del contemporaneo dall’altro, è l’obiettivo ambizioso di una formazione di alto livello, proposito che emerge molto concretamente dalle parole del presidente Fidas Aldo Ozino Caligaris, come già è accaduto a Roma pochi giorni fa in occasione dell’importante convegno sulla cooperazione internazionale e l’esportazione dei plasmaderivati (di cui abbiamo parlato approfonditamente su Buonsangue), quando si è espresso sull’importanza di mantenere l’aspetto etico del dono prevalente sulle ragioni mercantili.

ozino-1
Aldo Ozino Caligaris, presidente Fidas

“Abbiamo voluto offrire ai volontari che quotidianamente mettono a disposizione il proprio tempo e le proprie energie un percorso sempre più professionalizzante – ha sottolineato Ozino Caligaris a proposito della parentesi formativa – facendo delle scelte non sempre condivise, ma che a lungo termine speriamo si rivelino vincenti. Innanzitutto la scelta di limitare il numero dei partecipanti: saranno infatti 101 i responsabili associativi provenienti da 34 delle oltre 70 associazioni Federate Fidas, al fine di poter offrire un ambiente formativo più favorevole all’approfondimento e alla condivisione. Inoltre abbiamo proposto un corso-laboratorio, volto all’apprendimento specifico di quelle competenze necessarie per affrontare le sfide di un volontariato qualificato”

Altro fattore di orgoglio per Fidas, come emerge dal comunicato stampa, è l’età media davvero molto bassa che contraddistingue moltissimi tra i partecipanti al corso.

Sono oltre il 40% infatti i giovani under 28 che parteciperanno a queste giornate, per l’orgoglio di Alessia Balzanello, coordinatrice nazionale Giovani Fidas. “I giovani – ha detto la Balzanello – si aspettano di essere protagonisti, ma spesso restano fuori dal mondo del volontariato anche perché le associazioni non sanno come coinvolgerli. Le associazioni dei donatori di sangue Fidas sono consapevoli che sia necessario passare il testimone ai giovani, non solamente chiedendo loro di tendere il braccio a favore degli altri, ma dando loro lo spazio necessario nelle attività associative e comprendendone le necessità”.

Infine, un proposito per la prossima edizione, che arriva dal responsabile della comunicazione Fidas Cristiano Lena, a conferma della grande quantità di richieste di partecipazione da tutta Italia. “Considerata l’alta richiesta di partecipazione e una lunga lista d’attesa – ha annunciato Lena – il Consiglio Direttivo Nazionale ha già predisposto per il prossimo anno di raddoppiare il corso, in modo da permettere a tutti l’adesione”.

Esportazione dei plasmaderivati e cooperazione internazionale: il convegno a Roma Emilia Grazia De Biasi: “Il sangue non è una merce, e in Italia lo sappiamo bene”

IMG_20171121_111423

Sono ormai molti anni che il Centro nazionale sangue, in accordo con il ministero della Salute e in attuazione dell’Accordo Stato-Regioni del 7 febbraio 2013, persegue progetti umanitari nell’ambito dell’esportazione dei farmaci plasmaderivati.

Come abbiamo più volte ricordato (proprio qualche giorno fa abbiamo portato sotto i riflettori il caso dei bambini farfalla per le cui terapie più efficaci sono decisive le staminali e anche il plasma arricchito), i plasmaderivati sono farmaci decisivi per garantire una buona qualità della vita a molte categorie di malati gravi come gli emofilici, ed è a prosecuzione e coronamento di questa politica di cooperazione internazionale che a Roma, martedì 21 novembre, alla Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva del Senato della Repubblica, si è svolto il convegno “La cooperazione internazionale e l’esportazione di medicinali plasmaderivati a fini umanitari”, incontro cui le istituzioni tenevano molto, come hanno dimostrato il patrocinio del ministro della Salute Beatrice Lorenzin (tuttavia assente per altri impegni istituzionali), e la presenza della senatrice Emilia Grazia De Biasi, presidente della 12esima commissione igiene e sanità del Senato.

Il convegno, nato dall’iniziativa di Fondazione Emo, in rappresentanza delle persone con emofilia di Umbria e Marche, e da FedRed Onlus (Federazione delle associazioni emofilici dell’Emilia Romagna), ha da subito posto al centro del dibattito il legame profondo tra l’aspetto etico, connaturato all’universo plasma, e le ragioni più specificatamente sanitarie.

Un focus su tutti quindi: il bisogno di equità e la necessità assoluta e condivisa da tutti gli stakeholder di sistema, di valorizzare la vocazione etica della produzione e distribuzione dei plasmaderivati, in uno scenario complesso in cui le diversità tra sistemi sanitari nazionali e le ingerenze di mercato sono criticità da monitorare costantemente.

Ecco perché Emanuela Marchesini, della Fonazione Emo e FedRed Onlus, nelle veci di padrona di casa, ha esortato sin dalle prime battute a rivolgere lo sguardo verso la grande disparità sanitaria ancora vigente nel mondo, giacché – ha ricordato – “se nei paesi ricchi è facile curare l’emofilia, in altri paesi è molto complicato”.

Un assist perfetto per la senatrice Emilia Grazia De Biasi, che in un intervento molto efficace e denso ha spiegato la genesi programmatica dei progetti che hanno portato finora all’estero 27 milioni di unità di plasmaderivati diretti verso una decina di paesi (Afghanistan, Albania, Armenia, El Salvador, Kosovo, Palestina, Serbia e altri), realtà che hanno bisogni urgenti e si trovano in difficoltà.

“Le questioni delicate richiedono sempre più conoscenza, per poter deliberare, questo è il mio motto – ha detto la senatrice De Biasi – e oggi parliamo di un bellissimo progetto di cooperazione internazionale su cui abbiamo discusso a lungo in commissione, per poter svolgere in modo serio e trasparente l‘esportazione di plasmaderivati, in uno scenario complesso che ha a che fare con il mondo dell’industria e del mercato, con il rischio, dunque, che la solidarietà si trasformi in speculazione. Il contesto è difficile, ci rivolgiamo a luoghi di guerra, a paesi vittime di embarghi con problemi enormi di sopravvivenza specie per le categorie più deboli, e quindi l’esportazione dei plasmaderivati è l’unica possibilità di dare la vita a persone che rischiano di perderla ogni giorno. A queste persone va garantito un valore su tutti, quello della sicurezza, e in questo l’Italia non è seconda a nessuno. Sono fiera di vivere in un Paese all’avanguardia grazie a valori come gratuità della donazione, rigoroso nei controlli periodici e in grado di prendere una certa distanza dalle esigenze del mercato, che metterebbero in discussione le questioni della sicurezza. Non dobbiamo nascondere che in alcuni paesi il plasma si raccoglie a pagamento, ma l‘Italia sa bene che il sangue non è una merce come una saponetta, e quindi va trattato diversamente. Siamo un grande Paese, e lo dico anche alle imprese per quel lato di responsabilità sociale che compete anche al mercato”.

Le ragioni etiche di fondo dunque, chiamate in causa come spinta all’azione, assumono ancora più forza se poste in dialettica con i casi reali, con le esperienze.

Ecco perché Luca Rosi, dell’ufficio Affari internazionali dell’Istituto superiore della sanità, ha introdotto con la sua esperienza sul campo le testimonianze degli ospiti esteri destinatari dei programmi di cooperazione, personalità provenienti da Palestina, Kosovo e Albania.

Per Rosi ogni programma per esser efficace deve tener conto di quattro questioni fondamentali: “l’azione di sistema da perseguire con capacità e competenza tecnica, l’equità, che in un periodo di economia labile è il principio della sostenibilità, la capacità di mettere a punto progetto di tipo sanitario che sappia convertirsi in azione sociale sulla base della collaborazione intersettoriale, e, infine interventi che partano da un’analisi più precisa possibile dei bisogni, per arrivare a disegnare, in ciascun territorio, progetti sostenibili ed efficaci”.

Propositi ineccepibili quelli di Rosi, che tuttavia possono correre il rischio di risultare astratti se a decodificarli non intervengono casi specifici, quelli dei paesi che grazie ai progetti di cooperazione con le regioni italiane hanno tratto enormi benefici interni.

Albania, Kosovo e Palestina sono paesi che, come hanno spiegato bene i rappresentanti istituzionali invitati a Roma, hanno potuto fare passi da gigante in fatto di cura agli emofilici e a varie categorie di pazienti solo grazie alla cooperazione internazionale, e all’esportazione non a fini di lucro delle eccedenze di plasmaderivati.

È il caso del Kosovo, che come ha spiegato Ali Berisha, il vice Ministro della salute “a causa della guerra ha dovuto ricostruire per intero il sistema sanitario, affrontando problemi economici e alta mortalità per le malattie infettive e cardiovascolari, problemi per cui è forte il bisogno di formazione per i nostri professionisti, ed è il caso dell’Albania, dove, come ha ricordato Narvina Sinani dell’Ospedale Madre Teresa, uno dei principali di Tirana, solo grazie al sodalizio con la Toscana la situazione è molto migliorata. “L’emofilia in Albania è curata solo a Tirana, da qualche anno c’è un centro con 196 pazienti dei quali 56 bambini sotto i 14 anni. Con il nostro budget compriamo dei fattori per i pazienti ma possiamo farlo solo quando hanno una crisi o un bisogno. Lo stato offre solo l’invalidità come aiuto economico, ma da due anni, grazie alla Regione Toscana, siamo cresciuti moltissimo sul Fattore VIII da 1 unità per paziente a 1,6 unità.

Ancora più esplicativo il caso della Palestina descritto da Asad Ramlawi, il vice ministro della Salute, caso limite che solo grazie ai programmi di collaborazione internazionale ha trovato la possibilità di attenuare alcune criticità interne derivanti dai contrasti storici con Israele. “Nonostante tutte le difficoltà che dobbiamo affrontare con l’occupazione – ha spiegato infatti Ramlawi – siamo stati capaci di ottenere grandi risultati contro le malattie infettive, e ora dobbiamo affrontare le malattie croniche che da noi portano un tasso di mortalità di circa l‘80%. Il nostro paese è l’unico livello globale a dover fronteggiare un’occupazione, e non c’è continuità tra Cis-Giordania e Gaza: c’è un territorio controllato da Israele che dobbiamo attraversare, e dove per il 99% delle volte il permesso viene negato. Dobbiamo abbattere questi muri, solo così potremo migliorare. La divisione della nostra terra in tre parti è qualcosa che può comprendere solo chi è venuto a vistarci. Abbiamo anche una mortalità dei bambini alta, sebbene i nostri numeri sono i migliori della regione, ma con il sostengo di paesi come l’Italia vogliamo competere con gli esempi migliori”.

Ma a cosa si deve questa solidità sistematica della plasmaderivazione in Italia, che grazie ai risultati degli ultimi anni ha consentito di provvedere alle necessità interne del sistema italiano, e di offrire le eccedenze (ripetiamo, circa 27 milioni di unità di plasmaderivati), nei programmi di cooperazione internazionale?

La prima risposta è arrivata da Maria Rita Tamburini della Direzione generale prevenzione sanitaria, che ha spiegato il metodo del conto lavoro, eccellenza organizzativa italiana che da quando è in voga ha prodotto enormi benefici, perché nato al fine di salvaguardare la natura pubblica ed etica della raccolta del plasma. “Abbiamo un sistema trasfusionale basato su valori peculiari in cui la donazione è anonima, gratuita, volontaria, periodica e associata – ha ribadito la Tamburini – e il sangue non è fonte di profitto. Il nostro sistema di plasmaderivazione è pubblico e le regioni sono titolari della materia prima: il plasma raccolto è affidato come patrimonio etico alle industrie farmaceutiche convenzionate, e quelle lo restituiscono sotto forma di farmaci alle regioni. Negli ultimi anni ci sono state delle eccedenze che per legge possono essere esportate verso comunità che ne hanno bisogno, senza fini di lucro e nell’ambito di progetti internazionali. C’è stata la collaborazione di tutti, anche della associazioni di donatori, e il valore del dono ne esce ulteriormente valorizzato”.

Dello stesso avviso Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue, anche lui, come tutti i relatori, puntualissimo nel ribadire la cesura netta che deve essere mantenuta tra raccolta di sangue e plasma e logiche mercantili, in ferma opposizione a energie che, come appreso in altre occasioni, in qualsiasi momento potrebbero mettere in discussione i valori fondanti del sistema italiano condivisi in moltissimi altri paesi. “Alla base del nostro lavoro – ha detto Liumbruno – c’è la volontà di utilizzare a pieno il dono dei quasi due milioni di donatori italiani. Gli sforzi possono e devono essere compiuti restando lontani dalle logiche di profitto e per fini umanitari. Questo è il background che ha reso possibile l’esportazione di quasi 27 milioni di unità di Fattore VIII, sulla base di progetti che si estendono alla promozione della volontarietà del dono nei paesi raggiunti. Siamo stati di recente in El Salvador dove è appena nata un’associazione di volontari non remunerati, un progetto che si è completato con la formazione medica e la cessione di consistenti quantitativi di Fattore VIII. Nel fare docenza ci siamo resi conto che applicare protocolli per noi ormai quasi scontati in questi paesi è molto difficile, perché non esiste la disponibilità dii farmaci anche bassissimo costo”.

Sulla medesima lunghezza d’onda, infine, prima dei saluti finali da parte dei rappresentanti di Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, le regioni protagoniste in prima linea dei programmi di esportazione, è stato l’intervento del presidente Fidas Aldo Ozino Caligaris, in rappresentanza delle associazioni di donatori, tra dati oggettivi e un quesito importante sul rapporto di utilizzo, un po’ anomalo, tra plasmaderivati e ricombinanti nelle terapie emofiliche in Italia. “Ci riconosciamo come un tavolino a tre gambe – ha dichiarato Ozino Caligaris – e abbiamo come obiettivo fondamentale i pazienti. Dobbiamo ribadire come l’Italia sia il secondo paese d’Europa a produrre quantitativi di materia prima da mandare al frazionamento, secondi solo alla Germania che ha la raccolta remunerata.  Perché allora la Germania utilizza allora il 50 % di derivati e 50% di ricombinati e in Italia si finisce per valorizzare soprattutto i ricombinanti? C’è un problema di percezione della sicurezza con un dato straordinario unico con l’85% di donatori periodici? Il dono va valorizzato al massimo, e quindi non dobbiamo compiere scelte che possono andare verso ragioni più specificatamente industriali”.

Parole che ribadiscono un principio sempre considerato centrale anche su Buonsangue: la necessità di trovare il punto di equilibrio tra mercato e interessi di comunità, in un settore che nei prossimi anni accrescerà enormemente il suo valore, e su una risorsa giudicata dagli addetti ai lavori non meno importante dell’acqua o dell’energia.

 

 

 

Gestione della risorsa plasma e squilibri internazionali. Così la due-giorni di Fiods fotografa il “pianeta sangue”

IMG_20171028_091015

In un mondo globalizzato, in cui la tecnologia consente di organizzare e misurare le grandi risorse strategiche dell’umanità come il sangue su scala planetaria, il confronto serrato tra gli attori di un sistema ampio e complesso come quello trasfusionale diventa necessario.

Le possibilità offerte dalla rete, dalla comunicazione immediata, degli scambi tra diversi approcci, talvolta si trasformano in obblighi, perché a oggi non sarebbe nemmeno pensabile una gestione della risorsa sangue non concertata tra istituzioni, industria, donatori e professionisti: sarebbe un errore strategico grossolano. Come è emerso dalle parole di molti relatori invitati al seminario Fiods di Castelbrando, infatti, sono molte le sfide da affrontare su scala globale, e si dovrà riuscire a equilibrare molto bene gli interessi collettivi di pazienti e comunità interessate a poter contare su un risorsa sangue importante quanto l’acqua o le fonti energetiche, e il paniere di interessi, ragioni economiche e normali necessità oggettive di ciascuna delle parti in causa.

Ricollegandoci agli interventi del 27 ottobre, su cui Buonsangue ha pubblicato un report estremamente dettagliato al fine di fornire una panoramica generale basata sulle relazioni dei professionisti,  sembrano essere tre le principali questioni da dirimere al di fuori dagli argomenti più tecnici, che meritano di essere approfondite e commentate punto per punto.

1) L’ottimizzazione delle risorse

Il Patient Blood Management, in senso di razionalizzazione delle risorse e centralità del paziente nei processi sanitari, è un approccio ormai promosso a livello istituzionale in Europa, perché alquanto necessario. In un momento in cui il trend delle donazioni nel mondo è in leggero calo, utilizzare le conoscenze scientifiche al fine di coniugare sostenibilità delle trasfusioni con un incremento di qualità sulla cura dei singoli pazienti, è di certo un obiettivo primario da raggiungere. Ecco perché, dopo il molto spazio dedicato al PBM nella giornata del giorno 27, anche nella ripresa dei lavori del 28 ottobre Stefania Vaglio, direttrice del Centro Regionale Sangue del Lazio, ha voluto mandare tre messaggi: il primo ai pazienti, chiedendo loro di rimanere sempre curiosi e pretendere tutte le pratiche di ottimizzazione sulle loro terapie; il secondo ai trasfusionisti, osservando che il PBM non è una diminutio, ma è l’unica occasione di riappropriarsi di un ruolo clinico che si stava dimenticando; e il terzo alle associazioni, chiedendo loro di capire che Il PBM valorizza il dono del sangue e migliora la situazione di quei pazienti che non hanno alternativa.

2) Migliorare l’equità tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo

Colpiscono molto, sul piano dell’equilibrio globale, i dati riportati da Giancarlo Liumbruno nella sua lectio magistralis, a proposito dell’utilizzo della risorsa sangue, che nei paesi in via di sviluppo è usata in larga parte per questioni di assistenza al parto, in ostetricia e pediatria, e in misura minima in ambiti avanzati come la chirurgia, in assoluta controtendenza rispetto ai paesi sviluppati.

La relazione della mattinata del 28 su questo tema, eseguita da Giuseppe Marano del Centro Nazionale Sangue, ha ribadito quanto già accennato dal direttore Liumbruno: tra Europa e Nord America da un lato, e Africa e Asia dall’altro, le discrepanze sono enormi. Queste differenze andranno ridotte nel tempo attraverso la cooperazione internazionale, per evitare che sia abbiamo pazienti di categorie differenti.

Come fare? Coinvolgendo molto di più i management sanitari dei paesi in via di sviluppo e rinnovando di continuo la ricerca e le analisi, come ha peraltro lamentato un rappresentate maghrebino nel tempo dedicato alle domande, a causa di dati OMS a suo dire non aggiornati sui miglioramenti avvenuti in molti paesi del nord Africa come il Marocco sul piano della donazione gratuita e volontaria.

3) La gestione della risorsa plasma

Il plasma è una risorsa decisiva per la collettività, e negli anni che verranno, com’è stato spesso specificato anche al seminario Fiods, la domanda sarà sempre in crescita. Lo testimoniano i trend in crescita costate per la richiesta di immunoglobuline, il prodotto driver, e albumina.

Il giro d’affari sul plasma crescerà fino a raggiungere e superare i 20 miliardi di dollari nel 2021, con la possibilità che una quantità di denaro così poderosa generi conflitti d’interesse complicati da capire e gestire.

In quest’ottica, molto importante è stato l’intervento di Paul Strengers, olandese, direttore dell’Ipfa (International Plasma Fractionation Association) nella seconda giornata di lavori del 28 ottobre: il plasma come risorsa strategica – ha spiegato Strengers – soffre di un grande problema di sbilanciamento, perché ben il 60% del plasma che oggi gira nel mondo è prodotto dagli Stati Uniti, che di contro possiedono il 5% della popolazione mondiale. Quasi un monopolio, criticabile non per motivi nazionalistici o economici (o non solo), ma perché una produzione così concentrata è molto delicata. Se il plasma dovesse diventare di colpo una risorsa non più garantita nell’offerta (è già successo negli anni 80 su scala globale con l’arrivo dell’Aids), non vi sarebbero strategie alternative per l’approvvigionamento. Basta pensare, come ha ricordato lo stesso Strengers, allo slogan America First usato da Donald Trump in campagna elettorale.

Va ricordato inoltre che gli Usa producono molto plasma perché lo raccolgono a pagamento in strutture private, saccheggiando le fasce della popolazione più deboli economicamente: e se questo sul piano della sicurezza della materia può anche non rappresentare un problema per i serratissimi controlli di laboratorio (maggiori dubbi semmai ricadono sulla salute di chi si sottopone a plasmaferesi troppo di frequente per crearsi reddito), crea sicuramente una forte contraddizione sul piano dei principi etici del dono in voga in Italia e in molti paesi del mondo, dove la donazione gratuita, responsabile, anonima, organizzata e associata non è minimamente messa in discussione (così come il ruolo delle associazioni), sebbene a livello di dibattito istituzionale globale il tema del pagamento sia stato introdotto come una delle tante possibilità per ovviare a eventuali carenze.

Le misure possibili per intervenire ci sono, a partire dalla necessità che la questione culturale su questi temi, già percepita e discussa a livello degli addetti ai lavori, sia trasmessa alla comunità; affinché anche quest’ultima, ci sembra di poterci augurare, passi a recitare un ruolo attivo nell’universo sangue, non solo come un serbatoio cui attingere, ma in modo che un buon livello di consapevolezza e responsabilità nell’approccio alla materia sangue, consenta di vivere sempre più la donazione come una scelta lucida e partecipata.

IMG_20171028_112234

 

 

 

 

 

Donazione non remunerata e capacità di raccolta: il seminario Fiods a Castelbrando

22854654_10212084125713196_1852642833_n

Nella straordinaria cornice di Castelbrando a Cison di Valmarino in provincia di Treviso, va in scena il decimo seminario internazionale Fiods su temi di assoluta centralità nel panorama internazionale del sangue, come lo stato della donazione di sangue e l’applicazione su scala globale delle pratiche di Patient Blood Management, di cui abbiamo più volte parlato su Buonsangue. Ma come si coniugano le suddette tematiche nel concreto?  Molte risposte le ha date il presidente del Centro nazionale sangue Giancarlo Liumbruno, in una corposa lectio magistralis che ha seguito l’accorato e ricco intervento di Gianfranco Massaro, presidente di Avis Molise e presidente Fiods, e vero e proprio anfitrione dell’evento.

“Il mondo del plasma e del sangue – ha esordito Massaro – non è mai stato un mondo noioso, e affrontare le problematiche per creare un sistema sangue funzionante è molto difficile. Occasioni come questo seminario sono possibilità uniche per il confronto internazionale e per migliorare il sistema sangue. Nel nostro mondo nessuno si annoia mai. Il programma si sta svolgendo secondo i tempi previsti, ascoltando le numerosissime parti coinvolte dalla direttiva, ministeri nazionali e altre Istituzioni pubbliche della sanità, medici e comunità scientifiche, associazioni dei pazienti e dei donatori, industria di plasmaderivazione; lo scorso 15 settembre, a Bruxelles, la Direzione generale Salute della Commissione europea ha svolto un importante workshop a cui hanno partecipato anche le associazioni internazionali per la donazione del sangue. Non è certo che il lavoro di valutazione della Blood Directive avrà termine prima della fine di questa legislatura europea, ed è ancora meno probabile che la direttiva venga modificata in questa legislatura. E’ utile tuttavia ricordare l’importanza del lavoro che si sta svolgendo e cogliere tutte le opportunità che ci verranno concesse per far sentire la voce dei donatori. Come sappiamo, non tutti i Paesi europei adottano il modello della cessione non remunerata del sangue e del plasma; pur senza demonizzare i modelli alternativi a quello della donazione, FIODS continuerà ad affermare in tutte le sedi in cui le sarà permesso la preferibilità etica di questo sistema, e continuerà a ricordarlo nelle sedi europee che via via verranno coinvolte nel processo di eventuale modifica della Direttiva. Passando alla situazione italiana, abbiamo alle spalle gli anni in cui il sistema sangue ha dovuto ripensare se stesso in vista della riorganizzazione prevista dalle norme sull’accreditamento dei centri di raccolta, un processo andato a buon fine pur con tutte le difficoltà e disomogeneità che conosciamo. Il sistema italiano ha dimostrato di essere robusto anche in quest’ultimo anno – ha ribadito Massaro – dimostrando, anzi, di essere resiliente, cioè capace non solo di resistere, ma di rinforzarsi a seguito delle difficoltà. In effetti, la tenuta e il contributo che il mondo sangue ha offerto alla sanità italiana anche a seguito di eventi sismici, alluvioni e minacce di contaminazione provenienti dall’esterno (da ultimo il ‘caso Chikungunya’) sono state confortanti. La tendenza rilevata ormai da alcuni anni intorno alle novità che il Patient Blood Management ha introdotto nei sistemi sangue di tutto il mondo conferma l’obiettivo strategico che anche il Centro Nazionale Sangue ha previsto in maniera sempre più esplicita nei propri documenti e piani: innalzare in maniera consistente la raccolta di plasma per la lavorazione industriale, utilizzando in maniera più frequente la plasmaferesi e precisando sempre di più la quantità e il tipo di sangue che, in maniera diversa in ogni regione e in ogni periodo dell’anno, deve essere raccolto per averne abbastanza (e dei gruppi necessari) in ogni momento, senza sprecarne neanche una goccia. Se su globuli rossi, piastrine e plasma ospedaliero l’Italia ha raggiunto l’autosufficienza nazionale – ha concluso il presidente Fiods – sul plasma da inviare all’industria per la produzione di farmaci la strada appare ancora lunga. Se la sfida delle nostre associazioni, nel corso di tutto il XX secolo, è stata ‘solo’ quella di garantire una raccolta sufficiente, sicura e gratuita di sangue in alcuni Paesi del mondo, l’obiettivo strategico per questi primi decenni del nuovo millennio è triplice: 1) conservare e consolidare i risultati raggiunti nei Paesi più sviluppati; 2) fare quanto possibile affinché molti più Paesi nel mondo possano disporre di abbastanza sangue per le trasfusioni e l’uso ospedaliero; 3) lavorare per il raggiungimento dell’autosufficienza anche nella raccolta del plasma destinato alla lavorazione industriale. I pazienti hanno bisogno di farmaci plasmaderivati sicuri e basati su materia prima frutto del dono; il sistema sanitario pubblico universalistico è un assetto che vogliamo preservare come una delle più importanti conquiste delle società europee del Novecento”.

Dopo Gianfranco Massaro, Giuliano Grazzini, ex direttore del Centro Nazionale Sangue ha introdotto, dopo aver annunciato l’assenza della senatrice PD Emila De Biasi impegnata a Roma sul testamento biologico, la dottoressa Maria Rita Tamburrini, a capo della Direzione generale della prevenzione sanitaria, che ha espresso concetti molto precisi sui percorsi da intraprendere nel futuro: “Il sistema sangue è un sistema complesso basato sulla donazione non remunerata, se vengono meno questi principi salta il nostro stesso sistema, e noi dobbiamo difenderli strenuamente. Il sangue ha dovuto affrontare molte sfide, come la scarsità di risorse, ma dare ai pazienti quantità sufficienti di sangue con qualità e sicurezza è un obiettivo fondamentale, e dobbiamo unirci come sistema per il raggiungimento degli stessi. Serve un nuovo approccio alla donazione e alla produzione di sangue e del plasma: non è scontato che noi possiamo avere sempre delle risorse a disposizione. I donatori fanno tanto e l’azione sinergica del sistema è stata forte per sostenere i bisogni del Lazio e di Roma. Il PBM (Patient Blood management) è una delle vie che può servire a garantire l’outcome del paziente coniugato con il concetto i sostenibilità. Il PBM è stato sempre sostenuto dal ministero, perché serve questo approccio multidisciplinare per affrontare in modo appropriato i bisogni dei pazienti. Un progetto importante che andrà sempre implementato”.

Il Presidente Simti ((Società italiana di Medicina trasfusionale e immunoematologia) Pierluigi Berti ha portato la voce dei professionisti di settore. “Occasioni di riflessione come questa sono un modo per trovare delle sinergie. Il mondo dei professionisti della medicina trasfusionale quando viene chiamato a rispondere alla sfide ha dimostrato di essere pronto, anche se il nostro sistema ha qualche fragilità. Come società scientifica siamo pronti a supportare i processi di cambiamento anche sul piano formativo, e non ci tiriamo indietro”. Ed ecco la lectio magistralis di Giancarlo Liumbruno, puntuale nell’esprimere la situazione attuale nel sistema su scala globale per poi illustrare gli obiettivi verso gli anni che verranno. “Dall’emergenza Chikungunya siamo venuti fuori bene – ha spiegato il direttore del Cns – grazie all’attività delle strutture regionali e ai professionisti del mondo trasfusionale. Ci sono state circa 7000 unità di globuli rossi in un periodo molto breve con compensazioni quotidiane di 200 unità, a dimostrazione che la rete esiste e funziona ed è pronta ad accogliere le nuove sfide, comprese quelle dell’anno prossimo con un confronto diretto con i requisiti strutturali, tecnologici, organizzativi che dovranno essere i linea con le direttive”.

Ma che correlazioni esistono tra donazione e PBM, ovvero la gestione del sangue e del paziente attraverso il lavoro dei professionisti e strategie di appropriatezza? Liumbruno ha iniziato con i numeri del sistema sangue su scala mondiale per poi svelare le future strategie.

“Le unità di sangue intero raccolte nel mondo sono andate in crescita – ha spiegato – da 71 milioni nel 1998 a oltre 100 milioni nel 2013, con 12 milioni di chili di plasma in aferesi. I territori in via di sviluppo si caratterizzano, come prevedibile, per una raccolta minore. Il trend europeo delle donazioni di sangue ha un andamento in calo, mentre è in aumento la quantità di plasma prodotta. L’Italia è collocata in seconda posizione dopo la Germania per i globuli rossi mentre è sotto altri paesi sulla raccolta plasma, in quarta posizione dopo Repubblica Ceca, Germania e Olanda. Nel mondo, invece, l’Italia si colloca al sesto posto. In Italia la popolazione va invecchiando, e questo si riflette anche tra i donatori che si concentrano tra i 36 e i 55 anni, anche se i giovani sono aumentati. Sui 110 milioni di unità raccolte nel mondo ben 85 sono trasfuse nei paesi sviluppati, e se da noi il sangue è usato per processi medici e chirurgici complessi, nei paesi in via di sviluppo ostetrica e pediatria assorbono quasi il 50% delle risorse. In quanto all’ottimizzazione del consumo, l’Italia si comporta abbastanza bene sul plasma e può migliorare sui globuli rossi dove per GR utilizzati è seconda solo alla Germania. Il calo di raccolta di globuli rossi è di 1.45% all’anno, ma se tutti i paesi d’Europa arrivassero ad attestarsi su un consumo minore saremmo in grado di risparmiare 5 milioni di globuli rossi. Sulle piastrine il consumo è ottimale. Nella produzione di plasma da frazionamento industriale che in Italia è circa l 74%, – ha continuato Liumbruno – l’obiettivo nazionale per il 2020 e di raccogliere circa 860 mila chili. Le regioni italiane hanno rese molto diverse e si deve crescere con il contributo attivo delle regioni di centro-sud che hanno scarsa raccolta e grande consumo. Molte regioni dovranno crescere anche del 40%. Non c’è da aspettarsi un calo del fabbisogno futuro ma semmai un aumento della richiesta, come dimostra il trend delle immunoglobuline, che sono il prodotto driver. Il plasma è una risorsa strategica perché è una materia prima soggetta a un elevato rischio sul piano della continuità della fornitura ed è paragonabile ad altre risorse chiave come acqua ed energia. IL PMB consiste nell’utilizzare le conoscenze scientifiche al fine di ammettere al centro delle scelte il bisogno dei pazienti. In Italia si va avanti nel promuovere e introdurre queste pratiche, tanto che le linee guida del PBM sono state inviate a tutte le regioni. C’è da dire che in Italia abbiamo un corredo ampio di strumenti, ma ora dobbiamo darci da fare. Negli Stati Uniti, per esempio, non c’è obbligo di legge per il PBM ma c’è una grande consapevole culturale, anche sul valore finanziario della risorsa sangue, tanto che il 70% degli ospedali ha un programma per gestire l’anemia prima della chirurgia. Inoltre nel 75% degli ospedali c’è un coordinatore medico nel PBM, mentre nel 50% si fa un recupero di sangue. In Germania – ha concluso Liumbruno – un recente studio ha dimostrato che con il PBM si abbattono gli usi del materia del 10% a parità di sicurezza con conseguente riduzione dei costi. Non va associato il termine risparmio a un calo d prestazioni sanitarie, come si è erroneamente portati e pensare, perché l’appropriatezza a volte fa risparmiare. Il costo medio di un processo completo di trasfusione in Europa è di circa 435-450 euro. Come si agganciano queste progettualità al bene del paziente? Il PBM contribuisce a ottimizzare la salute del paziente e insieme abbrevia il percorso verso l’autosufficienza. PBM e produzione di plasma sono necessari alla plasmaderivazione. Ma bisogna lavorare molto, educare, ottimizzare la salute dei pazienti del mondo e aumentare la consapevolezza del reale costo delle trasfusioni”.

20171028_081959

Prima di lasciare spazio a un concerto live, la prima giornata dei lavori si è chiusa con la consegna della Croce Fiods a Giuliano Grazzini, in virtù del suo grande contributo in molti anni di militanza sul piano internazionale, a servizio dell’universo sangue. “Sono davvero orgoglioso – ha dichiarato Grazzini – perché questo ambiente offre occasione di promuovere principi veramente alti. Grazie a tutti”.

 

Conferenza Avis al MIUR: la forza delle storie e della cultura nella formazione dei giovani

20171025_170507

Si è parlato di arte e creazione, di contenuti per i giovani e di futuro, di storia italiana e di tecnologia, di formazione e contenuti alla conferenza “Da 90 anni coloriamo la vita”, prevista oggi 25 ottobre alla Sala Comunicazione del Miur (Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), in viale Trastevere 76.

In presentazione due i progetti di Avis in collaborazione con il mondo della scuola: 1) il fumetto “Il colore della vita”, dedicato all’amicizia tra Vittorio Formentano, fondatore di AVIS, e Giorgio Moscatelli, impegnato con lui nella guida dell’Associazione agli albori, e 2)Rosso Sorriso, il dono dei bambini” (http://www.rossosorriso.it/), un progetto multimediale realizzato da Avis in collaborazione con Rai Yo – Yo e all’attore Oreste Castagna.

Sui motivi che rendono progetti culturali di questo tipo così importanti nel panorama associativo e scolastico si è espresso Alberto Argentoni, presidente Avis Nazionale, in apertura dei lavori: “Abbiamo necessità di intervenire sui contenuti – ha spiegato – Abbiamo capito che entrare nel mondo dei più piccoli è importante, e abbiamo puntato sull’idea che bisogna promuovere stili di via corretti e concetti di solidarietà e di stare insieme sin dalla giovane età, per poi arrivare al principio della donazione di sangue. È stato un percorso lineare, con dei professionisti che ci hanno aiutato a presentare e introdurre argomenti anche non semplici ai ragazzi. Noi vediamo subito la differenza nelle classi nelle quali l’insegnate ha preparato la strada e ha sensibilizzato gli studenti e dove non accade, e siamo davvero lieti di poter offrire ai nostri ragazzi una possibilità di sensibilizzarsi e sentire qualcosa. Abbiamo collaborato con studiosi e artisti che affrontano il mondo dei ragazzi con esperienza e sanno indirizzarci sule cose da fare, abbiamo creato valore aggiunto che si risconta nelle opere. Si sta aprendo in questa fase una nuova strada molto impegnativa: creare percorsi e spazi per i ragazzi facendoli lavorare insieme con noi. Abbiamo aperto la strada della formazione con il servizio civile e stiamo andando sul legame scuola-lavoro. Ci vorrà un lavoro culturale da parte dei dirigenti associativi per fare l’attività di formazione: è importante perché non bisogna fallire, e disseminare la nostra esperienza nella società. L’ultimo aspetto da sottolineare è il grande apporto che danno i nostri dirigenti associativi: molti hanno lavorato nel mondo della scuola e ci regalano la loro esperienza, è davvero encomiabile quello che fanno. C’è un solo problema: questa formazione che noi facciamo poi si perde quando i ragazzi iniziano la specializzazione professionale di alto livello a causa di un’incompatibilità normativa, e non potevo perdere questa occasione per porre questa problematica”.

Riccardo Mauri, dirigente AVIS e co-autore del fumetto ha spiegato invece perché ha voluto fortemente realizzare l’opera. “Sono emozionato ­– ha detto – racconto una storia lunga 50 anni che ha valore immenso per ciò che riguarda la donazione di sangue. Ho l’obiettivo di tradurre l’opera in inglese, francese e spagnolo per portare questa esperienza anche in paesi che hanno modalità diverse di donazione. Il percorso in Avis è un percorso di vita. Ringrazio una persona splendida come Pietro Varasi (veterano Avis n.d.r.) che mi ha consegnato il materiale associativo permettendomi di ricostruire uno spaccato di vita intensissimo, che poi è diventato il cuore del fumetto. Un ringraziamento importate va anche alla Scuola Internazionale del Fumetto per il supporto su un opera che spero davvero possa entrare nelle scuole. Concludo con una frase di Mark Twain che diceva “Ci sono due giorni importanti nella vita, quello in cui si nasce, e quello in cui si capisce perché”. Formentano lo sapeva molto bene”.

Roberto Dal Prà della Scuola Internazionale Comics, ha raccontato aspetti significativi sul suo ruolo di co-sceneggiatore con Massimiliano Filadoro, per fornire il materiale al disegnatore de “Il colore della vita”, Gianpietro Wallnofer. “Questo fumetto è il frutto di due volontà ferree: quella di Mauri che l’ha fortemente voluta, e poi quella di Dino Caterini, titolare della scuola, che sempre pronto a concedere disponibilità per iniziative di carattere civile. Mi chiedevano se è stato difficile scrivere questa storia, ma con un soggetto così buono il compito era facilitato. Quando ho letto il materiale ho capito che questi personaggi sono veri e propri eroi, e gli autori di fumetti hanno da sempre a che fare con eroi, cioè coloro che hanno obiettivi nella vita e cercano di raggiungerli. Due uomini diversi: riflessivo Formentano e impetuoso Moscatelli, il Kit Carson della situazione”.

Domenico Nisticò Responsabile Area Scuola di AVIS Nazionale, ha poi introdotto la seconda iniziativa in presentazione. Con Maria Bollini vice-direttrice RAI Ragazzi, e Oreste Castagna, attore e autore televisivo, si è parlato di “Rosso Sorriso, il dono dei bambini”, progetto in collaborazione tra Avis e Rai Yo Yo. “Si tratta d un progetto Avis giunto alla seconda edizione – ha spiegato Nisticò – che sarà distribuito nella nostra rete di distribuzione. Siamo un milione e 300 mila donatori con 3.400 strutture associative in tutta Italia. Abbiamo un protocollo che ci permette di portare progetti educativi nella scuole dalla primaria in poi, e con “Rosso Sorriso” abbiamo cerato un veicolo di solidarietà che ci fa entrare nelle scuole e nelle famiglie. Oreste Campagna è il papà di questo progetto, lo ha sposato subito. Il messaggio del dono si trasmette attraverso il gioco e la gioia, con una fiaba “La meraviglia del donare” un dvd molto ricco e una canzone. Si parte dai disegni dei bambini, e da una canzone che vede la partecipazione del coro voci bianche di Bergamo, un progetto completo che si trova anche nel sito nazionale. La parte multimediale permette uno sviluppo importante e ci saranno anche uno spettacolo dal vivo e un laboratorio creativo. Un grazie a Oreste Campagna perché ci ha messo l’anima”.

Proprio Oreste Castagna, ha spiegato le sue sensazioni per questo bel viaggio all’interno dei disegni dei bambini, con lo scopo di riportare al centro il valore dell’abbraccio. “Ringrazio Avis, stiamo ricevendo tantissimi disegni – ha detto – e ho pensato, come Kurosawa, di entrare nei disegni dei bambini e raccontare il messaggio del donare. La canzone provoca un senso di ricordo, attraverso i movimenti. Ora bisogna andare nelle famiglie e raccontare il gesto e il ricordo del donare”.

Maria Bollini vice-direttrice RAI Ragazzi ha parlato invece di investimenti, contenuti e futuro: “Sono in Rai dal 1981, ho vissuto la storia della televisione per ragazzi e conosco Castagna da 17 anni, la cosa che più mi lascia contenta è che grazie alle opere si può parlare d tutto, e il fumetto è stato perfetto per rendere così bene una storia complessa. Fumetto e cartoni hanno dalla loro il potere immaginativo di una persona e non bisogna mollare nessun tema da sviscerare attraverso il disegno, il racconto e l’arte, strumenti che permettono di giocare con l’immaginazione. Sugli investimenti per i prodotti per l’infanzia la sensibilità non si trova dappertutto, ma bisogna capire che l’infanzia è il futuro di questo paese. Bisogna pensare alla formazione, a prodotti che vadano sulle nuove tecnologie, e sempre di più occorre grande competenza per creare e inventare contenuti, ci sarà sempre più bisogno di altissima qualità. I bambini hanno ancora bisogno di immaginare”.

 

Il sangue al centro del dibattito: tra organizzazione del sistema oggi e i donatori di domani

rome-1681633_960_720

È sempre bello parlare di momenti di discussione e confronto tra gli attori determinanti di un settore ancora troppo poco raccontato come il sistema trasfusionale, specie quando i confronti servono a migliorare l’efficienza complessiva; ma è ancora più bello, per ragioni intrinseche ed emotive, raccontare di attività sul campo e di iniziative concrete che servono a portare la cultura del dono tra i giovanissimi attraverso il lavoro sui contenuti.

L’opportunità rara di confrontarsi con queste esperienze così significative, lo offre il calendario, grazie a due eventi in rapida successione: oggi martedì 24 ottobre, e domani mercoledì 25 ottobre 2017, sono infatti in programma convegni cruciali e molto diversi tra loro.

Vediamo quali sono, in rigoroso ordine temporale.

Martedì 24 ottobre a Roma, grazie all’organizzazione del Centro Nazionale Sangue, presso l’aula A dell’Istituto Maxillo-facciale dell’Università Sapienza in Via Caserta si svolgerà il convegno “Trasporto delle unità di sangue intero, degli emocomponenti e dei campioni biologici dalle sedi di raccolta ai poli di lavorazione e qualificazione biologica”.

Un evento che vedrà impegnati, come da comunicato, “medici, biologi, tecnici sanitari di laboratorio biomedico ed infermieri trasfusionisti impiegati presso enti ed istituzioni sanitarie e di ricerca” su un tema cruciale per il sistema trasfusionale, come quello dei trasporti degli emocomponenti.

Un tema di natura sì molto tecnica ma che comprende anche la questione della sicurezza, e che è fondamentale anche come aggiornamento professionale per il personale medico. Normativa sui trasporti, impegno delle regioni, aspetti gestionali, la tracciabilità e trasporti a lunga distanza saranno le questioni di sistema all’ordine del giorno, da approfondire e sviscerare, a partire dall’apertura del direttore del Centro Nazionale Sangue Giancarlo Liumbruno, prevista per le 10.30.

Ecco in figura 1 la brochure dei lavori.

Cns
Fig.1

Sempre a Roma, capitale indiscussa del sangue in questi giorni di fine ottobre, si svolgerà al mattino di mercoledì 25 la conferenza “Da 90 anni coloriamo la vita”, prevista alla Sala Comunicazione del MIUR a viale Trastevere 76.

L’incontro sarà una bellissima occasione per conoscere i due prossimi progetti di Avis in collaborazione con il mondo della scuola, ovvero il fumetto “Il colore della vita”, già presentato qualche giorno fa a Lucca Comics e dedicato all’amicizia tra Vittorio Formentano, fondatore di AVIS, e Giorgio Moscatelli, impegnato con lui alla guida dell’Associazione, e “Rosso Sorriso, il dono dei bambini”, un progetto multimediale realizzato da Avis in collaborazione con Rai Yo – Yo.

Presenti in sala: Roberto Dal Prà della Scuola Internazionale Comics, Claudia Firenze Segretario Generale AVIS, e Riccardo Mauri, dirigente AVIS e co-autore del fumetto per presentare “il colore della vita”.

Domenico Nisticò Responsabile Area Scuola di AVIS Nazionale, Maria Bollini vice-direttrice RAI Ragazzi, e Oreste Castagna, attore e autore televisivo, per raccontare al pubblico i dettagli di “Rosso Sorriso, il dono dei bambini”.

In figura 2, ecco la brochure della conferenza, che su Buonsangue seguiremo dal vivo.

invito-2-768x693
Fig.2

Avis Piemonte e il punto sul futuro: al Castello di Grinzane Cavour “Il riordino del sistema trasfusionale italiano”

castello-di-grinzane

Giornata all’insegna della pianificazione del futuro quella di sabato 21 ottobre 2017 per il sistema trasfusionale italiano: con inizio dei lavori previsto alle ore 9.30, e in uno scenario importante come il Castello di Grinzane Cavour in provincia di Cuneo, si parlerà infatti di “Riordino del sistema trasfusionale italiano” in un convegno che riunirà tra i più esperti dirigenti e professionisti di settore.

L’evento, organizzato da Avis Regionale Piemonte e supportato da Avis Nazionale, sarà l’occasione per affrontare tematiche di assoluta importanza sul piano dell’organizzazione del sistema sangue italiano nel futuro prossimo e più a lungo termine, un sistema che attraversa un momento cruciale tra l’esigenza strategica di raggiungere l’autosufficienza ematica, un periodo di carenze dovuto a imprevisti ed emergenze, e la necessità di potenziare il cambio generazionale.

Da qui l’importanza di punti all’ordine del giorno quali, tra gli altri, “L’Associazionismo della donazione del sangue che persegue un fine di interesse pubblico, tra carenza di sangue e nuove emergenze”, su cui interverrà il presidente di Avis Nazionale Alberto Argentoni, “Il Piano Plasma: impatto sulla raccolta e sulla produzione di medicinali plasmaderivati” sul quale è previsto l’intervento di Rosa Chianese (Responsabile SRC Piemonte), e La rete trasfusionale di fronte a maxiemergenze e patogeni emergenti o riemergenti: una sfida culturale ed organizzativa”, su cui sarà possibile ascoltare le parole del dottor Pierluigi Berti (Presidente SIMTI).

Plasma, rete trasfusionale, associazionismo, futuro, maxi-emergenze e road map legislativa insomma, ecco le parole e i temi chiave sviscerati da dirigenti, tecnici e professionisti nazionali del settore medico.

Ed ecco la lista dei partecipanti, da comunicato Avis Nazionale: Alberto Argentoni (Presidente nazionale Avis), Giorgio Groppo (Presidente Avis Piemonte),Maria Rita Tamburrini (direttore Ufficio VIII Sangue e Trapianti del Ministero della sanità), Pasquale Colamartino (Responsabile SRC Abruzzo), , Pierluigi Berti (Presidente SIMTI), Anna Maria Bordiga (Direttore struttura complessa Città della salute e della scienza Torino), Davide Rossi (Responsabile SRC Lombardia), Giorgio Dulio (Tesoriere Avis Nazionale) e Tiziano Gamba (Area Sanitaria Esecutivo Avis Nazionale).

In figura 1, invece, il programma completo della giornata che si preannuncia particolarmente intensa.

avis pie

 

Dove nascono i dirigenti Avis del futuro: la scuola di formazione con Fondazione Campus

IMG-20171013-WA0009Un percorso iniziato tre anni fa, volto a valorizzare il bene più importante che c’è in qualsiasi settore della società: la formazione dei giovani.

La scuola nazionale di formazione AVIS, giunta alla sua terza edizione, è partita ieri 13 ottobre 2017, nella sede dell’associazione Politeia all’Università Statale di Milano. Prosegue dunque, in assoluta continuità con le scorse annate, un progetto ideato e realizzato da Avis in totale sinergia con la Fondazione Campus di Lucca e con l’azienda farmaceutica Kedrion Biopharma.

Ma qual è l’obiettivo di questa iniziativa, che è divisa in tre moduli previsti entro la fine di questo 2017, nei mesi di ottobre (nei giorni 13 e 14), novembre (nei giorni 17 e 18) e dicembre (nei giorni 15 e 16)?

È formare i dirigenti del futuro attraverso convegni, discussioni e relazioni, e contestualmente preparare i giovani che domani dovranno lavorare nel terzo settore alle sfide del futuro e alla gestione delle piattaforme no profit in tutti i loro aspetti: sul piano del rapporto tra etica e mercato, su come sarà opportuno impostare le relazioni pubbliche e istituzionali, e su come bisognerà rapportarsi alla gestione interna di un’associazione come Avis, che avrà il compito di far dialogare il sistema trasfusionale italiano con quelli europei.

All’edizione in corso parteciperanno 25 dirigenti (14 maschi e 11 femmine) provenienti da tutta Italia e tutti sotto ai 45 anni. Alcuni di loro sono davvero giovani con ben dieci partecipanti che hanno meno di 26 anni.

 

IMG-20171013-WA0014

Per conoscere meglio intenti e obiettivi della scuola di formazione Avis, abbiamo raggiunto telefonicamente molti tra coloro i quali l’hanno voluta fortemente, puntando su un concetto di visione del futuro che passa inevitabilmente dai concetti di esperienza sul campo di chi dirige già nel presente, e di necessità di trasmettere il miglior know-how tra generazioni.

Il neo presidente di Avis Nazionale Alberto Argentoni, in quest’ottica, sottolinea il profondo senso di comunità che dovrà essere alla base del gruppo dirigenziale del futuro. “Sicuramente il lavoro che stiamo facendo con queste nuove leve – spiega – mi conforta molto, e aggiungo che molti di loro sono già inseriti in ruoli importanti nelle loro realtà associative territoriali: tutto questo significa che andiamo verso un rinnovamento importante. Questa opportunità che abbiamo creato in connubio con la fondazione Campus è fondamentale perché le sfide che abbiamo davanti sono molto grandi e complesse, e la competenza è una delle doti chiave che serviranno per affrontarle, nonché uno dei requisiti più importanti per la formazione di chi andrà a gestire l’associazione. L’altra cosa bella è che i giovani vengono da tutta Italia, e così si può osservare un’associazione che rappresenta davvero uno spaccato di tutto il territorio nazionale, fatto di giovani che rappresentano le loro terre, la loro cultura e le loro tradizioni, e le scambiano con gli altri. Il nostro tentativo è quello di creare una vera e propria comunità di persone, e non ho alcun dubbio che ci riusciremo”.

IMG-20171013-WA0010

Piuttosto esplicative anche le parole del professor Salvatore Veca, presidente di Fondazione Campus, che coglie l’importanza di una buona formazione sul piano dell’analisi critica dei contesti in cui un buon dirigente deve operare, giacché anche nell’ambito del no profit e del volontariato l’efficienza è da considerarsi un obiettivo sistematico.  “Sono molto contento – dice – e come presidente della Fondazione Campus posso dire che è una grande soddisfazione essere arrivati al terzo anno della scuola. Siamo partiti al collegio Ghislieri di Pavia nel 2015, poi siamo stati alla Biblioteca Politeia dell’Università Statale di Milano lo scorso anno, e oggi siamo qui, ancora a Milano. Lo scopo è consentire ai giovani che operano in Avis di avere un’esperienza di riflessione nel campo dell’associazionismo, e imparare, come dico spesso, “a fare bene il bene”, cioè ad adottare le logiche organizzative più efficienti per essere utili agli altri.  Alla nostra scuola di formazione non si insegnano dottrine, ma si inducono i partecipanti a individuare i problemi che possono esserci nell’ambito dei settori in cui si opera, per essere in grado di trovare le migliori soluzioni”.

Anche il professor Corrado Del Bò dell’Università di Milano è parte integrante del comitato scientifico della scuola. “Il senso profondo di queste giornate – spiega – credo consista nel fatto che Avis sta investendo pesantemente nel suo futuro, e sta cercando di dare continuità alla propria attività volando alto; non limitandosi alle attività del suo core business, che peraltro svolge egregiamente da parecchi decenni, ma creando nuove generazioni di dirigenti che verso il centenario di Avis abbiano una vera e propria “vision”, e riescano a governare i problemi dentro una realtà sempre più complessa. Sono coinvolto come Fondazione Campus e sono contento, perché qui si favorisce l’apprendimento. Abbiamo tre moduli – prosegue – il primo, in questi giorni, è dedicato al rapporto tra etica, dono e mercato, con la relazione del professor Nicola Pasini (sul significato profondo del concetto di politica n.d.r.), poi c’è la mia relazione intitolata Tra etica e mercato: ci sono cose che i soldi non possono comprare? Sono temi centrali della contemporaneità, non ci limitiamo al discorso sul sangue ma cerchiamo di dare uno sguardo più ampio, pensiamo ai problemi sanitari e più in generale ai problemi del mondo, e la finestra del sangue serve come apripista. Domani – continua Bò –Federico Zuolo dell’Università di Genova parlerà di etica nel no-profit, mentre Riccardo Puglisi dell’Università di Pavia si esprimerà sul problema dello stato che arretra e sul terzo settore. Il secondo modulo a novembre sarà sull’organizzazione del no profit. Analizzeremo le questioni organizzative e le dinamiche del conflitto, e porteremo uno sguardo aziendalista che possa ai ei futuri dirigenti a interiorizzare il concetto espresso dal professor Veca: fare bene il bene. La psicologa Chiara Ghislieri dell’Università di Torino analizzerà invece i problemi di un’organizzazione in cui sia bello lavorare. Infine il terzo modulo a dicembre sarà incentrato su politica e comunicazione: per spiegare il fenomeno delle lobby avremo Maria Cristina Antonucci del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, mentre il formatore Giuseppe Codeluppi si cimenterà sulle dinamiche di costruzione del gruppo. Nell’insieme – conclude Bò – il nostro scopo è creare non una somma di dirigenti, ma un gruppo di dirigenti”.

Ecco qui in basso, in dettaglio, il programma dei tre moduli che completano l’offerta formativa della scuola, in un’edizione davvero molto ricca.

modAv1
Modulo 13-14 ottobre
modAv2
Modulo 17-18 novembre
ModAv3
Modulo 15-16 dicembre

 

A Montecatini Terme un meeting importante per i giovani della Fratres: generazioni a confronto per il raggiungimento di obiettivi comuni

QUARTO MEETING NAZIONALE GIOVANI FRATRES GenerAzioni in BuOna collABorazione FRATRES eventi dei gruppi

Un week-end importante quello del 14 e 15 ottobre 2017 per i giovani associati della Fratres, impegnati in un meeting dal titolo “#GenerAzioni in BuOna collABorazione”.

A Montecatini Terme, in provincia di Pistoia, sono attesi centinaia di giovani provenienti da tutti Italia, pronti a discutere su un tema centrale per la gestione futura e il ricambio generazionale all’interno del mondo associativo Fratres: come fare in modo che le diverse generazioni collaborino tra loro? E come far sì che ciascuna possa interagire con l’altra portando degli insegnamenti? Se ne parlerà nelle due sessioni programmatiche di sabato e di domenica.

Ecco il comunicato stampa della Fratres a presentazione dell’evento:

L’idea di base di questo 4° Meeting è che la collaborazione tra generazioni rappresenta un’importante opportunità di crescita sia personale che associativa – dichiara con entusiasmo Valeria Turelli, Coordinatrice della Consulta Nazionale Giovani Fratres – Nuove e vecchie generazioni hanno molto da trasmettersi a vicenda ed è pertanto fondamentale saper dialogare, condividere e lavorare insieme allo scopo di raggiungere, in maniera ottimale, sempre più obiettivi comuni. Bisogna quindi imparare a valorizzare le peculiarità di ciascuna generazione, creando tra di esse dei ponti comunicativi e di collaborazione capaci di favorire un proficuo scambio di esperienze e competenze. Inoltre quest’anno ricorre il 10° anniversario della nascita della Consulta Nazionale Giovani Fratres e così abbiamo deciso di cogliere l’occasione per celebrare in modo speciale questo importantissimo traguardo.”

“10 anni, un Anniversario va sempre festeggiato e la partecipazione a questo Meeting di oltre 100 Giovani da tutta Italia è già una grande festa – proclama con ottimismo il Consigliere Nazionale Fratres incaricato ai rapporti con la Consulta Nazionale Giovani Fratres, Filippo Seminara – Ho ancora ben vivo il ricordo di quello svolto, nel 2013, in Sicilia. I sorrisi, l’allegria e la voglia di fare dei Giovani partecipanti hanno contagiato me e tanti altri volontari che si “nutrono” di questa vitalità per trovare lo stimolo a non arrendersi, ad andare avanti pur fra le mille e più difficoltà che puntualmente si presentano nella nostra vita di Volontari Donatori di Sangue Fratres. Auguro ai partecipanti di questa edizione di mettere a frutto la grande opportunità che la Consociazione Nazionale Fratres offre loro. Siano così liberi promotori di una vera civiltà del Dono «Un uomo libero agisce sempre in buona fede e non ricorre all’astuzia» (cit. Spinoza).”

“Questo aforisma «La Generazione più giovane è la freccia, la più vecchia è l’arco !!!» del premio Nobel John Steinbeck, celebre scrittore statunitense nonché giornalista e cronista di guerra tra i più noti del XX secolo, ha ispirato e caratterizzerà questo 4° Meeting – evidenzia con particolare enfasi il Presidente Nazionale Fratres, Sergio Ballestracci – Il percorso formativo per i nostri Giovani intrapreso nelle tre precedenti edizioni – incentrate la prima sulla comunicazione, la seconda sull’associazionismo e la terza sulla storia, sulla promozione e sugli aspetti medici, etici e morali della donazione del sangue – si arricchisce della collaborazione tra generazioni. Collaborazione che non si può pensare essere limitata, e così svilita, ad un mero, per quanto necessario, passaggio del testimone – che comunque per essere proficuamente tale deve dimostrarsi memore e consapevole, in chi subentra, delle esperienze di chi lo ha preceduto – bensì si sofferma sulla necessità di un interscambio attivo e reciprocamente coinvolgente, di idee e conoscenze di un vissuto capace di dare quella forza dal respiro lungimirante – alle giovani frecce che, lanciate dagli archi delle precedenti generazioni, possano così centrare gli obiettivi associativi che solo una buona unione nel presente può far raggiungere ed addirittura superare. I nostri Giovani costituiscono una parte fondamentale del nostro presente e la promessa per il futuro della Fratres, sono “essenziali” sia per non rendere incompiuto il percorso, dirigenziale e donazionale, della nostra Associazione, essendo loro il nuovo carburante del motore primo di una storia che segue le vite degli uomini ma non si limita al tempo di ciascuna di queste, sia per attualizzare periodicamente le attività associative, rendendole sempre al passo con i tempi”.

Il sistema sangue tra donazione gratuita e risposta alle emergenze Il convegno di Parma su plasma e farmaco etico

news2

Il dono del plasma come gesto etico, come comportamento rilevante ai fini del benessere della comunità. La plasmaferesi non è ancora una prassi che rientra a pieno nell’immaginario degli italiani ma si dovrà promuovere sempre di più, per cercare di raggiungere gli obiettivi di autosufficienza ematica riconosciuti come strategici dalle istituzioni e dagli addetti ai lavori, necessari per garantire il meccanismo del conto lavoro sul piano del frazionamento del plasma e della produzione di farmaci salva-vita.

È stato questo il tema centrale del Convegno “Dal dono del plasma al farmaco etico: chi dona cura due volte”, organizzato da AVIS, AVES, ADAS-FIDAS e FEDRED*, e svoltosi il 22 settembre 2017 nell’Aula Magna dell’Università di Parma, ovvero nello stesso luogo in cui dieci anni fa, con il convegno EHC (European Haemophilia Consortium) di Parma 2007, si era cominciato a predisporre progetti di cooperazione internazionale per migliorare la condizione dei pazienti emofilici, come per esempio il WISH (World Federation of Hemophilia and Italian National Blood Centre for a Sustainable Supply for Hemophilia Patients).

Ma al di là dei corsi e ricorsi e delle fatalità (proprio nel 2007 si affrontò per la prima volta l’emergenza sangue causata dalla zanzara Chikungunya tornata d’attualità in questi giorni), è importante che dai contributi ascoltati a Parma siano emersi alcuni obiettivi comuni a tutti gli operatori del sistema sangue, le cosiddette tre gambe, ovvero istituzioni, corpo medico e associazioni di volontari: necessità di un dialogo sempre vivo, insistenza sulla programmazione e coerenza nella comunicazione i principali valori condivisi, al fine di porre il paziente e il suo benessere al centro del sistema. In vista di grandi miglioramenti, così come è accaduto sul piano della cura delle malattie emorragiche congenite in Italia e nel mondo negli ultimi decenni.

Gli obiettivi futuri e i principi condivisi

Ad aprire i lavori è intervenuto Luca Montagna di Aves Parma, associazione che sostiene e aiuta i pazienti emofilici offrendo consulenze professionali sul piano psicologico e legale, tra gli organizzatori dell’incontro odierno. Ma con quali obiettivi? Tre soprattutto: “Oggi l’incontro è stata pensato per favorire l’incontro tra donatori e dei pazienti e farli collaborare. Che obiettivi ci porremo? Uno dei principali è la promozione della raccolta del plasma tra i più giovani, per favorire l’autosufficienza ematica nazionale. Inoltre vogliamo continuare a formare gli operatori esteri che hanno bisogno di iniziare un percorso con i plasmaderivati, e infine, vogliamo potenziare assieme alla ragione alcuni centri trasfusionali, per ottimizzarli”.

Spazio poi al vice sindaco di Parma Marco Bosi, intervenuto sul potenziale “rivoluzionario” di un gesto come il dono. “La società oggi spinge verso l’individualismo – ha detto Bosi – siamo messi nella condizione di sgomitare e di pensare che per ottenere quello che vogliamo gli altri debbano fallire. Per ribaltare questa visione delle cose la strada del dono è centrale, così come il ruolo del volontariato. La nostra cultura viene dal cristianesimo, e certi valori come il dono fanno parte del nostro Dna: il volontariato assume un ruolo importante perché contribuisce a creare un mondo di cui tutti possono sentirsi parte”.

La solidarietà e l’efficacia della compensazione

Breve ma ricco di spunti l’intervento di Giancarlo Liumbruno, il direttore del Centro Nazionale Sangue, che ha ribadito l’importanza di mantenere il dono anonimo, responsabile, organizzato, volontario e soprattutto gratuito prima di rassicurare sulla reazione del sistema sangue alle carenze provocate nel Lazio dalla zanzara Chikungunya. “Il nostro sistema – ha specificato Liumbruno – si fonda sull’interazione tra istituzioni, personale medico e volontari. Dal gesto anonimo e gratuito il sistema sanitario trova le risorse per garantire i livelli essenziali di assistenza, concetti oggi per noi scontati. Ma è bene ricordare che in Europa esistono paesi vicini all’Italia, come la Germania, in cui la donazione è remunerata. L’Italia è il paese a donazione volontaria che fa la maggiore raccolta, e in Italia esiste una rete di solidarietà efficiente che consente la compensazione tra le regioni che hanno capacità di raccolta maggiore e quelle che invece hanno capacità limitata. Deve essere rafforzata la convinzione che il dono di sangue e plasma serve per garantire i livelli essenziali di assistenza. L’Emilia è una regione di eccellenza da cui si è imparato molto, e grazie all’esperienza emiliana di dieci anni fa abbiamo affrontato bene la situazione attuale nel Lazio, che ha avuto ricadute importanti sul sistema sangue regionale. Il mondo del volontariato e la compensazione regionale hanno permesso di far fronte alla situazione del Lazio che è cronicamente carente, e solo oggi sono state inviate 700 unità di globuli rossi che serviranno a garantire il fabbisogno dell’intero settimana. Questo significa solo che bisogna difendere il concetto della gratuità e della non remunerazione del dono”.

Dati e bilanci: gli interventi più tecnici

Nella seconda parte del convegno spazio a considerazioni più tecniche.
Massimo Fabi, il direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Parma ha ringraziato tutti i professionisti del settore, “persone ingaggiate assieme alle associazioni di volontariato a lavorare per il bene dei pazienti”, mentre di grande impatto i numeri portati in causa dalla dottoressa Vanda Randi, direttore del Centro Regionale Sangue Emilia Romagna, che ha fatto il punto sulla produzione del plasma e sull’autosufficienza plasmaderivati in Emilia Romagna. “Si parlava prima dell’aumento dei giovani donatori – ha sottolineato – e in Emilia il numero è aumentato già nel 2016 e nei primi quattro mesi nel 2017. Sono tanti i nostri donatori in aferesi, in particolare le donne, per cui la donazione di sangue intero è faticosa, mentre con la donazione del plasma possono essere più continue. Nella nostra regione cresce anche il conferimento del plasma all’industria: nel primo semestre del 2017 abbiamo già un incremento del 6%. Siamo già a 44 mila chilogrammi sugli 88 mila richiesti dal CNS. Utilizziamo il 99% di albumina che proviene dal conto lavoro dei nostri donatori e il 95% di immunoglobuline. Il plasma è un mercato miliardario che varrà 20.67 miliardi nel 2021 e gli interessi in questo settore sono enormi. I valori del dono e i livelli di raccolta della nostra regione sono da preservare. Noi abbiamo la fortuna di lavorare in una regione dove le istituzioni funzionano, e siamo fieri del nostro livelli di solidarietà, sia verso l’estero, come dimostrano i programmi in Afghanistan, sia verso l’interno: abbiamo dato 385 unità di sangue al Lazio”.

A Gabriele Calizzani, del settore plasma e plasmaderivati del Centro Nazionale Sangue è stato affidato il compito di segnare un quadro generale degli obiettivi strategici da perseguire dal punto di vista dell’organismo centrale, il CNS, finalizzati, come si è detto, sull’ottenimento dell’autosufficienza ematica nazionale e al perseguimento dei numeri programmati nel Piano Nazionale Plasma 2016-2020. “Gli obiettivi strategici sono l’autosufficienza quantitativa e qualitativa con valenza sovraregionale e sovraziendale, poi c’è ovviamente la sicurezza che è sempre in crescita, perché oggi i prodotti in conto-lavoro sono perfettamente equiparati a quelli destinati al commercio. Le aggregazioni regionali hanno funzionato molto bene, perché hanno consentito aumenti generali sul piano quali-quantitativo verso l’obiettivo di 860 mila chilogrammi di plasma da conferire all’industria del frazionamento nel 2020. Altro obiettivo strategico è infatti l’aumento dell’efficienza della raccolta del plasma, con l’incremento delle procedure per separatore cellulare e dei volumi di aferesi, e con la riduzione degli sprechi e delle unità non conformi all’etichettatura. Infine facilitazione all’accesso ai servizi e appropriatezza nell’uso dei prodotti. I programmi integrati con Afghanistan, El Salvador e Albania, e Palestina, che rientrano in un piano di cooperazione allo sviluppo finalizzato ad affrontare l’emofilia stanno dando ottimi risultati. Infine una valutazione: i risultati del nostro sistema trasfusionale e del conto lavoro ci dicono che così organizzato è un sistema economicamente sostenibile”.

Un centro Hub per la cura delle malattie emorragiche

Proprio il tema della cura dell’emofilia e delle malattie emorragiche congenite è stato il focus dell’intervento di Annarita Tagliaferri, Responsabile del Centro Hub Rete Malattie Emorragiche congenite dell’Emilia Romagna. “Le malattie emorragiche congenite possono essere molto gravi – ha ribadito la Tagliaferri – e dal 2002 i pazienti sono seguiti in un centro hub di rete in cui è concentrata tutta l’expertise medica, in modo che ci sia un’assistenza globale. Intorno all’ematologo collaborano, pediatri, ortopedici, infettivologi, epatologi, psicologi, fisiatri. Siamo passati da 495 pazienti nel 2013 a 1358 nel 2016. È stato fatto molto lavoro per il trattamento delle malattie emorragiche al pronto soccorso e abbiamo voluto verificare i miglioramenti: in due anni abbiamo avuto riduzione dei tempi di intervento notevoli, e questo significa che la formazione è stata estremante importante. Sono stati fatti molti passi avanti sia dal punto di vista gestionale che da quello della terapia. Solo 45 anni fa non c’erano terapie, con la conseguenza di un tasso di mortalità molto elevato. Dagli anni 70 in poi l’impegno è stato forte soprattutto nel Nord Europa e già nel 1985 i concentrati plasma derivati erano virus-inattivati, fino all’arrivo dei ricombinanti. Oggi pazienti emofilici hanno partecipato alla maratona di New York”.

Dialogo tra le parti in causa e informazione corretta: due punti imprescindibili

Ultimo tema trattato, ma altrettanto importante specie alla luce degli ultimi eventi, l’informazione. Come si comunica, e come si promuove la raccolta del sangue, del plasma e degli emocomponenti? Maurizio Pirazzoli, presidente Avis Emilia Romagna, ha spiegato le sue idee in proposito, ribadendo l’importanza delle associazioni, talvolta ignorate nei processi normativi e decisionali. “Donando noi salviamo vite umane, e il nostro obiettivo è avere una nazione dove il diritto alla salute sia garantito a tutti. Noi abbiamo chiesto ai nostri donatori uno sforzo in più per il caso del Lazio e la risposta c’è stata, ma siamo convinti che il dono deve fare parte della nostra normalità. Oltre all’informazione, che facciamo, vogliamo costruire una società solidale e inclusiva, in cui tutti siano pronti a rispondere qualsiasi sia il problema, che si tratti di emofilia o di un terremoto. In questo la collaborazione tra i soggetti è centrale, e sotto questo aspetto si può e si deve fare meglio. Il donatore non è un rubinetto che si può aprire e chiudere, e l’innalzamento dei livelli di plasma estratto per ogni donatore (da 550 a 700 ml secondo il decreto del 28/12/2015 n.d.r.) non l’abbiamo tanto capito. Il donatore è pronto a intervenire ma l’aumento della durata delle procedure è un problema, e le donazioni sono calate. In Emilia però il dialogo è forte, vogliamo essere compresi anche nei processi normativi perché conosciamo i donatori uno per uno e possiamo dare il nostro contributo. Avis va nelle scuole elementari e medie, nelle università a fornire i contenuti sull’importanza del dono. È di tutta evidenza che le istituzioni politiche debbano darci gli strumenti per chiudere il grande cerchio della salute”.

Altrettanto saliente, infine, l’intervento di Aldo Ozino Caligaris, presidente FIDAS, anche lui chiamato a esprimersi in chiave programmatica, offrendo linee guida sui metodi corretti d’informare il pubblico sulle esigenze del sistema trasfusionale. Perché chiedendo un gesto di responsabilità ai cittadini, è importante rispondere con trasparenza e coerenza. “Con l’esperienza – ha spiegato Ozino Caligaris – ho compreso l’importanza di considerare il paziente, e quindi la persona, al centro di un percorso in cui l’approccio multidisciplinare è importantissimo per preservare la salute dei pazienti. Per l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) il paziente in salute non è quello privo di patologie, ma quello in equilibrio. Oggi la sicurezza dei prodotti vena a vena è massima ed è garantita soprattutto dalla donazione responsabile. Le fatalità ci insegnano una cosa. Oggi nel Lazio dobbiamo garantire emazie, ma passa un messaggio sbagliato, che non si possa donare a 360 gradi, mentre invece si possono donare piastrine e plasma. Bisogna puntare su una comunicazione che sappia dire sistematicamente quello che serve quando serve. Sul piano del plasma non c’è ancora autosufficienza nazionale e da qui l’esigenza di un piano da rivedere annualmente. I risultati passano anche da un approccio corretto all’informazione: bisogna offrire certezze, numeri condivisi finalizzati al benessere del paziente. Dobbiamo avere dei punti certi e strategici. Per noi è inaccettabile pensare che possa essere messa in discussione la donazione non remunerata. Le informazioni che le associazioni hanno il compito di fornire ai cittadini non ancora sensibili al tema della donazione devono essere coerenti ed esatte. Dopo dieci anni di CNS ho visto come un‘evoluzione corretta debba mantenere una rotta precisa, con le tre gambe del sistema trasfusionale in dialogo e confronto permanente. Solo così si possono garantire i numeri previsti per il 2020”.

Chi dona cura non una, non due, ma moltissime volte dunque. E non soltanto sangue o plasma. Ricordiamo infatti che proprio oggi 23 settembre si chiude la settimana dedicata al Match Now per la donazione di midollo osseo e cellule staminali emopoietiche http://www.centronazionalesangue.it/notizie/match-it-now-000, con eventi in 180 piazze italiane. Non manchiamo.

*AVIS (Associazione Volontari Italiani del Sangue); AVES (Associazione Volontariato Emofilici e Similemofilici); ADAS-FIDAS (Associazione Donatori Aziendali Sangue- Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue); FEDRED (Federazione delle Associazioni Emofilici dell’Emilia-Romagna)