Da Avis Cernusco con il percorso formativo “Pietro Varasi” al FidasLab di Roma: la formazione sul sangue non si ferma verso un futuro ricco di sfide

donate-blood-open-graph

È sempre bello poter parlare di formazione su temi centrali per la vita di una comunità, lo è di più se la formazione è fatta con impegno e continuità, e se prende vita nel sistema sangue per poi superare i confini settoriali e divine un valore aggiunto per tutti. È imponente l’investimento di forze da parte di istituzioni e associazioni in questo senso, e su Buonsangue, di recente, abbiamo dato ampia testimonianza di tutto quello che è accaduto non solo in Avis o Fidas, ma anche nelle associazioni di professionisti (come il Simti) o di pazienti (come FedEmo).

Il futuro incombe e le difficoltà da affrontare sono molte, ed ecco perché è lieto il racconto di due ulteriori esperienze formative che hanno valorizzato il week-end di moltissimi donatori e volontari italiani.

Avis a Cernusco sul Naviglio

Iniziamo con Avis, e da Cernusco sul Naviglio in provincia di Milano, dove pulsa una sezione locale molto affiatata e ben guidata dal presidente Carlo Assi: lì si è appena concluso un percorso formativo di ampio respiro sui vari segmenti del sistema sangue, tre moduli dedicati a un avisino storico come Pietro Varasi iniziati il 28 settembre 2018 e conclusi con la serata di venerdì 23 novembre. Riforma del Terzo Settore, normativa GDPR sulla privacy, funzionamento del “sistema sangue” e importanza dei vaccini: queste le materie affrontate, in serate ad alta e sempre crescente partecipazione. Molti gli ospiti, tra cui il dottor Fabrizio Pregliasco, Virologo presso il Dipartimento Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano e Presidente ANPAS. Carlo Assi, che è anche consigliere nazionale di Avis, ha spiegato perché la formazione diviene sempre più decisiva nella vita del sistema: “Sempre più, in un contesto di regole e di garanzie che si fanno di anno in anno più rigorose, è necessario che il volontario sia formato, informato e competente – ha detto – e che i volontari delle associazioni e i rappresentanti delle Avis Comunali e delle altre associazioni di volontariato s colgano l’importanza della formazione e di raccogliere la sfide (…), affinché la collaborazione tra il sistema pubblico della sanità e il volontariato non sia solo una applicazione di protocolli ma un lavorare insieme, ciascuno con la sua specificità, verso obiettivi di benessere collettivo”.

Ecco invece le sue rispose in esclusiva per Buonsangue:

1) Carlo Assi, parliamo del lavoro delle sezioni comunali: quanto è importante l’impegno sul campo che molte Avis di provincia dispiegano al fine di garantire una base forte di donatori formati?

In un contesto in cui le normative a cui siamo soggetti sono in rapida evoluzione, e nel quale anche i potenziali donatori vogliono essere debitamente informati, è importantissimo formare e istruire i volontari che assumono ruoli attivi all’interno della associazione. È quello che abbiamo fatto creando un corso che ha messo in rete relazioni intra-associative e disponibilità dei relatori, che generosamente si sono prestati a diventare docenti dei volontari in spirito di gratuità.

2) Qual è il bilancio della terza edizione del percorso formativo di Avis Cernusco intitolato a Pietro Varasi?

Il bilancio è ampiamente positivo, se consideriamo che in tre serate abbiamo avuto oltre 150 presenze in sala e molte decine di contatti nelle dirette Facebook o nella fruizione differita ai filmati delle lezioni. Inoltre le presentazioni portate dai relatori diventano patrimonio conoscitivo delle associazioni che hanno partecipato.

3) Le sfide del futuro. In base all’esperienza maturata sul campo, dove si gioca la partita con le nuove generazioni, e come si trasforma il tema del dono in un valore sempre più condiviso?

Non ho per questo tema una ricetta precostituita. L’insegnamento che anche questo percorso formativo ci ha dato è quello che è utile sapersi mettere in ascolto, avere capacità propositiva, investire sulle relazioni Inter e Intra associative e proporre contenuti di qualità. Poi occorre pazienza e perseveranza. E i risultati arrivano.

IMG-20181123-WA0011
Carlo Assi, presidente di Avis Cernusco

Il FidasLab a Roma

Fidas
Foto di gruppo al FidasLab

Un po’ più a sud, a Roma, il pallino del gioco è stato in mano a Fidas, con il modulo conclusivo di FidasLab, altri tre giorni di formazione con circa 80 volontari provenienti da tutta Italia, oggi responsabili associativi e che un domani faranno parte della classe dirigente della confederata.

Anche a Roma, testimonianze importanti a cui sono seguiti i lavori di gruppo, tra cui quella della dottoressa Simonetta Pupella del Centro Nazionale Sangue, e quella di Eugenia Porro del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università La Sapienza. Sul sito DonatoriH24, invece, è presente l’intervista integrale ad Aldo Ozino Caligaris, presidente Fidas: un intervento interessante e puntuale sulla vita del volontario e sulle tante problematiche che deve e dovrà affrontare, con un concetto base da diffondere: il sangue non si può ricreare in laboratorio ma si ottiene attraverso la raccolta pubblica, un processo complicato e bellissimo che ha bisogno di volontari formati, colti e capaci di agire sul piano dell’organizzazione, della comunicazione e delle pubbliche relazioni.

 

 

Distinguiti, dona il plasma. A Milano, Avis nazionale lancia la nuova campagna a favore del dono del plasma, con lo sguardo rivolto agli scenari mondiali

2018_121_manifesti_tracciato_A4

Il giallo come vitalità, il giallo intenso che si fa notare, sempre. Alla saletta Lab della Triennale di Milano, ieri martedì 6 novembre, Avis ha presentato la nuova campagna nazionale per promuovere la donazione di plasma.

Di quanto sia importante accrescere la raccolta di plasma in chiave dell’autosufficienza sui plasmaderivati, ne abbiamo parlato più volte, e di recente in occasione del convegno organizzato dai giovani avisini dell’Emilia Romagna a Piacenza, evento durante il quale – oltre alle stime e agli obiettivi macro-sistemici per i quali si sta combattendo, e che consistono nel restare in linea con i dettami del piano nazionale plasma 2016 -20 – si è specificato molto bene quanto sia importante lavorare sulla comunicazione, al fine di rendere sempre più chiaro e familiare il messaggio per il pubblico, superando allo stesso tempo una lunga serie di tare ed equivoci che ancora oggi tengono lontani i donatori dalla plasmaferesi.

Lo spot

Ecco perché la nuova campagna nazionale della più grande associazione di donatori italiana, che ricordiamo, vanta più di un milione e trecento mila soci, doveva essere particolarmente efficace, innovativa, e coinvolgente. Eccola qui, mentre a questo link è possibile, per chi è interessato, scaricare le campagne in alta risoluzione.


Come si è arrivati a questo concept?

La campagna è nata da un papillon e da un’idea che arriva qualche anno fa dall’Avis delle Marche, i primi che hanno voluto investire sulla promozione del plasma.

A noi di Buonsangue è piaciuta molto.

Molto buoni i contenuti visivi, decisamente incentrati alla sfera emotiva. L’approccio, come si può vedere, è piuttosto innovativo perché non rispetta i canoni classici dello spot sociale, che in una condizione di frastuono e di decodifica immediata dei messaggi innesca il riconoscimento dello spot come una richiesta economica o come un’immissione nel flusso informativo di ciascuno, d’informazioni tristi e disturbanti. È invece chiaramente propenso a coinvolgere lo spettatore in una volano di bellezza, realizzazione personale e positività. Il giallo è danza, è pittura, è pasticceria, e soprattutto si rivolge alla sfera identitaria. Distinguersi, farsi notare, emergere dal grigiore, diventa la cosiddetta call to action, la motivazione ad agire, proprio come il giallo esplode in ogni immagine che passa sullo schermo.

Basterà? No di certo, ed ecco perché la campagna si completa con molti materiali informativi sul dono del plasma e sulle differenze tra i tipi di donazione. Una buona campagna integrata non può che emozionare e informare insieme.

Gli interventi degli ospiti

Inoltre, coordinati da Claudia Firenze dell’ufficio di presidenza nazionale e delegata ai progetti di comunicazione, sono stati molti gli interventi di corredo allo spot, per la maggior parte incentrati sul concetto di sinergia tra i vari attori del sistema sangue, affinché si riesca a lavorare tutti insieme in una direzione comune, ovvero quella indicata da precisi punti cardinali: il plasma etico e il dono del plasma anonimo, gratuito e organizzato come chiave per avvicinarsi all’autosufficienza.

In questo senso si è espresso Pierluigi Berti, presidente SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia): “Vorrei testimoniare che il SIMTI, i professionisti che lavorano nelle strutture trasfusionali, sono consapevoli che il momento è fondamentale per la raccolta plasma, sempre più una risorsa strategica. Il plasma deve diventare per tutti, soprattutto per il pubblico, la risorsa primaria. Ma ci vogliono anche i mezzi, ovvero la partecipazione di tutti gli attori del sistema e una discussione profonda su ciò che serve davvero per riuscire a dare a tutti i pazienti ciò che serve”.

Consapevolezza, quella della necessità sinergica, che fa parte anche del bagaglio del presidente di Avis Nazionale Gianpietro Briola: “Il tema è molto sentito come ci dice la grande partecipazione – ha detto il primo dirigente avisino – e possiamo dire di esser riusciti a raggiungere l’autosufficienza dei globuli rossi. Poiché noi vogliamo che la nostra donazione continui a essere etica, abbiamo deciso di puntare molto sul raggiungimento dell’autosufficienza sul plasma. Abbiamo la percezione che sia necessario fare passi molto veloci, anche alla luce della possibilità che si apra il mercato dei plasmaderivati in Cina e India, con il rischio che il 70% dei plasmaderivati prodotti dagli USA nel mondo si spostino su mercati più ricchi. Noi vogliamo che la donazione resti etica, con i farmaci prodotti da plasma pubblico donato gratuitamente e segnato dal pittogramma etico. La prima strategia da mettere in campo è quella di una maggiore flessibilità del sistema verso le esigenze dei donatori. Dare la possibilità di orari meno rigidi per i donatori può essere un primo passo verso il coinvolgimento dei donatori e verso la fidelizzazione”.

Testimone d’eccezione, con una grande propensione al dono, è stato il pluricampione paraolimpico di sci nautico Daniele Cassioli, avisino da tempo. Secondo Daniele “Avis funziona perché sta in mezzo alle persone e deve passare il messaggio che donare è bello, che è una cosa gioiosa. Deve arrivare il messaggio ai giovani che donare rende le persone migliori. Io dico sempre che le mie retine non funzionano ma il sangue è buono, e anche quando non sono al massimo e qualcosa va storto io dono. Parlando più egoisticamente poi, ricordo che il dono è anche un modo di essere controllati. Molti giovani non usano fare esami del sangue ed è un errore perché è sempre importante conoscere quello che abbiamo dentro. Tutto ciò che non viene donato è perso e le persone se stimolate e informate nel modo giusto sanno ancora essere generose”.

L’indagine Ipsos sulla conoscenza degli italiani sul plasma

Ma la campagna di comunicazione non è stato l’unico motivo d’interesse della serata.

Claudia Firenze ha infatti illustrato al pubblico i risultati del sondaggio Ipsos commissionato da Avis, al fine di conoscere l’effettiva percezione degli italiani sulle donazioni di plasma. Un test che ha dato risultati molto significativi, anche per stabilire le future strategie d’azione e d’intervento.

Grazie alle rilevazioni su un campione di 800 persone rappresentative della popolazione italiana, s’è scoperta subito una prima buona notizia: il 69% degli intervistati collega la parola plasma al sangue, specie tra gli adulti, e solo il 16%, per lo più tra i giovani, la collega invece al televisore, come vediamo in figura 1.

ipsos 4

Fig.1

E sulla donazione di plasma? Come si orientano gli italiani? In figura 2 vediamo come soltanto il 21% degli intervistati si sentono ben informati sulla differenza tra dono del sangue e dono del plasma, un dato che fa ben capire quanto si possa ancora incidere con una buona comunicazione integrata, in grado d’ informare dopo aver conquistato l’emotività e la curiosità dei cittadini.

ipsos 2

Fig.2

 

E se in figura 3 scopriamo che solo il 36% degli italiani è certo di donare plasma in futuro o crede che lo farà, in figura 4 sono espressi i dubbi che serpeggiano tra coloro i quali la donazione di plasma è quasi certamente qualcosa da escludere: problemi di salute e paura sono decisamente i maggiori freni alla partecipazione attiva.

ipsos 3

Fig. 3

ipsos 4

Fig. 4

Il lavoro sul campo

La campagna di Avis  “Distinguiti dona il Plasma” non si ferma naturalmente a Milano: anzi è proprio a partire da oggi che l’attività vera e propria entra nel vivo: tutti i materiali saranno girati alle sedi distribuite capillarmente per l’Italia: gli spot da 15 a 30 secondi, gli spot radio, i manifesti, gli scroll e i materiali per il web dovranno arrivare al grande pubblico, in modo che l’impatto della comunicazione sia il più significativo e virale possibile.

Proprio l’efficacia di questo lavoro quotidiano su tutto il territorio nazionale sarà infatti la molla decisiva per la realizzazione di molti degli obiettivi del Piano nazionale plasma 2016-2020.

Il sangue del cordone ombelicale non va buttato, ma donato. Il 15 novembre a Roma un convegno sul tema

ADISCO-LOGO

Ci sono donazioni, come accade per quella del midollo osseo, più difficili da far conoscere al grande pubblico, ma non per questo meno importanti o decisive per la salute e incerti casi per la vita dei pazienti: è il caso, per esempio, della donazione del sangue da cordone ombelicale, una pratica molto preziosa, per diverse ragioni cliniche.

Si tratta del sangue che resta nella placenta e nel cordone ombelicale dopo la nascita, ed è fattore di raccolta delle importantissime cellule staminali emopoietiche, ovvero cellule in grado di evolversi e riconvertirsi in ognuno dei diversi elementi che compongono il sangue, globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.

Ciò significa che il sangue da cordone ombelicale può essere utilizzato per la cura di molte tipologie di pazienti affetti da malattie del sangue di origine tumorale, come leucemie e linfomi, oppure da talassemie e aplasie midollari. Il cordone ombelicale, che è il mezzo attraverso cui ogni mamma nutre il proprio bambino nel suo grembo, dopo il parto viene usualmente gettato, ma questa è un’abitudine che può e deve essere culturalmente modificata.

Per le donne, il trapianto di cellule del sangue del cordone ombelicale è un’alternativa concreta al trapianto di cellule del midollo osseo, e anzi sceglierlo consente addirittura di ottenere dei vantaggi sia per il soggetto ricevente – per il quale subentrano minori rischi di rigetto, oltre a una più semplice e immediata disponibilità delle cellule ­– sia per la donatrice, per la quale la donazione avviene in automatico al momento del parto e quindi risulta indolore e senza rischi.

Il prossimo 15 novembre sarà una data significativa per questo tipo di donazione: una data celebrata dall’ADISCO (Associazione Donatrici Italiane Sangue Cordone Ombelicale) in collaborazione con il Centro nazionale sangue, il Centro nazionale trapianti e l’AIL, l’Associazione italiana contro le leucemie, con un importante convegno patrocinato dal Ministero della Salute dal titolo “1988 -2018: 30 anni dal primo trapianto di CSE da SCO – Attualità e Prospettive”, evento che si svolgerà a Roma, alla Sala Cardinal Knox della Domus Australia in Via Cernaia 14/b, con la presenza di medici e specialisti)

Brochure Convegno Adisco Nazionale 15 11 18 pdf

Fig.1

Proprio il 15 novembre di 30 anni fa, infatti, nel 1988, è stato effettuato il primo trapianto con le cellule staminali cordonali, una storia che, come leggiamo sulla brochure ufficiale, è a lieto fine: “Si tratta del caso del paziente Matthew Farrow affetto da Anemia di Fanconi. All’età di 5 anni è stato curato grazie al sangue cordonale prelevato dalla sorella che dalla diagnosi prenatale è risultata non affetta dalla malattia. Il paziente è completamente guarito e gode tuttora di ottima salute”.

Oggi molta strada è ancora da fare sul percorso della sensibilizzazione, ma eventi come questo in grado di riunire professionisti, istituzioni e rappresentanti del mondo del volontariato, non possono che fare bene, in direzione di una più efficace divulgazione del concetto di dono (in modo che riesca a diventare un valore onnicomprensivo per le abitudini della vita sociale) e in chiave di rendere di volta in volta il mondo dei donatori più consapevole, in grado di adattarsi alle necessità del sistema e alle possibilità e alle propensioni dei cittadini.

Per partecipare al convegno è necessario registrarsi entro e non oltre l’8 novembre scaricando il modulo di partecipazione, compilandolo e inviandolo all’indirizzo segreteria-nazionale@adisco.it

 

Al SIMTI un novembre all’insegna della formazione: parola d’ordine “sicurezza”

aaaaggg-e1452781605946

Su Buonsangue lo ricordiamo di continuo: la sicurezza è un valore primario per il sistema sangue, che in Italia è ormai da ormai moltissimi anni al riparo dalle complicate vicende del passato, raccontate nel dettagliato ed esauriente volume “Sangue Infetto” (Mimesis, 2018) a firma del giornalista Michele De Lucia, da noi approfonditamente recensito lo scorso 21 giugno:

“Sangue infetto” di Michele De Lucia, opera dettagliata e attenta che rilegge la storia dei processi sul sangue con ampia documentazione ed equidistanza, senza giustizialismo e sensazionalismo

La sicurezza nel sistema sangue si raggiunge in molti modi, a cominciare dal primo passo, quello dell’approccio iniziale al dono, quando il donatore si cimenta su un questionario molto dettagliato e approfondito che, sebbene talvolta può “spaventare” qualcuno, si rivela un preziosissimo strumento di conoscenza per tutte le parti in causa, donatore e medico, perché solo così è possibile individuare e prevenire i rischi legati ai comportamenti non compatibili a ridosso del dono con gli eventuali agenti patogeni che nell’immediato non possono essere rivelati dalle analisi.

Ma altrettanto importante è il momento successivo, quello in cui entra in campo il professionista trasfusionale: ed ecco perché nei prossimi mesi, novembre e dicembre, il SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia), ha messo in programma per gli addetti ai lavori numerosi cicli formativi allo scopo di rendere sempre più aggiornato ed efficiente il lavoro dei tecnici professionali.

A Milano, nei giorni 6-7 novembre 2018 all’Hilton Hotel, e a Roma, nei giorni 4 e 5 dicembre 2018 al Courtyard by Marriott Rome Central Park, si terranno dunque due convegni formativi per personale impegnato nel settore delle malattie trasmissibili sotto la guida di Claudio Velati, direttore del Servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale dell’Ospedale Maggiore di Bologna, un professionista autorevole che i lettori di Buonsangue conoscono bene:

Velati e il Sistema sangue: “L’apertura del mercato è positiva ma il modello italiano va salvaguardato”

Lo scopo del corso SIMTI, è quello di fornire competenze tecnico-professionali nel campo delle malattie trasmissibili, come gli aggiornamenti sull’andamento dell’infezione da HIV (purtroppo da tempo sottovalutata a livello mediatico), e sui relativi comportamenti a rischio, sulle conoscenze attuali delle nuove terapie e sulle infezioni emergenti; informazioni da integrare con competenze di processo nel campo della medicina trasfusionale, allo scopo di offrire nuove conoscenze teoriche con la conseguente applicazione nell’attività quotidiana, e infine con competenze di sistema, per convogliare l’attenzione di medici, biologi, tecnici e infermieri delle strutture trasfusionali su tutti quei problemi che necessitano di un approccio complesso e innovativo, come per esempio, per l’appunto, quello delle infezioni emergenti.

Sempre a Milano, invece, e sempre all’Hilton Hotel, il 14 novembre 2018 si terra il corso SIMTI dal titolo “Aggiornamenti in Medicina Trasfusionale: la raccolta, la produzione, la garanzia della qualità degli emocomponenti”, modulo rivolto a medici, biologi, tecnici sanitari di laboratorio biomedico e infermieri, finalizzato a preparare il personale dei reparti trasfusionali a sapersi destreggiare in mezzo a tutte le novità legate alle linee guida e ai protocolli di sicurezza.

Un grande impegno formativo dunque, a dimostrazione che i risultati soddisfacenti in questo campo non sono scontati e coinvolgono l’impegno profondo di tutti gli attori di sistema, dai donatori alle aziende farmaceutiche passando per i medici, perché il lavoro da fare è tanto e le difficoltà sono sempre all’ordine del giorno.

 

 

Il mondo del plasma spiegato ai giovani: a Piacenza, con Avis e ospiti autorevoli, si affrontano temi decisivi e si formano i dirigenti del futuro

Dp8BXDuX0AAKCOk

Due giorni di formazione, affinché i futuri dirigenti associativi di Avis siano pronti ad affrontare le sfide che verranno. E se si parla di sistema sangue, il plasma non può che essere centrale in qualsiasi approccio al dibattito, in ogni analisi, in ogni ricerca di visioni e strategie. Lo ricordiamo: il mercato dei plasmaderivati è sempre più ricco e le stime parlano di un valore che supererà i venti miliardi di dollari nel 2020, con tutto quello che potrà conseguirne in termini di aggressività politica e intraprendenza sui mercati dei grandi stakeholder di sistema.

In questo quadro, che dunque è destinato a complicarsi, dovranno destreggiarsi i tantissimi giovani arrivati da diverse parti d’Italia a Piacenza, nella sala congressi dell’hotel Best Western. Come farsi trovare pronti? Solo grazie alla formazione, all’analisi dei dati a disposizione, al dialogo con esponenti autorevoli oggi ai vertici in grado di descrivere gli scenari presenti e anticipare quelli futuri.

I plasmaderivati e la loro funzione irrinunciabile

Perché è importantissimo, per esempio, aumentare la raccolta di plasma?

Il direttore del Centro regionale sangue Emilia Romagna Wanda Randi, ha spiegato le molteplici motivazioni per cui una crescita in linea con le aspettative del Centro nazionale sangue, è più che auspicabile. Raccolta, consolidamento del modello italiano basato sulla lavorazione conto terzi del plasma che rimane una risorsa pubblica, attenzione estrema alle esigenze dei malati, che dal plasma pubblico devono poter contare sulle massime rese possibili in termini di tutti i farmaci salvavita che dal plasma possono essere estratti. “Il paziente – ha specificato la Randi – deve avere la certezza che nel momento in cui viene trasfuso riceve un prodotto biologico efficace. Il plasma serve tantissimo per l’emostasi, in caso di emorragia avviene una vasocostrizione e si firma un tappo piastrinico. Poi arriva il coagulo e si forma il tappo rosso. Ecco l’importanza dei fattori della coagulazione. Così è anche per l’albumina, fondamentale per il sangue e il benessere, e per le immunoglobuline, poiché esistono casi di bambini che nascono privi di difese verso le infezioni esterne e per tutta la vita dipendono dall’infusione di immunoglobuline”.

I plasmaderivati realizzati grazie al plasma dei donatori, sicuri e riconsegnati alle regioni a un prezzo di lavorazione, sono dunque un bene importantissimo. “È importante mandare più plasma alle industrie per produrre più farmaci ed evitare di ricorrere al mercato – ha continuato la direttrice del Crs Emilia Romagna ­– per le immunoglobuline vale lo stesso discorso. C’è grande richiesta a livello mondiale e la sua richiesta aumenterà. Con gli obiettivi del Cns si va verso l’autosufficienza. Anche in Emilia Romagna i farmaci che provengono dal nostro dono anonimo e gratuito avranno il pittogramma di qualità. Le aziende all’estero talvolta promuovono la donazione a pagamento sfruttando i donatori con trattamenti invasivi. In Italia non dovrà mai succedere. Dobbiamo abituarci a guardare lontano e a difendere il nostro modello che si basa sulla gratuità del dono. Ora arrivano i ricombinanti nei paesi ricchi creati dalle industrie ma nei paesi poveri costano troppo e i bambini hanno diritto di vivere ovunque, in ogni parte del mondo. La sicurezza poi è importante, ci ricordiamo bene noi addetti ai lavori i patimenti degli emofilici per gli scarsi controlli negli anni ottanta. Qualità e sicurezza sono elementi fondamentali che sono alla base della legge 219, una delle leggi migliori del mondo perché comprende il volontariato”.

Una solidarietà senza confini

Un aumento della raccolta plasma permette inoltre di ottenere molti benefici utili per la comunità, benefici come il risparmio pubblico e l’impegno solidale. “Col dono si contribuisce a un risparmio elevatissimo – ha ricordato la Randi – perché altrimenti bisogna ricorrere al mercato. Nel piano sangue plasma di quest’anno abbiamo voluto dare risalto alla collaborazione con i progetti internazionali. Afghanistan, Palestina, India. Moltissimi bambini possono essere curati con il dono dei nostri donatori. Prodotti dati gratuitamente. Non è scontato, molte regioni non partecipano e non vogliono regalare nulla”.

Donare il plasma è importantissimo ma senza tralasciare il sangue intero

Ma è corretto pensare di smistare i donatori dal dono del sangue intero a quello del plasma? No di certo, non in questi termini, e anche su questo tema l’incontro di Piacenza è stato un bellissimo momento di arricchimento formativo e di dialogo su tutto ciò che si potrebbe migliorare sul piano delle dinamiche trasfusionali e di benessere per i donatori. Anche perché l’aumento delle quantità di plasma trasfuse per sessione e indicate dal decreto del 2 novembre 2015 (600 ml plasma al netto dell’anticoagulante e 450 ml di sangue intero) non è stata recepita in maniera univocamente positiva dai donatori stessi. Un problema, quest’ultimo, che è stato ben espresso da Davide Carini, dell’Unita di raccolta di Avis Provinciale Piacenza, esemplare nel comunicare ai giovani avisini tutto ciò che bisogna sapere sulle dinamiche di ogni tipologia di donazione. “Speriamo che nelle prossime revisioni si possa essere più precisi sulle quantità, perché il peso dell’anticoagulante non è certo. Ma va ricordato che sebbene un’aferesi dura molto di più (50 minuti contro 10) si può donare più plasma perché si recupera abbastanza agevolmente rispetto a una donazione di sangue intero”. Come potrà e dovrà strutturarsi la proposta futura ai donatori dunque? “Non tutti possiamo diventare donatori di plasma – ha specificato Carini – i gruppi sanguigni Rh negativi più rari è meglio, per esempio, destinarli alla donazione di sangue intero, e stesso discorso vale per i donatori di gruppo 0, che è il più diffuso sul territorio e quindi è molto importante per la disponibilità di globuli rossi. Per come si sta configura il quadro generale, entro pochi anni non è da escludere che si possa pensare a un’alternanza, indirizzando i donatori verso le due donazioni (sangue intero e plasmaferesi, n.d.r.). Altro fattore importante per accedere alla plasmaferesi è il buon accesso venoso: chi ha vene problematiche non può fare la donazione di plasma”.

I miti da sfatare sulla plasmaferesi

Di certo, il punto su cui i rappresentati associativi potranno incidere, è fare informazione corretta sulla plasmaferesi. Dall’esperienza sul campo e dal dibattito sono infatti emerse numerose ragioni di resistenza verso la plasmaferesi che possono essere considerate miti da sfatare e paura infondate. È falso che la plasmaferesi sia una donazione di serie B, per esempio, poiché sono pazienti che hanno bisogno di emocomponenti precisi; è falsissimo che la plasmaferesi non sia igienica, poiché tutto ciò che si usa è attrezzatura sterile e monouso, ed è falsissimo che iniziando a donare plasma non si possa tornare a donare sangue intero, non c è nessun problema.

Più difficile da dirimere, invece, la questione dei punti di raccolta. In alcune zone del paese la plasmaferesi è una donazione possibile solo a un’ora di distanza, a cui andrebbero aggiunti gli altri tempi tecnici che comportano parentesi di circa quattro ore complessive, troppe per molti donatori. Come comportarsi? In questo caso, è necessario tirare in causa la bilancia costi benefici, non è sostenibile avere separatori cellulari ovunque, e a volte uno sforzo in più da parte dei donatori deve essere considerata una di quelle sfide esterne verso cui reagire senza chiusure mentali per farsi trovare pronti.

Il futuro infatti, con i suoi possibili cambiamenti, non è così lontano.

Cosa aspettarci dal domani

Oggi l’autosufficienza sul plasma si aggira tra il 50% e il 70%, e ogni scelta potrà avere un impatto forte per l’intero sistema sanitario italiano. E se come associazione Avis confessa di sentire forte il peso delle multinazionali più forti a livello mondiale, che più o meno implicitamente vogliono forzare il modello italiano basato sul plasma pubblico e il conto-lavoro, la strategia migliore appare sempre quella della collaborazione tra le tre gambe del sistema sangue e la stessa componente aziendale, almeno quando le aziende sono pronte a collaborare con il volontariato e a contribuire al modello in fieri facendosi portatrici di valori specifici condivisi dalla comunità. In quest’ottica, il dottor Francesco Da Prato dell’azienda italiana Kedrion, tra le aziende che sul nostro territorio operano nel settore della plasma-lavorazione, è intervenuto per spiegare ai giovani avisini qual è la filiera della produzione dei farmaci e come si conforma lo scenario mondiale sul piano industriale.

Un sabato ricco dunque, con una grossa mole di conoscenze fondamentali per chiunque voglia contribuire sul campo al divenire del sistema sangue. Conoscenze che poi andranno trasferite al pubblico attraverso la giusta forma di comunicazione, un tema centralissimo che i futuri dirigenti Avis hanno affrontato nella giornata di domenica 21 ottobre, grazie alla collaborazione di Maurizio Matrone, scrittore e storyteller, allo scopo di riuscire a fornire ai donatori un messaggio sempre più forte, diretto, preciso ed efficace. Caratteristiche che ci auguriamo di trovare nell’imminente campagna di Avis Nazionale sul dono del plasma che sta per arrivare:

Gialloplasma sta arrivando

 

La data di uscita è il 6 novembre, e naturalmente noi di Buonsangue siamo in grande attesa, perché il futuro, se si tratta di sangue, è sempre vicinissimo all’oggi.

La consulta giovani Avis a Pistoia e l’indagine sul campo lunga un anno intero all’Avis provinciale di Bergamo

Avis Provinciale Bergamo | Gruppo Giovani
Il forum Avis a Bergamo

Dalle parole ai fatti. Vi è una forte consapevolezza, nelle associazioni di donatori di sangue, che il mantenimento del proprio ruolo centrale all’interno del sistema, negli anni futuri passerà per la capacità di coltivare un movimento giovanile di alto profilo e di ottime competenze. Anche perché i giovani di valore sono tantissimi – noi di Buonsangue ne abbiamo conosciuto molti in ogni parte d’Italia – e si danno molto da fare.

In questo ottobre, per esempio, i giovani di Avis si stanno distinguendo per impegno e qualità delle iniziative. Abbiamo già parlato di Plasm-on che si terrà a Piacenza nei prossimi 20 e 21 ottobre, forum fortemente voluto dai giovani avisini emiliani per sostenere e diffondere la crescita della raccolta plasma, ma è solo l’inizio:

A Piacenza andrà in scena Plasm-On, con i giovani Avis impegnati a promuovere la donazione di plasma

Proprio in questo fine settimana, infatti, a Pistoia è andata in scena la Consulta Nazionale Avis Giovani, con 50 rappresentanti associativi provenienti da tutta Italia che saranno impegnati, come da prassi, in dibattiti e convegni su aspetti importanti del lavoro associativo. In particolare, il focus di questa consulta nazionale saranno le maxi-emergenze, un tema su cui noi di Buonsangue abbiamo parlato spesso, sottolineandone la delicatezza.

Piano strategico nazionale del sangue per le maxi emergenze

Avere personale pronto a gestire l’eventualità di una maxi-emergenza è certamente un valore aggiunto, e così, a Pistoia, sono intervenuti Giuseppe Marano del Centro nazionale sangue, su come trattare le maxi emergenze a livello trasfusionale, e l’ingegnere Riccardo Gaddi, dirigente della Protezione Civile della Regione Toscana che ha portato in dote la propria esperienza attiva. Infine, tra attività culturali e workshop, a Pistoia ci sono state tante altre occasioni per partorire idee e cementare un armonia profonda tra quelli che con ogni probabilità saranno i dirigenti nazionali dei prossimi decenni.

43301703_1118619651627398_894408428082954240_n

Anche in Lombardia, e precisamente a Bergamo, i giovani di Avis stanno lavorando alacremente per un progetto di indagine e di crescita di consapevolezza. In vista del 1° FORUM AVIS GIOVANI “Giovani Donatori Crescono – Il loro valore in AVIS”, che si terrà il prossimo 20 ottobre proprio a Bergamo allo spazio Polaresco in via del Polaresco 15, il gruppo Avis Giovani Provinciale ha portato avanti per un anno intero una ricerca sui giovani avisini bergamaschi, ricerca che ha riguardato un campione molto ampio di donatori, con più di 1300 questionari compilati e circa 80 interviste “face to face” con ragazzi e ragazze che nell’attività associativa rivestono ruoli significativi o guidano gruppi giovanili all’interno della propria realtà associativa comunale.

Lo scopo della ricerca? Molteplice.

Da un lato ribadire l’importanza del ruolo delle nuove generazioni nell’impianto associativo, un ruolo che già oggi, a nostro parere, può fare la differenza, specie in una congiuntura storica di grande cambiamento in cui si assiste a un enorme rinnovamento di linguaggi sia nell’area della comunicazione sia nella dinamica dei rapporti di gruppo.

E in seconda istanza, un obiettivo non meno importante: ovvero restituire una fotografia il più possibile esatta del volontariato giovanile, per approfondire e capire al meglio, attraverso una doppia modalità d’analisi di studio – quantitativa e qualitativa – bisogni, idee, speranze e rielaborazione delle esperienze dei giovani che si dedicano alla donazione.

 

A Firenze la giornata regionale del dono. Una festa tra futuro, dono e musica, ma nei contenuti molta sostanza

IMG_5893

La settimana del WBDD 2018 è stata ricca di eventi, con una peculiarità: in tutte le occasioni monitorate da Buonsangue, la celebrazione del dono, dei donatori, e i momenti di festeggiamento, sono andati di pari passo con i contenuti, le analisi, gli approfondimenti tecnici e sistematici. Un buon modo per ottimizzare i tempi e gli spazi di incontro e di dibattito. A Firenze, sabato 16 giugno, è andata in scena “la giornata regionale della donazione di sangue” un’occasione di festa che è servita sia per raccontare al pubblico le idee, le innovazioni e le politiche del Crs Toscana, sia per celebrare la grande festa del dono e dei donatori, mettendo il riflettore su un gesto fondamentale per la comunità. In particolare, a Firenze è emerso un quadro molto dettagliato del lavoro compiuto dal CRS Toscana sul piano dell’organizzazione, e il grande impegno per stringere sinergie con le associazioni e farle partecipare ai processi decisionali.

cof

Riuscire a lavorare insieme e a far emergere il lavoro che viene portato avanti è un valore aggiunto il sistema intero. Il clou della giornata di Firenze è stata la lunga e dettagliata relazione della direttrice del Crs Toscana, la carismatica ed trascinante Simona Carli, nel cui intervento è stato possibile scorgere il futuro del sistema sangue toscano.

Ecco il clou della sua presentazione. “L’innovazione è un cambiamento unito a una scoperta e deve portare progresso, perché altrimenti sarebbe solo una novità. Come diceva Nietzsche bisogna superare i maestri. Vogliamo sfruttate la tecnologia per migliorare le decisioni cliniche e l’appropriatezza, perché il mondo è cambiato anche nel rapporto medico paziente: oggi arriva dal medico sapendo già tutto. Una volta si chiamava effetto “Elisir”, per via della trasmissione tv della domenica sera, e oggi c’è un effetto “Elisir” ogni giorno. Sul piano organizzativo il modello è rimasto pubblico e non è stata una scelta semplice. Dal 2000 in poi in Toscana siamo andati avanti nel nome dell’innovazione. È in corso la gara della plasmalavorazione, quella del trasporto, e il completamento dell’officina trasfusionale. Per tutti questi motivi abbiamo lavorato di sinergia col team building e un sistema informatico unico era per noi un mezzo decisivo per lavorare insieme nel miglior modo possibile. Il mezzo però è servito per mettere a nudo limiti e personalismi. Avevamo 4 gestori personalizzati ma non partivamo da 0, e volevamo fortemente un sistema che fosse unico. Abbiamo formato una cabina di regia e da ottobre 2017 a giugno 2018 abbiamo è stato possibile determinare le linee guida. È stato un lavoro enorme, e ora ci aspettiamo molti risultati, a partire dalla circolazione delle informazioni in tempo reale per proseguire con l’identificazione certa del donatore e con la standardizzazione dalle procedure, con una maggiore affidabilità dei dati grazie a tracciabilità e visibilità completa. Vogliamo intreroperativita e condivisione delle evoluzioni. E più sicurezza, più qualità, più programmazione. Ci aspettiamo anche risparmio economico, per esempio ottimizzando i trasporti. Poi ci sono chicche, come l’SMS ai donatori quando il loro sangue viene utilizzato, sul modello svedese, una novità che piace ai giovani. In base alle questioni demografiche dobbiamo andare verso di loro. Qualcosa che viene dopo altre innovazioni come il meteo e l’agenda delle prenotazioni. Infine, stiamo implementando il PBM che serve a valorizzare l’appropriatezza. Abbiano 120 mila donatori e l’87%sono associati, che hanno garantito 175 mila trasfusioni. Abbiamo lanciato la gara per la plasmalavorazione, sulla quale siamo sempre stati in stretta collaborazione con i donatori. Siamo regione guidando un raggruppamento e abbiamo lavorato di gruppo andando oltre l’obiettivo del mando ma cercando scopi più alti di natura culturale. Per disegnare la gara abbiamo cercato di individuare i criteri inderogabili, ovvero: 1) individuare bisogni corretti dei pazienti e rispondere ai loro bisogni e ai bisogni assistenziali delle regioni; 2) ribadire la proprietà pubblica del plasma; 3) valorizzare al meglio il dono dei donatori lavorando tutto il prodotto donato; 4) dare le eccedenze in cooperazione internazionale; 5) affidarci a un azienda che abbia stabilimenti solo dove la fase di lavorazione non è remunerata.

Passaggi importanti, per un gara, che al contrario di quanto è accaduto in Veneto (dove il bando era incentrato per il 90% sul prezzo e per il 10% sulla qualità), mette il criterio della qualità al centro della decisione finale per il 70%, addirittura il 10% in più della gara emiliana che ha una forbice più stretta (60% qualità, 40% prezzo).

cof

A breve conosceremo i risultati, ma le parole della dottoressa Carli a Firenze sulla sinergia tra istituzioni e donatori nei processi decisionali ci sono sembrate un passaggio chiave, tanto che, nel question time, ne abbiamo chiesto un resoconto a Luciano Franchi, rappresentate delle associazioni.

Buonsangue: “Dottor Franchi, nell’intervento della dottoressa Carli è emerso il ruolo attivo che le associazioni hanno avuto nei processi decisionali in Toscana e in particolare nei bandi di gara come quello sulla plasma lavorazione. Quello che vorremmo sapere è perché questa sinergia è importante e quanto è importante per tenere alto il morale della truppa, anche perché in altri raggruppamenti regionali come Il Naip (capofila Veneto n.d.r.) e quello capitanato dalla Lombardia, non è accaduto con molte lamentele da parte dei donatori.

Luciano Franchi: “Lavorare a contatto con le istituzioni per portare l’esperienza acquisita sul campo nei processi decisionali per i donatori è fondamentale. I nostri soci hanno bisogno di avere più informazioni, di poter contare sul massimo coinvolgimento, e di percepire un peso, una centralità nei luoghi dove si prendono decisioni di sistema. Ecco perché aggiungiamo una nuova definizione a quella classica per i donatori italiani. Non siamo solo donatori volontari, associati, anonimi, non remunerati e organizzati, ma vogliamo essere soprattutto donatori consapevoli. 

 

I numeri del sistema sangue del 2017. Alla vigilia del World Blood Donor Day 2018 il bilancio su raccolta e scelte future

immagine wbdd 2018

Si avvicina il World Blood Donor Day 2018, previsto come sempre per il 14 giugno, e così gli stati generali del sangue italiano si sono ritrovati ieri al Senato della Repubblica, nella Sala Caduti di Nassirya a Piazza Madama 11 per raccontare i numeri del sistema sangue nella stagione passata e le iniziative per il futuro. L’allarme condiviso, inevitabilmente, si è concentrato su un dato negativo, ovvero il calo generalizzato dei donatori in Italia che negli ultimi dieci anni non è mai stato così basso. Va precisato, tuttavia, che non si tratta di cifre negative in assoluto, ma in leggero calo se si considera il trend italiano del decennio: anche nel 2017 infatti ci sono stati ben un milione e 680mila donatori (più di 300 mila nuovi ma ottomila in meno rispetto al 2016) grazie ai quali è stato possibile effettuare oltre tre milioni di donazioni (per la precisione 3.006.726) ovvero tremila in meno rispetto al 2016.

830mila sono stati i chili di plasma raccolti in aferesi, dato che assieme alle 637mila trasfusioni effettuate per interventi chirurgici completa un quadro numerico importante, anche grazie al crescente utilizzo delle tecniche di Patient Blood Management, che hanno permesso l’ottimizzazione della risorsa sangue. Ma che valore hanno questi numeri? Come vanno interpretati dal punto di vista di chi si occupa ogni giorno della gestione sistematica della risorsa?

I numeri spiegati da Liumbruno

Lo ha spiegato in un intervento rapido ed essenziale il direttore del Centro nazionale sangue Giancarlo Liumbruno, tra la necessità di fare un bilancio e la descrizione delle iniziative future a favore dei donatori. “Mi preme sottolineare – ha spiegato Liumbruno – che l’Italia è una paese autosufficiente per il sangue nonostante un calo generalizzato che va avanti dal 2012. Bisogna gestire l’invecchiamento della popolazione, cosa di cui si occupano le associazioni che hanno trovato oltre 300mila nuovi donatori. Bisogna migliorare le strutture e affinare l’organizzazione per favorire le cure per i pazienti che hanno bisogno di trasfusioni costanti come i talassemici. Dobbiamo migliorare sul plasma, ne abbiamo raccolto 830 mila chili e c’è bisogno di aumentare la raccolta; cosa che faremo nei prossimi tre o quattro anni. Ricordo che da noi questa donazione è gratuita, mentre basta andare in Europa nei paesi limitrofi per assistere alla donazione remunerata. La stampa di qualche paese (l’Economist n.d.r.), ha legato la situazione italiana alla giornata di riposo retribuita per il dono, ma questo è un mito che va sfatato. Tuttavia è importante che con la flessibilità crescente nel mondo del lavoro vi sia una maggiore flessibilità anche per gli orari delle aziende sanitarie e dei centri di raccolta. Due strumenti per i donatori saranno il vaccino antinfluenzale gratuito e fare lo screening West Nile Virus in alternativa alla sospensione dei 28 giorni per i donatori che hanno soggiornato nelle aree interessate. Con questi strumenti vogliamo limitare il calo della raccolta estiva”. Tutto vero, ci permettiamo di dire, ma senza dimenticare un’ulteriore necessità: fare scelte sistematiche che garantiscano il massimo utilizzo della materia prima dei donatori, che non devono mai e poi mai essere considerato soltanto numeri al servizio di obiettivi.

L’andamento demografico e come affrontarlo

In rappresentanza delle associazioni dei donatori, è intervenuto invece Aldo Ozino Caligaris, portavoce CIVIS e presidente Fidas. Punto centrale del suo intervento il problema demografico che complica la raccolta sangue, un dato che ormai fa parte della consapevolezza delle dirigenze associative e che ha determinato il rafforzamento del lavoro di comunicazione social. Come? Con impegno quotidiano e campagne mirate, come noi di Buonsangue ci auguriamo da tempo. “Dico grazie al milione e 800mila donatori di sangue che assicurano le cure a tutti i cittadini che hanno necessità di terapie trasfusionali – ha esordito Caligaris – Il sangue non si può creare in laboratorio ma si può avere solo attraverso il gesto della donazione. La programmazione è importante perché laddove viene fatta non ci sono carenze o problemi di reinvio degli interventi. Il problema sulla raccolta nasce dall’andamento demografico del nostro paese. L’Italia è con il Giappone uno dei paesi con il minor numero di nascite, ed è ovvio che la popolazione over 65 sia quella che in percentuale ha più bisogno di terapie trasfusionali. Abbiamo condiviso con il Cns una campagna incentratta sul racconto e le testimonianze di donatori giovani. La campagna parte oggi e mira a diffondere un mesaggio di coinvolgimento e di partecipazione etica da parte dei giovani donatori, di solito molto interessati alle dinamiche della raccolta sangue e plasma ma molto spesso non troppo bene informati”.

Interessanti le parole degli altri ospiti chiamati a intervenire, come la Dottoressa Lombardini in rappresentanza del Centro Nazionale Trapianti, che ha sottolineato come “Il mondo del trapianto e il mondo del sangue si intersecano tra di loro. Se non esistesse il supporto trasfusionale su cui fare affidamento non potremmo fare alcun trapianto”; prezioso, per offrire consapevolezza su un problema di cui si parla troppo poco, l’intervento di Valentino Orlandi, presidente della Federazione Italiana Talassemie, preciso nel fornire un quadro generale sulla situazione dei pazienti talassemici. “Ci sono oltre settemila talassemici – ha spiegato – e fino agli anni 80 la malattia era a prognosi chiusa. Oggi le cose sono cambiate grazie ai donatori di sangue, visto che senza di loro i pazienti talassemici non potrebbero vivere. Poi, grazie alla ricerca e alle cause farmaceutiche è stato possibile anche migliorare le condizioni di vita dei malati. Il sangue non si fabbrica e i giovani sono importanti. Un paziente di talassemia fa 2 sacche al mese e 24 annue, non abbiamo mai avuto problemi al nord ma non è così in tutte le zone del paese: con il Cns proveremo a colmare questa ultima criticità”.

 

Spazio inoltre per Gianfranco Massaro, presidente Fiods, che ha avuto la bellissima idea di ospitare una delle prossime giornate mondiali del dono in Italia, appello raccolto con gioia da tutti i presenti, e ha ricordato come la situazione di sicurezza e qualità dei servizi trasfusionali non sia ottimale in molti paesi del mondo. “Come tutti sapete – ha detto Massaro – la Fiods organizza manifestazioni di donatori nel mondo. Quest’anno la facciamo in Grecia ma io la vorrei fare in Italia. Le spese sono irrisorie e a Ginevra con gli esperti della OMS ci si chiede come mai l’Italia non si sia ancora proposta. Noi intanto stiamo lavorando tantissimo nei continenti in cui la situazione del dono è disastrosa, come in Sudamerica e in Africa. Basterebbe pochissimo per dar vita a progetti internazionali e dare speranze a queste persone”.

Dopo Argentoni presidente di Avis, fermo nel ribadire come serva un lavoro per uniformare i servizi nel paese missione a cui Avis può contribuire senza dubbio vista la presenza capillare nel paese – “Non abbiamo uniformità di trattamento per o donatori in tutto il paese e a questo vogliamo arrivare. I migliori testimonial sono per noi i donatori che escono sorridenti dal dono e nelle campagne e su questo che vogliamo puntare” – ha chiuso la conferenza con una promessa la senatrice Paola Boldrini, da sempre molto vicina alle esigenze dei donatori. Che la politica prometta non è una novità, anzi, è quasi un vizio, ma ci sarà tempo e modo di verificare. “La mia presenza – ha assicurato la senatrice – non è casuale, e si lega agli impegni presi nella scorsa legislatura. Sono sempre stata vicina alle associazioni di volontari e soprattutto ad Avis che è molto capillare a Ferrara, il mio territorio. Donare significa dare un pezzo di sé per gli altri ma va ricordato che donando si dà qualcosa anche a se stessi: oltre a un benessere psicologico anche la possibilità di monitorarsi ciclicamente che è pratica di buona salute. Dobbiamo valorizzare i giovani che sono un patrimonio associativo enorme. Naturalmente è importante anche il ruolo delle istituzioni, che ancora rifondano le vittime di sangue Infetto. Tutti i professionisti a questo tavolo si impegnano ogni giorno nella qualità dei servizi e per la sicurezza delle trasfusioni e degli emoderivati. Le buone pratiche delle regioni più evolute devono essere condivise con le regioni più indietro senza invidie ma allo scopo di una migliore organizzazione di sistema nel nome dell’uniformità del servizio”.

Un test del sangue in grado di individuare i tumori: dagli USA una speranza che se rispettata dovrà diventare un incentivo al dono

polymer01

Un test del sangue in grado di individuare 10 differenti tumori. Verità concreta? O soprattutto ottimismo e speranza?

In campo medico, quando si parla di ricerca, cautela e ottimismo devono andare di pari passo, specie quando l’oggetto di studio è la lotta ai tumori.

Ma la notizia che è arrivata nelle ultime ore dagli Stati Uniti d’America, oltre a rappresentare un enorme passo avanti verso la lotta al grande killer dell’era moderna, potrebbe avere dei risvolti molto interessanti anche per il dono e la raccolta sangue.

Perché e come? Ricapitoliamo.

Nelle ultime ore molte testate nazionali come Il Corriere della Sera, Il Messaggero, Repubblica e persino Libero hanno riportato i risultati di una ricerca statunitense presentata nei giorni scorsi a Chicago durante la conferenza annuale dell’American Society of Clinical Oncologists. I risultati del test sono stati generalmente commentati con grande ottimismo, e presentati come una possibile svolta rivoluzionaria della storia della medicina. I ricercatori del Taussig Cancer Center della Stanford University in California, avrebbero infatti messo a punto un test del sangue, una semplice biopsia liquida, che rintracciando infinitesimali frammenti di Dna rilasciati nel sangue dalle cellule cancerose, dovrebbe poter essere in grado di poter individuare, e prevenire fino a 10 tipi di cancro ben prima che il tumore si manifesti e diventi letale.

La scoperta è stata già definita il Santo Graal della lotta contro il cancro, giacché vanta già ora un livello di attendibilità molto alto che si assesta ben al 90% dei casi analizzati. Inoltre, il campione numerico dello studio americano è stato piuttosto rilevante: ben 1.600 persone di cui 749 perfettamente sane e 878 da poco risultate positive alla diagnostica tumorale. Tante e varie le rilevazioni offerte dal test, in grado di riconoscere i carcinomi delle ovaie e del pancreas, del fegato, della cistifellea, del cancro intestinale e al polmone, del cancro a testa, collo, prostata, stomaco e utero, per finire con linfomi e mielomi.

Inutile dire che per avere risultati ancora più affidabili sarà necessario sperimentare ancora, anche se è stato reso noto che il National Health Service (Nhs), il servizio sanitario inglese, si è già predisposto per adottarlo e ottenere tutti i vantaggi del caso, sebbene non sia possibile, a oggi, ipotizzare quanto potrebbe costare fare il test se non a livello di stime (la forbice dei costi stimati per ogni singolo test dovrebbe aggirarsi tra i 500 e i 1000 euro).

E in Italia? Sebbene l’attenzione per la cura dei tumori (i cui casi diagnosticati ogni anno superano ormai i 350mila) sia sempre molto alta anche a livello mediatico come dimostra la recente partita del cuore giocata a Genoa con in palio proprio l’aiuto per la ricerca (eccezionale la risposta del pubblico), i margini per fare di più ci sono sempre.

E così ci sentiamo di dire che avere la possibilità, tra molti anni, di inserire un test di biopsia liquida che possa individuare la predisposizione ai tumori come benefit gratuito per tutti i donatori di sangue, sarebbe un incentivo di straordinario impatto.

Possibile? Non Possibile? Sostenibile?

Lo scopriremo più avanti nel futuro prossimo, ma ciò che è assolutamente innegabile è che se una scoperta di questo tipo dovesse rispettare le sue promesse potenziali, i suoi benefici dovrebbero riguardare l’intera comunità.

A Genova questa sera la Partita del Cuore: occasioni che non devono restare eventi unici per la cultura del dono

Homepage Partita del Cuore 2018 30 maggio Stadio Ferraris Genova

Avevamo parlato dell’ospedale Gaslini di Genova il 14 maggio scorso, quando per la prima volta dopo tanti anni era stato rimandato un intervento chirurgico complesso per mancanza di sangue, una situazione spiacevole che ha comunque provocato una bella reazione locale con donazioni speciali a Ventimiglia, nella stessa Genova, e a Sanremo: ne riparliamo oggi, in un’occasione diversa.

Proprio stasera infatti, allo stadio Luigi Ferraris di Genova, si giocherà la 27esima edizione della Partita del cuore, un evento di beneficenza ormai entrato nell’immaginario popolare degli italiani. E proprio all’ospedale Gaslini, che è uno degli ospedali pediatrici tra i più grandi e importanti d’Italia, e all’Airc (Associazione italiana per ricerca sul cancro), sarà devoluto l’incasso della serata, allo scopo di corroborare la ricerca in favore delle lotte contro i tumori.

Alla “sfida” di questa sera tra Nazionale Cantanti e Campioni del sorriso parteciperanno personaggi molto noti come Gianni Morandi, Paolo Belli, Enrico Ruggeri, Eros Ramazzotti, Neri Marcorè, Niccolò Fabi, Boosta, Lodo e Albi dello Stato Sociale, Ermal Meta e Renzo Rubino (schierati tra i cantanti), mentre gli ex campioni Francesco Totti, Antonio Cassano, Bruno Conti, Zvonimir Boban, Vincent Candela, Paolo Maldini e Javier Zanetti affiancheranno Luca Zingaretti, Max Biaggi, Pio e Amedeo, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Salvo Ficarra e tanti altri attori, comici e anchorman nella compagine mista. Presenti, tra gli altri, anche i calciatori in attività Andrea Bertolacci, Mattia Perin e Fabio Quagliarella (in rappresentanza rispettivamente di Genova e Sampdoria) e le “madrine” Penelope Cruz e Bebe Vio.

La Partita del cuore sarà trasmessa su RAI 1 a partire dalle 21.25, e per questa volta l’ampia la partecipazione a scopo benefico dei suddetti personaggi del mondo dello spettacolo trascenderà le semplici ragioni dell’intrattenimento per farsi cavallo di Troia verso messaggi di solidarietà di sicuro valore. L’importante, per noi di Buonsangue, è che tali eventi non restino avvisaglie isolate, ma sappiano trasformarsi in momenti topici di un unico e più ampio discorso culturale su ciò che significa donare (denaro, sangue o midollo), e su quanto il dono debba trasformarsi in un gesto semplice e consapevole percepito come normale per il bene della comunità.

In Italia manca ancora un discorso ampio e strutturato di comunicazione culturale sull’importanza della solidarietà e del dono, è assente una strategia comune. Ci sono moltissimi operatori che si impegnano molto ma isolatamente, e così eventi come la Partita del Cuore, ideale prima linea in una strategia complessiva in cui ogni attore della società (media, istituzioni, associazioni, esperti, politica) svolge il proprio ruolo, rischiano di disperdere il proprio potenziale.

Ma la Partita del cuore di stasera è significativa anche per un altro motivo: il compito “simbolico” di dare calcio d’inizio al match sarà affidato a Davide Borghero, 18 anni, di Verona, il più giovane donatore di midollo osseo del 2017 iscritto al Registro Nazionale Italiano dei Donatori di Midollo Osseo (Ibmdr), al quale il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e il direttore dell’Ibmdr Nicoletta Sacchi consegneranno il premio “Fabrizio Frizzi”, riconoscimento intitolato al presentatore che in vita era stato donatore.

Il Centro nazionale sangue ha riportato sul proprio sito le dichiarazioni della direttrice Sacchi, che ha offerto alcuni numeri sulla donazione di midollo osseo nel 2017 e ha spiegato quali caratteristiche devono avere i donatori, una materia ancora troppo sconosciuta ai più e che noi abbiamo raccontato attraverso l’esperienza personale di Matteo Bagnoli, presidente di Avis Livorno:

“Nel 2017 ben 225 donatori italiani hanno donato il loro midollo osseo per salvare altrettanti pazienti (spesso bambini) – ha spiegato la Sacchi – “Questo numero è il massimo mai raggiunto in quasi 30 anni di attività del Registro Nazionale e l’80% di questi donatori è di giovane età. Per questo è importante che i ragazzi seguano l’esempio di Davide e diventino donatori, perché attraverso il loro prezioso gesto possono salvare una vita. Ci si può iscrivere al Registro non appena compiuti 18 anni e fino a 35 anni. La donazione, poi, può essere effettuata fino ai 55 anni, anche se di solito vengono selezionati donatori di giovane età per garantire una maggiore probabilità di successo del trapianto”. I donatori iscritti al Registro Italiano sono, oggi, 500mila, di cui 398mila ‘attivi’ ovvero under 55. Purtroppo, solo una persona su 100mila è compatibile con chi è in attesa di una nuova speranza di vita”.