Dalla Toscana un grande gesto di solidarietà verso l’Albania: donate 5,5 milioni di unità di Fattore VIII per la cura dell’emofilia

plasma-provette

La solidarietà del sistema sangue italiano nei confronti dell’estero per l’invio di farmaci plasmaderivati è un’abitudine consolidata. E nelle ultime ore, ecco una nuova notizia importante in tal senso: la Regione Toscana, tramite l’Azienda ospedaliero-universitaria Meyer, ha predisposto una donazione di ben 5,5 milioni di unità di Fattore VIII della coagulazione in favore dell’ospedale Madre Teresa di Calcutta di Tirana in Albania, per la cura dei pazienti emofilici. Il fattore VIII, lo ricordiamo, è farmaco derivato dal plasma, plasma in questo caso raccolto dai donatori italiani.

Il primo commento all’iniziativa è arrivato dall’assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi, che ha richiamato in causa il recente aiuto da parte dell’Albania sull’emergenza Coronavirus: “Al gesto dell’Albania che ha inviato medici e infermieri per aiutare l’Italia nel momento più difficile – ha detto la Saccardi – noi rispondiamo con questa donazione, perché anche noi non abbandoniamo mai chi è in difficoltà. L’iniziativa è stata resa possibile grazie al Meyer, che ha fatto da tramite con l’ospedale albanese, e ai tanti generosi donatori, cui va il nostro ringraziamento. La solidarietà tra i popoli, soprattutto nel momento del bisogno, è più di un impegno etico e sociale. E’ un legame che unisce e che spinge a rendersi utili con quello che si ha”.

Anche Simona Carli, direttrice del Centro regionale sangue Toscana, ha commentato con soddisfazione: “In Toscana – Ha detto – è presente una comunità albanese molto numerosa, e da molti anni intratteniamo stretti rapporti, molti albanesi sono donatori periodici, con il coordinamento del Centro Nazionale Sangue tramite l’accordo in essere tra Governo albanese e Azienda Ospedaliero Universitaria Meyer, che assicura tutte le dovute garanzie. La Regione Toscana dal 2018 ha potuto inviare in Albania ogni anno 2 milioni di Unità di Fattore VIII per garantire la cura ai pazienti Emofilici. Quest’anno il Governo albanese ha richiesto la disponibilità della Regione Toscana ad aumentare a 5,5 milioni la quantità da donare. La Regione Toscana ha accolto questa richiesta e invierà in due tranche la quantità indicata. Questo ci è sembrato da sempre un modo per ringraziare i tanti donatori albanesi presenti nelle nostre comunità, farli sentire utili anche per i loro connazionali rimasti in Patria e, in questo momento specifico, ringraziare per il prezioso aiuto che l’Albania ha generosamente dato all’Italia in piena emergenza Coronavirus. E’ doveroso un ringraziamento al Centro di Salute Globale della Regione Toscana e un ringraziamento particolare alla ditta Kedrion che gratuitamente assicura il trasporto del materiale in Albania, spesa che sarebbe altrimenti a carico di quel paese.
I nostri donatori possono essere sicuri che niente viene sprecato di quanto da loro donato e che i valori etici di solidarietà e cooperazione alla base del loro gesto sono valorizzati”.

La dottoressa Carli spiega dunque la funzione di Kedrion Biopharma, azienda italiana produttrice di farmaci plasma-derivati, che ha contribuito curando gli aspetti logistici e sostenendo i costi di spedizione. Il perché lo ha spiegato Danilo Medica, Italy Country Manager di Kedrion: “Questa iniziativa è un esempio di come si possa collaborare per dare un supporto concreto a chi ha più bisogno di cure, soprattutto in un momento così delicato come quello che stiamo vivendo. Per noi essere a fianco della Toscana e poter aiutare l’Albania e così contribuire a servire le comunità di pazienti in quel Paese è una grande opportunità”.

Si fortifica dunque la collaborazione tra l’Italia e l’Albania dopo l’arrivo, nei giorni scorsi, di trenta medici e infermieri albanesi per combattere il Coronavirus, un aspetto che, in merito all’invio dei medicinali, ha voluto sottolineare con orgoglio anche Gianpiero Briola, presidente di Avis nazionale e coordinatore Civis: “L’invio delle unità di Fattore VIII in Albania per curare i pazienti emofilici è la dimostrazione di come, nonostante le difficoltà generate in tutto il mondo dalla diffusione del Coronavirus, la solidarietà e la sensibilità dei donatori italiani non si interrompa – ha detto Briola –  la donazione del plasma, e quanto fatto dalla Toscana lo conferma, è un gesto prezioso soprattutto in un periodo storico così delicato. La vicinanza tra i nostri popoli, dopo l’arrivo in Italia dei medici e degli infermieri albanesi per supportare il nostro personale sanitario nell’assistenza ai pazienti contagiati dal Covid, è oggi ancora più stretta”.

Già negli anni passati vi abbiamo raccontato spesso il ruolo chiave che un sistema come il nostro – fondato su valori etici consolidati e sul dono anonimo, gratuito, volontario, associato e organizzato – svolge nella comunità internazionale, specie verso i paesi meno fortunati. Nell’ambito dell’Accordo Stato Regioni del 7 febbraio 2013 per la promozione e l’attuazione di accordi di collaborazione per l’esportazione di prodotti plasma-derivati a fini umanitari, l’Italia ha inviato oltre 40 milioni di unità di fattori della coagulazione a paesi come Afghanistan, Albania, Armenia, India, Serbia, Vietnam ed El Salvador. Davvero un contributo importante.

 

La testimonianza di una primissima volta: Fabio Gallo, allenatore della Ternana, racconta che significato ha avuto per lui donare

unnamed

L’esperienza diretta, e il suo racconto, sono sempre i fattori più potenti per trasmettere in modo netto e preciso i confini di un gesto. Il dono del sangue, per chi comincia, ha sempre la capacità di muovere delle corde emotive profonde e di aumentare la consapevolezza di sé stessi; ed ecco perché, anche solo per questo, non è mai un gesto banale, che si può compiere distrattamente. Ed è per questo, di conseguenza, che chi inizia a donare quasi sempre torna a farlo, e finisce per diventare donatore periodico. Insomma, donare significa arricchirsi.

Bello dunque ascoltare la testimonianza diretta, e recentissima, dell’allenatore della Ternana Fabio Gallo, che lunedì 30 marzo è andato a donare il sangue e ha voluto raccontare le proprie sensazioni con un video su Youtube, poi condiviso per tutti anche sul sito di Avis Nazionale.

Ecco cosa ha detto lo sportivo:

La felicità, l’emozione, la curiosità della prima volta di fronte all’urgenza di fare del bene. L’accoglienza del centro trasfusionale, i passaggi sull’idoneità per donare in sicurezza, il senso di benessere generale che si assorbe dall’atto stesso di donare: nelle parole di Gallo tutto ciò che vi abbiamo sempre raccontato sul dono è espresso in modo chiaro e puntuale.

Il dono di Gallo, inoltre, rafforza ulteriormente il legame tra dono del sangue e sport, e di conseguenza tra dono del sangue e corretti stili di vita. Un connubio che come sappiamo è da sempre centrale nell’approccio delle associazioni di donatori nella comunicazione con i potenziali donatori. Anche perché solo i corretti stili di vita portano a un reale benessere per ciascuno di noi nel medio e lungo periodo.

 

Nel fine settimana molti personaggi noti hanno spinto gli italiani a donare sangue: buona la reazione ma non bisogna fermarsi: #escosoloperdonare è la regola

Coronavirus: De Rossi e Felberbaum donano sangue a Roma

Lo scorso venerdì abbiamo parlato di #escosoloperdonare, la campagna di Avis sui social per sensibilizzare tutti noi alla sempre più stringente necessità di donare sangue n un momento molto difficile della storia repubblicana, tanto che anche il capo della Protezione Civile Borrelli ha raccomandato a tutti gli italiani di donare senza timori.

Le notizie di ospedali privi di sacche e bisognosi di donatori si susseguono infatti di ora in ora, e le ultimissime sono arrivate dalla Campania, dalla Puglia che ha a disposizione migliaia di sacche in meno, dalla Liguria dove le scorte scarseggiano,  e com’è noto dallo Spallanzani di Roma.

La risposta degli italiani è stata buona, come ha raccontato anche Ansa, ma naturalmente alle risposte emotive e immediate devono sempre corrispondere reazioni razionali sul medio e lungo periodo, perché la donazione è un gesto che dovrebbe entrare nelle abitudini di ciascuno di noi in ogni momento dell’anno e in ogni situazione.

Moltissimi, comunque, nel weekend gli appelli di personaggi noti che hanno dato il buon esempio e illustrato il valore della buona pratica ai cittadini, sortendo effetti molto positivi. Siamo lieti di diffonderli, affinché l’onda positiva continui.

Ecco l’appello di Pellegrini, calciatore della Roma:

Quello di Claudio Baglioni:

Quello di Daniele De Rossi, campione del mondo con la nazionale del 2006:

E infine quello di Carlo Verdone, regista e attore tra i più amati del paese.

Per le prossime settimane, dunque, facciamo come loro e prenotiamo la nostra donazione.

#escosoloperdonare, la campagna Avis nazionale per stimolare il dono in tempo di Coronavirus, coinvolge testimonial di eccezione

ES7Ja2rXgAAd0of

C’è bisogno di appelli in favore del dono del sangue da tutti i fronti in questo momento, e Avis Nazionale ha iniziato un gran bel lavoro sui social, proprio per andare a stimolare le fasce di popolazione più giovani. Nel nostro tempo, come dimostra la recente raccolta fondi di grande successo lanciata da Fedez e Chiara Ferragni in favore dell’Ospedale San Raffaele di Milano, l’apporto dei volti conosciuti della televisione o dello spettacolo per convogliare messaggi di solidarietà e utili per la comunità, ha sempre una presa importante, un grande appeal, un’efficace potenza di engagement.

Ecco perché salutiamo con favore, e riproponiamo, i video che per Avis ha prodotto Vittoria Cabello, presentatrice e già giornalista del popolare programma Tv Le Iene, all’interno della campagna social #escosoloperdonare ideata dalla più grande associazione di donatori italiana. Ecco le sue belle parole:

Anche Lodovica Comello, showgirl e cantante molto nota tra i giovanissimi, ha offerto il suo prezioso contributo con un video ad hoc per #escosoloperdonare

#escosoloperdonare è la regola, e chiunque è nelle condizioni di salute per poter offrire il proprio contributo, è bene che cerchi il centro trasfusionale più vicino su GeoBlood, si prenoti subito, e segua tutte le regole per donare in tutta sicurezza.

Intervista a Flavio Soriga, noto scrittore e autore televisivo, che nei suoi libri tocca spesso il tema della talassemia dalla parte dei pazienti

2019-08-20

Moltissimi libri, tra cui il notissimo Sardinia Blues (Bompiani, 2009) e l’ultimo Nelle mie vene (Bompiani, 2019), e poi partecipazioni come ospite e come autore a programmi tv ormai presenti nell’immaginario del grande pubblico, come Quelli che il calcio, Robinson e Per un pugno di libri sulle reti Rai. Flavio Soriga ha dietro di sé molti anni di carriera nel mondo della creatività, ma da sempre deve rapportarsi alla talassemia, che come i lettori di Buonsangue sanno è una malattia ereditaria del sangue che genera anemia, cioè una scarsa quantità di emoglobina utile al trasporto dell’ossigeno nel sangue, e costringe dunque a terapie trasfusionali. Proprio per sentire la sua testimonianza diretta, e portare ai pazienti talassemici la sua esperienza, lo abbiamo intervistato, colpiti da una sua recente intervista pubblicata sul Corriere della Sera.  Ecco le sue parole.

Flavio, il tuo ultimo libro si chiama “Nelle mie vene”, e il protagonista è un uomo che per vivere normalmente ha bisogno di continue trasfusioni di sangue a causa della talassemia. Noi, su Buonsangue, raccontiamo spessissimo il mondo dei donatori di sangue, proprio per far capire al pubblico il legame che esiste tra un gesto anonimo come il dono e la salute dei pazienti. Come racconteresti questo legame sommerso, eppure fortissimo?

E’ bene, credo, che sia un gesto anonimo. Quel che rende meravigliosa la donazione è proprio il fatto che chi va in ospedale per dare il suo sangue non sa a chi andrà. Non c’è nessun interesse nel farlo, nemmeno indiretto, non si ottiene visibilità, gratitudine da parte del ricevente, non c’è guadagno di alcun tipo, è la generosità nella sua natura più essenziale, è un partecipare al consorzio umano con coscienza, con cura, curandosi del destino altrui. I donatori di sangue sono le persone perbene che fanno andare avanti il mondo, sono i giusti, i buoni, anche se poi magari nella vita di tutti giorni qualcuno di essi potrà avere qualche o molti difetti, ma nel momento in cui va a donare la sua natura generosa (il suo essere un animale sociale) prende il sopravvento. Il giorno in cui le persone smetteranno di donare il sangue vorrà dire che la società si sarà persa del tutto.

L’esperienza del protagonista del libro è anche la tua personale. Quanto è importante che anche i pazienti siano fortemente informati su quanto accade nel mondo della donazione e sui valori di qualità e sicurezza nelle trasfusioni?

I pazienti talassemici sanno benissimo di essere vivi e di vivere una vita normale grazie alla generosità altrui.

Come è cambiato, nel tempo, il tuo modo di rapportarti alla malattia? 

Ho sempre vissuto la talassemia come una parte del mio essere al mondo, non ne conosco altri, non sono mai stato non-talassemico, quindi non ho fatto i conti con la malattia, c’è da sempre, è una parte di me. Casomai è cambiata la cura, per fortuna, è migliorata enormemente grazie a infermieri, medici e ricercatori che hanno reso possibile un’avventura imprevedibile trenta – quarant’anni fa. Imprevedibile era che noi potessimo diventare adulti, genitori, ormai quasi vecchi, imprevedibile la qualità della vita raggiunta dai talassemici, imprevedibile, non immaginabile da nessuno. Dobbiamo ringraziare il sistema sanitario nazionale del nostro Paese, la più grande rivoluzione che l’Italia abbia mai conosciuto, un sistema che proclama che il figlio di un notaio e il figlio di un disoccupato debbano entrambi poter accedere al meglio delle cure possibili, una rivoluzione che solo mezzo secolo fa sarebbe sembrata un’utopia. Lo era, lo è, è una piccola utopia realizzata, pur con tutti i difetti che le cose umane sempre presentano.

Hai mai convinto, o suggerito a qualche tuo amico o conoscente, di diventare donatore?

Ci si prova sempre.

In una recente intervista al Corriere della Sera hai detto che per chi nasce in Sardegna la talassemia è una malattia sociale. Cosa intendevi esattamente?

Che quando ero piccolo i talassemici erano molte migliaia, ce n’erano quasi in tutti i paesi sardi, in alcuni ce n’erano decine, ovviamente tutti avevano sentito parlare della malattia, tutti avevano un’idea di cosa è o può essere la talassemia. Non per forza avevano un’idea corretta o aggiornata di cosa è la vita di una persona che convive con la talassemia, ma comunque era un tema che coinvolgeva l’opinione pubblica, i politici, gli amministratori. Questo ha permesso tra l’altro che venissero portate avanti e vinte molte battaglie da parte dell’associazione dei talassemici, come la creazione del miglior ospedale al mondo per la cura della talassemia, a Cagliari. Credo che prima o poi dovremmo cominciare a rendere grazie in modo appropriato ai medici che ci hanno curato per decenni, dal professor Cao al professor Galanello che oggi non sono più con noi fino a tutti i nostri genitori che hanno dedicato anni e anni della loro vita perché diventasse realtà il sogno di un ospedale tutto dedicato alle microcitemie.

Una delle principali sfide future per il mondo associativo italiano è convincere le nuove generazioni a intraprendere il percorso da donatori abituali. Secondo te quali sono “le armi” più efficaci?

Sinceramente non è un campo in cui mi senta particolarmente preparato, per cui preferisco non suggerire ricette. Credo che chi lavora in questo ambito, a cominciare dall’AVIS, faccia già un ottimo lavoro, e che sia bene ascoltare loro e seguire le loro indicazioni. Grazie intanto a voi per tutto quello che fate.

 

Coronavirus, sui media regnano le posizioni contrastanti, ma il dono è sicuro e bisogna donare sangue regolarmente. Lo ha ribadito il presidente Avis Gianpietro Briola

86934291_1869239543212119_6702641896742715392_n

Tutti abbiamo assistito alla tempesta mediatica delle ultime ore, ma quasi nessuno sui grandi media ha parlato delle conseguenza dei nuovi focolai sulla raccolta sangue. Cosa succede per i donatori di sangue, che si trovano nella situazione, all’apparenza delicata, di raggiungere le strutture trasfusionali per donare, ci sono rischi particolari?

Su Buonsangue ne avevamo già parlato lo scorso 3 febbraio, ma nella giornata di ieri domenica 23 febbraio, per evitare che sopravviva ogni dubbio, si è espresso in modo molto chiaro il presidente Avis Gianpietro Briola, attraverso un comunicato ufficiale.

«Sentito il Centro nazionale sangue, possiamo confermare che non vi sono indicazioni alla sospensione se non per alcune categorie, come già indicato dalla circolare del 20 febbraio, ha detto Briola, aggiungendo che “Per quanto riguarda le situazioni locali e le misure specifiche da adottare, si fa riferimento alle ordinanze di merito e all’ultimo decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri di ieri, 22 febbraio, che ha rafforzato le misure di contenimento. In generale si dona il sangue solo quando si è in buona salute, quindi i donatori devono comportarsi come sempre, seguendo il fondamentale criterio dell’autosospensione in caso di sintomi da raffreddamento e febbre o altri sintomi simili. È opportuno poi avere la sensibilità di comunicare alla struttura trasfusionale se tali sintomi sono comparsi nei 15 giorni dopo la donazione. Insomma, vige il principio di massima precauzione, ma è importante ribadire che il nostro sistema trasfusionale è sicuro e di qualità. Come #AVIS, insieme alle istituzioni nazionali e locali, stiamo costantemente monitorando la situazione e dando aggiornamenti puntuali. È molto importante tenere i nervi saldi, informarsi solo da fonti ufficiali e in generale, nella stragrande maggioranza del Paese, continuare a donare”.

Questa comunicazione è arrivata ai donatori avisini e in generale a tutti i donatori attraverso il sito dell’Associazione e a un post su Facebook di grande diffusione, che ha fatto seguito a un altro post di successo che conteneva le operazioni di prevenzioni principali.

AVIS Associazione Volontari Italiani del Sangue Prima regola mantenere la calma su Facebook il vademecum di AVIS contro il Coronavirus

Non possiamo che condividere le parole di Briola ricordando come l’attività del dono, periodico e associato, debba continuare ininterrottamente, giorno dopo giorno, per il bene dei paziento che hanno bisogno di emocomponenti e nelle migliori condizioni di qualità e sicurezza. Non è il momento delle psicosi o dei comportamenti immotivati o irrazionali.

 

 

Avis Umbria pubblica i dati regionali sul dono del 2019. Un leggero calo che spinge a considerazioni generali valide per tutti, come incentivare la plasmaferesi

47ª-ASSEMBLEA-A.V.I.S.-REGIONALE-UMBRIA-–-FOLIGNO-15-aprile-2018

Se nello scenario politico nazionale le elezioni regionali in Umbria sono state considerate da molti commentatori – e con troppa enfasi mediatica – una cartina tornasole dei desideri di voto degli italiani, dai dati sulle donazioni di sangue ufficiali pubblicati da Avis Umbra si possono invece trarre delle conclusioni generali ben più precise e interessanti sulle possibili criticità e sulle necessità che riguardano il mondo associativo e la raccolta sangue e plasma.

In Umbria le donazioni complessive del 2019 tra gennaio e novembre sono leggermente diminuite, assestandosi a poco più di 35 mila in luogo delle 35.465 dello scorso anno nell’identico periodo di riferimento. Questo significa di base che c’è stata una certa difficoltà nel portare la gente a donare, e se anche le differenze tra annate sono davvero leggerissime, non va dimenticato che l’obiettivo associativo regionale puntava a raggiungere le 40 mila donazioni complessive. Che indicazioni trarre?

La più importante: si registra una necessità che di certo vale per tutto il territorio nazionale, ovvero rafforzare, aumentare, spingere la plasmaferesi come tipologia di donazione d’importanza pari se non addirittura superiore a quella di sangue intero. In Umbria, secondo i dati ufficiali, sulle 35 mila donazioni complessive ben 32.741 hanno riguardato il sangue intero, mentre quelle relative a plasma e donazione mediante aferesi sono rispettivamente di 2.125 e 187. Un numero certamente esiguo, se pensiamo che la raccolta plasma e di piastrine in aferesi consentono la produzione di farmaci salvavita per tantissime patologie gravi come emofilia, malattie emorragiche congenite e trattamento delle immunodeficienze primitive, oltre a molti disordini neurologici. La cultura della plasmaferesi è dunque una cultura da diffondere con costanza e applicazione, perché su questa tipologia di donazione si registrano troppe credenze sbagliate.

Molti donatori, secondo uno studio di Avis Piacenza infatti, credono erroneamente che la plasmaferesi sia una donazione di serie B, tanti altri ritengono che la plasmaferesi non sia igienica quando invece tutto ciò che si usa è attrezzatura sterile e monouso, e infine è completamente falso che iniziando a donare plasma non si possa poi tornare a donare sangue intero, un’altra delle credenze erronee che circolano.

Diffondere sui social il video di Avis Nazionale sulle tipologie di donazione che abbiamo pubblicato ieri, sarebbe già una prima risposta, anche se è bene ricordare che i dati nazionali sulla raccolta plasma sono assolutamente in linea con il Programma nazionale plasma 2016- 2020.

Tuttavia, al di là dei numeri che sono un riferimento importante soprattutto per il presente, ciò che conta nel lungo periodo è sempre la capacità di far sedimentare nel pubblico una cultura del dono matura, efficace e duratura, attraverso il lavoro dei professionisti e dei dirigenti del sistema, delle tante campagne sul plasma delle ultime stagioni che ci sembrano particolarmente efficaci e riuscite, e nondimeno grazie al lavoro capillare delle sedi associative.

Sicurezza e qualità del sistema trasfusionale, come si costruiscono? E i numeri cosa dicono?

SicurezzaTrasfusionale

Qualità nel servizio per i pazienti e sicurezza nelle trasfusioni: su Buonsangue parliamo con grande frequenza di questi due valori fondamentali su cui si basa il sistema trasfusionale italiano, tanto che proprio su tali certezze presenti e obiettivi futuri insistono con grande decisione tutti gli stakeholder di sistema e i dirigenti più autorevoli. Ma al di là dei proclami e delle dichiarazioni di intenti, qual è la situazione nel concreto?

Se sul piano della qualità complessiva del servizio è sicuramente possibile fare di meglio, provando a conformare i livelli tra tutte le strutture trasfusionali nelle diverse regioni italiane e – come abbiamo scritto lo scorso 13 settembre – affrontando il problema della carenza dei medici trasfusionali che secondo il Cns rischia di riguardare nei prossimi anni circa un 30% delle forze in futuro necessarie, sul piano della sicurezza i numeri sembrano essere rassicuranti.

Ecco infatti, in figura 1, i risultati di uno studio commissionato ancora dal Centro nazionale sangue, secondo il quale il rischio di contagio per le principali malattie attraverso le trasfusioni è assolutamente minimo.

CNS

Fig. 1

Come possiamo vedere in infografica, l’ultimo caso di trasfusioni infette risale al 1995, quasi 25 anni fa, e il merito è soprattutto di una filiera che è votata al valore della sicurezza a partire dalla sua impostazione valoriale.

Poter contare su una donazione volontaria, anonima, gratuita, associata e organizzata con più di 1 milione e 800mila donatori periodici consente una grande capacità di prevenzione, perché alla donazione periodica si può arrivare solo attraverso la condivisione e l’attitudine a stili di vita corretti che rimuovono in partenza la maggior parte dei fattori di rischio. Procedimenti informativi come il questionario – che alcuni donatori non amano ma che garantiscono una primissima scrematura – ampliano e fortificano il controllo. Infine, per tutto ciò che non è possibile ottenere in fase preventiva, ecco i test NAT, test molecolari che possono riuscire a scovare i virus anche in caso di presenza minimale nell’organismo.

I test NAT, come sappiamo, consentono anche di non costringere i donatori allo stop forzato dal dono in caso di viaggi in zone colpite da West Nile, Chikungunya o altri virus portati dalle zanzare, e come indica l’infografica in alto sono stati moltissimi i casi di infezioni pericolose riscontrati e neutralizzati grazie ai test: ben 751 di epatite B, 642 di sifilide, 315 di epatite C e 96 di HIV.

“Tutte le sacche di sangue donato – spiega il CNS – vengono sottoposte ai test per la ricerca dei virus HBV, HCV, HIV e del Treponema responsabile della sifilide; in particolari periodi dell’anno, a questi test possono aggiungersi ulteriori analisi per la ricerca di altri virus come il West Nile Virus. Le donazioni verranno utilizzate solo se gli esiti dei test effettuati risulteranno tutti negativi”.

Grazie a questo percorso valoriale e al supporto dei test NAT, di conseguenza, secondo il Centro nazionale sangue le probabilità di infezione da HIV sono comprese tra 1 su due milioni e uno su 45 milioni, a seconda del metodo di calcolo usato, cioè qualcosa di davvero infinitesima se si considera che In ambito scientifico una probabilità inferiore a uno su un milione viene considerata trascurabile, come ha spiegato Giancarlo Maria Liumbruno, direttore generale del Cns.

Questi numeri, sono stati diffusi in occasione della Giornata mondiale contro l’AIDS, che cade ogni anno il 1° dicembre, e ci paiono molto rassicuranti. Sono lontani, e non ripetibili, gli anni in cui l’attenzione generale sulla sicurezza era sottovalutata, come ricorderanno bene i lettori di Sangue Infetto, il libro di Michele De Lucia sulla storia dei casi giudiziari sul sangue da noi recensito nel giugno 2018.

Casi e momenti storici che è sempre meglio ricordare per evitare che si ripropongano in futuro.

 

Tre colori, per un Natale indimenticabile all’insegna del dono del sangue. La nuova campagna di comunicazione Avis in vista delle feste

copertina-twitter-ragazza

Dicembre è alle porte, e come ogni anno Avis sceglie questo momento per lanciare la sua comunicazione invernale sul dono del sangue che ha il compito di trasformare la parola “dono”, molto familiare tra gli italiani in vista della fesa più importante dell’anno, in un gesto di solidarietà importante.

Quest’anno, proprio affinché il messaggio sia il più completo ed esaustivo possibile, la scelta è ricaduta su un immaginario molto natalizio. La neve, la slitta, gli accessori che siamo abituati a vedere in ogni casa come il cappello rosso di Babbo Natale, e soprattutto figure che richiamano giocosità, bellezza, tenerezza, dolcezza e felicità: una ragazza giovane e dei meravigliosi bambini, come possiamo vedere nella nostra selezione di immagini della campagna Avis che comprende e-card, manifesti e comunicazione social.

ecard-bambini

L’e-card di Avis.

post-fb-ragazza

Il post Facebook

a4-ragazza

La locandina

 

Il dettaglio che rende il messaggio esaustivo e pieno di significato? È lo script “Be red, be yellow, be good”, declinato con caratteri rossi, gialli e blu.

Il rosso serve a richiamare il dono del sangue intero, che intuitivamente è la donazione più “percepita” dal pubblico, con modalità perfettamente note alla maggior parte dei cittadini. Il giallo è il simbolo della donazione del plasma e della plasmaferesi, che ha ancora bisogno di farsi conoscere al grande pubblico come donazione differente ma altrettanto importante, più lunga ma forse anche più decisiva in questo momento, perché diretta alla produzione dei plasmaderivati e dei farmaci salvavita. E infine il blu, come simbolo del benessere personale che ricevono entrambi i poli di una donazione: il donatore, e non solo perché attraverso il dono riceve le analisi del sangue a misurazione del proprio stato di salute o il vaccino antinfluenzale gratuito. Soprattutto perché donare regala un benessere psicofisico di prima scelta, per la consapevolezza che ciascun donatore matura, ovvero che il suo gesto semplice e poco impegnativo garantisce la salute e spesso la vita a tantissimi pazienti. E dunque, proprio il paziente, che grazie a un sistema trasfusionale efficiente e alla generosità dei donatori periodici accede a farmaci, a cure speciali e a trattamenti chirurgici. Il tutto nella piena sicurezza e nella stragrande maggioranza dei casi, ad alta qualità nei servizi.

Ecco perché a donare prima delle feste è un regalo natalizio difficilmente eguagliabile, per sé stessi e per gli altri.

Non solo testimonial famosi: per sensibilizzare i giovani al dono sono importanti anche le esperienze creative

fidas_a_scuola_di_dono

La sensibilizzazione dei giovani, il loro inserimento attraverso la passione in un percorso culturale che preveda l’avvicinamento al mondo del dono non come esperienza occasionale ma periodica e duratura come stile di vita, è un risultato che si può raggiungere in modi diversi.

Lo scorso venerdì abbiamo segnalato l’impatto di un testimonial d’eccezione come Taziano Ferro, che attraverso la musica raggiunge milioni di persone e rilascia un messaggio chiaro, destinato a chi è pronto ad accoglierlo.

E poi c’è una formazione più capillare, programmatica, che inizia al tempo della scuola e lascia delle conoscenze e delle esperienze molto importanti perché in grado di radicarsi nelle coscienze. Segnaliamo, in questo senso, due iniziative che arrivano dalla provincia italiana grazie al lavoro delle sedi associative locali, quelle che svolgono un lavoro costante e spesso senza poter contare sulla luce dei riflettori.

Così, per avvicinare i giovani alla cultura del dono attraverso attività innovative e divertenti, la sede comunale di Giungano in provincia di Salerno, realizzerà nel 2020 PIXELAVIS, un progetto che mira a “educare le nuove generazioni alla donazione del sangue e al volontariato con le attività nuove, colorate, inclusive e coinvolgenti della pixel art”.

I ragazzi potranno realizzare disegni sulla donazione dopo aver studiato le componenti del sangue, una perfetta occasione per imparare tante cose sul linguaggio informatico per bambini, e sul pensiero computazionale, una tecnica che può insegnare molto per ordinare i pensieri e a confrontarsi con le difficoltà e gli errori cancellando la paura di sbagliare.

Sempre nel 2020, ma stavolta grazie all’impegno di Fidas, ci sarà la seconda edizione del concorso nazionale FIDAS “A scuola di dono”, iniziativa rivolta alle nuove generazioni e in particolare agli studenti iscritti al primo e secondo grado di istruzione nell’anno scolastico 2019/20.

“A scuola di dono”, è un concorso nazionale che poi viene gestito dalle sedi locali, e Teramo, per esempio, si sono già attivati. È già stata istituita, infatti, la commissione incaricata di individuare per ogni ciclo di studi (primaria, secondaria di I grado, secondaria di II grado) il lavoro ritenuto più meritevole sulla base di una traccia a partire da cui si dovrà realizzare un elaborato scritto (per esempio un breve racconto o un articolo di giornale) o una produzione artistica di vario genere (un disegno, un fumetto o un video,) che sappia raccontare con fantasia e originalità tutto ciò che significa donare.

I dettagli si possono leggere su www.superj.it, ma ciò che conta è che sono ormai davvero moltissime le iniziative in tutto il paese che abbracciano come obiettivo quello di portare al dono volontario, periodico e associato, i cittadini responsabili di domani.