Ridurre l’intervallo di tempo tra donazioni? Uno studio inglese indica pro e contro, ma dal Centro nazionale sangue arriva il “no” per il nostro paese

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L’aumento della raccolta sangue è un obiettivo costante del sistema trasfusionale, specie in ottica di un ricambio generazionale che appare sempre più necessario. Campagne, politiche sul piano nazionale e locale, investimenti nella formazione dei giovani da parte delle realtà associative, puntano proprio a garantire un roseo futuro a medio e a lungo termine ai pazienti che avranno bisogno di sangue, plasma e terapie trasfusionali, attraverso la conferma di quei livelli di autosufficienza che oggi, almeno per il sangue intero, nel nostro paese sono già stati raggiunti.

Nel resto d’Europa e del mondo tuttavia, dove la donazione non sempre può contare su una stratificazione di valori etici che trova le sue fondamenta associative in quasi 100 anni di storia, e su una volontà di perseguire qualità e sicurezza nel servizio ormai da diversi decenni, si pensa a come ovviare alle eventuali carenze. E così dall’Inghilterra, e in particolare dall’università di Cambridge, è arrivato lo studio INTERVAL, condotto per quattro anni da un ‘equipe di studiosi su circa 40 mila donatori poi ridotti a 20 mila nel secondo biennio, allo scopo di indagare la possibilità di ridurre l’intervallo minimo tra donazioni per ciascuno donatore; intervallo minimo che, lo ricordiamo, a oggi per legge è di 90 giorni per gli uomini e 180 per le donne.

Il tema non è banale, perché spesso e volentieri sono gli stessi donatori ad avere dubbi su questi margini temporali, visto che si sentono bene e ritengono di poter donare prima dei limiti prestabiliti, proprio come ha spiegato Giancarlo Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue, in un intervento breve ma molto preciso sul sito dell’Agenzia giornalistica italiana.

Ma quali sono i risultati di questi studi, che sono stati appena pubblicati sulla rivista di settore Lancet Haematology?

I partecipanti uomini hanno sostenuto donazioni a intervalli di 12, 10 oppure 8 settimane, mentre le donne hanno intensificato le chiamate ogni 16, 12 oppure 10 settimane, e al termine dei 4 anni la raccolta complessiva è cresciuta dell’11% negli uomini e del 6% nelle donne. Tutto positivo quindi? Nient’affatto. La maggior frequenza ha portato anche effetti negativi. “Questi risultati – segnala infatti l’equipe di studio – suggeriscono che i centri di raccolta del sangue possono in sicurezza usare intervalli di donazione più brevi per affrontare carenze, ad esempio in periodi di domanda elevata. Tuttavia, lo studio mostra che l’aumento della frequenza fa sì che ci siano più sospensioni temporanee dei donatori per emoglobina bassa e che si abbassino il tasso di emoglobina e di ferritina medi, oltre a far aumentare il numero di sintomi riconducibili alla donazione soprattutto negli uomini”.

Liumbruno, per l’Italia non vede di buon occhio questa riduzione, e noi siamo con lui. Se le conseguenze negative, accettabili, del restringimento dell’intervallo tra donazioni, possono essere accettate come rischio in luoghi in cui la raccolta sangue è più problematica, in Italia i numeri e le statistiche richiedono altre strategie. E in particolare, come si accennava all’inizio, favorire il ricambio generazionale che è il vero obiettivo principale a medio e lungo termine del sistema sangue, e rafforzare la crescita delle donazioni in plasmaferesi. L’autosufficienza sul piano della raccolta plasma al fine di produrre plasmaderivati e farmaci salvavita, decisivi per le sorti dei pazienti, è infatti ancora lontana, e troppo spesso anche tra i donatori la plasmaferesi è considerata una donazione meno necessaria, oltre che più macchinosa e lunga. Cambiare tale percezione, e far capire l’importanza della raccolta plasma anche a dispetto di una donazione logisticamente più impegnativa, è la vera sfida culturale dei prossimi anni.

Guardare al futuro nel segno della continuità: la scuola di formazione per giovani dirigenti Avis in collaborazione con Fondazione Campus arriva alla quinta edizione

 

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Investire nella formazione di alto livello all’insegna della continuità: Avis e Fondazione Campus continuano il loro percorso a braccetto anche quest’anno, e annunciano la quinta edizione della scuola formazione giovani.

Noi di Buonsangue abbiamo sempre seguito da molto vicino le esperienze degli scorsi anni, raccontando il bagaglio emozionale dei partecipanti, le loro aspettative, le loro valutazioni sul mondo dei donatori e sul futuro del sistema trasfusionale, e abbiamo potuto constatare di persona il clima fortemente costruttivo, il grande entusiasmo e la voglia di guadagnarsi un ruolo importante da parte di coloro che saranno destinati a diventare le colonne portanti del mondo associativo.

Anche quest’anno, infatti, saranno 25 i dirigenti volontari di AVIS, tassativamente di età inferiore ai 45 anni e proveniente di tutte le aree geografiche d’Italia, che parteciperanno ai 3 moduli formativi in programma e in collaborazione con l’Università Statale di Milano (anche sede degli incontri).

Ma quali saranno i temi trattati, e considerati centrali nell’attuale congiuntura?

Il focus principale della stagione in corso sarà la gestione manageriale di strutture non profit, ormai necessaria per traghettare le tutto gli attori del mondo associativo verso una sostenibilità economica e un’efficienza dal punto di vita dell’organizzazione interna ormai equiparabile a quelle delle aziende profit.

Filiere lavorative, comunicazione, conoscenza delle costellazioni istituzionali, allocazione delle risorse: tutti aspetti che i futuri dirigenti dovranno maneggiare perfettamente, per poter agire al meglio nel mondo delle relazioni esterne, per affrontare e divulgare le questioni etiche inerenti al mondo Avis e poter analizzare e valutare i diversi modelli di “Sistema Sangue” vigenti in Europa.

La scuola di formazione creata da Avis e Fondazione Campus, lo ricordiamo, può contare sulla collaborazione con l’azienda italiana di produzione di plasmaderivati Kedrion Biopharma, e sul patrocinio del dipartimento di scienze giuridiche “Cesare Beccaria” di Milano dell’Università degli studi di Milano, con il coordinamento scientifico del professor Corrado Del Bò.

Il senso profondo dell’iniziativa che ha il suo punto forte nella continuità è stato espresso dal presidente Avis Gianpietro Briola nel comunicato stampa emesso dalla più grande associazione di donatori italiani: Il primo motivo di soddisfazione – ha detto Briola – è il consolidamento di un’iniziativa che ci ha permesso in questi anni di formare un centinaio di giovani dirigenti, con ricadute positive per molte nostre sedi. Tutte le ricerche, nazionali e internazionali, dimostrano che vi è una positiva correlazione tra gli investimenti in formazione e la capacità del terzo settore di dare risposte efficaci ai bisogni del Paese. Desideriamo proseguire in questa direzione, con fiducia e convinzione, nella speranza che anche le nostre sedi territoriali diano sempre la giusta priorità alla formazione”.

Ora le date dei tre moduli, di cui come sempre proveremo a dare testimonianza:

–  Il primo modulo formativo in programma il 18 e 19 ottobre, sarà sul tema “Etica, e promozione del non profit”.

– Il secondo modulo formativo in programma il 15 e 16 novembre 2019, sarà sul tema “Politica e comunicazione nel non profit”

Il terzo modulo formativo in programma il 13 e 14 dicembre 2019, sarà sul tema “Organizzazione e gestione del non profit”

Un programma ricco e impegnativo che susciterà, come sempre, dibattito e arricchimento.

 

 

Dai numeri alle azioni. Cosa ci dice il programma nazionale di autosufficienza 2019 analizzato a freddo? Ecco cosa bisogna fare per chiudere bene il 2019 e iniziare bene il 2020

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Sulla Gazzetta Ufficiale del 4 ottobre è stato pubblicato il Programma d’autosufficienza sangue per il 2019, esaminato nella Conferenza Stato – Regioni dello scorso 25 luglio. La notizia è stata riportata su molti media e approfondita su DonatoriH24 martedì 8 ottobre, con i commenti dei principali rappresentanti delle associazioni di donatori, come il presidente Avis Gianpietro Briola, il presidente Fidas Aldo Ozino Caligaris e il presidente Simti (Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia) Pierluigi Berti.

Il documento, che come sappiamo ha una doppia anima analitica e programmatica, ci spinge a partire dai dati per oggettivi per individuare le cinque politiche necessarie e gli obiettivi primari di sistema per la fine del 2019 e l’inizio del 2020.

  1. Perseguimento e ottimizzazione delle politiche di appropriatezza

Il primo dato rilevante che va sicuramente ribadito con orgoglio è che per tutto il quinquennio 2014-2018 il sistema sangue ha garantito l’autosufficienza nazionale per tutti gli emocomponenti labili a uso clinico, ovvero globuli rossi, piastrine e plasma. Ciò è stato possibile anche grazie alle politiche di appropriatezza, ovvero grazie al Patient Blood management, un approccio che permette di ottimizzare l’uso dei globuli rossi e dei prodotti plasmaderivati secondo standard molto precisi, che si pongono come orizzonte l’utilizzo del farmaco giusto solo nella giusta situazione. Si tratta di uno scarto notevole sulle vecchie abitudini, che porta a una maggiore collaborazione tra regioni e un risparmio economico significativo. Ottimizzazione massima dunque come approccio metodologico. Così come avviene già nell’ambito degli scambi interregionali di sangue, giacché, nonostante alcune carenze endemiche e strutturate in alcune regioni come Lazio e Sardegna, la possibilità di movimentazione dalle regioni con una produzione superiore al fabbisogno, ha consentito lo spostamento di circa 70 mila unità di sangue sotto la supervisione dal Centro nazionale sangue.

  1. La raccolta plasma: una crescita nel lungo periodo che può e deve migliorare

Un rafforzamento dell’aferesi e investimenti sui media, per la diffusione e la sensibilizzazione, sembrano invece politiche necessarie per rafforzare la raccolta plasma. Nel decennio 2009-2018 (con i dati aggiornati ad aprile 2019) la raccolta plasma è aumentata in modo rilevante nel lungo periodo, passando da 11,5 chilogrammi ogni 1000 abitanti nel 2009 a ben 13,9 chilogrammi nel 2018, ma questo non vuol dire sia necessario fermarsi.

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In termini assoluti, la raccolta plasma complessiva con il conseguente invio della materia biologica all’industria di frazionamento per la produzione di plasmaderivati è passata da poco più di 690 mila chilogrammi nel 2009 a 843.257 chilogrammi nel 2018, facendo registrare quasi sempre un aumento sull’anno precedente. È da augurarsi, naturalmente, che anche nella prossima stagione di verifichi questo trend, e dai dati di agosto, seppure in minima percentuale, l’aumento è certificato, ma affinché questo accada sarà necessario rafforzare la percezione culturale di cos’è e cosa significa sottoporsi a una plasmaferesi e fortificare la consapevolezza del pubblico su quanto ogni unità di sangue o plasma donato può effettivamente salvare una vita umana.

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  1. L’analisi dei target e l’aumento dei donatori in chiave autosufficienza

Come garantire il ricambio generazionale e riuscire a incidere sulla comunità portando nuovi donatori nei centri trasfusionali? Ragionando anche sui target. Tra 2018 e 2017 cresce leggermente il numero di donatori, dello 0,2%: si passa da 1.680.146 del 2017 ai 1.682.724 del 2018. Un aumento minimo, che ci fa capire come effettivamente si possa fare meglio. Come? Leggendo tra le righe. Interessante che tra i nuovi donatori vi siano una crescente percentuale di donne (51% maschi e 49% donne), mentre sia ancora predominante la componente maschile nei donatori periodici (71%maschi e 29% donne). Questo significa che puntare sul pubblico femminile attraverso campagne ad hoc potrebbe essere una strategia appagante.

Un altro dato su cui insistere? Il miglioramento dell’organizzazione delle strutture trasfusionali, al fine di facilitare l’accesso dei donatori ai luoghi in cui si dona, oltre a un numero adeguato di specialisti trasfusionisti. Per il finale di questo 2019 e in vista del 2020, ecco dunque una delle istanze principali, assolutamente in linea con le sensazioni e le valutazioni che provengono dal mondo dei pazienti e dei donatori.

  1. La riduzione degli sprechi

A fronte della previsione di raccolta plasma per il 2019, che è di 837.787 chilogrammi, sarà importante mantenere sempre alti i livelli di qualità e sicurezza nel servizio. Si pone dunque il problema della riduzione degli sprechi. Così, da protocollo, lo spreco tollerato per cause tecniche dovrà essere ridotto e non dovrà superare il 3% delle quantità prodotte, mentre dovrà essere addirittura azzerata l’eliminazione di quantità di plasma per iperdatazione.

  1. La collaborazione tra attori

L’ottenimento dei punti precedenti, prevede infine una condizione fondamentale: accrescere sempre di più la collaborazione tra le tre gambe del sistema trasfusionale, ovvero istituzioni, tecnici e associazioni di donatori. La collaborazione massima può consentire infatti, con una certa continuità, lo sviluppo di progetti specifici volti al reclutamento di nuovi donatori per favorire il cambio generazionale. Altrettanto importate, inoltre, sarà favorire il proseguimento di percorsi già intrapresi con i ministeri “amici” con i quali è naturale una sinergia di lungo periodo (si pensi per esempio con il ministero dell’istruzione) allo scopo di iniziare e avvicinare i giovanissimi ai valori del dono del sangue.

Questi secondo noi i fatti salienti, gli obiettivi davvero primari che secondo noi emergono dall’analisi a freddo dei dati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale e che bisogna perseguire nei prossimi mesi. Per chi invece volesse consultare il programma completo nella sua interezza e trarre delle proprie osservazioni, ecco il link dove il Programma di autosufficienza 2019 si può trovare e scaricare.

 

 

 

 

Perché morire rifiutando una trasfusione? Quando è il paziente a vanificare il dono

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È la seconda volta nelle ultime settimane che un caso di cronaca legato al sistema trasfusionale ci colpisce profondamente. Dopo la vicenda di Vimercate in provincia di Milano, che abbiamo approfondito lo scorso 18 settembre e che riguardava il decesso di una donna 84enne a causa di una trasfusione sbagliata su cui sono state aperte delle indagini, da qualche giorno è rimbalzata su molti giornali locali e nazionali una notizia che ha destato scalpore proveniente dalla provincia di Caserta, ed esattamente dall’ospedale civile di Piedimonte Matese.

Il 27 settembre il dottor Gianfausto Iarrodino del reparto Chirurgia dell’ospedale civile, ha infatti pubblicato un post su Facebook in cui denunciava una situazione assolutamente inedita e sorprendente: il rifiuto da parte di una paziente testimone di Geova della trasfusione di sangue che le avrebbe sicuramente salvato la vita.

Ecco il post del medico, che ha creato dibattito e grande interesse da parte del pubblico:

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Della versione pubblicata dal dottore, due aspetti non possono che lasciare stupefatti: 1) il rifiuto della paziente di sottoporsi alla cura che l’avrebbe salvata, e 2) le reazioni orgogliose dei familiari.

Come si apprende su molti media tuttavia, la famiglia della donna rifiuta questa verità e parla di “cure mediche sbagliate” anche se risulta che la donna abbia firmato, per ben due volte il rifiuto ufficiale a ricevere la trasfusione.

Buonsangue non è sicuramente la sede opportuna in cui fare inchieste sommarie, né quella per giudicare i precetti di un credo religioso secondo cui i fedeli non possono accettare sangue dalle altre persone.

Chi vuole approfondire la questione religiosa può farlo, ma a noi fa davvero rabbia pensare che in presenza delle sacche necessarie il salvataggio di un paziente si debba trasformare in un dramma evitabile.

Come sappiamo, l’approvvigionamento delle sacche non è scontato, è il frutto di un sistema ampio e organizzato, a cui compartecipano numerosi attori, ognuno con il proprio ruolo e le proprie funzioni. La trasfusione del sangue donato da donatori anonimi che lo fanno gratuitamente e in modo associato e organizzato è un fattore di comunione civile. Ogni anno si lotta per l’autosufficienza, che è un obiettivo concreto nazionale per le unità di sangue intero, e si può raggiungere in alta percentuale per ciò che riguarda il plasma. Il tutto viene fatto essenzialmente per il bene dei pazienti e per assicurare oro il diritto alla salute, come abbiamo constatato di recente attraverso il racconto delle esperienze di AMAMI, l’associazione italiana malati di anemia mediterranea, e di Erika Todisco testimonial di #avischipuò, con sua figlia malata di leucemia.

A volte i pubblico meno vicino alle questioni del sistema trasfusionale può sottovalutare l’importanza della singola donazione, e il caso di Piedimonte Matese, deve diventare una prova e un monito per tutti. Basta una trasfusione mancata, una sacca di sangue che invece di essere inspiegabilmente rifiutata finisce per mancare e una vita umana può essere spezzata, provocando una sconfitta per tutti: medici, donatori, comunità, pazienti.

Di fronte all’obiettivo finale di salvare una vita, quello superiore, non c’è ragione di altra natura che possa competere.

Il nodo indissolubile tra donatori e pazienti: in #siavischipuò, campagna a favore del dono d Avis Livorno, lo racconta una mamma guerriera

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Qualche mese fa vi abbiamo parlato di una campagna a favore del dono molto bella e riuscita, dal titolo #siavischipuò e organizzata dalla sede Avis di Livorno.  La campagna vanta gag interessanti che raccontano il dono e i suoi valori con simpatia, oltre a testimonial molto importanti per la città (si tratta di una campagna che punta molto sul territorio) come Igor Protti, campione storico del Livorno Calcio con il record di gol segnati per una squadra che a Livorno conta più delle istituzioni.

Bene, la campagna #siavischipuò va avanti e cresce sempre più di valore e di importanza, perché si amplia nelle sue maglie e racconta le esperienze e il punto di vista dei pazienti e di chi tiene a loro, ovvero familiari e donatori. Che spesso sono la stessa cosa. Ciò che #avischipuò ricorda a tutti noi, infatti, è che potenzialmente siamo tutti pazienti e riceventi. Sì, certo, esistono pazienti cronici che hanno bisogno di plasmaderivati e unità di sacche di sangue con maggior costanza, ma è vero che in potenza qualsiasi cittadino è al tempo stesso un donatore o un ricevente che può aver bisogno di sangue per un incidente, un intervento chirurgico, una qualsiasi esigenza medica.

Il nodo, il gancio indissolubile che esiste tra donatori e pazienti può essere raccontato a perfezione solo da chi vive le esperienze, ed è per questo che ci ha colpito moltissimo questo video che riguarda una mamma, Erika Todisco, oggi testimonial anche lei di #avischipuò, che racconta in prima persona la vicenda che riguarda sua figlia, malata di leucemia e oggi splendida bambina di 13 anni e mezzo grazie ai donatori. Erika, per raccontare i sentimenti che si vivono nel quotidiano, usa l’immagine del “tunnel nero”, un percorso che si sa come inizia e non si sa come finisce.

Il punto di vista dei pazienti, i loro racconti, valorizzano ancora di più la percezione comune dell’importanza del dono e di quel nodo. In un libro dal titolo ConVivere, il presidente della sezione Avis di Pisa, ha scritto che “Finché esiste un donatore, esiste anche la possibilità di vivere”. Non ci potrebbe essere una verità più netta, e su Buonsangue ci preme sottolinearla e condividerla.

Carenza sangue in Toscana: come si è evoluta? Gesto importante dell’assessore Saccardi che ci mette “il braccio”.

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La scorsa settimana ci siamo soffermati sulle inaspettate carenze sangue in Toscana, che avevano addirittura messo a rischio la regolarità gli interventi chirurgici, ma come si è evoluta la situazione? La scarsità delle scorte perdura o è stata risolta?

In settimana le associazioni hanno continuato a movimentarsi, e per esempio ad Arezzo Fratres si è mossa per risolvere alcune questioni decisive per facilitare la raccolta, come l’ormai perdurante situazione difficile che riguarda il centro trasfusionale aretino. Carenze d’organico e rigidità degli orari di apertura: queste le disfunzioni che si devono risolvere a breve per facilitare i cittadini nel diventare donatori.

Avis Toscana invece, con un occhio al presente e lo sguardo più rivolto al futuro, ha lanciato nelle ultimissime ore il proprio bando di servizio civile universale, salutato dal claim “Più Avis, più Plasma”, con il chiaro riferimento al valore formativo che può offrire l’esperienza in Avis da integrare al benefit materiale dei 439,50 euro mensili di rimborso spese.

Di certo si è mossa, e davvero attivamente, anche l’assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi, che dopo l’appello della scorsa settimana ci ha letteralmente messo la faccia, e anche il braccio, giacché si è presentata a donare in prima persona, come possiamo vedere in foto.

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Al tempo stesso però, ha anche rafforzato l’appello al dono, parlando dell’importanza del dono come gesto per i pazienti. “Sono donatrice da tanti anni, da quando ero una ragazzina – ha detto – E ho sempre continuato a donare. A maggior ragione ora che sono assessore. Credo che le istituzioni debbano fare la loro parte. Il sangue continua ad essere una di quelle cose che non si fabbricano. Per averlo, e ne serve sempre di più, è necessario poter contare sulla generosità dei cittadini. Dare il sangue è un gesto semplice e indolore. Ed è tra l’altro l’occasione per fare un check up della propria salute. Rinnovo quindi il mio appello ai toscani. Andate a donare, non solo quando c’è una situazione di emergenza, ma abitualmente”.

La situazione di carenza che va avanti da inizio del mese è in via di miglioramento, ma non è ancora risolta. Ecco cosa ci dice il Meteo del sangue toscano nel suo ultimo bollettino, in figura 2:

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Dai forti disagi della settimana passata si è fatto qualche passo in avanti: l’emergenza resta per il gruppo 0 negativo, ed è fragile per la maggior parte dei gruppi a eccezione del gruppo AB, ma come sempre accade migliaia di donatori in regione hanno risposto positivamente. Ora non resta che continuare il recupero nel week-end e ritrovare la normalità.

 

 

A Vimercate un caso di malasanità nel sistema trasfusionale: una sacca sbagliata toglie la vita a una donna di 84 anni

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È un caso che lascia straniti per l’apparente semplicità dei fattori che possono causare una morte evitabile.

Eppure è accaduto, e la notizia è entrata immediatamente nell’agenda setting nazionale. Ricapitoliamo per i pochi che non dovessero averla intercettata: a Vimercate, in provincia di Milano, uno scambio di sangue per omonimia ha causato la morte di una signora di 84 anni. Questa almeno è la prima ricostruzione dei fatti, confermata dalla dirigenza dell’ospedale.

La trasfusione, con una sacca di sangue di un gruppo diverso di quello della paziente ricoverata e già operata per un femore fratturato, avrebbe dunque provocato la reazione del suo stesso sistema immunitario.

Naturalmente è in corso un’inchiesta, e il nuovo ministro della salute Roberto Speranza ha già inviato gli ispettori del Centro nazionale sangue per ricostruire il caso e appurare cos’è accaduto in tutti i passaggi.

Ma aldilà delle responsabilità, che saranno accertate, il caso di Vimercate conferma ancora, una volta di più che sono i pazienti la parte debole e al tempo stesso più importante del sistema sanitario, e in questo caso, del sistema trasfusionale che è quello di cui ci occupiamo da vicino.

Ovviamente non è il caso di creare collegamenti forzati o strumentali, ma soltanto qualche giorno fa ci siamo soffermati sull’esigenza, espressa proprio dal Centro nazionale sangue, di lavorare sul lungo periodo per raggiungere il numero adeguato e congruo di professionisti trasfusionali in base alle esigenze del sistema, e di formarli nel modo migliore attraverso le scuole specialistiche. Abbiamo parlato di programmazione e di investimenti a garanzia del massimo livello di qualità nei servizi fondamentali per il cittadino come salute e istruzione, quelli che uno stato civile, moderno e responsabile non dovrebbe mai sottovalutare, nemmeno nei tempi in cui la gestione degli ospedali come pure aziende secondo i criteri radicali del libero mercato sposta l’attenzione sui meri numeri di bilancio.

Anche se alla fine dell’inchiesta dovesse certificare che è stato causato dall’errore del singolo, il caso di Vimercate mostra tuttavia quali possono essere gli effetti irreparabili dell’inefficienza, della distrazione e della superficialità. Ovvero tutto quello che bisognerà evitare in futuro attraverso il lavoro congiunto delle tre gambe del sistema sangue, associazioni, istituzioni, e professionisti della scienza medica.

I trend delle carenze estive sono in calo ma i casi negativi per i pazienti non mancano. Statistica e realtà non sono la stessa cosa, è bene comprenderlo

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Le analisi statistiche spesso dicono ben poco sulla complessità del reale, sebbene siano diventate, a causa dell’abitudine a sentirle snocciolare in televisione, un metro considerato fin troppo determinate. È un errore. Un caso interessante di dispercezione che riguarda il sistema sangue è accaduto nei giorni scorsi, e ci ha mostrato molto bene come i dati statistici non sempre siano in grado di rappresentare la realtà della vita quotidiana, e come, al tempo stesso, chi vive nella realtà quotidiana debba iniziare a pensare ai dati intuendone il giusto valore.

Di cosa si tratta? È accaduto che al Quotidiano Sanità, giornale on-line molto seguito, sia arrivata la lettera indispettita di una lettrice, a commento di un articolo uscito lo scorso 6 settembre a proposito del calo delle carenze estive di sangue in Italia. L’articolo riportava i dati pubblicati dal Centro nazionale sangue e traeva delle conclusioni generiche, un trend di carenze in calo segnalato anche da noi su Buonsangue sabato 7 settembre.

La lettrice, una paziente che necessità trattamenti costanti per curare la talassemia, ha segnalato una discrepanza tra il titolo dell’articolo che recitava “Sangue. Cns: “Dal 2017 sempre meno carenze estive”, e ha raccontato la propria esperienza all’Ospedale Cardarelli di Napoli, dove non tutti i pazienti bisognosi sono riusciti d recente a ottenere le cure necessarie con la dovuta efficienza. Un fatto grave, che naturalmente ci auguriamo sia destinato a non ripetersi per ovvi motivi. Troppo spesso abbiamo ribadito quel è il vero scopo di avere un sistema sangue – e più in generale un sistema sanitario – ben funzionate: la salvaguardia e la cura al massimo livello dei pazienti.

L’esperienza della lettrice mostra perfettamente quanto sia importante la raccolta sangue, e quanto una singola donazione possa davvero cambiare il destino di tante persone in ogni parte del paese. Inoltre spiega bene come uno dei principali focus motivazionali delle campagne a favore del dono debba diventare proprio il ruolo rivestito del paziente.

Allo stesso tempo però, è giusto sottolineare come valutazioni statistiche e vita reale debbano essere considerati due campi d’indagine completamente diversi, e semmai complementari.

La statistica, attraverso dati e analisi di parametri, prova a fornire delle letture che mai debbono intendersi definitive o esaustive. Fotografano tendenze, quantificano il lavoro che manca al raggiungimento degli obiettivi programmatici e sono diventate predominanti sui media.

Le storie personali, le vicende reali, sono invece la battaglia quotidiana di chi si trova sul campo a lottare, sia dalla parte dei pazienti, la più fragile, sia dalla parte di chi si spende per offrire servizi di alto livello. Segnalare quanto le carenze siano in calo sul piano del volume complessivo non significa negare i problemi o sostenere che non ce ne siano o non ce ne saranno.

Per migliorare sul piano culturale e sul piano dell’efficacia dell’informazione, servono analisi corrette, il più possibili oggettive, attente e ben articolate da parte di tutti: solo così il sistema può crescere sia in modo organico sia sul piano delle tendenze generali, sia intervenendo sulle singole criticità.

La carenza di medici trasfusionali sottolineata dal Cns è una minaccia per i pazienti, e va prontamente affrontata

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Quando facciamo riferimento alla necessaria collaborazione – per il funzionamento ottimale del sistema trasfusionale – tra le tre “gambe” che lo compongono, ovvero associazioni di donatori, istituzioni sanitarie e personale medico, intendiamo riferirci alla necessaria armonia tra compiti e ruoli di ciascun attore nel proprio ambito di riferimento.

Solo così, attraverso il lavoro comune e la condivisione dei programmi e delle visioni programmatiche sarà possibile, nel medio e nel lungo periodo, continuare ad assicurare quegli alti livelli di cura, di assistenza e di sicurezza ai naturali destinatari di tutti i risultati e gli sforzi, ovvero i pazienti.

Osservando da vicino il sistema trasfusionale giorno dopo giorno, ci sembra che tale comunione d’intenti tra stakeholder esista eccome, ed è per questo che il buon funzionamento del sistema non dovrebbe essere messo a rischio da questioni strutturali. Preoccupa non poco, in questo senso, il dato emerso nei giorni scorsi dal Centro nazionale sangue, che in un report dettagliato e molto puntuale ha fatto il punto sulla delicata questione della carenza medici nei servizi trasfusionali.

Cosa emerge dal recente censimento occupazionale? Che per ottenere il massimo grado di efficienza a oggi manca nei reparti dei servizi trasfusionali circa il 30% del personale medico. Un numero importante, che corrisponde a 470 unità. Una situazione che riguarda tutte le regioni italiane, come possiamo vedere in figura 1.

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Ma entriamo ancora più in dettaglio:

“Secondo il censimento, al 10 luglio 2019 la dotazione complessiva di medici in servizio presso i circa 270 Servizi trasfusionali italiani, espressa in numero Full Time Equivalent (FTE o equivalente a tempo pieno), risulta di 1.588 unità, in calo dell’8% rispetto allo scorso dicembre, con un trend in discesa che non varia dal 2015. La carenza di 470 medici nell’organico attuale, sottolinea il Cns, nel prossimo triennio è destinata ad aggravarsi ulteriormente a causa del turnover”.

Trend in calo progressivo già dal 2015 e previsioni negative sul prossimo triennio dunque, una situazione che si deve assolutamente risolvere nelle sedi opportune, e con politiche adeguate, affinché lo sforzo delle associazioni già alle prese con criticità non semplici, quali ricambio generazionale dei donatori e raccolta dei livelli necessari di sangue e plasma per plasmaderivati, non siano in parte vanificati.

Il giusto allarme del Centro nazionale sangue si è manifestato attraverso le parole del direttore Giancarlo Liumbruno, che ha anche delineato possibili soluzioni, che non sono immediate. Ovviamente, infatti, il personale dei servizi trasfusionali deve essere formato – svolge infatti un ruolo delicatissimo per i pazienti nei percorsi di assistenza, nel trattamento delle emopatie, e nel supporto alla chirurgia di media e alta specialità e ai trapianti di organi – e ciò che servirebbe è rafforzare energicamente i posti a disposizione nelle scuole di Specializzazione in Ematologia e in Patologia Clinica e Biochimica Clinica. Formare specialisti, insomma. In altre parole investimenti, area su cui ci auguriamo che con una compagine governativa più sensibile su scuola e sanità pubbliche si possa prontamente intervenire senza che vi siano in futuro riduzioni della spesa pubblica destinate a intaccare i servizi fondamentali.

Quanto sia importante per i pazienti un sistema trasfusionale sempre più efficiente è perfino inutile ricordarlo, ma è bene sottolineare che a oggi la rete trasfusionale italiana produce di oltre 7.000.000 di unità di emocomponenti all’anno, e riesce a soddisfare il fabbisogno di sangue ed emocomponenti per la terapia trasfusionale a circa 650.000 pazienti. Inoltre, gli 840.000 litri di plasma raccolti servono, come sappiamo bene, alla produzione dei principali medicinali plasmaderivati: albumina, immunoglobuline, antitrombina e fattori della coagulazione sono sostanze necessarie per curare malattie gravi ed emofilia.

Risultati importanti quindi, in linea con i programmi di autosufficienza, che debbono poter crescere o quantomeno trovare stabilità. E non, al contrario, essere messi a rischio dalla mancata armonia tra necessità del sistema e forza lavoro adeguata a soddisfarle.

Il servizio civile in Avis: ecco la campagna spot 2019 e tutte e informazioni per presentare la domanda

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Andava avanti dall’unità di Italia, ma dal 2004 è entrata in vigore la sospensione delle chiamate al servizio coattivo di leva: il servizio civile nazionale è diventato così un’attività del tutto volontaria regolata da un bando pubblico. Come negli anni passati, anche nel 2019 Avis è in prima linea per offrire la possibilità ai giovani italiani di svolgere il servizio civile in associazione, un’occasione importantissima per tutti quei giovani che vogliono accostarsi al dono del sangue non soltanto come donatori, ma anche attraverso l’opportunità di crescere e arricchirsi sul piano personale e lavorativo. Teamworking, sguardo verso il mondo reale, esperienza nel terzo settore, moltissime possibilità di conoscere meglio e sviluppare i propri talenti e le propri attitudini: ecco cosa può significare svolgere il servizio civile in Avis.

Ecco, direttamente dal canale Youtube di Avis Nazionale la campagna #vdivolontariato che chiama al servizio civile nella più grande associazione di donatori italiana. Amici per la vita, il claim, spiega perfettamente qual è l’obiettivo primario di un’esperienza del genere: creare valore civile attraverso i rapporti umani di amicizia e collaborazione, che possano generare reti solidali per moltissimi anni.

Ora un po’ di informazioni pratiche. AVIS Nazionale in questo 2029 ha a disposizione n.236 posti suddivisi sulle oltre 200 sedi accreditate, e come è chiaramente indicato sul sito di Avis, la presentazione della domanda di partecipazione alla selezione per tutti i progetti si può fare solo nella modalità online.

Ecco le altre informazioni principali fornite dal sito di Avis:

– I candidati dovranno compilare e presentare la domanda di partecipazione ai progetti AVIS esclusivamente ONLINE attraverso la piattaforma Ministeriale DOL al seguente link:

https://domandaonline.serviziocivile.it/

– È possibile presentare una sola domanda di partecipazione per un unico progetto ed un’unica sede.

Ecco il link per la Guida alla compilazione e presentazione della domanda.

– La candidatura dovrà essere presentata entro e non oltre le ore 14:00 del 10 ottobre 2019; oltre tale termine la piattaforma non consentirà la presentazione delle domande.

Per tutte le altre informazioni non dimenticate di collegarvi alla sezione del sito Avis “Unisciti a noi dedicata al servizio civile.