Alla prossima Assemblea Generale di Avis futuro e comunicazione saranno i temi principali: appuntamento a Riccione dal 17 al 19 maggio

Congresso Nazionale AVIS

Quest’anno l’assemblea generale di Avis si terrà a Riccione, nel bellissimo Palazzo dei Congressi, dal 17 al 19 maggio 2019. Si tratterà della 84esima edizione, e avrà come titolo “Reti Solidali. Le nuove rotte del volontariato del dono”, a dimostrazione che lo sguardo rivolto al futuro, allo scopo di anticipare le sfide del domani e arrivare al 2030 con un sistema trasfusionale allineato con i cambiamenti sociali che ci aspettano, è già una priorità programmatica dei vertici dirigenziali della più grande associazione di donatori di sangue del paese.

Ci sembra un bellissimo approccio, oltre che concreto. Già lo scorso martedì, il 23 aprile, abbiamo accennato a un tema chiave per il futuro della raccolta sangue, ovvero l’adeguamento degli orari dei centri trasfusionali alle esigenze dei lavoratori più giovani, accortezza già attivata in Trentino e da vagliare in qualsiasi altro contesto territoriale.

La strada è la stessa. Saranno dunque affrontati tutti i possibili scenari riguardanti l’evoluzione del sistema trasfusionale italiano, sarà tracciato il quadro di un futuro possibile per la crescita e lo sviluppo delle associazioni di volontariato, saranno discussi gli adempimenti statutari e si parlerà di ricambio generazionale.

Ma soprattutto – e per noi di Buonsangue è sempre uno degli argomenti principali al momento delle analisi -verrà affrontato il tema della comunicazione: come ottimizzare la comunicazione sociale, e far passare in maniera corretta per il pubblico i valori della donazione di sangue e del suo universo solidale?

Il 17 maggio, a tele scopo, nella mattinata che precederà l’inizio dei lavori, è in programma un corso di formazione organizzato proprio da Avis Nazionale in collaborazione con l’ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna. Il titolo dell’esperienza formativa sarà: “Il volontariato delle donazioni di sangue, organi e midollo: problematiche della comunicazione scientifica e sociale” e lo scopo del modulo sarà quello di formare i volontari avisini che vi parteciperanno a comunicare nel modo giusto con gli organi di stampa, a partire dallo strumento chiave della comunicazione, ovvero il linguaggio. Come porre il focus sulle giuste questioni e dialogare con i giornalisti allo scopo di far giungere al pubblico i giusti concetti sul dono?

Il futuro della raccolta sangue e del sistema passa in grande misura proprio dall’aspetto comunicativo, e a tal proposito, un esempio ottimo di linguaggio adatto al proprio target di riferimento nel racconto di un gesto semplice e decisivo come il dono lo abbiamo segnalato poche settimane fa, ovvero il lavoro della youtuber Stay Serena:

La donazione di sangue secondo una giovane Youtuber: un ottimo modo per far arrivare il giusto messaggio ai giovanissimi

Chissà che non vi sia occasione di invitarla per un intervento. Intanto però, il parterre dei relatori è già piuttosto ricco: ci saranno il Presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, la presidente Admo Rita Malavolta, il Direttore Centro Nazionale Sangue Giancarlo Liumbruno, il docente universitario di sociologia della comunicazione Andrea Volterrani, il giornalista bolognese Silvestro Ramunno e la giornalista Anita Likmeta, parte integrante di Parole o-stili, associazione no profit che si pone come obiettivo la responsabilizzazione e l’educazione gli utenti della Rete Internet ad accettare forme di comunicazione virtuose e non legate a meccanismi di rissosità o insulti gratuiti.

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In Trentino accordo tra Avis e azienda sanitaria per ampliare le finestre per la donazione: una strategia che sarebbe bello replicare ovunque

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Volontà di compensare il problema del ricambio generazionale con delle finestre di donazione più ampie e dunque andare incontro alle esigenze dei più giovani: ecco le motivazioni alla base dell’accordo tra Avis provinciale di Trento e l’azienda sanitaria locale, che hanno da poco firmato un protocollo per consentire la donazione anche al pomeriggio e al sabato e alla domenica.

Tale impostazione, proprio in questi giorni, è stata poi adottata in Trentino Alto Adige ed è divenuta concreta, come è stato ampiamente raccontato sul Giornale Trentino.

Una misura utile, sacrosanta, che sarebbe bello fosse imitata e predisposta anche nelle altre regioni italiane, specie alle porte dell’estate quando la raccolta sangue vive il suo calo strutturale. Occorrono fondi e formazione, senza dubbio: ma la posta in gioco, l’autosufficienza ematica nazionale, è di quelle sufficienti a motivare ogni sforzo.

La donazione di sangue, lo diciamo sempre, non è un gesto che va pensato e considerato in modo astratto, avulso dall’epoca e dal contesto sociale in cui avviene. Il suo valore positivo assoluto, la sua importanza per la comunità sono indiscutibili, ma quando si traduce in azione concreta il dono va pensato e organizzato secondo esigenze concrete e in base a problematiche reali. Questo approccio, naturalmente, non chiama in causa soltanto i donatori, cioè coloro che il gesto solidale lo devono compiere, ma riguarda l’intera filiera, ovvero tutte e tre le gambe che compongono il sistema sangue: associazioni, professionisti (infermieri e corpo medico) e istituzioni.

Il contesto odierno e in continuo mutamento. Rispetto a qualche decennio fa, quando lo zoccolo duro dei donatori oggi attivi si è formato per diventare un vero e proprio “esercito”, i valori condivisi sono cambiati, la tecnologia ha totalmente accelerato e cambiato le abitudini di vita, e con esse sono mutati anche i ritmi delle giornate, la frenesia e la quantità degli impegni. Il lavoro è divenuto ormai per moltissimi una attività difficilmente scindibile dal tempo libero. La maggior parte dei lavori si fondano su orari dilatati, la flessibilità spesso significa soltanto maggiore impegno mentale e giornate caratterizzate da maggiori imprevisti: ed ecco perché anche mentalmente è molto più difficile organizzare per tempo e programmare una donazione di sangue, specie se il primo centro trasfusionale non è proprio a portata di mano.

Quello degli orari, peraltro, è un tema già da tempo molto discusso tra i vertici associativi, e per esempio è stato uno degli argomenti principali già ampiamente toccati e sviluppati da Gianpietro Briola, presidente di Avis Nazionale, nella sua prima intervista rilasciata dopo il suo insediamento, proprio su Buonsangue: già allora, a luglio 2018, l’idea di ampliare gli orari per il dono e aprire la donazione ai fine settimana era stata paventata e proposta come intento programmatico:

Gianpietro Briola, neo presidente Avis. “Vogliamo una plasmalavorazione che rispetti al massimo le potenzialità della materia biologica e farmaci provenienti dal dono etico”

L’importanza di facilitare l’accesso dei donatori nei centri trasfusionali, adeguando gli orari alle nuove abitudini di vita è diventato dunque un tema delicato che gli attori di sistema non possono e non devono più trascurare: solo andando incontro alle abitudini comportamentali delle masse di donatori e tarando l’organizzazione della raccolta sangue sui criteri pratici il più possibile realistici e vicini alla vita delle famiglie è possibile mantenere lati i livelli di partecipazione e reclutare nuovi donatori.

 

Raccolta sangue, la situazione regione per regione mentre la primavera entra nel vivo con Pasqua alle porte

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Siamo nel pieno della primavera, con la Pasqua alle porte e alcune notizie, uscite negli ultimi giorni, che non tranquillizzano a pieno. Non si tratta di emergenze, questo no, ma da territori dove la raccolta sangue è parte del tessuto sociale come Veneto e Lombardia, constatare il calo dei donatori è sempre qualcosa di spiacevole. A Brescia e provincia, per esempio, secondo il Giornale di Brescia è in corso un calo che va arginato soprattutto nell’hinterland, a fronte però di una buonissima percentuale di giovani iscritti. Anche in Veneto si registra un calo generalizzato, che il presidente di Avis Veneto Giorgio Brunello fa risalire al cambio degli stili di vita, con viaggi più frequenti, ritmi più alti e lavori più precari. 

La risposta di Gianpietro Briola presidente di Avis Nazionale, intervistato sul portale Donatorih24, è che le associazioni hanno bisogno di giovani per rispondere al calo demografico: ed è per questo che i canali più utilizzati per intercettare le nuove generazioni devono essere quelli più congeniali come i social network, proprio come è accaduto qualche tempo fa grazie al lavoro della Youtuber Stay Serena, in un video di cui abbiamo largamente parlato.

Ma com’è la situazione nell’attualità, secondo i meteo del sangue attivi?

In Toscana, qualche problemino si verifica pe il gruppo A+ e A- e per entrambi i poli del gruppo 0, mente si verificano addirittura delle eccedenze per B+ e AB+.

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In Emilia Romagna, la situazione va monitorata provincia per provincia: a Rimini, come accade spesso la situazione è ottimale, se si esclude una carenza per il gruppo B+.

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A Ferrara l’esatto contrario: carenze gravi per il gruppo 0+ e B+, ma la situazione è delicata in tutti i gruppi.

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Fig. 3

Reggio Emilia e territorio invece vivono una situazione complicata ma sotto controllo: carenze per i gruppi 0+, B+ e A+, carenza grave per il gruppo A-.

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Fig. 4

In Friuli le carenze riguardano i gruppi 0-, A- e B+, quindi generalizzate, ma almeno il plasma e altri gruppi sono sotto controllo.

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Fig. 5

Situazione invece ottima a Biella, dove c’è solo una carenza che riguarda il gruppo B-. Per il resto la situazione è ottimale.

A V I S Comunale Biella Associazione Volontari Italiani Sangue

Fig. 6

Infine, non va dimenticato che anche nel periodo di Pasqua le donazioni non si fermeranno: e proprio allo scopo di individuare in un attimo le tantissime donazioni speciali nel week-end festivo in tutto il territorio, ricordiamo che lo strumento migliore è sicuramente Facebook. Individuare tra le donazioni del week-end quella più vicina a noi è molto semplice. Grazie alla sua grande capacità informativa su larga scala, è infatti possibile consultare il social network per eccellenza non solo per polemizzare con le questioni in agenda setting e commentare compulsivamente le vicende della politica, ma soprattutto per una buona causa: basta digitare nel finder la stringa “donazione sangue” e cliccare nel menù sul comando “eventi” per ottenere la lista completa con date e orari di tutte le donazioni di sangue (ma anche di plasma o piastrine) programmate nei prossimi giorni, dal week-end pronto già iniziato oggi venerdì 19 aprile, proseguendo con le donazioni in programma nelle prossime settimane. Basta scorrere, e trovare facilmente quella più vicina a noi dalle Alpi alla Sicilia, come si può vedere in figura 7.

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Fig.7

 

 

Pfas in Veneto, il numero dei cittadini colpiti cresce mentre le istituzioni locali e nazionali faticano a lavorare in sinergia

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Una vicenda che sembra senza fine e senza soluzione, con un danno pubblico per le comunità coinvolte davvero impagabile. Parliamo dell’inquinamento da Pfas in Veneto, un caso che seguiamo ormai da moltissimo tempo cercando sempre di informare su tutti i suoi sviluppi.

C’eravamo lasciati lo scorso primo marzo, quando, secondo una ricerca condotta dall’Università di Padova e guidata dal professor Carlo Foresta, era emerso che gli Pfas (qui la spiegazione esatta di cosa sono), oltre a inquinare il sangue dei cittadini colpiti, hanno un altro gravissimo effetto collaterale: tenderebbero infatti a ostacolare il corretto funzionamento degli ormoni femminili, provocando “alterazioni del ciclo mestruale, endometriosi, difficoltà dell’endometrio ad accogliere l’embrione”: in altre parole complicano e mettono a rischio la fertilità.

In questi giorni si aggiunge un capitolo nuovo, che riguarda il numero dei cittadini colpiti dall’inquinamento chimico, giacché secondo l’ultimo report pubblicato dalla Regione Veneto e aggiornato a marzo 2019, il numero dei cittadini contaminati con concentrazioni elevate di Pfas nel sangue, da luglio a oggi sono addirittura raddoppiati, passando da 7.716 a 16.400.  E non è tutto: delle 47.213 persone chiamate a partecipare allo screening di monitoraggio, non tutte hanno aderito, per cui i numeri potrebbero crescere. L’adesione corrisponde a circa il 60% dei chiamati e sono già disponibili gli esiti di tutti gli esami effettuati per 25.288 persone.

Una dato che preoccupa molto, anche perché il sedimentarsi degli Pfas è un processo che si realizza nel tempo, e nei mesi che verranno il numero dei cittadini interessati dall’inquinamento, soprattutto nelle province di Vicenza, Padova e Verona potrebbe crescere, in attesa di misure governative che possano occuparsi del problema.

Finora, come avevamo già scritto lo scorso 20 dicembre 2017, le misure d’intervento ipotizzate della giunta regionale chiamano in causa la cosiddetta plasmaferesi terapeutica, cioè una vera e propria “pulizia” del sangue degli individui colpiti, un procedimento su cui è in corso una sorta di ping-pong tra istituzioni regionali e nazionali. Il problema è che questo metodo non è ancor accreditato dal punto di vista scientifico, e non si può praticare a cuor leggero.

Il rischio, come sempre in questi casi, è che l’impasse e l’inazione si trasformino in condizioni permanenti, come conseguenza al rimbalzo di responsabilità. Proprio ieri, il governatore del Veneto Luca Zaia ha rivolto un nuovo appello al Governo, commentando i numeri e chiamando in causa uno solo degli aspetti del problema, ovvero i limiti di scarico Pfas consentiti alle industrie: “E’ la conferma che la questione Pfas è una primaria questione ambientale nazionale e interessa tutto il Paese – ha detto Zaia – e per questo motivo è necessario che il Governo intervenga fermamente, ponendo limiti zero. Invitiamo il ministero dell’Ambiente a muoversi sulla linea già tracciata dalla nostra Regione, agendo il più rapidamente possibile. Ciò a tutela della popolazione non solo delle aree interessate da questo tipo di inquinamento in Veneto, ma di tutti i cittadini del nostro Paese”.

 

 

 

Raccolta plasma a marzo 2019: un calo da non sottovalutare

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Arrivano i dati sulla raccolta plasma di marzo 2019, e questa vota purtroppo non è possibile dare buone notizie, visto che il “termometro” segna un – 11,2% rispetto allo stesso periodo del 2018. Un dato inaspettato, un calo netto, che rispetto ai primi due mesi del 2019 altamente positivi è un’inversione di tendenza, che non può non rappresentare un campanello d’allarme in vista dei mesi estivi. Cosa è accaduto?

A gennaio la crescita era stata del 4,8%, mentre a febbraio il miglioramento rispetto al 2018 era stato del 2,9%, e parte dei meriti sicuramente sono da distribuire tra il lavoro serrato delle associazioni sul campo e le possenti campagne pubblicitarie. Ora, passati i mesi invernali con le classiche difficoltà di spostamento e l’incidenza (seppur tamponata) dei mali stagionali, bisogna tornare a potenziare i livelli di raccolta.

In figura 1, ecco il dettaglio dei dati di raccolta di marzo 2019 a confronto con marzo 2018 regione per regione: Crescono solo Valle d’Aosta (+8,3%), Provincia autonoma di Trento (+2,9%), Toscana (+2,8%), Lazio (+1,9%) e Liguria (+1,9%). In calo tutte le altre regioni con picchi negativi in Umbria (-45,5%), Puglia (-42,6%) e Molise (-40,2%).

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – marzo 2018

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In figura 2, tabella 3, invece è possibile fotografare l’andamento della raccolta regione per regione nel progressivo del 2019, a confronto con il progressivo 2018, da gennaio a marzo, con i valori espressi in chilogrammi. Si apprende così, che nel complesso il calo è meno rilevante, perché nei numeri totali sono soltanto tremila i chilogrammi in meno nel 2019. Una quantità altamente recuperabile nei mesi che verranno. Sul piano regionale, da notare, secondo noi, il dato dell’Emilia Romagna che è abbondantemente positivo, così come quello della Campania e quello del Piemonte. Deve recuperare invece la Puglia, dietro di circa duemila chili, e deve migliorare la Lombardia, regione guida nella raccolta italiana con un volume decisamente superiore a tutte le altre regioni, dove si registra un calo in questi primi tre mesi del 2019 di circa mille chili.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Marzo 2018 (2)

Fig. 2

Sotto allora con l’impegno, le campagne di sensibilizzazione e l’azione coordinata di tutti gli attori di sistema. L’autosufficienza, lo sappiamo bene, è un risultato da guadagnare ogni anno.

 

 

Dal Centro nazionale sangue un video con le tappe principali per il massimo della sicurezza trasfusionale

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La sicurezza è un tema assolutamente centrale quando si parla di sistema sangue, perché la percezione pubblica delle trasfusioni è spesso piuttosto delicata, anche se oramai gli standard di qualità raggiunti sono elevatissimi, e il passato controverso è alle spalle.  Vi è la questione degli aghi, che generano timori di vario genere, vi è la questione della quantità di sangue che viene trasfuso durante una donazione, processo che a volte viene percepito come invasivo, e vi è naturalmente il tema della compatibilità dei soggetti trasfusi, che in minima percentuale può comportare l’errore umano.

Ecco perché, proprio a scopo di affrontare tutti i possibili aspetti della sicurezza legata alle trasfusioni di sangue, il Centro nazionale sangue ha ripubblicato ieri giovedì 11 aprile, sulla propria pagina Facebook, un video presente sul canale Youtube del CNS da febbraio 2018, un contenitore molto utile di informazioni importanti per stabilire ed elencare i criteri chiave per la sicurezza trasfusionale.

Ecco dunque il video, dal titolo La corretta pratica per la terapia trasfusionale che ha già ottenuto migliaia di visualizzazioni:

Partendo dal principio base dell’appropriatezza, parola d’ordine che fa da fondamenta a ogni trasfusione, sono 8 le tappe per i professionisti elencate per evitare qualsiasi complicazione:

Eccole sintetizzate qui:

1. Il giusto paziente, ovvero la verifica di tutte le informazioni anagrafiche degli interessati;
2. Il giusto prodotto, ovvero l’attinenza della trasfusione in base alla situazione clinica;
3. La giusta dose, cioè non eccedere rispetto alle necessità del paziente;
4. Il momento giusto, ovvero l’inizio della terapia entro 30 minuti dalla consegna dell’emocomponente;
5. Il giusto percorso, cioè l’utilizzo dei set dotati di filtri specifici;
6. La giusta indicazione, ovvero una sinergia tra indicazione clinica e test da laboratorio;
7. La corretta documentazione, in riferimento a tutto l’apparato “burocratico” necessario;
8. La giusta riposta, ovvero il risultato del corretto sviluppo dei 7 punti precedenti, con i benefici per il paziente.

Questo il percorso da seguire, per prevenire e mantenere alti gli standard. Un video semplice ed esplicativo, breve e molto chiaro, che contribuisce piuttosto bene a fare informazione e cultura della sicurezza. Il sistema trasfusionale è già molto sicuro, ma è bene che l’asticella sia sempre alta e l’attenzione sempre costante.

Meeting di specialisti a Roma: per combattere le nuove malattie infettive che possono incidere sulla raccolta sangue, servono prevenzione, ricerca e collaborazione

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Il mondo cambia di continuo, si evolve sotto tutti i punti di vista e non di meno da quello sanitario. Aumentano le possibilità di cura per mali che tempo fa si credevano incurabili e allo stesso tempo emergono nuove malattie, virus che anno dopo anno per cause varie aumentano la loro incidenza nella vita di tutti i giorni.

I sistemi sanitari di paesi moderni come l’Italia, che occupano un posto di rilievo nella gestione della sanità mondiale, devono necessariamente lavorare all’avanguardia sulla prevenzione, ritagliandosi il ruolo di paesi guida e accentando tale responsabilità: ecco perché è stato molto importante, a Roma, il meeting organizzato in sinergia dal Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC) e dal Centro Nazionale Sangue, andato in scena ieri 9 aprile a Roma nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità, dal titolo “Pathogen Inactivation of blood and blood components”

Ricco il parterre, con rappresentanti dei principali stati dell’UE e anche degli Stati Uniti, e ricchi anche i contenuti. Lo scenario scientificamente accertato su cui si è discusso è abbastanza chiaro, e secondo gli esperti tutto parte dai cambiamenti climatici e dai flussi migratori, ovvero i fenomeni più discussi – troppo spesso con enorme superficialità – a livello politico e mediatico: tali fenomeni globali contribuiscono alla diffusione e all’affermazione di insetti prima non presenti in Europa, in grado di colpire un alto numero di persone e di mettere a rischio, dunque, l’attività dei donatori di sangue, col conseguente influsso sull’autosufficienza.

Come reagire? La risposta l’ha data Dragoslav Domanovic dell’ECDC: “La difesa principale è un buon sistema di sorveglianza, in cui i casi vengono trovati appena emergono e la notizia viene condivisa immediatamente con gli altri Stati e con noi, in modo da elaborare una strategia di reazione – ha spiegato l’esperto –  In caso di malattie per cui non ci sono test diagnostici le tecniche di riduzione dei patogeni possono essere una buona strategia per diminuire il rischio che il sangue e gli emoderivati destinati ai pazienti siano contaminati. Queste strategie sono state già raccomandate per il virus Zika e altri focolai di malattie, come Chikungunya, specialmente quando sono avvenuti in aree con un alto numero di potenziali donatori in cui la loro sospensione poteva creare carenze significative nelle scorte di sangue”.

Per quanto riguarda la situazione italiana si è espresso invece Giancarlo Maria Liumbruno, il direttore del Centro nazionale sangue, che ha spiegato in prima battuta come la tecnica di riduzione degli agenti patogeni non sia ancora praticabile in tutte le regioni. Tuttavia la prevenzione e l’approccio strategico esiste su malattie ormai diventate endemiche, come per esempio il West Nile Virus, per il quale anche per il 2019 è stato da pochissimo varato un vero e proprio Piano nazionale integrato di sorveglianza, che si può consultare integralmente a quest indirizzo web:

Piano nazionale integrato di sorveglianza e risposta ai virus West Nile e Usutu – 2019 

Per tutto il 2018, su Buonsangue abbiamo seguito l’evoluzione dei numeri del West Nile: numeri importanti che hanno mostrato come questa malattia sia diventata endemica. Come sempre però, conoscenza e misure di prevenzione, monitoraggio e informazione possono aiutare a limitare i danni. Ecco, a tal proposito, il vademecum del Centro nazionale sangue che spiega come ridurre i rischi di diffusione a livello istituzionale:

West Nile Virus, come ridurre il rischio di diffusione

E’ importante mettere immediatamente in opera gli interventi diretti alla riduzione del rischio di diffusione:

  • azioni di controllo dei vettori
  • azioni di informazione, per prevenire le punture di zanzare, mirate sia alla popolazione che alle persone più a rischio, quali gli anziani, le persone con disordini immunitari, le persone affette da alcune patologie croniche quali tumori, diabete, ipertensione, malattie renali e le persone sottoposte a trapianto
  • corretta gestione del territorio con azioni di risanamento ambientale, per eliminare i siti in cui le zanzare si riproducono e ridurne la densità, sia in aree pubbliche che private.

Gli interventi di risanamento ambientale possono comprendere, fra l’altro:

  • manutenzione delle aree verdi pubbliche.
  • pulizia delle aree abbandonate.
  • eliminazione dei rifiuti per evitare la presenza di contenitori, anche di piccole dimensioni, contenenti acqua.
  • drenaggio.
  • canalizzazione.
  • asportazione o chiusura di recipienti.

A livello personale, invece, bisogna stare attenti soprattutto ai viaggi, e controllare, prima di partire, la pagina dedicata alle malattie infettive sul sito del CNS.

La donazione di sangue secondo una giovane Youtuber: un ottimo modo per far arrivare il giusto messaggio ai giovanissimi

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Il passaggio di testimone tra generazioni, la necessità di convogliare il messaggio sui mille benefici individuali che il dono del sangue comporta (bonus che si vanno ad aggiungere all’utilità che questo gesto così semplice ha per il prossimo), sono tra i temi più discussi nelle associazioni di sangue.

Un dato comunicato qualche tempo fa dal Centro Nazionale sangue, quantificava in ben 212 mila i donatori che nei prossimi 10 anni non potranno più donare per il raggiungimento del limite d’età, e questo ci fa capire bene quanto sia necessario saper parlare con i giovani, avvicinarli alla donazione, spiegar loro che è un processo molto semplice in grado di restituire soddisfazioni non da poco su piano dell’appagamento individuale, della coscienza di sé e del senso di comunità.

Sappiamo bene, in questo senso, quanto le associazioni di donatori lavorino a contatto con le scuole per far sì che, al compimento del diciottesimo anno di età, siano già tantissimi i giovani pronti a recarsi ai centri trasfusionali, ma i canali per diffondere la cultura del dono su larga scala sono moltissimi, e spesso i più moderni, se usati nel modo giusto, possono essere i più validi.

Ecco perché siamo davvero lieti di segnalare il lavoro sul dono fatto dalla Youtuber Serena Anzaldi, giovanissima, seguita da quasi 100mila coetanei sulla sua pagina Youtube, da più di 25 mila followers su Instagram con il nome, molto giocoso, di Stay Serena.

In una serie di video che sta portando avanti da tempo, intitolata “Le 100 cose da fare prima di morire”, Serena ha inserito con ironia, buona capacità di intrattenimento e una parte informativa ben fusa agli altri contenuti, la “storia” della sua primissima donazione di sangue, a partire dalla registrazione come donatrice passando per il test preliminare e dalla donazione vera e propria, con il finale del video dedicato proprio a elencare tutte le sensazioni e i benefici che si possono ottenere con una semplice e rapida donazione. Ecco il risultato, che in pochissimo tempo, dal 5 aprile, ha già raggiunto migliaia di ragazzi:

La compilazione del test, la riflessione sul proprio stile di vita e sulla propria vita sessuale, il prelievo del campioncino, la possibile paura degli aghi che potrebbe arrivare al momento di iniziare la donazione, la gentilezza estrema e l’attenzione ricevuta al centro trasfusionale, la consapevolezza sul proprio gruppo sanguigno, il momento in cui ci si può rifocillare, e infine tutte le sensazioni positive del post-dono, con annessa la soddisfazione di ricevere le analisi gratuitamente a casa: Serena non ha tralasciato nulla nel suo racconto sulla prima donazione, e ha trovato un modo originale, intelligente e costruttivo di trasmettere un valore ai suoi coetanei.

Sono passati 10 anni dal terremoto dell’Aquila, l’importanza delle Associazioni di sangue nei processi di ricostruzione, e il presente forte di 600 donatori

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Domani sabato 6 aprile cadrà il decimo anniversario di uno degli eventi più tristi e drammatici della recente storia d’Italia, il terremoto che nel 2009 rase al suolo L’Aquila aprendo una ferita che in quel meraviglioso territorio non si è ancora rimarginata.

Non bisogna dimenticare: in totale i morti, nel computo complessivo furono 309, quasi 1200 i feriti, e circa 65 mila gli sfollati. Numeri impressionanti, che ben ci fanno comprendere quanto sia importante che un paese come l’Italia abbia sempre in serbo un piano nazionale sangue per fronteggiare le cosiddette maxi – emergenze, come in effetti è già previsto, e come testimoniammo il 3 febbraio 2017, partecipando a un autorevole convegno sul tema che si è svolse a Roma.

Già nel 2009, a partire dai tristi eventi di quel 6 aprile che devastarono case, chiese ed edifici pubblici, e naturalmente negli anni a seguire, sono state tantissime le iniziative che le associazioni italiane di donatori di sangue hanno portato avanti con impegno e solidarietà.

Già nel febbraio 2010, per esempio, fu ripristinata una sede Avis comunale funzionante, con una prima donazione di sangue effettuata il giorno 20, dall’allora prefetto Franco Gabrielli. Non fu l’unico supporto: a fine 2009, secondo il quotidiano locale Ilcapoluogo.it, Avis fu indicata come l’associazione più trasparente nel modo di operare, a proposito della raccolta fondi organizzata per la dotazione degli arredi e per la costruzione della tensostruttura sportiva polivalente della residenza universitaria San Carlo Borromeo, al cui interno sono poi stati ospitati ben 120 studenti, con a disposizione sale studio, cucine, lavanderie, aree ricreative e sale computer.

La raccolta raggiunse quasi 800 mila euro, destinati in parte anche al completamento dei lavori di ricostruzione del blocco A della Facoltà di Ingegneria del capoluogo abruzzese.

Nel 2013, seguì poi la donazione delle attrezzature per rimettere in funzione la mensa universitaria, fino a che, al giorno d’oggi, la città può contare su ben 600 donatori periodici avisini. Un grande risultato che è stato da poco commentato dalla presidente della sede comunale, Maria Rita Cassiani, ferma nel sottolineare l’importanza del lavoro di squadra con le altre istituzioni locali: “Devo ringraziare tante realtà – ha detto la Cassiani – come la caserma militare Pasquali, la Guardia di Finanza, la Fondazione della Cassa di risparmio dell’Aquila, il Rotary e il Rettore. Abbiamo avuto e ancora abbiamo un grande sostegno e una grande amicizia da parte di Avis regionale e provinciale, così come dell’ex consigliere nazionale Domenico Leone”.

Il prossimo mese inoltre, arriverà un evento dal grande valore simbolico, perché Avis regionale Abruzzo terrà l’assemblea regionale proprio all’Aquila, e a testimonianza di quanto sia importante la collaborazione tra realtà de volontariato, va sottolineato il ruolo importante che dal terremoto in poi ha avuto anche la Fidas, con una grande partecipazione delle federate alla raccolta fondi, e per l’attività istituzionale costante portata avanti nel tempo, anche attraverso la casa del volontariato e dell’associazionismo inaugurata nel luglio 2011.

In questi giorni il mondo dei media è tornato abbondantemente – e continuerà a farlo – sui tragici eventi del 2009 che colpirono L’Aquila, che già in tempo reale divenne il più grande set mediatico del paese. Si parlerà, purtroppo, degli scandali passati (è già stato trasmesso Draquila, il documentario di Sabina Guzzanti che racconta le incredibili vicende economiche e giudiziarie che coinvolsero la Protezione Civile guidata da Bertolaso e l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi) e, per fortuna, di quello che ancora c’è da aggiustare e da ricostruire con serietà e impegno. Più difficilmente si parlerà dell’importanza della donazione di sangue, ed è per questo che è sempre importante ribadirla quanto c’è l’occasione.

 

Il 15 aprile si celebra la XV giornata mondiale dell’emofilia: a Roma una tavola rotonda speciale per sensibilizzare e programmare

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Su Buonsangue ne parliamo spesso e forse non abbastanza, ma sappiamo bene quanto sia difficile viverla e importante fare tutto il possibile perché si possa curarla: l’emofilia è una malattia rara malattia di origine genetica che comporta delle anomalie nei processi di coagulazione del sangue. Nelle persone che non ne sono affette, in caso di ferite con conseguente fuoriuscita dai vasi sanguigni, il sangue tende a coagulare e a formare un “tappo” che ferma e impedisce l’emorragia, grazie al lavoro delle proteine del plasma. Negli emofilici, alcune di queste proteine prodotte nel fegato, ovvero il fattore VIII ed il fattore IX, scarseggiano o non fanno bene il loro lavoro, esponendo gli emofilici a emorragie esterne ed interne di diversa entità, a seconda del tipo di emofilia da cui si è affetti (A o B) e dal livello percentuale di attività del fattore coagulante, che determina la gravità della malattia stessa.

Tra circa due settimane, e precisamente il prossimo 15 aprile, si celebrerà la XV Giornata mondiale dell’emofilia, un’occasione utile per riportare la malattia al centro del dibattito e ricordare a tutti quanto è importante la donazione di plasma: i malati di emofilia infatti, per curarsi, hanno bisogno della cosiddetta terapia sostitutiva, che consiste nella somministrazione del fattore della coagulazione mancante. Anche per la terapia vi sono strade diverse a seconda della gravità della malattia, ma i metodi principali sono “On Demand” nei casi più lievi, cioè in seguito a traumi, o attraverso la “profilassi”, ovvero in iniezioni da praticare costantemente.

I fattori della coagulazione tuttavia possono essere sia biologici, ovvero estratti dal plasma umano dei donatori, sia prodotti in modo sintetico attraverso tecniche di ingegneria genetica. In questo secondo caso, il risultato, i “fattori ricombinanti” rischiano tuttavia di sviluppare negli emofilici degli anticorpi inibitori che complicano la terapia, oltre ad avere un costo elevato che rende i farmaci non di facile accesso per tutti, come ci disse, qualche tempo fa, il responsabile del Centro Emofilia di Padova Ezio Zanon:

Ezio Zanon e la cura dell’emofilia. “La qualità dei ricombinanti è ottima, ma il costo è più elevato”.

Centralità della donazione del plasma, importanza di un approccio di scala internazionale, e tanta sensibilizzazione nel dibattito pubblico: saranno questi alcuni dei principali argomenti previsti durante l’evento principale della GME 2019: una tavola rotonda dal titolo “Emofilia: una malattia più unica che rara. Esigenze specifiche e servizi omogenei per l’applicazione dell’accordo MEC in tutte le Regioni” che si terrà a Roma, nella Sala delle Statue del centro congressi di Palazzo Rospigliosi in Via XXIV Maggio.

Tra gli invitati, il Ministro della salute Giulia Grillo (la quale si spera eviti la gaffe incredibile della sua predecessora Lorenzin per la quale i plasmaderivati mettevano a rischio di Aids ed Epatite), Marialucia Lorefice, presidentessa della XII Commissione Affari Sociali in Camera dei Deputati, Paola Boldrini della XII Commissione Igiene e Sanità Senato della Repubblica, Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute e, naturalmente, Cristina Cassone, presidentessa della Federazione delle Associazioni Emofilici (FedEmo).

Per chi volesse partecipare, ecco il link dove scaricare il programma completo e registrarsi:

https://fedemo.it/xv-giornata-mondiale-dellemofilia-registrati/