Con Avis e IILA l’Italia protagonista anche in El Salvador: dopo la consegna dei plasmaderivati, continua l’apporto sulla formazione

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Di recente l’Afghanistan, con una imponente fornitura di plasmaderivati, poco prima il Vietnam, allo scopo di ribadire anche nel sud-est asiatico il valore della sicurezza nelle trasfusioni, e ora è il turno di El Salvador. Il sistema sangue italiano, in questo caso rappresentato da Avis Nazionale e dai suoi un milione e 800mila donatori, continua a esportare i suoi valori e le sue specificità organizzative in tutto il mondo.

Nei prossimi 20, 21 e 22 marzo infatti, è prevista la partenza di una delegazione di AVIS Nazionale che raggiungerà El Salvador allo scopo di accrescere la consapevolezza trasfusionale del paese centroamericano, attraverso alcune attività di formazione di natura tecnica e organizzativa dedicate alla raccolta sangue attraverso la donazione volontaria, anonima, gratuita e perché no, associata.

Il titolo dei moduli di formazione pensati per El Salvador è “Assistenza tecnica per la pianificazione e l’esecuzione di attività comunitarie volte alla promozione della donazione volontaria di sangue”, e l’iniziativa nasce dal lavoro dell’IILA, ovvero l’Istituto Italo-Latino Americano: i corsi saranno rivolti al più lato livello dell’organizzazione sanitaria del paese ospitante, ovvero al personale del Ministero della Salute di El Salvador, al personale del Sistema Basico di Salute Integrale – SIBASI (con risorse provenienti da tutte le regioni del Paese) e ad alcuni rappresentanti di ADAS, l’Associazione Salvadoregna dei Donatori Altruisti di Sangue.

Questo progetto in collaborazione tra Avis e IILA è parte integrante di un più ampio progetto che vede impegnato il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione italiana, un progetto volto ad accrescere e ottimizzare i criteri di sicurezza e qualità trasfusionale in paesi che devono ancora fare molta strada nel settore, come Bolivia, Guatemala, e lo stesso El Salvador, un paese che peraltro già nel 2018 era stato al centro di un progetto importante portato avanti da Avis e Fiods, culminato nella consegna di 1,5 milioni di unità di fattore VIII, farmaco plasmaderivato fondamentale per la terapia dell’emofilia, e nella creazione di strutture di sistema ispirate al modello italiano.

Attraverso il Centro Nazionale Sangue, AVIS e Fiods, in altre parole, già nel 2018 era nato il volontariato del sangue, concretizzato con la nascita di Asdas, ovvero l’Asociacion salvadoregna de donantes altruistas de sangre.

In El Salvador, per Avis, oltre all’ufficio stampa Boris Zuccon, ci sarà Alice Simonetti, componente dell’Esecutivo nazionale da noi recentemente intervistata, a conferma del suo affermarsi come giovanissima esperta delle missioni internazionali dell’associazione.

«Abbiamo strutturato un percorso – ha specificato la Simonetti – che prende avvio dalla presentazione del contesto normativo e associativo italiano e che propone anche un focus sul contesto internazionale. Attraverso una proposta formativa strutturata su lezioni frontali e attività di gruppo, approfondiremo temi come la comunicazione, intesa sia dal punto di vista “interno” riferito al gruppo di volontari o professionisti che si occupano della promozione della donazione, sia dal punto di vista “esterno” della divulgazione del messaggio solidaristico del dono del sangue».

L’impegno del sistema sangue italiano del mondo si conferma di altissimo livello. In attesa della prossima missione.

 

Quando una donazione si scambia con il cibo: il caso di una campagna a Bangui, in Repubblica Centrafricana

 

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Dal mondo arriva una notizia che ci ha profondamente colpito, e che spiega con enorme precisione e con la potenza che solo i fatti nudi e crudi posseggono, quanto sia delicata, importante e degna di attenzione mediatica la questione della raccolta sangue organizzata secondo criteri di trasparenza, sicurezza e qualità del servizio sanitario.

Succede infatti che a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, il sangue sia una risorsa importantissima, e che il servizio sanitario nazionale non abbia la capacità necessaria di fondi per promuovere campagne sulla donazione di sangue, anche a causa dell’assenza di associazioni di volontariato come quelle italiane, in grado di svolgere l’importante lavoro sul campo.

Così, come leggiamo sul Globalist, avviene che Emergency, assieme al CNTS locale (Centre national de transfusion sanguine) sostiene una campagna efficace incentrata sullo “scambio”: a raccontarlo alla testata on-line è Alessandro Manno, italiano e responsabile Emergency che ha in cura questa campagna così particolare: “A ogni donatore sono regalate due scatole di sardine, con l’aggiunta di un filoncino di pane e un succo di frutta – ha raccontato Manno – Valgono all’incirca 1.600 franchi, più o meno due euro e mezzo, non così poco in un Paese dove una persona su quattro soffre la fame”.

Cosa ci insegna questa esperienza sul campo? Ci dice che ogni contesto ha bisogno di essere compreso e assecondato da chi lo vive, affinché sia possibile ottenere dei risultati finali in grado di fare il bene delle comunità locali. A Bangui, infatti, questo metodo funziona, e ogni giorno, grazie alla possibilità di ricevere beni di primissima necessità che in molte zone della città non sono di facile accesso per tutti, si riescono a raccogliere anche 40 sacche al giorno da riutilizzare, in modo assolutamente gratuito, in favore di tutti i pazienti che ne hanno bisogno, tra cui moltissimi bambini.

Ovviamente, sono assicurati anche i controlli di qualità e sicurezza, e anche in questa pratica l’Italia ha avuto un ruolo centrale: i reagenti che occorrono per individuare l’epatite b, l’HIV, l’epatite c o la sifilide sono disponibili grazie a un finanziamento di 365 mila euro erogato dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

L’Italia dunque si contraddistingue ancora positivamente nel settore del sangue, con politiche meritorie che funzionano lontano dai riflettori e dai media, troppo spesso impegnati a fomentare dibattiti ben meno significativi o di pubblica utilità. Ma ciò che ci preme sottolineare è soprattutto quanto siano diversi e complessi gli scenari di raccolta sangue e plasma in giro per il mondo, scenari che naturalmente non devono essere né confusi, né tantomeno strumentalizzati. C’è grande differenza, infatti, tra il caso di Bangui che abbiamo appena raccontato, e, per esempio, la raccolta plasma a pagamento “industrializzata” che abbiamo trattato di recente, in seguito a un approfondimento del New York Times.

Raccontare, analizzare, approfondire e restituire le complessità di ogni singola vicenda. Solo così ci pare sia possibile partecipare a una crescita culturale collettiva e a un aumento reale di consapevolezza su un tema che ci riguarda tutti.

In Puglia il 2018 è stato un anno importante per le donazioni. Per un 2019 di conferme, l’idea è di replicare un modello positivo

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Lo scorso 29 giugno avevamo parlato di “Dona EMOzioni”, l’ampia e palpitante campagna a favore della donazione di sangue che ha contraddistinto l’estate pugliese nel 2018. In questo servizio di TRM network, che anticipò l’inizio della campagna, erano ben indicate le linee guida della campagna, che, tra le altre cose, coincise con la visita di Papa Francesco in terra pugliese, dilatandone il valore simbolico.

Dona EMOzioni consisteva in un grande progetto di aggregazione che partiva dagli eventi sul territorio: spettacoli, concerti, serate musicali, esibizioni, gare sportive amatoriali, degustazione di prodotti tipici, convegni tematici, il tutto in sinergia con le associazioni.  Dona EMOzioni copriva tutte le province pugliesi, instaurandosi per lo più in luoghi particolarmente simbolici per il territorio in tempo d’estate: un capoluogo di provincia come Taranto, lo scenario splendido di Polignano a Mare, il Salento “tarantolato” di San Foca e Melendugno, il capoluogo Bari e Mesagne in provincia di Brindisi, dove già a giugno si erano verificate delle carenze di sangue significative.

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Ma non è tutto. Già in “tempo reale” l’iniziativa ci era molto piaciuta, ma ci eravamo chiesti se avrebbe pagato nel lungo periodo. E proprio ieri è arrivata la notizia che il 2018 è stata una grande stagione per la donazione in Puglia, con un incremento, su base regionale, sia del numero di donazioni (cresciute del 3.1%), sia del numero dei donatori (aumentati dell’1,8%). La campana estiva era stata, dunque il coronamento di una rinnovata sensibilità della Regione Puglia sul tema della donazione di sangue, un ottimo lavoro di squadra possibile solo grazie all’impegno delle associazioni, e della sponda offerta dalle istituzioni.

In termini numerici, in Puglia le donazioni di sangue ed emoderivati nel 2018 sono state ben 174.966, a un micro passo dal numero pieno di 175 mila. Sicuramente un risultato egregio che è stato ben sottolineato dal presidente della Regione Michele Emiliano, e che ha riguardato sia la raccolta di sangue intero che la raccolta plasma.

Emiliano ha ringraziato pubblicamente i donatori e le donatrici pugliesi, e ha annunciato che tutte le attività del 2018 saranno ripetute nel nuovo anno, a partire dall’estate indimenticabile di Dona EMOzioni.

Ma ciò che abbiamo apprezzato maggiormente delle parole di Emiliano, è stato proprio l’aver distribuito il merito di un risultato eccellente su un lavoro di sinergia tra tutte le parti impegnate. Spazio dunque al connubio tra stato e regioni, “Devo registrare, come buona pratica, il clima di profonda collaborazione che si è sviluppato nel 2018 tra Istituzioni, Società italiane di medicina Trasfusionale, Servizi trasfusionali e Associazioni dei donatori di sangue”, al Centro nazionale sangue e ai suoi dirigenti, “Sono grato al presidente del CNS per aver riconosciuto i nostri sforzi e il nostro lavoro che continuerà, nel 2019, con lo stesso vigore e la stessa determinazione”, al Centro regionale sangue e al suo direttore, “Un ringraziamento va ad Angelo Ostuni, direttore del Centro regionale Sangue che sta davvero facendo un lavoro capillare e proficuo”, e naturalmente alle associazioni di donatori, come “I rappresentanti di CIVIS Puglia, i Volontari Italiani Sangue della regione, per aver compiuto un gesto semplice ma estremamente significativo, attraverso il quale sono state salvate vite umane”.

La Puglia come proponitrice di un modello da esportare altrove dunque, e specie nelle regioni del meridione che soffrono per la raccolta da migliorare. Un modello che, ci pare di poter dire, basato com’è sul’’interazione tra divertimento, eventi di piazza, comunicazione, sensibilizzazione e concezione delle sinergie tra stakeholder, ha tutte le carte in regola per superare il difficile scoglio di proporre politiche in grado di produrre risultati nel medio e nel lungo periodo.

 

Corsi di formazione Avis con Fondazione Campus: a Firenze un grande ritrovo dopo 4 anni con il futuro alle porte

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Quando si tratta di formazione dei futuri dirigenti del settore no profit e del volontariato, una delle esperienze più positive che ci è capitato d raccontare in questi anni è sicuramente la sinergia tra Avis e Fondazione Campus: un progetto davvero significativo, iniziato nel 2015 e dunque forte di quattro edizioni già trascorse e di una quinta in programma, una realtà in grado di assicurare continuità nella delicata attività di preparazione dei giovani dirigenti avisini affinché sappiano affrontare, in ruoli decisionali, le tante sfide che il futuro imporrà al sistema trasfusionale italiano.

In questi anni, sono stati ben 96 i giovani dirigenti avisini (di cui 49 donne e 47 uomini) che hanno partecipato ai moduli formativi, provenienti da ben 20 regioni e province autonome italiane.

Molti di loro li abbiamo conosciuti di persona durante la terza edizione del corso, quella del 2017, e li abbiamo intervistati a Milano, ottenendo un quadro molto preciso di intenzioni, sogni, aspettative e desideri individuali da legare alle esigenze dell’associazione: incidere nella missione collettiva che è la donazione di sangue, restituire ad Avis tutto l’arricchimento e la crescita umana ed emozionale ricevuti negli anni, diffondere il messaggio dell’importanza della plasmaferesi tra il pubblico, erano e sono alcune delle aspirazioni più diffuse, così come accrescere le proprie capacità e conoscenze in campi d’azione come il reclutamento di giovani donatori per affrontare la questione intergenerazionale, riuscire a  fidelizzare i nuovi donatori per renderli periodici e creare campagne di comunicazione, con tanto di ideazione di campagne social pensate per arrivare al grande pubblico.

Tutte attività sempre più importanti nella vita delle associazioni di donatori: tanto che, durante il week-end appena trascorso, nei giorni sabato 9 e domenica 10 marzo, la maggior parte dei corsisti si sono ritrovati al Meyer Health Campus di Firenze per un grande incontro collettivo, allo scopo di ribadire l’importanza del momento formativo e per conoscere una struttura ospedaliera all’avanguardia che rappresenta un’eccellenza del sistema sanitario toscano e nazionale.

In programma, due intense giornate di incontri e di lavoro con gli interventi del presidente di Avis Gianpietro Briola, di Alberto Zanobini (direttore generale ospedale pediatrico Meyer), Corrado Del Bò, (Università Statale di Milano e Coordinatore scientifico Scuola Avis), Federico Toth (Università di Bologna), Pasquale Colamartino, (Direttore Centro Regionale Sangue dell’Abruzzo) e Alberto Cattaneo (Founding Partner Cattaneo Zanetto & Co).

Il peso che Avis nazionale ha dato in questi anni e continuerà a dare alla formazione è stato ben quantificato dal presidente di Avis Nazionale Gianpietro Briola: “Ci sono tanti motivi per cui la Scuola di formazione nazionale rappresenta per Avis un elemento strategico” – ha spiegato Briola – “E’ un investimento sui nostri giovani e nasce dalla consapevolezza che il volontariato debba sempre più unire passione e doti relazionali a competenze gestionali. L’ospitalità del Meyer, inoltre, ci permetterà di guardare con attenzione a una struttura sanitaria all’avanguardia sia dal punto di vista medico sia dell’accoglienza per gli ammalati e le loro famiglie. In questo senso, Avis e Meyer hanno davvero molti punti in comune, grazie alla loro capacità di conciliare preparazione scientifica e dimensione relazionale della medicina”.

Allineati e collaborativi alcuni degli altri protagonisti relatori, come Alberto Zanobini, Direttore Generale del Meyer, che ha parlato dell’ospedale che dirige e del risalto che viene dato alla pratica della donazione: un aspetto a nostro parere in grado di generare un effetto positivo a catena, in virtù del prestigio che gode questa struttura ospedaliera.

“Siamo onorati che l’Avis Nazionale abbia scelto il Meyer Health Campus per formare i suoi dirigenti – ha detto Zanobini – Il nostro ospedale pediatrico è da sempre sensibile alla donazione di sangue e il Servizio Trasfusionale rappresenta un’eccellenza consolidata proprio grazie ai donatori che garantiscono, non solo un adeguato numero di donazioni di sangue intero, ma contribuiscono, con tantissime donazioni multicomponente, agli elevati bisogni di concentrati piastrinici da aferesi così rilevanti e vitali per la complessa attività assistenziale che il Meyer assicura ai piccoli pazienti”.

Sul valore della sinergia tra Avis e Fondazione Campus, si è espresso invece Pasquale Veca, il presidente della Fondazione: “La collaborazione con Avis – ha dichiarato – è per noi un’importante occasione di crescita culturale e scientifica. Il percorso di progettazione, creazione e consolidamento della Scuola ci ha consentito di immaginare modalità per noi innovative di formazione manageriale, in un ambito – quello delle associazioni di volontariato – che riteniamo strategico per il Paese, per la quantità e la qualità delle persone mobilitate e dei servizi erogati”.

Non c’è quattro senza cinque, insomma: e le premesse per una nuova edizione 2019 ad alta frequentazione ci sono tutte, verso la creazione di eccellenze in grado di affrontare questioni ogni anno più complesse, che richiedono risorse di alto livello in gestione manageriale di strutture non profit, nella tessitura di relazioni pubbliche e istituzionali, nella gestione delle questioni etiche ed economiche trasversali al mondo trasfusionale italiano e in Europa.

La sinergia tra le associazioni funziona sempre: la campagna congiunta di Avis e Fratres a Sesto Fiorentino

Sinergia è una parola importante nel mondo del volontariato, e quando si tratta di unire gli sforzi le associazioni di donatori di sangue non si tirano mai indietro. Il Civis lo dimostra a pieno: Civis è infatti l’acronimo del Coordinamento interassociativo dei volontari italiani del sangue, organo che ha il compito di riunire le più importanti associazioni italiane che si occupano di donazione, per sviluppare progetti comuni sulla promozione, sulla diffusione de valori del dono e sulla sensibilizzazione a proposito dell’importanza della raccolta sangue.

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Fanno parte di Civis Avis, Fidas, Fratres e Croce rossa italiana, ma nel progetto specifico che ci apprestiamo a raccontare, la sinergia è stata pensata e realizzata da Avis e Fratres, e in particolare dalle rispettive sedi associative di Sesto Fiorentino, comune compreso nell’area della città metropolitana di Firenze.

In cosa consiste? Semplice: in una campagna di comunicazione comune diretta ai cittadino di Sesto, che è gestita in totale accordo tra due delle principali associazioni di donatori, a partire dal claim fino alla diffusione di tutta la parte informativa. Il concetto è chiaro: il “Sei quello che dai: dona sangue!” che è evocato nel messaggio, è un perfetto ribaltamento del modello comportamentale che nel nostro tempo viene troppo spesso presentata come vincente, e che tende a valorizzare apparenze, ruoli e valore materiale in luogo di valori etici e azioni.

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Fig. 2

A Sesto, dunque, non importa sotto quale bandiera si doni, l’importante è donare.

I cittadini hanno ricevuto in strada il volantino e la speranza è che possano registrarsi e prenotare una donazione nei prossimi giorni.

Chiunque vorrà, potrà poi chiedere maggiori informazioni sulle pagine Facebook delle due sedi associative, quella di Avis:

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E quella di Fratres:

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Insieme, per il dono del sangue. Una strada che speriamo possa essere replicata tante altre volte.

 

 

 

 

Un forum nazionale con centinaia di giovani per assicurare il ricambio generazionale: il people raising di Avis

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Un forum ricco, di ampia portata, dedicato a una delle questioni principali che investirà il sistema sangue italiano nel prossimo futuro: il ricambio generazionale dei donatori.

Il Centro nazionale sangue ci ha ricordato di recente, in occasione dell’ultima donazione di uno storico donatore sardo giunto al suo 40esimo anno di donazioni, che ci saranno grandi difficoltà a rimpiazzare tutti i 212 mila donatori che entro dieci anni andranno “in pensione” per raggiunti limiti di età. Ed è per questo, che una grande associazione come Avis lavora già in ottica futura allo scopo di non farsi trovare impreparata, con un grande ritrovo associativo appena concluso e svoltosi a Roma, sabato 2 e domenica 3 marzo, nello scenario di Villa Eur.

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L’incontro avisino aveva un titolo paradigmatico, ovvero “Volontari fantastici e come trovarli”, in grado di rendere perfettamente l’idea di quanto sia importante il ruolo del volontariato nella vita del welfare del nostro paese. Davvero significativi i dai di partecipazione, con il coinvolgimento di oltre 150 ragazze e ragazzi provenienti da tutta Italia, a discutere, impegnarsi e ragionare su come favorire e ottenere il people raising: quali strategie? Quali tecniche? Come reclutare e garantirsi l’impegno di nuovi volontari periodici?

Il people raising è un’attività che naturalmente concentra in sé numerose discipline, la cui sintesi è arrivata, per i partecipanti, così come leggiamo sul comunicato di Avis Nazionale, grazie al contributo di due relatori autorevoli: “Beatrice Lentati, tra i massimi esperti italiani in tema di raccolta fondi, formazione e responsabilità sociale d’impresa, e Raffaele Picilli, fondatore del network di consulenti per il volontariato “Raise the Wind”. A loro è stato affidato il compito di illustrare alcune regole d’oro per un’efficace strategia di people raising: da un approccio più professionale alla comunicazione esterna, alla capacità di promuovere correttamente l’identità, la storia e la mission associativa”.

Serviranno abilità sul piano della comunicazione, sul piano della strategia di avvicinamento al “target”, sul piano promozionale e dell’engagement emotivo.

Tutte sfide a cui Avis sembra già pronta, come dimostrano le parole del presidente d Avis nazionale Gianpietro Briola: “Il volontariato italiano – ha ricordato – sta vivendo un momento storico davvero decisivo, che rende essenziale investire sempre di più sulla formazione dei dirigenti e dei volontari”, e della coordinatrice della Consulta nazionale AVIS Giovani, Melissa Galanti, che invece ha posto l’accento sulla necessità interna di affrontare temi che si percepiscono come decisivi per il futuro prossimo. “Sentivamo la necessità di proporre una riflessione su questi temi – ha detto la Galanti – e siamo davvero felici di essere riusciti a stimolare una discussione molto costruttiva tra tutti i partecipanti. La prossima sfida sarà quella di applicare sul territorio il ricco bagaglio di conoscenze che abbiamo appreso durante i lavori del Forum. La voglia di ampliare la grande famiglia di AVIS è tanta e sappiamo che per farlo bene dobbiamo saper veicolare al meglio i valori che da oltre novant’anni ci contraddistinguono”.

Dalla capacità di rigenerarsi e di creare aggregazione passa il futuro di un’associazione come Avis, e di conseguenza quello di un sistema sangue come quello italiano in cui il dono è volontario, anonimo, gratuito e organizzato, con l’obiettivo dell’autosufficienza: è questa, dunque, una delle partite da giocare con il massimo impiego di forze.

Tra scuola e approccio alla salute il rapporto è sempre più stretto, sulla scia del lavoro costante delle associazioni italiane

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Era auspicabile e ora è accaduto: l’educazione alla salute, la conoscenza del nostro corpo e come si deve operare la giusta “manutenzione” per accrescere il livello di benessere per noi e per il prossimo, sarà sempre più centrale nella vita scolastica degli studenti italiani, per tutto il lungo percorso delle scuole dell’obbligo, dall’asilo alle scuole superiori.

Ad annunciarlo sono stati il ministro della Salute Giulia Grillo e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, a margine del protocollo d’intesa interministeriale firmato di recente, allo scopo di cementare sempre di più i temi di formazione e corretto approccio alla salute: Questo passo rientra all’interno di una visione complessiva che il governo sta portando avanti – ha detto a tal proposito la Grillo – Crediamo in un approccio intersettoriale nelle politiche per la salute. In questo processo la scuola rappresenta un momento fondamentale di informazione e formazione”.

Con un approccio del genere non si può che essere d’accordo, anche perché nell’ambito formativo dell’educazione al dono del sangue, i rapporti tra scuole e associazioni sono continui e costanti da molto tempo e in tutto il paese, grazie al costante confronto programmatico tra Civis e ministero dell’Istruzione, sancito per l’ultima volta nel dicembre 2018 a Roma.

Su Buonsangue abbiamo riportato tantissime testimonianze di questa proficua e collaudata collaborazione, che naturalmente speriamo possa diventare ancora più diffusa e sistematizzata in ogni regione d’Italia.

Iniziative importanti sono già avviate; come Avis Cartoon School per esempio, perseguita da Avis Toscana, che permette agli studenti delle scuole primarie di apprendere i vantaggi psicofisici della donazione di sangue mentre imparano le tecniche per creare cartoni animati e film d’animazione. O come il progetto Blood Confusion portato avanti dal Centro nazionale sangue, creato allo scopo di individuare attraverso le scuole quali sono i motivi più importanti che tengono i giovani lontani dal dono del sangue. O ancora, come “A scuola di dono”, un concorso organizzato da Fidas per celebrare i 60 anni dell’associazione e che mira a coinvolgere tutte le scuole del paese in ogni grado di istruzione, con temi o elaborati artistici che sappiano raccontare la donazione di sangue.

Un lavoro costante e capillare, che può contare su iniziative più strutturate e durature, ma anche su momenti formativi occasionali che entrano nel flusso delle normali attività scolastiche. Basta infatti cercare nell’enorme flusso di notizie che popolano il web per scoprire che soltanto nell’ultima settimana il dono del sangue (e in certi casi anche del midollo osseo) è stato materia di arricchimento per i ragazzi in Piemonte nel Canavese, in Liguria con il progetto Donaction, in Puglia con “Dono perché ci credo”, in Calabria con “Rosso Vita”, a Varese in Lombardia, in Emilia Romagna con il progetto “Solidarietà e dono del sangue”, in Campania con “Donare salva una vita”.

Tanto, tantissimo impegno che proseguirà in futuro all’insegna di dibattiti, progetti, libri, workshop creativi, e che non potrà che sedimentare e dare i suoi frutti nel lungo periodo, alla luce del necessario ricambio generazionale tra donatori che è atteso nel prossimo decennio. Perché quando certi valori e l’importanza di gesti come il dono si apprendono da piccoli, a scuola, è molto più facile portarseli dentro per tutta la vita.

 

 

Situazione PFAS in Veneto, studi dimostrano danni all’apparato riproduttivo in donne e uomini. La Regione ci riprova con la plasmaferesi pulitrice

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In Veneto esiste una vicenda legata all’inquinamento da PFAS che va avanti da ormai due anni. Su Buonsangue ne abbiamo palato spesso, aggiornando i lettori a ogni nuova notizia rilevante, ma prima di dedicarci all’attualità, e approfondire la situazione attuale, è bene ricordare cosa sono gli PFAS, e in che modo complicano e non di poco la vita dei territori che sono colpiti da questa forma di contaminazione.

Secondo ARPAV Veneto (ovvero l’Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione ambientale), gli PFAS sono sostanze chimiche che si possono tranquillamente ritrovare in prodotti di uso comuneutilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa.

Purtroppo però gli PFAS hanno enormi controindicazioni per ciò che riguarda la questione ambientale, poiché sono a tutti gli effetti “inquinanti persistenti”, sostanze che finiscono per accumularsi nell’ambiente, colpendo soprattutto le falde acquifere e nelle acque destinate anche al consumo, divenendo dunque elementi molto pericolosi per il corretto sviluppo della catena alimentare.

Anni di grande trascuratezza rispetto alla questione ambientale, hanno fatto sì che il Veneto sia una delle terre più colpite dagli PFAS, e in particolar modo le criticità più rilevanti si hanno nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Una situazione molto delicata, perché negli anni è emerso che i soggetti più colpiti dall’effetto potenzialmente cancerogeno degli agenti inquinanti sono soprattutto i ragazzi, mentre i cittadini che complessivamente rischiano di essere colpiti sono più di 800 mila secondo una ricerca di Greenpeace.

In questi giorni sono arrivati i risultati di nuovi studi, che non promettono niente di buono. Gli PFAS, infatti, secondo la ricerca dell’Università di Padova guidata dal professor Carlo Foresta, oltre a inquinare il sangue dei cittadini colpiti, tendono a ostacolare il corretto funzionamento degli ormoni femminili, provocando “alterazioni del ciclo mestruale, endometriosi, e difficoltà dell’endometrio ad accogliere l’embrione”, e in altre parole mettendo a rischio la fertilità.

Sono moltissimi i media che ne hanno parlato della gravità della situazione, a cominciare dal Corriere del Veneto, per proseguire con il Giornale di Vicenza, che ha sottolineato anche la correlazione esistente con l’aumento del rischio aborto e i danni creati all’attività riproduttiva dei maschi. Questioni di grande presa anche per gli organi di stampa d’ispirazione cattolica come La difesa del popolo, giornale della diocesi di Padova.

Come rispondono le istituzioni venete? Come già documentammo il 20 dicembre 2017, il piano d’intervento della giunta regionale è basato sulla plasmaferesi, ovvero sulla “pulizia” del sangue degli individui colpiti, un procedimento che tuttavia non è ancor accreditato dal punto di vista scientifico.

La Regione Veneto tuttavia insiste, e si affida a uno studio del professor Santo Davide Ferrara, medico a capo della Scuola regionale di Sanità pubblica, e autore di studio che dimostra come la plasmaferesi di pulizia non presenti effetti collaterali o controindicazioni rilevanti, riuscendo a eliminare più di un terzo della quantità di PFAS presenti nel sangue. «Abbiamo mandato una relazione al ministero e all’Istituto superiore di Sanità — ha dichiarato il dotto Ferrara — finora nessuna risposta».

Una situazione difficile, delicata, in cui la soluzione trovata dalle autorità locali, al di là della sua reale efficacia, appare tardiva e lontana dalla risoluzione del problema. Un terreno di prova sul quale la giunta Zaia ha il dovere di dare risposte più efficaci rispetto a quelle date finora, per evitare che il danno, come spesso accade, ricada soprattutto sui cittadini.

Inizia bene la raccolta plasma di gennaio 2019, ma molte regioni possono e devono fare meglio

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Appena due settimane dopo il bilancio 2018, che come sappiamo ha dato ottime indicazione con il rispetto degli obiettivi prefissati nel piano nazionale plasma 2016-20, il Centro nazionale sangue pubblica i primi dati di raccolta plasma per il 2019. E cosa emerge? Subito una buona notizia, visto che rispetto al gennaio 2018, nel nuovo anno la raccolta è già cresciuta del 4,8%. Un inizio che è sicuramente di buon auspicio.

In figura 1, in basso, è possibile analizzare proprio il rapporto tra la raccolta plasma nelle regioni italiane tra il primo mese dell’anno 2018 e il gennaio da poco terminato. Sorprendenti i miglioramenti in Campania (crescita del 45,7%), in Emilia Romagna (+ 38,8%), in Piemonte (+ 29, 4%) e infine in Sardegna, altra regione in cui era assolutamente auspicabile una crescita dei volumi di raccolta, che crescono di una percentuale corrispondente al + 18, 4%. Negative invece le situazioni in Valle D’Aosta (-48%), in Calabria (-12, 9%) e a sorpresa in Lombardia, regione che per volumi complessivi spesso è il polmone giallo d’Italia, con un calo del 9,1%.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018

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Se lasciamo il confronto percentuale regione vs regione e ci spostiamo invece sulla raccolta in chilogrammi, in figura 2, si nota la crescita complessiva in tutto il paese, circa 3.200 chilogrammi che corrispondono al succitato 4,8%.

Come dicevamo, in termini assoluto, resta notevole il contributo della Lombardia, che da sola raccoglie ben 11 mila chilogrammi di plasma, ma la crescita che offre la più grande dimostrazione di efficienza è quella che si registra in Emilia Romagna, non lontana da una raccolta di 10 mila chilogrammi in un mese.

Dati monitoraggio plasma conferito dalle Regioni alle Aziende convenzionate – Febbraio 2018 (1)

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L’ottimo risultato al primo giro di boa, lascia ben sperare per i prossimi mesi, e permette d intravvedere – nel tentativo di interpretare le maglie più nascoste dei motivi che hanno consentito questa crescita nella raccolta – un’efficacia sempre crescente delle tante campagne in favore della plasmaferesi attive a fine 2018.

I motivi per cui un alto livello di raccolta è decisivo strategicamente per ogni paese li conosciamo bene, e partono dall’autosufficienza nella produzione di farmaci plasmaderivati, per arrivare alla possibilità di aiutare i paesi in difficoltà, fino alla fortificazione di un sistema trasfusionale basato su valori etici di anonimato e gratuità del dono,  una conquista che non deve mai essere data per scontata.

I plasmaderivati italiani arrivano in Afghanistan. E salvano vite umane

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Un’attività concreta e caratterizzata da grande costanza negli anni: continuano gli aiuti importantissimi che il sistema trasfusionale italiano dedica a paesi lontani che per ragioni storiche, povertà diffusa o guerre recenti non possono contare su un’organizzazione accettabile sul piano dell’approvvigionamento di plasmaderivati e dei farmaci salvavita.

Dopo la visita in Vietnam, che abbiamo documentato lo scorso 30 gennaio, è arrivata infatti la “missione” in Afghanistan, che per moltissimi malati di emofilia del paese asiatico colpito dalla guerra ormai dal 2001, ha un valore davvero inestimabile. Il sistema sangue italiano, ha inviato in Asia ben 2,1 milioni di unità di Fattore VIII e Fattore IX, naturalmente scorte eccedenti al fabbisogno nazionale, farmaci che come sappiamo bene sono plasmaderivati definiti “salvavita”, perché assolutamente decisivi per la cura dell’emofilia e di altre patologie gravi.

Toccanti le parole del dottor Arif Oryakhail, consulente tecnico per la salute pubblica dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo del Ministero degli Esteri, nel suo racconto personale degli effetti che questa donazione ha prodotto in Afghanistan:

“I genitori – ha detto – appena sono stati informati dell`arrivo della donazione si sono messi in viaggio con i loro figli. I piccoli pazienti accompagnati dai loro genitori sono arrivati da tutte le Regioni dell`Afghanistan. Hanno affrontano il pericolo di un lungo viaggio pur di poter arrivare al Centro per una somministrazione di fattore. I genitori vivono nell’angoscia di non poter dare una terapia ai loro figli. Senza le donazioni non avrebbero nessuna possibilità di accedere alla terapia. I pazienti emofilici di tutto l`Afghanistan, e i loro genitori vi ringraziano con tutto il cuore e vi sono profondamente riconoscenti”.

Molto forte dunque, va ribadito, è l’impatto umanitario di programmi internazionali e operazioni come quella afghana, che consentono al sistema sangue italiano di farsi conoscere come un modello di eccellenza in tutto il mondo, e soprattutto di conoscere nei minimi dettagli le situazioni diverse e complesse che le comunità vivono in altri continenti, perseguendo l’obiettivo, ad oggi ancora utopico, di vedere un giorno un  identico livello di cure sanitarie in tutto il pianeta. Ecco perché, nell’intervista rilasciata a Buonsangue lo scorso 20 febbraio, Alice Simonetti, delegata continentale in Fiods, ha potuto ribadire proprio in diversi passaggi l’importanza del fattore “scambio”, elemento chiave di un altro grande progetto in America Latina.

Un lavoro complesso quello del sistema trasfusionale italiano verso i paesi bisognosi, che va avanti da anni e che si è fortificato, come spiega un comunicato di Avis Nazionale in merito, “nel quadro dell’accordo Stato-Regioni del 7 febbraio 2013 che promuove gli accordi di collaborazione per l’esportazione di medicinali plasmaderivati a fini umanitarie lo sviluppo delle reti assistenziali nei Paesi coinvolti. In questi anni, circa 30 milioni di unità internazionali di fattori della coagulazione sono stati esportati in Afghanistan, Albania, Armenia, India e Serbia. In futuro gli interventi verranno estesi anche a Palestina, Kosovo, Egitto, El Salvador e Bolivia”.

Non solo Europa dunque, ma anche Asia, Sudamerica, Africa e America Centrale. Il sangue italiano come fattore benefico in giro per il mondo, si impone come netta testimonianza del fatto che, lontano dai riflettori, esistono settori del paese che fanno di tutto per funzionare al meglio e preferiscono i fatti ai proclami.